La rinnovata persecuzione dei rom

Di seguito potete trovare un altro breve un breve testo centrato sulle nuove forme di persecuzione ai danni dei rom e sul loro significato al di là degli stessi rom: scritto anch’esso qualche anno fa, ma tornato di perfetta attualità.

Di Pietro Basso, già in Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, FrancoAngeli, 2010

«Che strano mondo quello che si autodefinisce civile e democratico: non riuscendo a risolvere i problemi della povertà, ha deciso di fare la guerra ai poveri» (Eduardo Galeano)

Gli immigrati arabi ed “islamici” non sono i soli a subire quotidianamente atti di discriminazioni e insulti razzisti. Anzi. Gli stereotipi negativi diffusi a ciclo continuo non risparmiano una sola nazionalità. Continua a leggere La rinnovata persecuzione dei rom

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I rom, il bersaglio più facile

Salvini vuol schedare i Rom. Proponiamo di seguito un’ampia ricognizione di L. Di Noia della “questione Rom”, dal suo sorgere ad oggi. Dobbiamo capire il perché dell’aggressione sistematica a questa popolazione, l’impatto che essa ha sulla società tutta, sulla gente comune cioè, e dunque le ragioni, che non sono solo umanitarie, per cui dobbiamo rispedire quest’aggressione al mittente. Con gli interessi.

Di Luigi Di Noia, già in Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, FrancoAngeli, 2010

Il riemergere in primo piano della “questione rom” è stato con ogni evidenza innescato dai movimenti migratori conseguiti al crollo delle economie dell’Europa orientale dopo il 1989. Il collasso socioeconomico dei paesi dell’Est ha comportato, infatti, la cancellazione di tutta una serie di rilevanti garanzie acquisite in essi dalle popolazioni rom e lo scioglimento dei legami solidaristici che vi si erano andati pazientemente costituendo soprattutto a partire dal secondo dopoguerra. Certo, sarebbe esagerato parlare di raggiungimento di una vera e diffusa “integrazione”. Ma è altresì innegabile che in quei paesi si siano raggiunti importanti obbiettivi per quanto riguarda la sedentarizzazione e l’inserimento lavorativo in ambito industriale, come anche in fatto di scolarizzazione e partecipazione all’attività politica e sindacale[1]. Tutto questo non solo ad opera delle politiche governative, ma anche grazie all’associazionismo e all’attivismo rom che fiorirono nella prima metà del novecento e alla loro “entusiastica partecipazione”, come ebbe modo di dire Tito, alla lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale.

Il crollo dei sistemi socioeconomici del “socialismo reale” ha invece risospinto nel passato le popolazioni rom dell’Europa orientale. Private dei servizi pubblici basilari, espulse dal ciclo produttivo e dalla rappresentanza politica, sfrattate dalla speculazione edilizia, scacciate dal montare dei nazionalismi xenofobi, queste popolazioni sono state costrette all’emigrazione dalla crisi economica così come dalla disgregazione della Jugoslavia. Il riacutizzarsi della “questione rom”, quindi, è parte integrante del più vasto processo delle più recenti migrazioni internazionali. E il dibattito, se così lo si può chiamare, sorto in Italia in seguito ad alcuni fatti di cronaca nera imputabili ad immigrati rom, lo conferma con ogni evidenza. L’equivalenza nomadi = rom = rumeni = immigrati, diffusa, ad esempio, dai media italiani dopo l’omicidio Reggiani nell’ottobre del 2007 non rappresenta solo un chiaro tentativo di eccitare l’emotività della gente per colpire i rom, ma lo fa stabilendo, con una grezza schematizzazione, una linea di continuità tra loro e l’insieme dei lavoratori immigrati. Non a caso, di fronte al varo del decreto legge n.181/2007 che avrebbe reso immediatamente operative le espulsioni dei rom rumeni, la Lega ci tenne a precisare come:

“adesso tutti parlano di rom e rumeni, tutta l’attenzione è puntata lì. E si dimenticano che ci sono tutti gli altri immigrati, con tutti i problemi connessi. Non sono solo i rom a creare problemi in questo paese”[2].

Quasi a dire che il problema non sono i rom in sé, bensì i rom in quanto immigrati. Ed in effetti così è. L’inasprimento delle politiche nei loro confronti, l’aumento delle aggressioni contro di loro fino allo scatenamento di veri e propri pogrom, le disgustose campagne mediatiche di questi ultimi anni non possono essere comprese disgiuntamente dal processo di accentuazione delle discriminazioni e di vera e propria criminalizzazione nei confronti delle popolazioni immigrate. Del pari, le norme anti-rom, per quanto specifiche, non possono essere slegate dalla costruzione e dal consolidamento di un diritto differenziato e gerarchizzante per i lavoratori immigrati. I provvedimenti contro le popolazioni rom ne costituiscono anzi un elemento non secondario, dal momento che contribuiscono a rafforzare la segmentazione di fronte alla legge, e immancabilmente al mercato del lavoro, dell’insieme dei lavoratori immigrati. Continua a leggere I rom, il bersaglio più facile

La criminale politica anti-immigrati del governo Lega&Cinquestelle

1. Basta invasione! ululano da settimane Salvini e i suoi soci di governo nella più impudente delle disinformazioni di stato. Hanno fatto ricorso a questo grido sguaiato per impedire all’Aquarius di attraccare in un porto italiano. Invasione? Quale invasione? Da gennaio a fine di maggio di questo anno sono arrivati via mare in Italia poco più di 13.000 emigranti da Africa e Medio Oriente, il 78% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017. Questo grazie al mitico Minniti, ministro dell’interno del governo Gentiloni, e al suo patto con le gang di ascari torturatori della costa libica. Negli ultimi 45 anni, da quando l’Italia è diventata un paese di immigrazione, non c’è mai stato un movimento migratorio in entrata così ridotto.

