Coordinamento nazionale di lotta tra i lavoratori metalmeccanici

WP4

Cari compagni,

quello che segue è un documento frutto della prima assemblea nazionale dei metalmeccanici svoltasi presso la sede nazionale del SI Cobas lo scorso 4 ottobre.

Tra l’altro si è con questa assemblea deciso di redigere una proposta di piattaforma unitaria per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, sulla cui base sviluppare iniziative e costruire relazioni stabili tra tutti quei settori operai che intendono opporsi agli indirizzi di FIM-UILM-UGL e dello stesso gruppo dirigente FIOM.

Trovate qui seguito questo documento. In questo blog trovate anche un testo di agitazione che riassume quello distribuito alla Fincantieri di Marghera il 10 novembre.

Sulla base del documento uscito dall’assemblea del 4 ottobre vi proponiamo inoltre di costruire assieme una giornata nazionale di confronto sul rinnovo del CCNL e sul tema dei licenziamenti politici per il prossimo 5 dicembre (il luogo è ancora da definire).
SPAZIO
Chiunque intenda aderire all’appello e/o al volantino può farlo sia a titolo collettivo (sindacato, area sindacale, comitato, ecc.) che individuale (specificando il luogo di lavoro ed eventualmente la struttura sindacale/comitato d’appartenenza), inviando una e-mail al nostro Comitato (comitatosostegno@gmail.com) e all’indirizzo del compagno del SI-Cobas nazionale, Peppe D’Alesio.
SPAZIO
Buona lettura e cari saluti a tutti voi
Comitato di sostegno ai lavoratori della Fincantieri

Per un coordinamento nazionale di lotta tra i lavoratori metalmeccanici in vista del rinnovo del contratto nazionale (e oltre)Questo documento nasce dalla riunione promossa a Bologna dal SI-Cobas nazionale il giorno 4 ottobre con gli obiettivi di costituire una rete di collegamento dei metalmeccanici in lotta, apprestare una piattaforma unitaria da presentare agli operai in tutte le fabbriche dove si è presenti, rilanciare e allargare la cassa di resistenza a sostegno dei licenziati Fiat di Pomigliano.

Alla riunione del giorno 4 intervennero operai provenienti dalla Fiat di Pomigliano e di Termoli, dalla New Holland e dalla CMB Carpigiana di Modena, dalla Titan di Bologna, dalla Olifer di Bergamo, dalla Fincantieri di Marghera. Ma questo documento si rivolge a tutti gli operai e i lavoratori che non intendono accettare né un ‘contratto di restituzione’ né la liquidazione del contratto nazionale, e vogliono impegnare le proprie energie e il proprio tempo per cominciare – già in questo autunno – a recuperare il terreno perduto. Il fatto che in un ristretto arco di mesi scadono diversi contratti che coinvolgono circa 8 milioni di lavoratori del privato e del pubblico, gioca a nostro favore, ma la fulminea e vergognosa conclusione del contratto dei chimici ha confermato che siamo di fronte a un padronato quanto mai aggressivo, anche perché si fa forte dell’appoggio del governo Renzi, e a burocrazie sindacali pronte a svendere di tutto e di più pur di essere riconosciute come ‘interlocutori’ (subordinati) dei padroni.

Ed è per questo che solo con una ripresa delle lotte operaie forte, determinata,centrata sulla difesa intransigente delle necessità dei lavoratori, ben organizzata, unitaria, potremo sventare ulteriori arretramenti, e invertire la rotta. Lo sciopero generale della logistica del 29-30 ottobre è stato un primo, importante passo in questa direzione. Proviamo ora a battere un colpo anche nelle fabbriche metalmeccaniche!

Premessa
Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e di altre categorie cade in una congiuntura particolare segnata da una crisi globale, storica del sistema capitalistico tutt’altro che risolta.

Dentro questa crisi, il capitalismo italiano vive oggi una situazione molto complicata. L’emergere di nuove forze produttive e di nuovi capitalismi, presenti non più solo nei settori tradizionali della produzione mondiale, gli ha tolto spazio tanto nel mercato mondiale quanto nel mercato interno. Da questo dato di fatto deriva la necessità, per la borghesia italiana, di intensificare la guerra interna e esterna al lavoro, e l’opposta necessità, per i lavoratori, di scrollarsi di dosso l’attuale passività e mobilitarsi in massa costituendo un fronte compatto ed indipendente di lotta contro l’aggressione dei padroni, delle banche e del governo Renzi.

Questa crisi globale sistemica coincide con il crescente sconquasso dell’ordine mondiale, che vede la violenta reazione della super-potenza statunitense al proprio declino da un lato, e il riaffacciarsi di vecchie e nuove potenze dall’altro. Una doppia insidia per il capitalismo italiano, che gli impone una intensificazione dell’iniziativa politica e militare per reinserirsi da protagonista nella spartizione dello sfruttamento del lavoro a livello mondiale, accaparrandosi zone d’influenza certe e nuovi mercati di sbocco. A riprova di ciò, ci sono gli investimenti miliardari in dotazioni per la guerra (i caccia F-35), la partecipazione a iniziative militari in molti paesi, la riorganizzazione professionale e interventista dell’esercito. Senza dimenticare la parte svolta dal cd. “intervento umanitario”, su cui molto ci sarebbe da dire.

