Sassi nello stagno. Il n. 2 del Cuneo rosso

no future new future

Lo scorso novembre è uscito il n. 2 del Cuneo rosso, Crisi globale e scontro di classe in Europa. La redazione del Cuneo in queste settimane sta presentando il n. 2 in giro per l’Italia, in assemblee che saranno di volta in volta segnalate in questo blog. Qui potete trovare una presentazione sintetica della rivista, e di seguito la Prefazione al n. 2.

Qualche sasso nello stagno
In questo secondo numero de “ilcuneorosso” ci occupiamo di Europa e di Italia, del capitalismo europeo e italiano, e soprattutto dei proletari europei e italiani, delle loro condizioni, delle loro lotte (o non lotte), delle sfide che hanno, che abbiamo davanti.

Il dato obbligato da cui partire è la grande crisi in cui Europa e Italia sono precipitate. Proviamo qui a comprenderne le radici, le caratteristiche, le prospettive. E a fare i conti con la fine di un’epoca, l’epoca del “compromesso sociale” del secondo dopoguerra.
In Europa e in Italia, giorno dopo giorno, si sta intensificando la guerra di classe.
Guerra di classe, non la “normale” lotta di classe, perché il progressivo inasprimento del conflitto sociale in atto è già arrivato in una serie di paesi e di aspetti, a livelli di durezza sconosciuti da decenni, e promette di superarli. Per ora questa guerra è condotta prevalentemente dall’alto: dai capitalisti, dai loro governi, dai loro stati contro i proletari. Davanti all’asprezza dello scontro, i proletari più “stabili” recalcitrano a scendere in campo per l’illusione, non ancora morta, di poter limitare i danni con qualche amaro sacrificio, per poi tornare a stare meglio. I più giovani e precari, invece, sono per ora troppo assorbiti dalla fatica di sopravvivere e troppo atomizzati per riuscire ad occuparsi collettivamente della risposta di lotta da dare. Sul ring sembra esserci al momento un solo pugile, libero di pestare il remissivo avversario, ad un passo dal k.o. per manifesta inferiorità.

È davvero così?

Sfidando l’evidenza immediata che ci dà sicuri perdenti, crediamo di no.

Nel n. 1 di questa rivista abbiamo salutato nella grande Intifada araba del 2011-2012 il primo segno di una riscossa planetaria degli sfruttati “comandata” dallo scoppio della crisi. Il fatto che questa sollevazione sia stata isolata, schiacciata nel sangue, dispersa, deviata, non ci fa cambiare opinione. Dimostra, semmai, che chi di dovere l’ha presa molto sul serio. La “santa alleanza” reazionaria che va, ognuno nel suo ruolo, dal comandante in capo Obama all’ufficiale di complemento Assad, ha per ora riportato la vittoria. Ma è una vittoria più fragile di quanto appaia perché i vincitori non hanno potuto, né possono rimuovere le cause di fondo delle sollevazioni di massa; le hanno, semmai, acutizzate.
Irrisolta non è solo la situazione dell’Africa araba e del Medio Oriente, come è evidente dal nuovo massacro compiuto da Israele a Gaza, dai bombardamenti NATO su Siria e Iraq, dal nuovo pugno di ferro militare in Egitto. Irrisolta nel suo insieme è la crisi, che ha sempre più i tratti di una grande crisi globale, di una crisi storica del modo di produzione e del sistema sociale capitalistico. Infatti, pur disponendo all’oggi di un potere semi-assoluto, i poteri capitalistici globali non sanno dare all’umanità una prospettiva diversa dall’immane caos che avvolge il mondo intero, un caos dagli sviluppi quanto mai oscuri. È anzitutto questo che rende il match aperto. Sono gli antagonismi capitalistici ad evocare la necessità, l’urgenza di un “altro mondo” finalmente libero dalla meschina dittatura del profitto, e a richiamare in campo la nostra causa, la causa della rivoluzione sociale anti-capitalista, del comunismo.
Tracciare anche solo uno schizzo completo dei problemi e dei compiti sul tappeto è del tutto fuori dalla portata delle nostre esigue forze. Ma abbiamo voluto egualmente lanciare qualche sasso nello stagno perché il dibattito sulla situazione attuale, sulle prospettive e sul da farsi langue. E abbiamo l’impressione che molti/e compagni/e o potenziali tali sottovalutino, e molto, il momento.

