PER UN 1 MAGGIO DI LOTTA INTERNAZIONALISTA

Qui sotto l’appello per la mobilitazione del 1 maggio promosso da Fai, Si-Cobas, Csa Vittoria, SGB, Usi e altri ancora, e a cui aderiamo anche noi perché sentiamo la necessita’ di unirci come lavoratrici, lavoratori, giovani, sfruttati, contro ogni tentativo di tenerci separati col razzismo, e perché vogliamo lottare in prima persona in difesa dei nostri bisogni, per dare del filo da torcere, anzitutto, al “nostro” stato e al “nostro” governo.

Comitato contro le guerre e il razzismo – comitato.permanente@gmail.com
Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri – comitatosostegno@gmail.com
Piazzale Radaelli 3 – Marghera

dd

Per rimettere al centro il conflitto di classe.

Da tempo le forze politiche e sindacali che hanno tradito gli interessi delle classi lavoratrici ci vogliono far credere che la giornata del 1 maggio sia solo una ricorrenza celebrativa così come voluta da Stato e Chiesa. Una scadenza da calendario, utile solo a benedire una sorta di “santa alleanza” tra capitale e lavoro al fine del benessere nazionale.

Ma sappiamo bene che non è così!

In questa giornata le classi lavoratrici, le sfruttate e gli sfruttati di tutto il mondo, ricordano il martirio di quattro lavoratori assassinati dallo Stato statunitense l’11 novembre 1887. Quattro nostri compagni “colpevoli” solo di aver lottato insieme ad altre/i per i diritti della classe lavoratrice, a partire dalla lotta per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Parola d’ordine ancora oggi attualissima e fondamentale.

La giornata internazionale ed internazionalista del 1 maggio è e rimane quindi una giornata di lotta, tesa a ribadire che l’emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori avverrà ad opera di loro stesse/i, o non ci sarà.

In piena continuità con quelle lotte, i sindacati di base conflittuali insieme a diversi collettivi e centri sociali chiamano tutti/e, in modo unitario e includente, ad un corteo popolare cittadino caratterizzato da queste cinque “parole d’ordine”. Leggi tutto PER UN 1 MAGGIO DI LOTTA INTERNAZIONALISTA

Violenza. Quella loro e la nostra. Sulla legittimazione del terrorismo occidentale

“I do not understand the squeamishness about the use of gas. I am strongly in favor of using poison gas against uncivilized tribes. It would spread a lively terror.”
Winston Churchill, 1920, with regard to the uprising in Iraq.

 

Pubblichiamo dal portale sul Medio-Oriente Jadaliyya un’analisi molto seria uscita poco dopo l’attentato di Londra compiuto (23 marzo). Quest’articolo smonta la rappresentazione della violenza individuale “islamista” compiuta dai media occidentali e in parte cavalcata dall’Isis, e fa vedere, denunciandoli, i meccanismi usati per giustificare la violenza terroristica che gli Stati occidentali usano da decenni contro le popolazioni arabo-islamiche – contro quei milioni di giovani, di lavoratrici e lavoratori di cui nella migliore della ipotesi i media vorrebbero farci dimenticare l’esistenza, e a cui dobbiamo invece avvicinarci, iniziando col conoscere le loro lotte, tuttora vive malgrado il macello perpetrato dai “nostri governi” e dai loro rivali.

dd

London
On 23 March 2017, Khalid Masood ploughed his car into pedestrians on Westminster Bridge in London, stabbed a police officer with a knife, and then was shot dead. He killed four people in the rampage, which injured an additional forty people and disturbed the equanimity of a major Western city. Masood, who was born in Dartford (Kent, United Kingdom), had run afoul of the law for many years—mainly because of acts of violence and possession of weapons. The gap between the act of Masood and a common criminal is narrow.

Two months ago, the head of the Metropolitan Police said that “warning lights are flashing” over the rise of violent crime across England and Wales. The preferred weapon, said Sir Bernard Hogan-Howe, was the common knife. Violent crime had risen by twenty-two percent, with the last quarter of 2016 registering 30,838 crimes committed with knives. Masood’s crime could well have been read alongside this data, as a serious problem of an increase in violence with knives as the weapon of choice.

Instead, the media and the British political class offered a sanctimonious lesson in civics. This was, said UK Foreign Secretary Boris Johnson, “an attack on our democracy, the heart of our democracy.” UK Prime Minister Theresa May told the House of Commons that despite this attack, “we will move forward together, never giving in to terror. And never allowing the voices of hate and evil to drive us apart.” One newspaper suggested that Boris Johnson’s statement was “Churchillian.”