Non è una novità: le guerre alla Jugoslavia, all’Iraq, all’Afghanistan, dicono che questa è una propensione vitale per il capitalismo. Ma in questi ultimi tempi c’è stata un’accelerazione rabbiosa, con la volontà di mettere gli stivali sul territorio della Libia, di partecipare ai bombardamenti sulle popolazioni dell’Iraq e della Siria, con le grandi esercitazioni militari della NATO, con i tanti, meno noti, interventi in Africa, con il rilancio della politica islamofobica, con l’isterica posizione anti-russa sull’Ucraina – e tutto questo perché il capitalismo italiano deve macinare più profitti sulla pelle di milioni di lavoratori, lavoratrici, giovani soprattutto del nord dell’Africa (il ‘nostro’ giardino di casa), dell’est dell’Europa e degli immigrati provenienti da queste aree. E può farlo solo cancellando ogni ricordo della grande Intifada araba del 2011-2012 e dividendo il campo del lavoro salariato tra lavoratori autoctoni e immigrati.

Proprio per le difficoltà appena dette e per la conseguente riduzione della quantità di plusvalore di cui riesce ad appropriarsi, il padronato non può permettersi nessuna attenuazione dell’attacco ai lavoratori italiani. Un attacco generale a 360 gradi, sebbene gli industriali cerchino di mantenerlo differenziato tra Nord e Sud (con il reinserimento delle gabbie salariali), tra i diversi distretti, tra le diverse categorie, e sebbene il mercato stesso lo differenzi ‘spontaneamente’ tra i settori e le imprese più in crisi e quelli che hanno una certa tenuta. Resta, comunque, che, per quanto disomogeneo, l’attacco deve avere un carattere di generalità, e che il differenziale di sfruttamento tra lavoratori immigrati e lavoratori autoctoni, quello che crea la divisione più pericolosa dentro il proletariato, va oggettivamente restringendosi, offrendo così la grande opportunità di lavorare più a fondo al superamento delle linee di divisione “etniche” e “razziali”.

Il padronato
Se negli ultimi trenta anni la borghesia italiana ha perso posizioni a livello internazionale rispetto ai propri concorrenti, ne ha riconquistate però, e di molto importanti, contro i lavoratori attraverso un protagonismo sempre più violento.

Questo violento protagonismo è figlio della necessità di riorganizzarsi a livello produttivo. Infatti, da dieci anni a questa parte la produzione industriale si è ridotta di circa il 25%. Ecco perché il padronato (in perfetta intesa con il sistema bancario) arriva a questa stagione dei contratti con un messaggio chiaro: non c’è niente da redistribuire; semmai c’è qualcosa che i lavoratori debbono restituire ai padroni, come sostenuto prima dai padroni della chimica e poi da Federmeccanica in occasione del primo incontro sul rinnovo del ccnl metalmeccanici 2016-2018.

Perciò: niente aumenti salariali, anzi restituzione degli aumenti legati all’inflazione programmata; aumento della flessibilità della prestazione; cancellazione dei vecchi premi di produzione collettivi ‘garantiti’, subordinando i ‘nuovi’ premi di produzione (il più possibile individuali e differenziati) a obiettivi di produttività e di profitti decisi dalle aziende in modo unilaterale. Il contratto di lavoro nazionale può restare, ma solo come una vuota cornice che può essere però sempre e comunque derogata in peggio dagli accordi aziendali. Squinzi: “laddove l’impresa lo ritenga opportuno, sarà possibile fare accordi aziendali, naturalmente improntati ad una ulteriore riduzione dei costi del lavoro, una maggior produttività, etc.”. Così per la prima volta il ccnl diventa un mezzo per togliere salario fisso e certo ai lavoratori, e i contratti integrativi un mezzo per peggiorare, anziché migliorare, le condizioni fissate a livello nazionale.

È questo il modo scelto dal padronato per demolire in concreto i contratti collettivi nazionali di lavoro. Questi accordi che davano un minimo comun denominatore a salari e condizioni di lavoro, importante in particolare per il grande numero dei lavoratori delle piccole e piccolissime imprese, sono stati sempre più messi in discussione fino all’attacco frontale sferrato dalla Fiat con l’uscita da Confindustria. Prima di arrivare a questo, c’era stato l’allungamento della durata dei contratti da due a tre anni, che aveva ridotto le rivendicazioni salariali e normative, l’abolizione strisciante della contrattazione per chi non ha il secondo livello normativo, il legame ogni volta più stretto tra salario e produttività, presa come l’unico criterio di riferimento della contrattazione aziendale. L’espansione del precariato, l’impoverimento di ampi strati di lavoratori e lavoratrici, l’indebitamento di milioni di famiglie, il ridimensionamento del ruolo impiegatizio, causato in massima parte dall’internazionalizzazione e standardizzazione del lavoro e dalla sostituzione del lavoro vivo con l’utilizzo delle nuove tecnologie, hanno fatto sì che l’attacco padronale producesse nei luoghi di lavoro e nel mercato del lavoro un vero e proprio cataclisma.