Andiamo per punti.

1. La crisi in cui Europa e Italia sono immerse non è una crisi europea o italiana: è la prima grande crisi del capitalismo compiutamente globalizzato. Nessun’altra crisi precedente, neppure quella del 1929, ha avuto lo stesso livello di effettiva globalità. Per questo ogni analisi dell’attuale congiuntura italiana-europea che astrae dal contesto mondiale come se fossimo ancora al tempo delle “economie nazionali chiuse” (ammesso che questo tempo sia mai esistito), è inadeguata e fuorviante. Nella diagnosi quanto nella prognosi. Non esistono soluzioni “italiane” o “europee” della crisi dell’Italia e dell’Europa. Chi le va spacciando, racconta frottole.

2. Alla crisi globale dell’accumulazione capitalistica, del rapporto capitale-lavoro, una crisi della produzione prima che della finanza, si intreccia una crisi ecologica, una crisi profonda del rapporto capitale-natura, che ne accresce l’impatto dirompente alla scala mondiale.
C’è ancora chi si attarda a credere che la crisi ecologica sia stata confezionata ad arte con abili battage propagandistici solo per spianare la strada al “capitalismo verde” degli affaristi tipo Al Gore o eredi Rockfeller, e alla “decrescita felice” dei tromboni sfiatati alla Latouche. Una caterva di fatti mostra, invece, che il saccheggio capitalistico delle energie vitali della natura non umana, parallelo e combinato con quello del lavoro vivo, è arrivato negli ultimi decenni a intaccare l’ecosistema e la sua riproduzione. Il capitalismo globale dei nostri giorni prospera solo annientando la bio-diversità, rubando terra, fibre, legname, ossigeno, minerali, gas alle generazioni del futuro, inquinando suoli, mari, atmosfera, rovinando la vita di intere popolazioni con eventi traumatici sempre più frequenti e diffusi. È per questo che la natura non umana ha preso a urlare contro il capitale, e chiama ad unire strettamente coscienza di classe e coscienza di specie, come già Marx aveva preconizzato.

3. Alla crisi economica ed ecologica si interseca e si sovrappone un’altra, non meno grande, crisi politica che viene da lontano, quella dell’egemonia yankee-europea sul globo. Per quanto anarchico e non pianificabile sia, il capitalismo si è diffuso in tutto il mondo a partire dal XV secolo anche per l’azione di poteri statuali che hanno agito, nelle diverse fasi storiche, da avanguardie e “guide” di questa diffusione. E la cui funzione è diventata nel tempo ancor più determinante, se possibile, per salvaguardare il sistema sociale capitalistico dalle sue stesse contraddizioni.
Nel ventesimo secolo, attraverso rivoluzioni tecniche, contro-rivoluzioni sociali e politiche, guerre e distruzioni di ogni tipo, hanno assunto questo ruolo dominante – insieme con i loro partners europei e nipponici – gli Stati Uniti, diventando il motore dell’accumulazione mondiale, il centro direttivo della finanza e della speculazione finanziaria, la fucina dei pensieri da pensare, il gendarme dell’ordine capitalistico in ogni angolo del globo. Questa egemonia è ora contestata da più parti e traballante. L’epicentro della crisi del 2008-2009 è stato proprio a Wall Street: lo sanno bene a Rio de Janeiro e Istanbul, come a Mosca e a Shanghai. E nulla più della violentissima reazione ai segni del declino yankee da parte della “moderata” banda di Obama, dà un’idea di cosa si va preparando.

