Roger Waters : Israele è uno stato di apartheid (inglese, italiano, arabo)

Nei giorni in cui lo stato di Israele torna a usare brutale violenza contro i palestinesi a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee (oltre 200 i palestinesi feriti), e qui tutto tace, inclusa un'”estrema sinistra” sempre più amorfa e indifferente alla sorte delle popolazioni schiacciate dal tallone di ferro dell’imperialismo (salvo che si tratti dei curdi, ma – beninteso – sempre e solo nella misura in cui si può vantare, a torto o a ragione, contro i macellai alla Erdogan o alla Assad, una loro simpatia per le criminali democrazie occidentali che hanno assassinato il sogno curdo da più di un secolo), in questi giorni un famoso artista britannico, Roger Waters, ha preso la parola in un breve video per denunciare con rabbia l’apartheid israeliano, l’appoggio statunitense a Israele sempre e comunque incondizionato (per non parlare di quello dello stato italiano), e il silenzio di tomba intorno allo strisciante “genocidio” della popolazione palestinese, che egli contrappone alle proteste di un tempo contro l’apartheid sud-africano.

Che sia completa o incompleta la sua denuncia (di sicuro contiene l’elemento fondamentale), onore al merito!

Di seguito la traduzione dell’intervento

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Piacenza: un gruppo di iscritti alla CGIL contesta il proprio sindacato, e appoggia la lotta contro FedEx – TIR

Una buona nuova da Piacenza: una trentina di iscritti alla CGIL sconfessano il proprio sindacato.

Da Piacenza arriva una buona notizia: una trentina di iscritti alla CGIL (della “mozione Landini” – notabene) contestano dalla a alla zeta la posizione assunta dal loro sindacato nello scontro tra i facchini del SI Cobas e la multinazionale statunitense FedEx. Lo fanno con una lettera aperta, non nelle segrete stanze del sindacato dove la loro critica sarebbe stata soffocata. È un atto coraggioso e non deve passare sotto silenzio. Soprattutto per quello che i dissidenti dicono:

1)la CGIL deve cambiare rotta, e appoggiare i lavoratori della logistica che si stanno battendo contro la chiusura del magazzino di Piacenza, anziché attaccarli;

2)la CGIL deve riconoscere che “i SI Cobas hanno fatto il loro mestiere, con scioperi e picchetti” [un sindacato degno del suo nome fa questo -n.], e prendere posizione netta “contro la repressione poliziesca che ne è derivata, con arresti, divieti di dimora e revoche del permesso di soggiorno”;

3)la CGIL, di conseguenza, deve ritirare l’esposto contro i picchetti del SI Cobas che ha fatto agli organi repressivi dello stato;

4)la CGIL deve incontrarsi con il SI Cobas per ricomporre il conflitto tra le due organizzazioni sindacali, per “unire il fronte dei lavoratori” contro FedEx, impedendo al padrone di portare avanti le sue manovre di divisione.

Auguriamo a queste compagne e compagni che la loro sortita sia raccolta dal più gran numero di iscritti alla CGIL, e ottenga davvero un cambio di rotta. Anche se su questa seconda cosa nutriamo forti dubbi, data la dura risposta, quasi una minaccia, arrivata a stretto giro dalla segreteria del sindacato: “Risponderemo alle richieste a tempo debito e nelle sedi opportune”. Ci auguriamo che non demordano dalla loro iniziativa, perché è il miglior contributo che possano dare a quell’unità del fronte di classe contro il fronte padronale a cui mostrano di tenere quanto noi.

Due parole in più, invece, sulle polemiche sorte intorno alla protesta dei lavoratori del SI Cobas davanti alle sedi della CGIL di Piacenza e di Bologna. Piovvero critiche, in certi casi sull’iniziativa in sé (non si manifesta contro altri sindacati), in altri casi sui toni “esagerati” o “eccessivi”. Alla base di queste critiche ci sono due radicali errori politici.

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“La posta in gioco…” – siamo già alla prima ristampa

Con nostra sorpresa, siamo già alla prima ristampa del Quaderno del “Cuneo rosso” dedicato alla condizione delle donne e alla lotta delle donne nel mondo – intendiamo (come è ovvio): la stragrande maggioranza delle donne, operaie, proletarie, casalinghe, salariate o contadine povere.