Ora Confindustria punta a un ulteriore traguardo: dividere strutturalmente tutte le categorie al loro interno, e tra loro, aziendalizzando al massimo quello che rimane della ‘contrattazione’. Il suo obiettivo è di aziendalizzare anche il ‘welfare’, rendendolo un nuovo business e defalcando i relativi contributi dai poco probabili aumenti salariali, e affidando la gestione dei relativi fondi agli enti bilaterali tanto cari a CGIL-CISL-UIL. In questo modo il padronato prende due piccioni con una fava: entra in nuovi campi di affari, e nello stesso tempo ottiene di far diventare gli apparati sindacali interamente complici nella gestione finanziaria dell’ingente massa di salario differito dei lavoratori, spostandoli ancor più di oggi verso la funzione di fornitori di servizi ai lavoratori, e allontanandoli ancor più di oggi dai bisogni, dalle aspettative e dalle rivendicazioni dei lavoratori. La sua offensiva trova nelle banche e nel governo Renzi le sponde ideali.

Il governo Renzi e le banche
La politica governativa non è mai super partes, si sa, ma resta un ingranaggio della macchina del capitale che scrive, riscrive e cancella leggi e decreti a seconda dell’andamento dell’economia, anche se nel suo agire è condizionata dai rapporti di forza tra le classi presenti nella società. Le forze al governo, quindi, sono sempre espressione dei blocchi di potere dominanti, ma mai come negli ultimi vent’anni, con momenti di accelerazione e di rallentamento, la politica governativa è stata altrettanto salda nella difesa degli interessi del capitale, al di là di chi passeggia, partito, coalizioni, etc., in Transatlantico, o alloggia a palazzo Chigi… Questa funzione è stata blindata da parte delle borghesie europee, con una misura draconiana: l’introduzione del pareggio di bilancio nelle costituzioni e il relativo obbligo di ridurre i debiti di stato. Il che significa che per i prossimi vent’anni a partire dal 2016, i lavoratori dovranno restituire allo stato, cioè al sistema bancario e alle imprese, 40-50 miliardi di euro l’anno.

La lista delle misure governative prese nell’ultimo ventennio a favore del padronato è interminabile: va dalle controriforme delle pensioni del ’94-’95 con l’aumento dell’età lavorativa e la riduzione dei coefficienti di calcolo al “pacchetto Treu” del ’96-’97 (varato dal governo Prodi), che ha aperto la strada alla precarizzazione strutturale del lavoro, alla legge 30 del 2003 che moltiplicava i rapporti di lavoro precari e favoriva al massimo la politica del sub-appalto utilissima per abbattere il costo del lavoro e dividere i lavoratori, al decreto Sacconi del 2011 che ha permesso la deroga alle leggi nazionali a tutela del lavoro. Questa opera ventennale di smantellamento delle tutele dei lavoratori ha avuto un passaggio-chiave con il governo Monti attraverso la riforma Fornero e si è conclusa con la cancellazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori operata da Renzi&C. – una cancellazione varata dopo il progressivo affondamento della politica della concertazione anche all’interno del pubblico impiego, usata in precedenza per tenere sotto controllo le tensioni sociali e far assorbire dai lavoratori la logica dei ‘sacrifici necessari’, ma oggi divenuta per i padroni un arnese superfluo dato lo strapotere da essi acquisito in molti luoghi di lavoro contestualmente alla perdita di peso e di iscritti da parte dei sindacati confederali. Quella stessa logica ha guidato anche la ‘riforma’ degli ammortizzatori sociali, riducendone valore e lunghezza. Le norme antisciopero, proposte all’inizio in modo prudente e sempre accettate da CGIL-CISL-UIL, sono divenute via via stringenti e generali fino al punto da considerare prima il trasporto dei beni deperibili nel settore logistico, e poi perfino i musei, “servizi essenziali” da non disturbare per ragioni di sicurezza (dei guadagni). Questo mentre le norme sulla sicurezza dei lavoratori, già largamente disattese per l’impossibilità (e la non volontà) di controllare i luoghi di lavoro, venivano modificate per blindare la non punibilità padronale in materia di infortuni, omicidi e malattie legate al lavoro.

Un versante altrettanto importante della legislazione anti-operaia dei governi è stato quello delle politiche sull’immigrazione, o meglio: contro i lavoratori immigrati, che con la Turco-Napolitano prima e la Bossi-Fini poi, in particolare attraverso la subordinazione del permesso di soggiorno al contratto di lavoro, hanno mirato a creare una vasta riserva di forza-lavoro a basso costo e pochi o zero diritti, che facesse concorrenza al ribasso alla restante forza-lavoro. Anche la creazione dei luoghi di detenzione amministrativa per gli immigrati senza documenti, i famigerati Cie, e la loro moltiplicazione dentro fuori e i confini nazionali, prodotti di una politica stabilmente repressiva e criminalizzante verso le popolazioni immigrate, sono serviti a questo scopo. E a socializzare l’idea falsa e spacca-proletariato che gli immigrati vanno guardati a vista perché preferiscono l’illegalità.

Oltre a queste misure che i lavoratori italiani e immigrati hanno sentito sulla propria pelle, negli ultimi due decenni la politica governativa si è dimostrata totalmente in sintonia con le esigenze padronali attraverso la catena di elargizioni alle aziende tramite sgravi fiscali e contributivi. Anche in questo caso il burattino-Renzi è quello che più di tutti ha fatto contenti i suoi  mandanti-burattinai con la decontribuzione dei nuovi contratti ‘a tutele crescenti’ (a tutele crescenti per i padroni, s’intende, che in soli 9 mesi ci hanno guadagnato 1,4 miliardi di euro), con il taglio dell’Ires (la tassa sugli utili) pari a 5 miliardi, con la possibilità di super-ammortamenti per i nuovi macchinari (1 miliardo). Non a caso Squinzi afferma: “Bene la manovra, adesso non va cambiata“. I ceti più abbienti la pensano allo stesso modo, beneficiati dal taglio generalizzato di Imu e Tasi, dalla non tracciabilità del contante fino a 3000 euro, dall’estensione ai professionisti e al leasing dei super-ammortamenti, dalla delegittimazione della stessa Agenzia delle entrate, mentre al polo opposto crescono per i lavoratori, le spese per la sanità, l’istruzione, la cura degli anziani (con le pensioni che hanno perso quasi il 30% del loro valore) e dei disabili, e, ancor più, per il peso di disoccupazione e precarietà sui bilanci delle famiglie e dei nuclei proletari.