4. A sei-sette anni dal suo inizio, la crisi non è affatto superata. Ciò mostra quanto fosse banale immaginare che i Brics avrebbero potuto “sostituire” le economie occidentali nel fare da traino per l’economia mondiale. Lentamente, inesorabilmente, la recessione, la stagnazione, le effimere riprese dei paesi occidentali si stanno ripercuotendo sui Brics, facendo venire allo scoperto i punti di maggiore criticità del loro sviluppo, in particolare per la Cina dei miracoli.
I capitali globali stanno reagendo con furia a questo impantamento nella crisi allo scopo di venirne fuori al più presto. Intensificano lo sfruttamento del lavoro. Intensificano l’aggressione alla natura. Ricercano spasmodicamente nuovi campi di investimento. E come in ogni grande crisi, questi sforzi e queste convulsioni acuiscono lo scontro inter-capitalistico, perché ciascuno cerca di scaricare altrove i maggiori costi e i maggiori pericoli per l’ordine sociale.

5. Così, se nel 2008-2009 fu coniata (da N. Ferguson) la formula “economia di guerra in tempi non di guerra”, nel 2013-2014 la formula ricorrente è quella di una nuova “guerra fredda”. Non proprio fredda, come provano gli eventi di Ucraina e di Gaza, per tacere dell’Iraq, della Libia, della Somalia. Mentre Renzi e i suoi/le sue portaborse si sforzano di seminare fatui ottimismi evocando vie di sviluppo che scompaiono dalla vista prima ancora di essere identificate, si comincia a toccare con mano che stiamo entrando in un’epoca di ferro e di fuoco. Lo sperimentano da anni gli sfruttati e gli oppressi del mondo arabo e ‘islamico’, dall’Iraq all’Egitto, dall’Afghanistan alla Siria, bersagli di guerre e spietate repressioni da parte dei paesi imperialisti e dei propri regimi, uniti nel tentare di soffocare con ogni mezzo le loro sollevazioni e le loro aspirazioni. Lo vivono sulla propria carne milioni di africani, brutalizzati dal Sudan al Mali, dal Congo al Sud Africa, dai nuovi assalti colonialisti euro-statunitensi al continente nero.

6. E in Italia e in Europa come vanno le cose?
I poteri forti del capitalismo europeo e italiano sono coscienti della gravità e complessità della crisi. Assai più coscienti di noi e dei nostri. Avvertono di essere stretti tra l’aggressiva risposta degli Stati Uniti al proprio declino e la marcia in ascesa dei “nuovi” capitalismi. Avvertono quanto è arduo per il sistema capitalistico nel suo insieme uscire con mezzi ordinari da questo marasma.
I margini per un rilancio in grande stile dell’accumulazione del capitale, non solo di quello europeo, si sono molto ristretti, mentre stanno crescendo in modo difficilmente contenibile le aspettative dei proletari del Sud del mondo. Per questo hanno messo in preventivo due, tre decenni almeno di feroci politiche e prassi organizzative anti-operaie e l’impoverimento di decine di milioni di salariati (o aspiranti al salario). Per questo hanno preteso di inserire nelle costituzioni la parità del bilancio statale, e non hanno esitato a spazzare via governi e ministri recalcitranti a fare quello che si deve fare nei tempi in cui lo si deve fare. E per questa stessa ragione smaniano e brigano per mettere mano a nuove “imprese” coloniali che assicurino materie prime e forza-lavoro a prezzi stracciati, aree di influenza e mercati di sbocco per le proprie merci e i propri capitali.