2. Ma un’invasione c’è davvero: è l’invasione dell’Africa da parte delle imprese, delle banche, degli eserciti europei e occidentali, di stato e privati (chiedere alla neo-ministra grillina Trenta, lei se ne intende!). È proprio questa invasione che produce milioni di emigranti. Basta salire sull’Aquarius e vedere da quali paesi vengono gli uomini e le donne a bordo: Siria, Etiopia, Somalia e altri paesi dell’Africa sub-sahariana. Sulle navi attraccate in Italia negli ultimi mesi troviamo, oltre iracheni e afghani, persone in fuga dalla Nigeria, dal Niger, dal Mali, dall’Eritrea, etc. Molti di questi paesi sono stati devastati per decenni dalle armate della superiore civiltà euro-occidentale, altri (Etiopia ed Eritrea) sono riforniti di continuo di armi e di consiglieri, quelli italiani in prima fila, affinché si facciano guerra in eterno, a beneficio dei neo-colonialisti e dei loro caporali locali.

3. Gli sciami di cavallette con cui Geova atterrì gli egiziani, sono nulla se messi a confronto con le orde degli agenti del capitale globale che si sono avventati sul corpo dell’Africa.

Solo qualche esempio all’ingrosso.

In The Changing Wealth of Nations 2018, la Banca mondiale, non esattamente un ente anti-imperialista, ha tradotto in numeri l’impoverimento dell’Africa sub-sahariana (un tempo si chiamava l’Africa nera). Risultato: in questo grande insieme di paesi il “risparmio netto rettificato” è stato, tra il 1990 e il 2015, costantemente negativo (tra il 5 e il 10% annuo) per circa 100 miliardi di dollari l’anno. È avvenuto, cioè, un saccheggio pari a circa 2.500 miliardi di dollari. Continua a leggere La criminale politica anti-immigrati del governo Lega&Cinquestelle

Intorno all’Aquarius. Chi invade chi.

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[fonte: Radio Blackout]

Il cinico tira e molla intorno allo sbarco delle nave Aquarius, con più di seicento nufraghi a bordo, ha rilanciato il dibattito sull’immigrazione. A sinistra ci si limita a una gestione più umanitaria degli effetti dell’emigrazione (più accoglienza… ma anche più campi) mentre soltanto a destra si agita la questione delle cause, con uno degli slogan più ipocriti di tutti i tempi. Ma se piuttosto che inventarci fantomatici aiuti lasciassimo in pace l’Africa e Medio Oriente? Se la prima invasione non fosse quella del grande capitale Europeo?

Ascolta l’intervista a Pietro Basso (link sotto).

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“Lo stato c’è”… ed è dalla parte dei padroni!

La Cassazione ri-licenzia i 5 operai FCA di Pomigliano
SI Cobas nazionale

Nella giornata di ieri la Corte di Cassazione ha posto con ogni probabilità la pietra tombale sulla lunga battaglia di Mimmo, Massimo, Marco, Antonio e Roberto, licenziati nel giugno del 2014 per aver “osato” con una rappresentazione satirica denunciare e far luce sui suicidi dei cassintegrati Fiat e successivamente reintegrati a settembre 2016 allorquando la Corte d’Appello di Napoli, sancì l’illegittimità dei licenziamenti in nome del diritto di critica e di satira.

Non abbiamo mai nutrito particolari illusioni nella giustizia di Stato: la storia insegna da sempre che i Tribunali, soprattutto nei livelli più alti e nei gradi superiori di giudizio, nel migliore dei casi sono sensibili alle pressioni della classe dominante, nei casi peggiori (come in questa occasione) sono completamente proni ai padroni. I rapporti giuridici, da sempre, sono fondati sui rapporti di forza tra le classi, e in regime capitalistico quasi sempre gli operai hanno la possibilità di veder riconosciuti i loro diritti nelle aule di Tribunale solo quando l’azione legale è supportata da un’ampia mobilitazione operaia. In una fase storica che vede i padroni all’offensiva e gli operai in ritirata (soprattutto in FCA e nel comparto metalmeccanico) l’orientamento delle supreme corti tende sempre più ad appiattirsi alle esigenze del profitto e alla volontà dei padroni: non è un caso che negli ultimi anni le sentenze della Cassazione sono in stragrande maggioranza favorevoli alle aziende, non di rado ribaltando (come in questo caso) l’esito del giudizio d’appello.

La sentenza di ieri, dunque, provoca rabbia e delusione ma non desta particolare sorpresa. Casomai, ci aveva sorpreso, in positivo, la coraggiosa presa di posizione della Corte di Appello, che due anni fa con un’ampia e articolata disamina dei fatti, agendo in controtendenza, decise di anteporre il rispetto delle leggi e dell’articolo 21 della Costituzione alla “sacralità” del profitto e della proprietà privata… Ciò anche, crediamo, anche grazie alla testardaggine e all’abnegazione nostra e dei nostri compagni, che in un contesto nettamente sfavorevole (in quanto segnato da un clima di pace sociale senza precedenti all’interno degli stabilimenti), furono capaci di supplire all’assenza di mobilitazioni operaie col sostegno esterno dei facchini SI Cobas e la costruzione una fitta rete di solidarietà e di iniziative di denuncia e controinformazione: un “piano B” di lotta che evidentemente non poteva bastare a sconfiggere il “Golia Marchionne” e contrastare il peso politico della Fiat fin nelle aule dei più alti vertici del potere giudiziario. Continua a leggere “Lo stato c’è”… ed è dalla parte dei padroni!