L’insieme di questi provvedimenti presi a più riprese da tutti i governi, riducendo i margini di manovra dello stato per la riduzione delle entrate a discapito delle necessità degli strati più poveri, ha accresciuto il potere delle banche, tenutarie del debito di stato, con cui continuano a ingrassarsi – perché, al di là delle chiacchiere, il debito di stato continua inesorabilmente a crescere. Una crescita che non è solo un grande affare per il sistema bancario, ma produce al tempo stesso un gigantesco trasferimento di potere politico e amministrativo a loro favore.

Il segno totalmente anti-operaio di questa politica è evidente. Gli 80 euro dati da Renzi e la sua riscoperta delle politiche assistenziali ‘per la famiglia’ con i bonus per i figli poveri non   compensano in alcun modo la riduzione effettiva dei salari reali e l’impoverimento di una parte sempre più ampia della classe lavoratrice. Altrettanto anti-operaia è la risposta di Renzi-Squinzi al bisogno di milioni di lavoratori di incrementare i propri salari: “vi detasseremo una parte del salario se darete più produttività”, ovvero: se lavorerete di più, in intensità e in durata, con le conseguenze ovvie sulla salute di chi lavora e sull’aumento della disoccupazione.

Ma l’attacco più micidiale della banda-Renzi è stato certamente quello del Jobs Act perché, al di là del regalo fiscale alle imprese, al di là delle singole norme tutte mirate a precarizzare il lavoro, tale legge è, nel suo insieme, un durissimo colpo alla tenuta organizzativa della classe lavoratrice in quanto rende l’intero campo del lavoro salariato privato totalmente ricattabile. Manca solo che sia completata dalle norme sulla brutale restrizione del diritto di sciopero e sul salario minimo – ma il governo e i vari Ichino al suo servizio ci stanno lavorando. Così come stanno lavorando alla privatizzazione di aree crescenti del ‘pubblico’ impiego.

La crescente centralizzazione del potere gestionale nelle mani del governo, anzi di alcuni ministri del governo, e del presidente del consiglio in particolare, l’affermazione di un presidenzialismo di fatto, serve appunto a dare maggiore stabilità ai governi e maggiore efficacia alla loro azione anti-operaia. Anche per volere dei poteri forti della UE e della BCE in prima istanza, del resto, è stata da anni imposta una politica di unità nazionale per garantire che l’azzeramento degli effetti delle lotte condotte dalle passate generazioni operaie fosse il più veloce possibile. L’obiettivo perseguito è quello di ridurre al minimo le turbolenze a livello istituzionale e i conflitti a livello sociale. Sulla scia del berlusconismo, Renzi e la sua banda stanno diffondendo un modello sociale e culturale sempre più autoritario in tutti i luoghi di lavoro, fabbriche, uffici, scuole (vedi la creazione del preside-manager). Questo modello prevede la cancellazione di ogni spazio conflittuale delle organizzazioni sindacali, dichiarate ufficialmente dannose o almeno inutili, roba del passato, che può ancora svolgere un qualche ruolo solo a condizione di sottoscrivere i diktat dei padroni senza obiettare.

CGIL-CISL-UIL
E sì che CGIL-CISL-UIL per conto loro, già da anni, di conflittualità ne generano sempre meno…; e si sono impegnate anche formalmente a questo con l’accordo del gennaio 2014.

Questo “accordo della vergogna” ha attribuito ai sindacati ‘maggiormente rappresentativi’ un monopolio sul ‘diritto di contrattazione’ e sull’elezione delle Rsu, estendendo a tutte le aziende private il “modello Pomigliano”, peggiorato. Infatti solo i sindacati firmatari dell’accordo possono essere presenti nelle Rsu, partecipare alla contrattazione nazionale e aziendale, essere riconosciuti dalle associazioni padronali. Ma debbono, in cambio, rinunciare al diritto di indire liberamente lo sciopero e impegnarsi a raffreddare e moderare i conflitti con le aziende (rinunciando alla lotta durante le trattative!), pena incorrere in sanzioni economiche, che possono ricadere direttamente sui lavoratori.

Il padronato e le burocrazie sindacali che hanno firmato l’accordo sono ben coscienti del fatto che la intensificazione senza tregua dello sfruttamento del lavoro e del dispotismo aziendale stanno accumulando nella classe lavoratrice sostanze infiammabili che prima o poi finiranno per incendiare i luoghi di lavoro. E si preparano per tempo a gettare quanta più acqua è possibile sul fuoco (a venire), cercando di strangolare sul nascere, attraverso una serie di restrizioni formali e di ricatti ‘legali’, l’emergere di un nuovo sindacalismo militante. Le (limitate) possibilità di rilanciare l’accumulazione capitalistica passano attraverso questo tentativo di ridurre al silenzio i proletari vietando loro di dar vita a propri organismi sindacali e politici indipendenti.

