Non chiamiamoli migranti

hhhSegnaliamo questo bel testo di «senza tregua», poiché abbiamo visto che spesso e volentieri anche molt* compagn* usano il termine «migrante/i», che non appartiene alla cultura e alla lingua di classe, ma a quella di Stato e del negrismo (vedi Sandro Mezzadra, «il manifesto», e C.), congiuntamente sebbene per ragioni diverse.

Nel primo caso il termine migrante si addice al ‘sogno’ (irrealizzabile) degli Stati europei (del capitale europeo) di avere a disposizione forza di lavoro immigrata giusto per il tempo strettamente necessario ad assolvere a dati bisogni di accumulazione (o di servizi), per poi rinviarla ‘a casa’ senza problemi, salvo poi richiamarla all’occorrenza. Forza-lavoro di riserva, usa e getta, ed, eventualmente, recupera dai rifiuti.

Nel secondo caso si usa in modo ossessivo il termine migrante perché le migrazioni sono ‘rilette’ in chiave liberale, individualista-volontarista, come atti (individuali) di libertà, di libera espressione della propria volontà, la libertà/volontà di migrare (dove il ‘migrare’ è quasi un sinonimo di viaggiare). Una piramidale cazzata, che oscura il carattere coatto delle migrazioni e la violenza (economica ed extra-economica) del capitalismo.

In realtà, non si è mai migranti, ma sempre emigranti, perché:

1) non si viene dal nulla (né, peraltro, si va verso il nulla);

2 ) sempre e comunque si è stati strappati dalle ‘proprie’ terre di nascita da fattori coercitivi. Per noi marxisti, a cominciare da Marx ed Engels, le migrazioni sono sempre emigrazioni forzate. Per noi non esiste, nel contesto del capitalismo, il «diritto» di migrare, non più – almeno – di quanto esista il «diritto» di lavorare – bensì, date certe circostanze obiettive, il dovere di emigrare. Ha ragione, quindi, il testo di ‘senza tregua’: in quella e è contenuta tutta la violenza di un processo storico-sociale dovuto al capitalismo, al colonialismo capitalistico, all’imperialismo. E la soppressione di quella ‘e’ – al di là delle intenzioni, è ovvio – fa cadere appunto il richiamo di quella violenza.

Dice Sayad, che marxista non è ma mezzo materialista sì: non esistono migranti, ma solo emigrati e immigrati. Perché l’emigrato/a cerca quasi sempre, checché ne dica egli stesso/a, una nuova terra in cui mettere radici. I 3/4 almeno delle migrazioni contemporanee (forse anche di più) sono migrazioni d-e-f-i-n-i-t-i-v-e, di contro al modello capitalista/imperialista dominante che sogna e cerca di far ritornare il modello gastarbeiter (lavoratore solo temporaneamente ospite del paese in cui è emigrato). Ragion per cui potremmo definire le politiche migratori degli stati europei delle politiche finalizzate a trasformare gli emigranti-immigrati in migranti. Eppure, è curioso, sfugge la natura di stato di questo linguaggio, e della sostanza di classe che ad esso sottostà. Nessuno chiamerebbe i proletari o i salariati «collaboratori», come prescrive la moderna teoria dell’organizzazione aziendale con il suo linguaggio orwelliano, ma la gran parte dei compagni parla di ‘migranti’ senza minimamente pensare alla quantità di ideologia (assolutamente non nostra) contenuta in questa‘parolina’.

Segue il testo di «senza tregua»

Gli uccelli migrano a primavera e in autunno. Migrano anche le balene, gli gnu, le antilopi, le zebre, e i salmoni per riprodursi. Lo fanno da sempre, è la loro natura. Le migliaia di donne e uomini, con figli al seguito, che quest’estate stanno scappando dai loro paesi, imbarcandosi su navi di fortuna o percorrendo chilometri a piedi lungo le frontiere del nostro continente non lo fanno per natura. Scappano da una condizione di miseria, di fame, di guerra, che ha precise responsabilità nel modo di produzione capitalistico, nel potere indiscusso dei monopoli transnazionali, nell’attività dei paesi imperialisti che impongono regimi politici favorevoli al potere economico dei grandi monopoli, anche attraverso la guerra e il terrorismo. Solo perbenisti e benpensanti possono pensare che assegnando a questa condizione drammatica un nome mite e romantico possano rendere un servigio alla condizione reale di chi è costretto ad emigrare.