ISIS, which has been under serious threat in Iraq and Syria, has called upon people around the world to conduct acts of criminal violence in its name. There is no evidence yet that Masood acted on the instructions of ISIS or that he was following the ISIS edict to attack people in public areas in the West. What is known is that right after the attack, ISIS took credit for it, calling Masood its “soldier.” ISIS social media celebrated the attack. There is a form of delirium at work here—a group weakened now seeks to glorify itself by a pathetic attack by a man with a criminal record, using an old car and a knife. Leggi tutto Violenza. Quella loro e la nostra. Sulla legittimazione del terrorismo occidentale

Sulla Siria: guerrafondai, macellai e anti-imperialisti a senso unico

Image result for abstract expressionism rothko

America First!
Il bombardamento della base aerea di Shayrat nei territori controllati dal regime di Damasco e le vomitevoli dichiarazioni con cui Trump l’ha accompagnato  – “dopo aver visto i bellissimi bambini colpiti dal gas … ho cambiato idea su Assad” – segnano un ulteriore avvicinamento a quello che Stati Uniti, Unione europea e le potenze d’area sperano sia l’atto finale della vicenda siriana: la divisione delle spoglie della Siria. Con i suoi 59 tomahawk, Trump ha battuto il pugno sul tavolo: “Ho detto America first, perdio! Mi state prendendo sottogamba. Siamo intorno a Raqqa con centinaia di soldati e migliaia di curdi nostri alleati, siamo operativi da tempo con i nostri bombardieri in tutto il territorio dell’Isis, e a Mosul ne sanno qualcosa [anche i bellissimi bambini iracheni]. Quindi pretendiamo le nostre abbondanti libbre di carne siriana. A nessuno venga in mente di mettere in atto soluzioni finali prese in tutta fretta, escludendoci dal giro. Chiaro?”.

Il messaggio, più che ad Assad, è rivolto agli avversari strategici: Putin anzitutto, e Xi Jinping. Lo è anche agli amici-concorrenti europei. Ed è servito a tacitare, almeno momentaneamente, i tanti membri dell’establishment politico-militare yankee – negli Stati Uniti i due termini, politico e militare, quasi si identificano – che vorrebbero l’intensificazione della politica aggressiva contro Russia e Cina attuata da Obama e dalla sua gang.

La reazione scodinzolante di Gentiloni e degli altri governanti europei vede nella decisione di Trump un’azione ben fatta, adeguata: l’impresentabile e imprevedibile Trump, il presunto amico di Putin, è diventato tutto ad un tratto presidenziale ed equilibrato. Anche se tra i più sgamati, un Giuliano Ferrara classifica il bombardamento un “fake strike”, un finto colpo, e teme che diventi un involontario aiuto alla già alta popolarità di Putin in Europa; mentre altri, tra i più russofobi, si chiedono se dietro c’è una strategia anti-russa di lungo periodo, o solo un estemporaneo colpo di testa; e altri ancora, tra i più islamofobi, ricordano che non è sensato alienarsi Putin perché prima della contesa con la Russia viene il regolamento dei conti con la “minaccia islamista”, il pieno ristabilimento dell’ordine dispotico neo-coloniale in tutto il Medio Oriente da realizzare con la cooperazione della Russia. Al di là di queste contrastanti interpretazioni dell’attacco su Shayrat, se sommiamo quest’atto di guerra all’aumento del 10% delle spese militari in un solo anno, all’ingiunzione agli stati europei di pagarsi da sé i propri apparati bellici, incrementando anch’essi le spese militari, agli avvertimenti minacciosi alla Corea del Nord (un altro strike in preparazione?), non restano dubbi: Trump ha posizionato gli Usa alla testa della accelerazione militarista e guerrafondaia del capitale globale alimentata con cieco, irresistibile impulso dall’incapacità del sistema di dare un’effettiva soluzione “pacifica” alla crisi scoppiata nel 2008. E spinge tutti gli stati più potenti del mondo a muoversi  in questa stessa direzione. Per quanto malandati siano – e lo sono davvero rispetto agli scintillanti anni ’40 e ’50 del secolo scorso, il primo ad ammetterlo è stato proprio Trump nella sua campagna elettorale – gli Stati Uniti pretendono di restare sul trono del mondo. Costi quel che costi. Del resto alcuni tra i suoi consiglieri più estremi sognano un “Reich millenario” degli ariani anglosassoni trapiantati sull’altra riva dell’Oceano …