Tuttavia l’esperienza delle lotte dei facchini della logistica organizzati nel SI-Cobas ed altre lotte portate avanti dai segmenti del sindacalismo ‘di base’ che non hanno firmato l’accordo-capestro, stanno a provare che quando si danno lotte vere, decise, ben organizzate, non c’è bisogno del previo riconoscimento formale del nemico di classe per imporgli di venire a patti e conquistare, per quanto è possibile stanti i rapporti di forza complessivi attuali, degli avanzamenti nelle condizioni di lavoro, salariali e anche di agibilità sindacale. Tutto dipende dalla forza, dalla chiarezza e dalla determinazione messe in campo dagli operai, dai lavoratori, dal livello della loro organizzazione e della solidarietà che riescono a raccogliere intorno a sé. E sempre queste esperienze hanno dimostrato che non si tratta affatto di rinunciare ad avere delegati sui luoghi di lavoro, nelle aziende, nelle categorie, ma di averli come genuina espressione dei bisogni e degli interessi operai, non come pompieri, guardiani o passa-carte delle direzioni aziendali o delle burocrazie sindacali.

Dato l’attuale contesto di crisi globale e di crescente repressione padronale, l’agibilità sindacale può essere solo una continua conquista dell’iniziativa di lotta e dell’organizzazione dei lavoratori, il risultato di una politica di classe, di scontro di classe con il fronte padroni-banche-governo, non certo la benevola concessione del capitale. Al contrario, ciascuna a suo modo, CGIL-CISL-UIL si muovono insieme nella direzione di una sempre più integrale e passiva subordinazione ai diktat dei nostri nemici.

La CISL sta portando alle estreme conseguenze la sua linea ideologica-politica delle origini che da sempre ha subordinato la condizione del lavoro alla ‘salute’ del capitale, e in specie delle singole imprese. Per cui nell’attuale congiuntura la massima preoccupazione della CISL (con la UIL nel 95% di casi al seguito) è di non disturbare i manovratori per non far rallentare il ‘treno’ della (presunta) ripresa, e quindi si adopera a far ingoiare ai lavoratori tutto il veleno che i padroni intendono farci ingoiare, assumendo una posizione spezza-scioperi attiva là dove i lavoratori sono più combattivi – come è accaduto anche nell’ultimo sciopero della logistica.

Dei tre sindacati storici, la CGIL resta tuttora quello con il maggiore seguito tra i lavoratori. Un seguito che si deve al suo passato di sindacato conflittuale, benché anche nei momenti di maggiore conflittualità abbia dato sistematicamente la precedenza agli interessi della nazione (del capitalismo nazionale) su quelli della classe operaia. Negli ultimi venti anni la CGIL può vantare al proprio attivo l’opposizione al primo governo Berlusconi e la sua caduta, e quella al Berlusconi II, con la sua ultima imponente manifestazione di massa (ma non era uno sciopero) a Roma nel 2003. Quella fase di lotta e di esposizione sociale ha messo, per qualche anno e in qualche modo, un argine al processo di frantumazione della classe operaia iniziato negli anni ’80 con l’avvento del neo-liberismo, e fortemente accelerato negli ultimi venticinque anni anche a causa della crisi dei partiti  riformisti/socialdemocratici, il cui spazio è stato occupato, in parte, dalla Lega – che nel tempo ha perso quota nella classe lavoratrice soprattutto perché si è scoperta sfacciatamente legata ai poteri forti e guidata da un personale altrettanto corrotto della ‘casta romana’ che contestava, non senza avere diffuso, però, tra i lavoratori il veleno del localismo e dell’aziendalismo.

Ma quello posto dalla CGIL era un argine relativo e debole perché già dal 1977-’78 la CGIL (e, ancor prima, dal 1949 con il “Piano del lavoro” presentato al Congresso nazionale di Genova) aveva fatto propria la politica dei ‘sacrifici necessari’ per il sostegno della competitività dell’economia nazionale (e la ‘contingente necessità’ delle guerre imperialiste che una tale competitività comporta – mai dimenticare il sostegno di Cofferati&C. all’aggressione alla Jugoslavia!), accettando di subordinare a essa i bisogni e le rivendicazioni operaie. Questo cammino si è nel tempo accentuato, nonostante la CGIL abbia svolto per alcuni anni un ruolo politico di vera e propria supplenza rispetto al grande vuoto lasciato dalla disgregazione-decomposizione del PCI e del successivo Pds, catalizzando e al tempo stesso disperdendo quel tanto di volontà di resistenza presente nella classe lavoratrice.