7. Davanti a un tale corso dell’economia e della politica mondiale i/le proletari/proletarie dell’Italia e dell’Europa occidentale sembrano disorientati e impauriti. Indifferenti alle vicende che sconvolgono l’esistenza di moltitudini di loro compagni di classe del Sud del mondo e dell’Est Europa, nutrono la speranza, neppure troppo segreta, di evitare di passare attraverso sconvolgimenti di tipo jugoslavo o egiziano, facendo blocco unico con le “loro” imprese e i “loro” stati, e scaricando i maggiori costi della crisi altrove e su altri (gli immigrati, a esempio).
È questo il brillante risultato di decenni di (dis)educazione dei lavoratori più combattivi da parte dei partiti stalinisti e socialdemocratici, e delle organizzazioni sindacali ad essi collegate, che hanno sempre più a fondo “nazionalizzato” i proletari europei, imbevendoli del primato degli interessi nazionali anche quando li incitavano alla lotta contro le forze più reazionarie. Dopo questo lungo processo di (dis)educazione, è stato relativamente agevole per le forze del neo-liberismo procedere oltre, verso la aziendalizzazione dei lavoratori e delle loro “vertenze”, e operare al contempo una semina intensiva di occidentalismo razzistoide e di individualismo disgregatore con l’entusiastico, servile aiuto, nel campo della “sinistra”, dei “nuovi laburisti” alla Blair o alla Renzi.
La stessa affiliazione alla “destra sociale” di tanti proletari è da mettere in conto a questo processo. Non è una novità del 2014, ma anche le ultime elezioni europee hanno messo in luce che ampi settori di proletariato autoctono, e perfino alcune frange di immigrati, si lasciano oggi (dis)orientare dalla demagogia xenofoba e razzista di formazioni come il Front national della Le Pen, l’Ukip di Farage in Gran Bretagna, la Lega e il limaccioso Movimento di Grillo-Casaleggio in Italia, Alba dorata in Grecia, e l’ampia gamma di movimenti neo-fascisti/neo-nazisti nell’Est Europa sul tipo dell’ungherese Jobbik, e così via.
Dobbiamo prendere atto, quindi, del fatto che le menti di molti proletari sono piene di spazzatura anti-proletaria. Bisognerà ripulirsi da tutta questa merda, e potrà farlo solo un grande, potentissimo risveglio delle lotte che dovrà rigenerare sia il modo di pensare che l’organizzazione di classe del lavoro salariato.
Finora le risposte di lotta non sono mancate. In Grecia, un vero e proprio laboratorio europeo e internazionale delle politiche anti-proletarie, c’è da anni una tenace resistenza ai propri governi e alla Trojka. In Spagna, in Portogallo, in Islanda, in Belgio ed anche in Francia, Gran Bretagna, Italia ci sono state, talvolta molto affollate, manifestazioni contro le politiche di “austerità”. Singoli settori di lavoratori sono stati capaci di lotte tenaci (i ferrovieri in Germania e in Francia, i facchini della logistica in Italia). All’Est, in Romania, Bulgaria, Slovenia, Bosnia le reazioni sono state anche più energiche. Ma ad oggi in tutte e tre le Europe (Nord, Sud, Est) di cui si compone e in cui si scompone l’Europa, le risposte dei lavoratori e dei giovani senza futuro sono state nell’insieme molto inferiori alle necessità, e sono rimaste quasi sempre non comunicanti tra loro, isolate le une dalle altre.
Non è questione solo di quantità dei conflitti. Non c’è solo un (relativo) silenzio delle lotte. C’è nei proletari un ancor più pesante silenzio di teoria, una mancanza di autonomia dal pensiero dominante che vanno assolutamente superati. Per farlo è essenziale il recupero della tradizione del movimento proletario, oggi quasi dimenticata. La concezione del mondo, della storia, della liberazione di tutti e di ciascuno/a propria della classe lavoratrice va rivendicata e riconquistata sulla base di un bilancio critico dell’esperienza passata. Senza feticismi e coazioni a ripetere, perché non si tratta di rieditare il passato, ma di aprire la strada al futuro, facendo fronte ai nuovi scenari, ai nuovi scontri, ai nuovi compiti. E facendo attenzione agli apporti che alla lotta anti-capitalista stanno dando e daranno dei movimenti popolari tanto nel Sud quanto nel Nord del mondo.
Del resto, non si scappa: se non vogliamo farci triturate dalle ruote dentate del mercato mondiale e dalle politiche anti-crisi giustificate in nome del pagamento del debito di stato; se non vogliamo farci trascinare in una ulteriore, tragica sequenza di guerre anti-proletarie; noi proletari, “stabili”, precari o disoccupati che sia, siamo obbligati anche in Europa e in Italia ad accettare lo scontro aperto con i nemici di classe che ci aggrediscono su tutti i piani e a spezzare tutti i vincoli con cui ci stanno immobilizzando le forze politiche e sindacali di una “sinistra” sempre più prona ai diktat del capitale. Non ci sono alternative a ciò, né facili e dannose scorciatoie.