Dai rimandi finora ricevuti, interpretiamo la cosa in questo modo: era tempo che venisse fatto un primo tentativo di inquadrare quella che oggi viene definita “la questione di genere” in un’ottica anticapitalista rivoluzionaria, come questione specifica che, però, non sta a sé. E come questione di prima importanza, non accessoria e marginale, nella lotta al sistema sociale capitalistico. Forse è piaciuto anche che questo primo tentativo, tale lo consideriamo, si sforzasse di rispondere ai più urgenti interrogativi sindacali, sociali e politici che si pongono su questo terreno.

Come rispondere all’attacco alle donne messo in atto in occasione della pandemia? Come difendersi dalla minaccia alla salute, dai futuri licenziamenti, dalla disoccupazione cronica, dalla povertà incombente, dall’isolamento portato dallo smart working, dal superlavoro che caratterizza il “nuovo modello” di casalinga, sulle cui spalle si scarica il lavoro di cura e di riproduzione sociale sempre meno sostenuto dallo stato e sempre più affiancato al lavoro precario e sottopagato? Come combattere la violenza individuale, forma parcellizzata di repressione dell’autonomia delle donne, e quella di stato che reprime le lotte e nega le possibilità di aggregazione? Come mettere fine alla mercificazione del corpo delle donne nelle forme inedite ed estreme in cui si manifesta oggi? Come contrastare l’attacco alle conquiste delle precedenti ondate del movimento femminista? Come affrontare l’aggressione alla natura e le minacce di nuove guerre ai popoli del sud del mondo, che spesso si spaccia per difesa dei diritti delle donne? 

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Al fianco del popolo della Colombia in rivolta – Laboratorio politico Iskra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa presa di posizione del Laboratorio politico Iskra di solidarietà con il grande movimento di lotta che sommuove dal 28 aprile l’intera Colombia, un movimento nato dal rifiuto della “riforma fiscale” anti-proletaria e anti-popolare varata dal governo Duque. Così dopo Haiti, Sudan, Zimbabwe, Libano, Ecuador (e parliamo solo degli ultimi due anni e mezzo), anche in Colombia una monumentale protesta di massa con decine e decine di assassinati, centinaia di arresti e desparecidos per mano di polizia, esercito e dagli squadroni della morte (addestrati da Israele, Stati Uniti e Regno Unito), è nata sul terreno fiscale. La “riforma” Duque, infatti, prevedeva, oltre un modesto incremento delle imposte dirette sui ceti medi ed un insignificante 1% di imposta aggiuntiva (provvisoria) sui più ricchi, una rilevante crescita dell’Iva sui servizi pubblici essenziali (acqua, energia elettrica, gas, telefoni), sui servizi funerari e altri ancora, finora esenti da imposta, e su beni di prima necessità, come ad esempio alcuni beni alimentari.

Questo in un paese in cui la crisi pandemica ha portato ad un incremento devastante della povertà – secondo le stesse stime ufficiali nell’ultimo anno sono cadute in povertà, ogni giorno, 10.000 persone, mentre il settore finanziario continua a rimanere, di fatto, esentasse, dal momento che, grazie alle esenzioni di cui gode, nel 2020 ha pagato imposte pari all’1,9% dei suoi profitti. La “riforma” è stata varata dal governo Duque in nome della necessità di ridurre il debito di stato, e malamente giustificata con la foglia di fico di “aiutare i più deprivati”, proprio i più dimenticati dal mercato e dal governo. A proclamare la protesta, che ha investito 500 centri urbani e ha visto manifestazioni di sostegno all’estero da parte degli emigrati colombiani in Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Canada, Svezia e Svizzera (davanti al palazzo dell’Onu), è stato il Comando nazionale unitario composto da diverse organizzazioni sindacali.

In un nostro documento avevamo già segnalato la funzione di innesco di grandi rivolte anti-governative di masse di oppressi e di sfruttati svolto da alcuni provvedimenti fiscali, legandolo strettamente all’esponenziale ingigantimento del proprio debito a cui molti stati debbono far fronte – e ne riportiamo un passaggio in coda al testo del Laboratorio politico Iskra. Davanti ad avvenimenti di questa portata, verificatisi tra l’altro – in differenti forme e proporzioni – anche a due passi dall’Italia con il movimento dei gilets jaunes francesi innescato da una doppia decisione di Macron in materia fiscale (una a favore dei più ricchi, l’abolizione dell’ISF, l’altra a danno della massa dei salariati e degli artigiani); davanti alla quotidiana manovra politica della classe capitalistica in questa materia, mirata ad antagonizzare proletari e ceti medi, così da poter impunemente bastonare i primi e tosare i secondi; chi non riesce a capire la crescente importanza politica della questione fiscale e il carattere classista della rivendicazione della “Million tax” qui rivendicata dai compagni di Iskra, è un caso disperato di fessaggine.