Infatti anche nelle due stagioni di lotte anti-Berlusconi, la CGIL è stata sempre aperta e pronta alla trattativa con il padronato, usando i momenti di conflittualità per spingerlo a tornare alla trattativa in quanto tale, svolgendo un ruolo di opposizione sempre più moderata e attenta a controllare le spinte un po’ più forti della sua base contro il padronato. Tale attitudine si è radicalizzata immediatamente dopo le parentesi dei governi berlusconiani, con una crescente arrendevolezza verso le pretese padronali. Le contro-riforme pensionistiche dei governi ‘tecnici’ e la soppressione dell’art. 18 rimangono i colpi più duri subiti dal movimento operaio, e proprio le mancate lotte frontali contro di essi hanno aperto la strada alla destrutturazione/cancellazione della CGIL come sindacato conflittuale. Un altro passaggio fondamentale del processo di subordinazione della CGIL ai diktat del padronato è stata la ricomposizione tra esse e CISL-UIL sulla clausola della esigibilità, da parte padronale, dei contratti, precondizione per sostenere l’accordo del 28 luglio 2011. Queste scelte fatte dall’insieme della CGIL proprio nello spirito dell’unità nazionale e della partecipazione delle imprese italiane alla sfida della competizione internazionale, hanno smontato la fiducia e la capacità di lotta della maggior confederazione sindacale, che è oggi sempre più ferma, impotente, complice rispetto alle aggressioni del capitale.

La progressiva, irreversibile subordinazione della CGIL all’asse padronato-banche-governo Renzi e la polverizzazione dell’esperienza di Rifondazione hanno lasciato ampio spazio negli ultimi anni alla demagogia del M5S, capace di appropriarsi di alcuni temi che dovrebbero essere propri di un sindacato (e di un partito) di classe, come la denuncia della corruzione del personale politico al governo centrale, regionale, locale e più di recente della questione della precarizzazione del lavoro. Ad un certo numero di lavoratori, per lo più giovani, questa formazione politica sembra essere sostanzialmente estranea alle prassi tipiche del politicantismo borghese e perciò, così ci si illude, disponibile a ‘rappresentare’ gli interessi della ‘gente comune’ (ovvero: di chi vive del proprio lavoro). Ma una molteplicità di fatti mettono in dubbio questa estraneità (anche nello stesso uso dei fondi statali), e – soprattutto – la sistematica, totale assenza del M5S da tutte le occasioni di scontro sociale, e tanto più di lotta operaia; la dichiarata ostilità di Grillo&C. non a questi sindacati, ma all’idea stessa di sindacato dei lavoratori, in piena sintonia con l’ideologia e le politiche neo-liberiste; la condivisione dell’attacco di padroni e governo all’art. 18 da parte di esponenti di spicco dei 5S (la Lombardi: “L’art. 18? È una aberrazione!”); l’accesa ostilità manifestata in più circostanze ai lavoratori e alle popolazioni immigrate, in aperta competizione con la Lega di Salvini nello scagliare i proletari gli uni contro gli altri, solo per limitarci ad alcuni esempi, dicono quanto sia infondata l’aspettativa di poter avere nel M5S una forza a cui delegare (anche solo parzialmente) la tutela degli interessi e dei diritti dei lavoratori.

La FIOM
Per un certo arco di anni, la FIOM ha tentato di porsi, a sua volta, come un argine alla deriva della CGIL e alla scomparsa dei tradizionali partiti di sinistra, provando a creare un’alternativa politica e sindacale ad esse. Questo tentativo ha attirato su di sé attenzioni e speranze anche oltre il settore metalmeccanico, e la stessa classe operaia. La presenza nelle giornate di Genova 2001, le battaglie di opposizione alla Fiat e al ‘nuovo corso’ politico di Marchionne e contro la riorganizzazione interna e internazionale del gruppo, la denuncia degli accordi separati a livello nazionale e dei grandi gruppi, la partecipazione alle iniziative a difesa dei “beni comuni”, l’affiancamento alla lotta della Tav (specie in alcuni momenti), l’attacco alla linea degli accordi al ribasso fatti negli altri comparti della CGIL: questi i motivi reali per cui il gruppo dirigente della FIOM e la stessa organizzazione gode ancora, tra i lavoratori sindacalizzati e non solo, di un certo rispetto.

Ma questo gruppo dirigente ha sempre finalizzato la sua azione al ritorno ad un ‘normale ruolo sindacale’, ad un rapporto con il padronato e il governo di tipo concertativo, tanto nelle fabbriche quanto a livello nazionale. Nel frattempo, però, il padronato e i suoi governi affossavano ogni ipotesi di concertazione fino ad escluderla, con Renzi, in modo esplicito – proprio ciò di cui il gruppo dirigente della FIOM non ha saputo e voluto inizialmente rendersi conto. E ora che se ne è reso conto, è impegnato anch’esso nella marcia del gambero, in una sostanziale desistenza.

Intendiamoci: il quadro generale degli ultimi due decenni, in particolare degli ultimi dieci anni, è stato difficilissimo e pieno di contraddizioni per tutti, tant’è che tutti – nel settore metalmeccanico – ne usciamo sconfitti (pensiamo solo a quanto accaduto negli stabilimenti della Fiat o in quelli della Fincantieri). Ne usciamo colpiti anche noi che mai ci siamo identificati nella politica della FIOM, e l’abbiamo anzi costantemente criticata. Ma va fatto, specie nei confronti dei lavoratori che hanno tuttora la FIOM come riferimento, un bilancio di come si è sviluppata l’opposizione della FIOM alla deriva di CGIL-CISL-UIL.

La prima cosa è ragionare sui compagni di viaggio di cui si è circondata. Quello che ci interessa qui sottolineare è il carattere istituzionale delle associazioni e dei gruppi catalizzati dalla FIOM, che hanno avuto e hanno come unico indirizzo quello di creare un blocco di opposizione in singole realtà, che resta sempre e comunque essenzialmente elettorale, istituzionale, verticistica. Mai un’apertura reale, invece, verso il sindacalismo militante con l’obbiettivo di tentare un’azione rivendicativa e politica in comune – ancora una volta il banco di prova è stata la Fiat, in particolare a Pomigliano.