8. Tale è, secondo noi, l’abbandono dell’euro che una certa destra e, con crescente insistenza, una certa sinistra “radicale” propongono ai lavoratori dei paesi del Sud Europa come la soluzione di tutti i problemi. Questa proposta è basata su un’analisi fasulla e mette capo a una diagnosi pericolosa.
È fasulla l’analisi su cui si basa perché la crisi in cui l’Europa (tutta l’Europa) sta progressivamente affondando non è una crisi essenzialmente monetaria, né – come detto – una crisi solo europea. Quella scoppiata alla fine del 2007, e tuttora insuperata, è una grande crisi del capitale a livello globale il cui epicentro è stato ed è, ancora una volta, nella produzione di valore e di plusvalore, è una crisi del sistema, più che nel sistema.
È pericolosa la diagnosi, perché ciò di cui i lavoratori europei e italiani, autoctoni e immigrati insieme, hanno bisogno non è certo un ulteriore incitamento alla competizione e al conflitto con i proletari di altre nazioni o gruppi di nazioni, un ulteriore incentivo alla ricerca di illusorie vie nazionali alla fuoriuscita dalla crisi capitalistica, un’ulteriore razione di veleni nazionalisti o social-nazionalisti che ne sbrindellerebbero ancor più le fila. È, tutto al contrario, un immenso sforzo collettivo, combinato, internazionalista per difendersi insieme, in unità con gli sfruttati del Sud del mondo, dagli assalti scatenati dal comune nemico di classe, il grande capitale europeo e globale, e, in prospettiva, lanciare la propria controffensiva per “fuoriuscire” dal capitalismo.

