“Devono imparare ad obbedire”. Lo stage: lavoro coatto gratuito en travesti, di A. Mantovani

Da Carmilla, 2 novembre 2017

Rossana Cillo (a cura di), Nuove frontiere della precarietà del lavoro, Stage, tirocini e lavoro degli studenti universitari, Venezia, Ed. Ca’ Foscari, 2017, pp.296, free access.

La risposta di Renzi allo sciopero con cui gli studenti, venerdì 13 ottobre, sono scesi in piazza in tutta Italia per protestare contro le forche caudine della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” introdotta obbligatoriamente dalle regole della sedicente “buona-scuola”, non si è fatta attendere: ha proposto che il servizio civile, attualmente volontario, divenga obbligatorio, per un mese, per tutti i giovani. Una contromossa, come si vede, che suona come provocatoria verso le richieste del movimento studentesco.

A questo punto, quello curato dalla Cillo è un libro necessario. Le analisi che i diversi autori presentano, e che costituiscono il primo approccio scientifico ad un mondo ancora in larga misura sconosciuto, diventano infatti in questo contesto un’arma contro l’ignobile retorica sulla “formazione” di competenze atte a risolvere il problema della disoccupazione giovanile con cui questo cinico abuso della forza lavoro viene paludato. Malgrado tutte le difficoltà nel reperire i dati, che nessuno ha interesse a raccogliere e soprattutto divulgare, difficoltà che gli autori non sottacciono, il volume riesce nell’impresa di fornirci un quadro sufficientemente ampio e chiaro della dimensione del fenomeno e delle modalità con cui irreggimenta masse crescenti di giovani dietro il miraggio di un accesso al mondo del lavoro. Promessa destinata per i più ad essere totalmente disattesa, visto che, nel nostro paese, nel settore privato, solo l’11,9% degli stagisti otterrà un contratto di lavoro nell’impresa che ha ospitato lo stage, 1 mentre nessuno (per le stesse norme che regolano l’accesso al pubblico impiego e per il blocco del turn-over) lo troverà nel settore pubblico.

Benvenuti, dunque, nell’epoca in cui stage, “tirocini” e altre forme di lavoro non pagato e totalmente privo di diritti sono ormai un fenomeno stabile di massa (vedi Expo) e istituzionalizzato: in Italia il 68% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha avuto almeno un’esperienza di lavoro gratuito.2 Continua a leggere “Devono imparare ad obbedire”. Lo stage: lavoro coatto gratuito en travesti, di A. Mantovani

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Al fianco delle masse palestinesi in lotta. Contro i nuovi piani di guerra di Israele, Usa e Unione Europea!

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La decisione dell’amministrazione Trump di riconoscere Gerusalemme come la capitale dello Stato di Israele è una nuova, frontale aggressione ai palestinesi, che apre un altro cammino di sangue in Palestina e nel Medio Oriente.

Gerusalemme capitale non è solo un ulteriore passo in avanti del disegno sionista. Nelle intenzioni di Trump e di Netanyahu questa dovrebbe essere l’umiliazione definitiva, la cancellazione definitiva dell’aspirazione dei palestinesi ad avere un proprio stato in Palestina. Nessuna aspirazione, nessuna rivendicazione, nessuna forma di resistenza deve essere concessa al popolo palestinese. L’unica alternativa al suo martirio deve essere la rinuncia e l’abbandono del suo territorio nazionale, a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza.

Ma l’immediato scoppio delle proteste di massa nell’intero territorio di Palestina prova, ancora una volta, la straordinaria forza di resistenza delle masse palestinesi. Nonostante le infinite vessazioni subite, nonostante l’isolamento in cui li hanno lasciati i regimi arabi, a trenta anni dalla prima grande Intifada i lavoratori, i giovani, le donne palestinesi sono di nuovo nelle strade e nelle piazze della loro terra occupata dallo stato colonialista di Israele. E con la loro lotta chiedono la solidarietà dei lavoratori di tutto il mondo.

Come sempre, infatti, la Palestina è il mondo. Continua a leggere Al fianco delle masse palestinesi in lotta. Contro i nuovi piani di guerra di Israele, Usa e Unione Europea!

Il nodo ecologico nel marxismo del XXI secolo, di Dante Lepore

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo testo di Dante Lepore sulla “questione ecologica”, una delle grandi questioni mondiali del nostro tempo, largamente dimenticata nel dibattito in corso. 

Certo, non mancano le grida di allarme. Di recente, ad esempio, G. Monbiot ha richiamato l’attenzione sull’Insectageddon – la catastrofica diminuzione degli insetti; altri scienziati hanno messo in primo piano il surriscaldamento globale; altre denunce ancora si concentrano sulla penuria (e lo spreco crescente) di acqua. Ma anche gli ecologisti più seri restano imprigionati in visioni parziali, che non arrivano ad afferrare la causa profonda, sistemica, delle minacce alla stessa sopravvivenza della specie, che è costituita dal modo di produzione capitalistico, e dalle sue implacabili, immodificabili, cieche leggi di movimento. 