A differenza degli uccelli, delle balene e delle antilopi gli uomini non sono fatti per migrare. È vero che la storia dell’umanità è piena di fenomeni di questo tipo, anzi si può dire che i popoli, per come oggi li conosciamo, sono il prodotto di queste storie, che ciascuno di noi nel suo dna porta impressa questa caratteristica millenaria. Ma dietro ogni migrazione di massa c’è sempre stata una catastrofe, una carestia, una guerra. Dietro la decisione di lasciare la propria terra e i propri affetti non c’è mai una scelta naturale, scontata, ma un dramma personale, storico e sociale che spinge centinaia di migliaia di persone ad un gesto così drammatico e innaturale. Perché da quando l’uomo è diventato un essere stanziale, legato alla capacità di produrre e riprodurre i propri mezzi di sussistenza, la propria terra ha acquisito un’importanza esistenziale che è impressa nella stessa natura sociale dell’uomo. È per questo che si sono create le abitazioni, i villaggi, le città; che l’uomo ha abbellito il suo ambiente sociale, lo ha reso familiare a sé stesso, e si è abituato a ritenere familiare ciò che ha intorno.

In Italiano esistono non a caso due verbi differenti che rendono questa diversità essenziale, verrebbe da dire ontologica, di cui uno è composto dall’altro: migrare e emigrare. Il secondo apparentemente così simile al primo è formato dal prefisso e che in latino significa da. La nostra lingua da per scontato quando si parla di esseri umani, che, a differenza degli animali, essi migrino da un luogo tanto da averlo inserito direttamente nel verbo. E non è cosa da poco. Perché insieme al luogo da cui si parte, quella lettera e porta con sé l’idea del distacco, per essere ancora più precisi del distacco dalla terra perché in latino e si usa per indicare un movimento dal basso verso l’alto, a cui si contrappone il de dell’alto verso il basso.

In Italia conosciamo bene cosa significa l’emigrazione. Ciascuno di noi ha nella propria famiglia uno zio lontano in America, o nel Nord Europa o più semplicemente in qualche città del Nord Italia, dove lo sviluppo industriale con la richiesta di milioni di posti di lavoro, ha prodotto un’emigrazione interna di massa dal sud verso il nord. Quel dramma si ripete oggi nelle centinaia di migliaia di persone che in questi mesi stanno attraversando il Mediterraneo o le frontiere di terra per trovare un luogo dove sia dignitoso vive-re. Ma, in maniera differente e con prospettive parzialmente diverse, si ripete anche per tanti nostri amici, fratelli, conoscenti che oggi emigrano dall’Italia verso il Nord Europa per trovare lavoro. Perché, anche se nessuno lo dice, dal 2014 l’Italia è tornata ad essere terra di emigrazione, con un numero di «partenze» maggiori degli «arrivi».

La risposta della sinistra radicale al fenomeno dell’immigrazione è una risposta intrisa di quel perbenismo tipico dell’intellettualità piccolo borghese. La risposta al razzismo e alla prospettiva reazionaria della lotta tra poveri, viene meccanicamente rivoltata il suo opposto in senso fintamente progressista, evitando accuratamente l’ottica di classe nella valutazione della questione. Così chiamare gli immigrati “migranti” diventa il modo per dipingere un fenomeno drammatico ed innaturale, come normale e romantico, caratteristica per l’appunto dell’ottica benpensante piccolo borghese. Così come un lavoratore salariato non è un “proletario”, mitigando la connotazione caratteriale del termine, si pensa ipocritamente di migliorarne la condizione. Ma così facendo si perde il carattere di una condizione di vita, che è obbligata e non volontaria nella sua drammaticità. Si perde in poche parole la natura di classe che ha nella durezza del termine, la sua caratteristica e allo stesso tempo la sua piena dignità, che solo ipocriti e benpensanti possono pensare di sostituire e abbellire.

Se si guarda al fenomeno dell’immigrazione dall’ottica della classe operaia le cose cambiano radicalmente. I lavoratori di tutto il mondo rivendicano come proprio diritto prima di tutto quello di restare nel proprio Paese, di modificare e migliorare le proprie condizioni di vita e l’ambiente sociale circostante. Di poter avere un futuro di lavoro, di sicurezza, di pace da condividere con i propri fratelli, gli amici, i propri figli. Questo diritto viene prima di quello di emigrare, perché qualsiasi uomo preferirebbe avere ciò di cui necessita per un’esistenza degna nel luogo in cui è vissuto. Solo dopo questo passaggio, solo quando le condizioni economiche e sociali non spingeranno gli uomini a dover emigrare, allora emigrare sarà realmente una scelta libera, espressione di una vocazione individuale, naturale di scelta. Solo allora emigra-re e migrare saranno sinonimi nella nostra lingua.