9. Al momento la prospettiva di “fuoriuscire dal capitalismo” per incamminarsi verso il socialismo e il comunismo appare quasi impronunciabile, priva di significato, o è perfino gravata di significati negativi. Ma il sistema sociale capitalistico sta facendo il possibile e l’impossibile per delegittimare sé stesso, perché si riapra “il discorso” sulla necessità di un’alternativa al suo declino, a questa vera e propria crisi di civiltà. Di questo al fondo si tratta, e di questo vogliamo discutere qui, in stretto legame tra difensiva e offensiva di classe.
Lo faremo a partire da alcune questioni politiche cruciali che abbiamo dinanzi in Italia e in Europa: l’annullamento del debito di stato; la fuoriuscita volontaria dall’euro; la lotta all’incremento dello sfruttamento, al taglio del welfare, all’impoverimento, alla repressione dei conflitti e degli organismi operai e popolari; il contrasto alla distruzione dell’ecosistema; la lotta all’individualismo, alla logica della competitività, e a tutto ciò che il neo-liberismo e la sua variante italiana, il berlusconismo, hanno rappresentato; l’opposizione militante alle guerre di rapina in cui Italia e Europa sono impegnate; la questione – riproposta in varie salse – del governo delle sinistre; la questione di come aiutare la rigenerazione, la rinascita del movimento e dell’organizzazione politica di classe.
Lo faremo in polemica frontale con i poteri costituiti per i quali il decrepito meccanismo che si è inceppato va rimesso in moto a tutti i costi, e con gli eredi dei partiti stalinisti e socialdemocratici più che mai determinati a difendere anch’essi, con ogni mezzo e ogni possibile menzogna, il sistema capitalistico come la forma finale, non oltrepassabile, della evoluzione sociale.
Ma dovremo polemizzare anche con quanti all’interno dei movimenti di lotta, proprio mentre si afflosciano l’una dopo l’altra le prospettive di “riforma” del capitalismo, non sanno fare di meglio che raccogliere le bandiere da loro abbandonate dal meritatissimo fango in cui sono cadute. Secondo certi critici di sinistra della fu-sinistra, infatti, il massimo traguardo a cui sarebbe “realistico” aspirare è un capitalismo keynesiano, più “equo”, più “sociale”, più “rispettoso delle sovranità nazionali”, con i “fronti delle sinistre” a fare da stelle polari.
A questo genere di prospettive opponiamo non la logica desiderante, individualistica del “tutto e subito, altrimenti non ci stiamo”, ma la logica della riaccumulazione delle forze della classe a partire dalle difficoltà del momento presente, dalle urgenze di una coerente battaglia difensiva, in totale indipendenza dalle formazione politiche e dalle ideologie borghesi.
Abbiamo alle spalle un seguito di dure sconfitte e di arretramenti. In certo senso, come movimento proletario, ripartiamo da zero. Questo stato delle cose, dovuto assai più alla forza del capitale che ai nostri evidentissimi limiti ed errori, va accettato stoicamente. Nonostante questo enorme vantaggio, però, i super-capitalisti globali e i loro tirapiedi non dormono sonni tranquilli. Anzi per loro l’attuale situazione è molto imbarazzante e densa di pericoli. Dopo l’impressionante seguito di vittorie, vere o presunte, degli ultimi decenni, rimasti padroni del campo, hanno precipitato il mondo in un caos senza precedenti nel quale stentano loro stessi a raccapezzarsi.

10. Qualche compagno vede in ciò la prova del totale auto-disfacimento definitivo dell’economia e della società del capitale. Il capitalismo sarebbe ormai (e perfino da molto tempo) uno zombie che ha ancora solo pochi passi da compiere prima di stramazzare definitivamente al suolo da sé. Se ci mettiamo tranquilli sulla riva del fiume, un buon fiasco di rosso accanto, ne vedremo passare (più o meno a breve) il cadavere, pronti a sbronzarci all’occasione. Magari andasse così! La decadenza del capitalismo in quanto modo di produzione e riproduzione della vita materiale e spirituale, in quanto civiltà, è evidente da tempo, ma il capitale sta vendendo e venderà carissima la sua pellaccia. Alle strette, preferirà con illimitato cinismo “circondarsi di tombe”, per usare l’espressione di Gobineau: guardiamo agli eventi d’Iraq 1990-2014 o a quelli di Palestina 1988-2014. Cercherà di risospingere i suoi avversari all’”età della pietra” anche a prezzo della rovina generale – fu questa la minaccia del ministro degli esteri statunitense Baker al popolo iracheno, ed è stata mantenuta.

La grande sfida che la crisi del capitalismo e le politiche anti-crisi ci lanciano va accettata. Bisogna scrollarsi di dosso disorientamento, paura, sfiducia, e accettare lo scontro aperto con i super-poteri che in Italia e in Europa soffocano la nostra esistenza. Da questo scontro, in questo scontro, nascerà un nuovo movimento proletario capace di far diventare realtà l’unità dei proletari di tutto il mondo, capace di chiudere l’epoca del capitale e aprire una nuova epoca, l’epoca della “società di liberi ed eguali”. Questa è la nostra certezza. Pazienza, se oggi appare una visione.

novembre 2014

Clicca qui per la Prefazione formato .pdf. Per altre informazioni sul n. 2, leggi l’intervista fatta a un redattore del Cuneo da Lotta di classe, periodico dell’Unione sindacale italiana (anche in Il pane e le rose).

Info & contatti, anche per ricevere il n. 2 del Cuneo rosso: com.internazionalista@gmail.com

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