La seconda è ragionare sulla sequenza di sconfitte subite dalla FIOM, sia all’interno della CGIL, e soprattutto nella Fiat, perché la fuoriuscita dalla Fiat ha rappresentato una vera battuta d’arresto alle fantasie velleitarie di quel gruppo dirigente. Sconfitta reale, concreta e bruciante anche per tutti noi, ma che mostra delle colpe che non possono passare sotto silenzio. Nello scontro con Marchionne la FIOM non ha voluto puntare sulla mobilitazione generale unitaria di tutti gli stabilimenti Fiat, sulla azione di massa, accettando di porsi sul terreno più favorevole al padronato, quello della lotta fabbrica per fabbrica (non si deve dimenticare che aveva già lasciato soli gli operai di Melfi nel loro memorabile sciopero della primavera 2004). Questa scelta disfattista, scellerata, ha ostacolato la necessaria radicalità e unità della risposta di lotta, e agevolato l’azione di sfondamento operata dal padronato prima in Fiat, poi in molte altre realtà di fabbrica grandi e medie. Alla fine di questo percorso, totalmente inserito in un piano inclinato per i suoi presupposti ideologici e politici, Landini cerca oggi l’impossibile rivincita per via giudiziaria, referendaria, legislativa, attraverso un’evanescente ‘coalizione sociale’ che sa tanto di nuovi blocchi elettorali e poco o niente di lotte determinate da mettere in campo. Si tratta, in sostanza, di un progressivo, tortuoso, rientro nei ranghi del sindacalismo pienamente “responsabile”.

Il progressivo esaurimento della “anomalia” FIOM mette gli operai e i lavoratori metalmeccanici, e non solo loro, davanti a un dato di realtà che non può essere aggirato: nessuna delle organizzazioni sindacali che sono state per decenni il riferimento di massa dei lavoratori è in grado di rinunciare né sul piano politico né su quello organizzativo a una pratica che non ha più nessuna capacità di recare benefici ai lavoratori. La risposta operaia e proletaria agli attacchi del governo, dei padroni, delle banche passa ormai per intero dall’auto-attivazione, dall’organizzazione indipendente dei lavoratori, dalla ripresa di protagonismo dei proletari, dalla riaffermazione dei bisogni vitali e della dignità di classe dei lavoratori, dalla ripresa della pratica e della teoria della lotta di classe anti-capitalista. Tanto l’organizzazione sindacale che l’organizzazione politica dei lavoratori va rifatta su basi interamente nuove, con un punto fermo fondamentale: l’unità più stretta tra proletari di ogni nazione e provenienza, possibile solo con la realizzazione di una totale parità effettiva di trattamento tra essi, in forza di una lotta incondizionata a tutte le forme di discriminazione e di razzismo. Esclusivamente questo processo sarà in grado di sbarrare la strada alla massacrante politica della ‘austerità’ e ricacciare in gola ai padroni tre decenni di aggressioni quasi sempre impunite.

Il proletariato
Diciamo quasi sempre perché in questi decenni di arretramenti a catena, i lavoratori hanno dato comunque delle risposte importanti, soprattutto negli anni ’90 e nei primi anni 2000 contro i governi Berlusconi. Anche all’inizio dello scontro con la politica di Marchionne non sono mancate le lotte. Ma per due volte dopo Berlusconi i governi di centro-sinistra sono serviti a gettare acqua sul fuoco o sui fuocherelli, grazie alla ritrovata concordia tra direzioni sindacali e governi di centro-sinistra. Poi, la sconfitta alla Fiat ha demoralizzato la massa dei lavoratori e prodotto in essa, assieme agli altri cedimenti, normativi e contrattuali accettati dalla CGIL, uno smarrimento e uno scoramento che sono ancor oggi palpabili. In seguito, lo sfondamento sull’art. 18 e la legislazione peggiorativa sulle pensioni, con sole tre ore di sciopero!, sono stati i due momenti più terribili per il morale del proletariato, in specie per la generazione che tra la metà degli anni ’90 e la metà degli anni 2000 ha vissuto comunque un decennio di conflittualità, sia pure intermittente e di bassa intensità. Due occasioni perse per riprendere una lotta che sarebbe stata molto sentita.

Questo processo di disordinato arretramento, e anche di demoralizzazione, subìto dai lavoratori ha alle sue radici delle ragioni oggettive. Prima la perdita di quote del mercato mondiale da parte delle imprese italiane, poi la recessione con le sue crisi e chiusure, con interi comparti produttivi fermi; specie l’edilizia che usa grandi quantità di lavoratori dell’Italia meridionale, o in grandi difficoltà come il comparto chimico-energetico, quello informatico e dei servizi. Anche il metalmeccanico, in particolare le imprese che producono per il mercato interno, è stato duramente colpito: dal 2007 ad oggi la capacità produttiva si è ridotta del 30% e sono svaniti 300.000 posti di lavoro. Tutto ciò ha generato una dinamica di oggettivo indebolimento della classe lavoratrice, a cui i lavoratori hanno risposto con una via di fuga solo apparente, chiudendosi dentro i confini della ‘propria’ azienda o del ‘proprio territorio’. Una via di fuga apparente, perché in realtà si tratta di un vicolo cieco in cui si può solo finire bastonati.