Il contributo di Dante Lepore va, invece, proprio in questa direzione e mette capo alla necessità di dare una risposta di lotta radicale e globale ai poteri globali che esercitano la distruttiva dittatura del capitale sulle nostre vite e sulla vita della natura.

***

1.Marxismo e rapporto capitalistico uomo-natura: gli effetti contro l’uomo

Una delle conseguenze più deleterie scatenate dal capitalismo a danno della natura nel suo insieme animale e vegetale e della sua parte più evoluta e cosciente, l’uomo, sta nell’aver accelerato al massimo, nei ritmi e nel livello quantitativo, la scissione e il saccheggio di entrambi, con riflessi, da alcuni decenni, sull’intero ecosistema (dal greco, oikos significa ambiente), seminando ovunque dove prima c’era unità, comunità, uguaglianza, ogni genere di opposizione, differenza, dominio di alcuni su altri, diseguaglianza economica. L’uso capitalistico della merce terra coltivabile è lo stesso di quello della merce forza-lavoro: la «valorizzazione», la capitalizzazione, sia essa finanziaria o industriale, che non serve più a soddisfare né il complesso di bisogni dell’uomo, né il suo ambiente naturale, ma a depredarli entrambi. La caratteristica peculiare del processo di accumulazione, della necessità di elevare il saggio di plusvalore e di profitto che tende storicamente a calare, il suo dinamismo (perché il capitalismo è essenzialmente quantità e velocità!), portano inevitabilmente alla separazione dell’elemento culturale e dell’artefice-uomo dalla natura, che da Marx è chiamata il corpo inorganico dell’uomo. Il risultato non può essere che la crisi, la diseguaglianza, l’anarchia o il caos.
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Questa caratteristica del funzionamento del capitalismo è connaturata con esso e insopprimibile, ciò significa che, riducendo la quantità e la velocità nella produzione di merci etc., non si supera il capitalismo né lo si rende più umano e rispettoso sia dell’uomo che della natura, non si risolvono i problemi ecologici generati dal capitalismo, rendendolo meno selvaggio e aggressivo, come vorrebbero le ideologie della decrescita più o meno «felice» (S. Latouche, M. Pallante): «fruire di meno beni, consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio». Marx individuò nel lavoro umano, in quanto rapporto dell’uomo con la natura, quello che chiamò il «ricambio organico» o «metabolismo» generale della natura. Ora, alcuni ecologisti e climatologi, come James Hansen, teorizzano l’avvento dell’era «Antropocene», nella quale la specie uomo è divenuta una forza geologica, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale e soprattutto dall’uso intensivo delle risorse energetiche fossili, un uso che modifica profondamente e velocemente l’habitat, mettendo in crisi l’eco-sistema, in contrasto con i ritmi relativamente più lenti anche delle precedenti fasi di urbanizzazione. E fu proprio J. R. Mc Culloch, discepolo di Ricardo,che rilevò come l’invenzione della macchina a vapore avesse lo scopo disollevare dall’incombenza di costruire fabbriche lungo il corso dei fiumi per sfruttare la forza delle cascate naturali dove prima sorgevano le fabbriche lontano dai centri abitati. Da allora il capitalismo ha introdotto la rottura più radicale col passato, che alcuni cominciano definire come «capitalocene» in quanto non solo trasformazione dei rapporti sociali ma anche alterazione del rapporto tra l’umanità e la natura. La separazione tra città e campagna è cresciuta, e la concentrazione della popolazione in nuove, e sempre più grandi, aree urbane ha determinato l’adozione di nuove tecnologie e metodi di lavoro. I combustibili fossili sono diventati la forma dominante di energia, consentendo al capitale di sfruttare ulteriormente la forza-lavoro.

La crisi ecologica prima del XXI secolo non è mai stata un qualcosa di inevitabile. La natura non è dunque un Altro da noi, il nostro “al di là”, e non è soltanto il luogo del nostro insediamento, il nostro habitat, in definitiva il pianeta terra, come lo considerano gli ecologisti, anche quelli più critici e consapevoli. Soltanto il marxismo, in quanto materialismo e in quanto dialettico, non cesserà mai di battere il chiodo su questa elementare constatazione: che la natura siamo anche noi esseri umani e non c’è vulnus inflitto alla natura che non sia un vulnus inflitto alla specie umana. Ciò era evidente a Marx nel rapporto tra città e campagna, allorché la rivoluzione industriale produsse la prima devastante deforestazione d’Europa per il carbone, rapporto città-campagna giunto oggi, quando l’energia da fonti fossili si è spostata sul petrolio, al punto in cui solo alcuni anni fa la popolazione urbana ha superato quella rurale a livello mondiale, con conseguenze sulle masse contadine espropriate e trasferite solo in parte nelle periferie e negli slums delle sempre più mostruose megalopoli, non poche delle quali hanno rapidamente superato la soglia dei 10 milioni di abitanti e anche più. Marx lo vedeva in prospettiva già nel Capitale: «Con la produzione sempre crescente della popolazione urbana che la produzione capitalistica accumula in grandi centri, essa accumula da un lato la forza motrice storica della società, dall’altro turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo». E ne faceva un primo bilancio in termini di saccheggio e distruzione: «La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria».