I geopolitici de noantri
A sua volta, una parte della cosiddetta sinistra ha visto nel bombardamento della base aerea di Sharyat la conferma della sua tesi di sempre: chi si è mosso contro Assad non può essere che un fantoccio etero-comandato, una creatura della Cia al servizio dell’imperialismo americano, che ora finalmente getta la maschera ed interviene in prima persona. Fino a pochi giorni fa, fin quando Trump si era “limitato” ad affermare che il suo obiettivo prioritario è cancellare lo Stato Islamico e una buona quota dei suoi abitanti dalla faccia della terra, questa cosiddetta sinistra è rimasta in omertoso silenzio. Quando si tratta di conciare la pelle degli islamici (fossero pure i più sfruttati) o degli islamisti (fossero pure gruppi che, a modo loro, del filo da torcere ai governi occidentali ne danno), non hanno nulla da eccepire. Nella islamofobìa non li batte nessuno. Leggi tutto Sulla Siria: guerrafondai, macellai e anti-imperialisti a senso unico

Egitto: la protesta popolare torna nelle piazze

Immagine1
Workers in Cairo holding a banner that reads, “Our unions = our freedom, it is not an investment.” (Reuters/Amr Abdallah Dalsh)

Nel luglio 2013 l’avvento al potere del generale al-Sisi sembrava mettere la parola fine, a tempo indeterminato, sull’Intifada egiziana. Un’ondata repressiva senza precedenti azzerava con un massacro le grandi manifestazioni di piazza, centinaia, se non migliaia di militanti costretti al silenzio, incarcerati, torturati, il quadro dirigente dei Fratelli mussulmani in carcere o in esilio, il movimento operaio apparentemente paralizzato. L’Egitto ritornava sui suoi abituali binari di paese amico dell’Occidente e totalmente dipendente dai prestiti del FMI, l’ultimo, in via di contrattazione, di 12 miliardi di dollari. Il generalissimo omaggiato, in sequenza, dal duo Mattarella-Renzi, da Putin e da Trump, a conferma fotografica di quella “santa alleanza” reazionaria da Obama/Trump fino ad Assad/Khamenei/Putin passando per Sisi e i monarchi del Golfo, che da soli (o quasi) denunciamo da anni come l’alleanza assassina delle grandi sollevazioni arabe del 2011-2012.

Dopo quattro anni, ecco gli effetti della politica di perenni sacrifici imposta dal governo: con una popolazione in crescita del 2,5% l’anno, che ha raggiunto i 92 milioni di abitanti, il livello di povertà (ufficiale) e’ al 35%, l’inflazione al 24,3%, il pound egiziano viene continuamente svalutato, il potere d’acquisto dei già miseri salari e’ crollato, con un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità (le spese per l’energia elettrica delle famiglie più povere, ad esempio, sono cresciute del 167%), cui si aggiungono i tagli ai sussidi per il carburante ed una drastica riduzione del numero delle famiglie che hanno diritto al pane “di stato”, alimento base per le famiglie più povere.

L’articolo che pubblichiamo – lo riprendiamo da Middle East Research and Information (per la versione in francese vd. A l’encontre) – testimonia dell’ennesima forma di resistenza messa in atto da un vasto movimento popolare, la campagna “vogliamo vivere”, che raccoglie numerose associazioni, gruppi politici, sindacati di base. Le manifestazioni, i blocchi stradali, i sit-in davanti agli uffici amministrativi hanno visto come protagoniste le donne, e si sono estesi in tutto l’Egitto, da Alessandria alle regioni povere del sud del paese. Queste proteste si affiancano agli scioperi operai che dal 2014 sono ripresi, nonostante la loro criminalizzazione che ha portato molti lavoratori in carcere e davanti ai tribunali militari. La normalizzazione dell’Egitto si sta rivelando sempre più una chimera, per Sisi e i suoi ‘alti protettori’ internazionali e di area. Essa assomiglia sempre più ad una bomba pronta ad esplodere … non vediamo l’ora!

hhh

dd

hhh

On the Breadline in Sisi’s Egypt

by Neil Ketchley, Thoraya El-Rayyes | published March 29, 2017

On March 6, 2017, hundreds of local residents took to the streets of towns and cities in Upper Egypt and the Nile Delta after the Ministry of Supply cut their daily ration of subsidized baladi bread. By the following day, thousands were protesting in 17 districts across the country. In Alexandria, protestors blockaded a main road at the entrance of a major port for over four hours, while residents in the working class Giza suburb of Imbaba blocked the airport road. Elsewhere, women in the Nile Delta city of Dissuq staged a noisy sit-in on the tracks of the local train station, where they chanted, “One, two, where is the bread?” and called for the overthrow of President Abdel Fattah El-Sisi’s government. [1] It was not long before the Arabic hashtag #Supply_Intifada was trending on Egyptian Twitter. In a bid to curtail further mobilization, Egypt’s military-backed government scrambled to restore residents’ access to bread, and promised to increase the ration in areas that had seen protest.