Da quando la sinistra ha perso i suoi connotati di classe e si è adagiata su posizioni borghesi la sua ottica è diventata quella del cosmopolitismo, che è la visione della borghesia progressista a cui si contrappone quella nazionalista della borghesia più reazionaria. Ma nessuna di queste due posizioni appartiene alla classe operaia. Le masse lavoratrici si sentono parte del proprio paese. L’internazionalismo non è la negazione della propria appartenenza nazionale, anzi. Si è rivoluzionari perché prima di tutto si vuole cambiare la condizione del proprio paese. Si è internazionalisti perché si riconosce nella condizione di classe e nel conflitto capitale lavoro quella dimensione complessiva che non è legata a confini e frontiere e che rende fratelli o nemici al di là di ogni differenza nazionale, caratteristica che fa rifiutare a noi comunisti ogni forma di nazionalismo borghese.

Fino a quando la sinistra guarderà all’immigrazione con la sua ottica cosmopolita non comprenderà che i fenomeni migratori oggi sono determinati dalle logiche e dagli interessi del capitale. Che dietro la libera circolazione e la più vasta richiesta di libertà di movimento delle persone, c’è la ricerca di manodopera per le necessità del sistema produttivo. Un circolo vizioso in cui il capitale è allo stesso tempo causa e utilizzatore dell’effetto. Perché di quel fenomeno di eradicamento dalla propria terra la colpa principale è negli interessi del grande capitale. Sono i grandi monopoli internazionali che determinano la ricchezza e la povertà di nazioni intere in Africa. Sono aziende petrolifere, minerarie, agricole che condizionano la politica degli Stati. Sono le grandi concentrazioni finanziarie che determinano il prezzo di beni come il grano, il riso che possono innalzarsi per attività di speculazione, rendendoli beni inaccessibili per milioni di persone. Attraverso la corruzione, gli accordi, le spartizioni impongono governi amici a qualsiasi prezzo, anche scatenando guerre civili. E quando questo non accade si possono finanziare movimenti terroristi come in Siria con l’ISIS, oppure scatenare vere e proprie guerre, trasformando gli stati in polveriere invivibili. È da questo che migliaia di persone scappano.

Ma lo sfruttamento non finisce qui. Enormi masse di lavoratori sono disponibili – per necessità e condizione, non certo per naturale propensione – a tramutarsi in manodopera a basso costo per il capitale. Lo sono gli africani che vengono in Italia, lo sono gli italiani che emigrano nel Nord Europa: ad ogni livello di concentrazione monopolistica del settore produttivo corrisponde un suo livello di specializzazione nella manodopera richiesta, con annessa livellazione salariale. Ma la questione non cambia nella sostanza. Il capitale che determina la necessità di emigrare, utilizza la forza lavoro degli emigranti, come esercito industriale di riserva, come manodopera a basso costo, come grimaldello per la riduzione dei salari e delle condizioni dei lavoratori. In Italia sono i grandi latifondi agricoli, le fabbriche specie se di medie dimensioni che sfruttano il lavoro nero, senza diritti con forme di vero e proprio caporalato, mentre fascisti e estremisti di destra soffiano per generare una guerra tra poveri.

Non è negando questo ruolo dell’immigrazione, come elemento funzionale al capitale, che si renderà un buon servigio agli immigrati. Così come un lavoratore è costretto a vendere la propria forza lavoro e ciò non lo rende corresponsabile del suo stesso sfruttamento e dello sfruttamento dei suoi simili, un immigrato non è individualmente responsabile del ruolo che il fenomeno complessivo dell’immigrazione genera. È qui la differenza incolmabile con le teorie reazionarie e classiste dell’estrema destra.

La questione dell’immigrazione deve essere trattata in tutta la sua drammaticità, come questione che è legata indissolubilmente alle sorti della classe operaia. Combattere l’imperialismo, significa combattere le cause dell’immigrazione, garantire a tutti prima di tutto il diritto di restare nella propria terra e di non dover scappare. Senza di questo ogni discorso sull’immigrazione si riduce a perbenismo e carità, che sono propri della borghesia progressista e della Chiesa, e che in entrambi i casi, non dicendo con chiarezza i responsabili, difendono il sistema imperialista e si limitano a lavare pubblicamente le coscienze collettive. Rifiutare le teorie borghesi del nazionalismo da una parte e del perbenismo dall’altra è una condizione necessaria. Perché gli immigrati non siano né migranti né nemici, ma nostri necessari compagni nella lotta di classe contro i veri nemici: chi sfrutta e guadagna sulle spalle del lavoro altrui indipendentemente dal colore della sua pelle e dalla sua nazionalità.

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