All’inizio del XX secolo[1], c’erano al mondo solo 16 città (la maggior parte delle quali nei paesi sviluppati) con 1 milione o più di abitanti e solo 4 lo superavano (Londra, Parigi, Berlino, New York). Oggi le città con questo numero di residenti sono circa 400 e circa 3/4 di queste si trovano nei  cosiddetti Paesi in via di sviluppo, in cui si stima che almeno 1 abitante urbano su 4 viva in assoluta «povertà». Questa povertà è chiaramente visibile in tutte le principali città: inquinamento, quartieri sovraffollati, alloggi inadeguati, un insufficiente accesso all’acqua pulita potabile, ai servizi igienici e ad altri servizi sociali e fame, sempre più fame. Per darne un’idea, nel 2015, secondo la polizia di Delhi (metropoli di 16 milioni nel 2015), sono stati raccolti dalle strade cittadine tremila cadaveri di senzatetto. Fra meno di una decina d’anni, le metropoli di Giacarta, Dacca, Karachi, Shanghai, Bombay conteranno ciascuna venticinque o più milioni di abitanti. Ancora nel 1950, la popolazione urbanizzata dell’intero pianeta era di 736 milioni e 796 mila persone, ma qui comincia l’accelerazione. Negli anni ’60 veniva superato il miliardo e nel 1970 un miliardo 331 milioni e 783 mila. Nel 2000 si raggiunse la cifra di 2 miliardi 274.554. Nel 2005 la popolazione delle città era di 3 miliardi 164.635.

[1] Da qui in avanti, salvo altra fonte, i dati per lo più di fonte ONU, sono in D. Lepore, Gemeinwesen o Gemeinshaft. Decadenza del capitalismo e regressione sociale, Torino, 2011, pp. 14 e sgg.

Le previsioni, sempre secondo l’ONU, darebbero:

Intorno al patto di Abidjan. Immigrazione, Africa, Europa

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Per qualche giorno – proprio mentre le istituzioni statali disperdevano la protesta dei rifugiati di Cona – i mass media rigurgitavano di buoni propositi verso gli africani, con tanto di piani Marshall per l’Africa, spettacolari programmi di investimenti, propositi di implementare i diritti democratici, e chi più ne ha più ne metta. Per l’istruzione, il futuro e la felicità dei giovani africani, anzitutto.

Cos’è successo?

E’ successo che il 29-30 novembre si è tenuto in Costa d’Avorio, ad Abidjan, il quinto vertice congiunto dei capi di stato e di governo dell’Africa e dell’Unione europea e in circostanze come queste, la retorica istituzionale supera sé stessa in virtuosismi parossistici. Tanto più perché le vecchie potenze coloniali europee si vedono sottratto spazio vitale da Cina, India, Turchia, monarchie petrolifere, oltre che dal sempre incombente e insaziabile zio Sam, e sentono di dover recuperare terreno e credito.

In questo vertice si sono ovviamente intessuti rapporti di affari, ma al centro di tutto è stata la “questione migratoria”, e l’impegno imposto agli stati africani a selezionare e controllare il movimento migratorio verso l’Europa. E’ il tentativo di estendere all’intero continente il metodo-Minniti per la Libia, con la creazione di un sistema di spietati campi di concentramento per emigranti in fuga dalle guerre, dalla fame, dalla spoliazione delle loro terre, nei quali schiacciare la loro dignità e comprimere al massimo le loro aspettative prima di dare il via libera ai sopravvissuti a questi inferni perché affrontino la sempre più pericolosa traversata del Mediterraneo.

E l’hanno chiamata “una task force congiunta tra Unione Europea, Unione Africana e Onu per proteggere i migranti lungo le rotte della tratta”!

Il nauseante spettacolo ci ha spinti a tirar fuori dal cassetto un’intervista che un nostro compagno ha dato un paio di mesi fa alla Libreria Calusca di Milano e al collettivo No Borders della Statale di Milano per una loro pubblicazione sulle migrazioni. Non si limita a mostrare cos’è in realtà il “neo-colonialismo solidale” dei Gentiloni, Minniti, Macron, Merkel, Juncker, indica anche alcune immediate misure da prendere se davvero si volesse “affrontare le cause profonde del fenomeno”…

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Domanda: che cosa rivela e che cosa nasconde la vicenda delle ONG iniziata lo scorso maggio con l’inchiesta della magistratura di Siracusa, la polemica sui rapporti delle ONG con i “trafficanti di esseri umani”, e poi il varo del Codice di comportamento delle ONG, l’obbligo di presenza a bordo delle forze di polizia, etc.?