Food Protests
Egypt’s latest round of food protests comes amidst ongoing price shocks resulting from the flotation of the Egyptian pound in November 2016. The devaluation of the pound is part of a series of measures, which include spending cuts and the introduction of a value added tax, demanded by the International Monetary Fund (IMF) in exchange for a 12 billion dollar loan to prop up Egypt’s failing economy. [2] By February 2017, food inflation reached 42 percent. [3] Key staple goods have been particularly affected: Over the past year, Egyptians have seen the cost of bread and cooking oil go up by nearly 60 percent. [4] To put this into perspective, in the year leading up to the 2011 Arab Spring, food prices in Egypt were subject to an annual increase of around 15 percent. [5] Citing these and comparable developments, scholars have argued that grievances arising from food insecurity were a key factor in the outbreak of the 25th January Egyptian Revolution. [6]

cc

There is historical precedent here. In Egypt, the price of bread has been seen as a potentially explosive issue since the 1977 “Bread Intifada”—when then President Anwar Sadat’s pledge to end subsidies on several basic foodstuffs sparked unruly protests across the country, which were met with harsh repression. Within two days, the state had reversed course, pledging to leave the subsidy system intact. Elsewhere in the region, attempts to cut state subsidies have suffered a similar fate: In recent years, austerity measures have been thwarted by street-level mobilization in Morocco, Tunisia, Jordan, Yemen and Mauritania. [7] Fast forward to 2017 and the contours of future contestation in Egypt may now be taking shape, as soaring inflation is coupled with high levels of unemployment. [8] Indeed, if grievance led explanations for the timing of the 2011 Arab Spring are correct, then the scope conditions for another mass uprising are seemingly in place. Leggi tutto Egitto: la protesta popolare torna nelle piazze

Per unificare le lotte contro la repressione di Coca Cola e Levoni

Comunicato congiunto dei sindacati Si-Cobas e ADL Cobas per unire le loro lotte contro la repressione anti-sindacale di, rispettivamente, Levoni a Modena e Coca Cola a Nogara (VR), e per lanciare quindi due giornate di mobilitazione unitaria. Un’iniziativa veramente importante.

dd

Mercoledi 5 e giovedi 6 aprile
Giornate di mobilitazione e sciopero a Nogara e Modena

Contro l’arroganza di Coca Cola e della ditta Levoni e l’uso di polizia privata e di Stato per reprimere le sacrosante lotte dei lavoratori

COCA COLA Nogara. Da 3 settimane è in corso uno scontro durissimo che vede, da una parte la multinazionale Coca Cola ed il consorzio Vega, i quali stanno tentando, con un ennesimo cambio di appalto, di eliminare 14 lavoratori iscritti ad Adl Cobas. A fronte della risposta molto determinata messa in campo dall’insieme dei lavoratori coinvolti nel cambio, che ha portato anche ad una occupazione del piazzale della Coca Cola ad opera dei lavoratori e delle loro famiglie, nella giornata del 29 marzo, Coca Cola schierava un plotone di guardioni che tentavano di impedire con un uso sproporzionato della forza (calci, pugni, uso di pistole elettriche) l’ingresso dei lavoratori e delle loro famiglie all’interno del piazzale. Nonostante le ferite riportate da alcuni lavoratori il piazzale veniva comunque occupato per ribadire ancora una volta che non si possono accettare discriminazioni nei confronti di lavoratori “colpevoli” di essersi organizzati con Adl Cobas e di avere rivendicato diritti, tra cui anche quello della “clausola sociale” che avrebbe impedito questa vera e propria azione di “pulizia sindacale”.

Siamo di fronte ad un atto ignobile che vede protagonisti una delle più importanti multinazionali, la Coca Cola, un’altra multinazionale Kuhene Nagel, due consorzi ed una cooperativa, che hanno studiato un piano di smantellamento di qualsiasi forma di resistenza sindacale.

ALCAR UNO/LEVONI. Modena. Da novembre è in corso uno scontro durissimo a seguito di un ennesimo cambio di appalto che ha comportato il licenziamento di cinquantacinque lavoratori iscritti al Si Cobas a seguito di una vertenza che durava da due anni. Leggi tutto Per unificare le lotte contro la repressione di Coca Cola e Levoni