AL FIANCO DELLE LOTTE IN COLOMBIA E CON MARIO NEL CUORE:

NON PAGHEREMO LA VOSTRA CRISI

In Colombia il governo Duque vara pacchetti di riforme neoliberiste sin dall’inizio del suo incarico.

Contro queste riforme si sono mosse centinaia di migliaia di persone, inizialmente student@ e indigen@ (soprattutto donne), fino ad arrivare alle imponenti manifestazioni di questi mesi e del 1 Maggio.

Ai morti degli anni precedenti se ne sono aggiunti 21 solo nelle ultime ore in particolare nel massacro di Calì, con oltre 100 feriti e 650 arresti durante gli scioperi.

L’ultima riforma di Duque vorrebbe usare la formula della solidarietà sostenibile per modificare il regime fiscale al fine di far pagare il debito contratto dal governo (6,5 mld di dollari) per affrontare la pandemia alle classi popolari.

Dopo questa dura lotta il governo ha ritirato la riforma, ribadendo però la necessità di una modifica della pressione fiscale e cercando il sostegno di altre forze politiche.

L’83% dei colombian@ sostiene lo sciopero e la protesta, che non si fermerà a questa prima e importante vittoria.

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Roma, 4 maggio: un martedì da leoni presso i palazzi del potere romani – SI Cobas

UN MARTEDI’ DA LEONI: DAL NAZARENO OCCUPATO PARTE IL NOSTRO ULTIMATUM A ORLANDO E GIORGETTI!

Note sulla giornata di mobilitazione del 4 maggio presso i palazzi del potere romani.

In uno dei nostri primi comunicati all’indomani della chiusura dell’hub Fedex di Piacenza dichiarammo che se i padroni americani intendevano muovere guerra al SI Cobas, tale guerra sarebbe stata per loro molto lunga, dura, irta di insidie e estremamente svantaggiosa.

In quasi un mese e mezzo di lotta, Fedex sta toccando con mano che la nostra non era una semplice enunciazione, bensì un dato di fatto che si materializza quotidianamente sotto i loro occhi.

Nella mattinata di ieri, a seguito della persistente resistenza dei padroni ad aprire un tavolo di trattativa col SI Cobas sui destini di Piacenza e di tutta la filiera nazionale, a fronte dell’utilizzo spudorato dei sindacati di stato Cgil-Cisl-Uil come teste d’ariete per sopprimere la nostra organizzazione e, con essa, la libertà di iniziativa sindacale in Fedex, e all’indomani dell’ennesimo attacco repressivo contro gli operai in lotta con almeno 15 fogli di via dal comune di Peschiera Borromeo, avevamo indetto una manifestazione a Montecitorio per esigere l’apertura immediata di un tavolo permanente col governo e i ministeri competenti dopo che il precedente incontro informale con i funzionari del ministero del lavoro (svoltosi a seguito del presidio a Roma di metà aprile) non aveva dato esito alcuno.

Nel pomeriggio di lunedì la Questura di Roma ci ha comunicato il divieto di piazza Montecitorio, a loro dire giustificata da una concomitante manifestazione nello stesso luogo e alla stessa ora, concedendo solo un presidio statico fuori alla sede dei ministeri di via Molise.

Oramai stanchi delle continue prese in giro delle istituzioni, tanto brave e solerti a reprimere gli operai in sciopero quanto silenziose e complici nell’affrontare l’emergenza di 280 famiglie buttate per strada dalla sera alla mattina, i lavoratori Fedex si sono ancora una volta autorganizzati e, appena giunti a Roma, hanno puntato dritti verso la sede nazionale del PD del Nazareno, occupandola per più di un’ora e strappando, ancora una volta con le loro forze e col sostegno del SI Cobas, un incontro immediato col ministro del lavoro Orlando.

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