Risposta: Non posso fare qui un’analisi delle ONG in generale, e neppure un’analisi specifica di quelle che operano nel Mediterraneo tra le coste libiche e quelle italiane. Mi limito a dire, sempre in generale, che è raro, rarissimo che le ONG siano realmente organizzazioni non governative. La gran parte di esse, specie di quelle che hanno mezzi e strutture rilevanti, e per solcare un mare con navi ben attrezzate ce ne vogliono!, hanno molteplici e fitti rapporti con i governi di riferimento. È stato ampiamente dimostrato che esiste un vero e proprio “complesso industriale dei diritti umani”, che ha stretti legami anche con il complesso militare-industriale n. 1 nel mondo, quello statunitense. Del resto ai tempi di Enduring Freedom quando fu scatenata la guerra contro il popolo dell’Afghanistan, il segretario di stato Usa, gen. Powell, lo dichiarò apertamente: “Le ONG sono un moltiplicatore di forza per noi, una parte estremamente importante della nostra squadra combattente”. È altrettanto palese, e da lui stesso rivendicato al “Wall Street Journal” e altri giornali, che il finanziere Soros è una figura centrale di tale fittissima rete globale di interessi, e non a caso questa estate Gentiloni ha esibito un incontro pubblico con costui proprio nel mezzo della “crisi” (vera o presunta) con le ONG. Quindi non mi scandalizza affatto l’idea che alcune, o diverse, delle ONG operanti tra le coste libiche e quelle italiane, abbiano rapporti obliqui con i “trafficanti di esseri umani”, quelli che operano all’ingrosso e quelli che operano al minuto (è ovvio: non sto parlando qui di quanti prestano generosamente nella migliore buona fede il proprio tempo ad esse; parlo delle loro organizzazioni e di chi, spesso nell’ombra, le comanda).

Il problema da chiarire, però, non è tanto cosa sono le ONG che in questa vicenda contano fino a un certo punto, essendo più un pretesto che altro. Il vero problema è chiarire chi sono (e da secoli) i grandi trafficanti di esseri umani. Continua a leggere Intorno al patto di Abidjan. Immigrazione, Africa, Europa

Cona. Il coraggio dei rifugiati “evasi”, il cinismo dello stato

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Così, dopo giorni e giorni di tentativi di arrivare a Venezia per rendere più visibile al mondo la loro protesta contro l’infame campo di concentramento di Cona, gli ultimi 69 rifugiati evasi dal “carcere” di Conetta (una vecchia base militare) sono dovuti ritornare alla base. Schiacciati dal ricatto del prefetto di Venezia Boffi: se non tornate, non avrete più diritto a chiedere l’asilo. Firmato: Gentiloni-Minniti.

Schiacciati, ma non vinti.

Perché ancora una volta – non è certo la prima ribellione avvenuta a Conetta – hanno infranto il muro di silenzio e di omertà che copre le inumane condizioni esistenti in quel campo: tendoni con 150 posti-letto (e anche più), il gelo e la paura di morire per il freddo, pasti indecenti e freddi (accompagnati, forse, da pasticche che producono sonnolenza), servizi igienici insufficienti e lerci, disturbi psichici da sovraffollamento, zero attenzione per chi si ammala (unica medicina distribuita il paracetamolo), attese fino a due anni per avere risposta alla domanda di asilo con percentuali di diniego, a Padova, del 90%, zero assistenza legale. Il tutto gestito dalla solita finta cooperativa facente capo a Borile, un faccendiere-impresario di area-Alfano che fa affari con i rifiuti e gli immigrati, dopo essere passato per una serie di lauti incarichi amministrativi, per lo più pubblici.

Nigeriani, ivoriani, ghanesi, gambiani, auto-organizzati, erano “evasi” dal kampo in più di 200 e si erano messi in marcia verso la meta (54 km separano Venezia da Cona). Ma non sono riusciti ad arrivarci perché contingenti di polizia anti-sommossa e l’intervento dei prefetti di Padova e Venezia li hanno bloccati e poi sparpagliati tra una serie di strutture, per lo più della Chiesa, tra loro lontane, spesso altrettanto inospitali del campo di Conetta (a Spinea nella sede della cooperativa CSSA erano stipati in 56 in 20 metri quadri!), fino all’epilogo che abbiamo detto.

Tre considerazioni si impongono. Continua a leggere Cona. Il coraggio dei rifugiati “evasi”, il cinismo dello stato