Da generazioni, per l’effetto di trascinamento dei tre decenni di sviluppo post-bellico, i lavoratori sono assoggettati all’ideologia che è possibile migliorare, o non vedere peggiorare troppo la propria condizione, solo sottomettendosi alla politica della concertazione. A livello sindacale come anche a livello politico, con il sostegno ai vari governi ‘amici’. La passività dei lavoratori nella recessione, che riguarda l’intera Europa, è stata seminata negli anni. E si è accentuata con la trasformazione prima, e la dissoluzione poi, dei partiti politici in cui i lavoratori si riconoscevano e aggregavano. I partiti a base operaia hanno progressivamente chiuso le sezioni, o le hanno ridotte drasticamente. La questione operaia è stata fatta uscire dalla scena pubblica. E i sindacati oltre a spingersi, a fasi alterne, verso la trasformazione in strutture di servizi e la loro gestione tramite gli enti bilaterali, non sono stati più in grado di intercettare masse di giovani lavoratori entrati nel mercato del lavoro digiuni di qualsiasi coscienza e cultura della propria classe, quasi sempre, invece, imbevuti di cultura neo-liberista. Anzi, non si sono mai impegnati ad intervenire sistematicamente tra di essi e tra i lavoratori precari più in generale, sottovalutando gli effetti della crescita del lavoro precario sulla tenuta unitaria della classe. Al di là delle frasi di circostanza, le dirigenze sindacali hanno infatti chiuso gli occhi davanti al fatto che l’attuale condizione di precarietà a vita implica un salto di qualità nel disciplinamento e la messa in concorrenza dei lavoratori tra loro, considerando ciò un male inevitabile da accettare, o tutt’al più da limitare.

Tale linea di condotta ha oggettivamente favorito l’opera di “pulizia etnica” messa in campo in questi anni dai padroni contro gli operai e le avanguardie sindacali più combattive, come nel caso esemplare dei cinque licenziati Fiat di Pomigliano colpevoli di aver denunciato il carattere antioperaio del Piano Marchionne e il sistema repressivo dei reparti-confino.

Questo processo ha reso enormemente più difficoltoso lo sviluppo di rapporti di solidarietà tra i lavoratori di diverse generazioni, e la stessa trasmissione del “sapere operaio” in termini di esperienze di lotte e di autodifesa, e tanto più di coscienza di classe. Tutto ciò pone anche a noi un grande problema, dal momento che nella nuova generazione operaia non esiste, al momento, nessuna capacità di auto-organizzarsi e “auto-rappresentarsi” (le poche eccezioni riguardano finora più le lotte sociali, ambientali, anti-militariste – il movimento No Tav, quello della Terra dei fuochi, il movimento No Muos, etc. – che le lotte sui luoghi di lavoro). È fondamentale, quindi, lavorare su questa questione di pari passo con il rilancio delle lotte rivendicative, di modo che la nuova generazione operaia e proletaria re-impari a lottare e ritrovi nella lotta la via della sua organizzazione indipendente, la sola che può portare alla sua emancipazione. C’è un vitale bisogno che con la riapertura delle lotte, i lavoratori rimettano al centro della loro ‘discussione’ e della loro azione la propria condizione di lavoro e di vita, i propri bisogni, le proprie necessità, i propri diritti, il proprio essere classe, e si svincolino dalla subordinazione al capitale, alle imprese, agli interessi nazionali, ai partiti e alle logiche parlamentariste, riconquistando la propria piena autonomia anche nei confronti delle prospettive politiche generate dalla pletora dei “ceti medi”. Ciò, però, non può esser lasciato alla spontanea capacità della lotta della massa dei lavoratori quando ripartirà, né a singoli tentativi estemporanei legati alle lotte più accese. Va invece concepito e attuato come un lavoro sistematico, di lunga durata, da fare con il bello e il cattivo tempo, nelle situazioni di lotta quanto in quelle di stasi.

Serve da subito un’azione coordinata, al di là delle appartenenze formali alla FIOM, al SI-Cobas o ad altri organismi sindacali, comunque utili per veicolare il messaggio politico nei luoghi di lavoro e raggiungere il maggior numero di lavoratori disposti a lottare. Ciò significa: azione nei luoghi di lavoro dove siamo presenti e sul territorio per diffondere una linea di politica sindacale che da un lato punti sull’organizzazione e la lotta sul contratto nazionale e sulle questioni vertenziali e sociali, dall’altro chiami alla partecipazione migliaia di lavoratori e lavoratrici italiani/e e immigrati/e perché si decidano a svolgere un ruolo attivo per risalire la china.

Il ccnl metalmeccanico
La nuova tornata contrattuale per i metalmeccanici ci dà l’occasione di cominciare ad agire in modo coordinato in questa direzione.

Essa cade dopo i rinnovi contrattuali di altre importanti categorie come gli edili, il commercio e i bancari. Solo questi ultimi hanno ottenuto clausole contro il trasferimento di ramo d’azienda, il che significa che materialmente a tutte le aziende edili e del commercio si applicherà in pieno il Jobs act, con le sue micidiali ‘flessibilità’. Ad esempio il contratto del commercio (che riguarda 3 milioni di lavoratori e lavoratrici) normalizza il sottoinquadramento di uno o due livelli, che potrà durare fino a 36 mesi!, e la settimana lavorativa di 44 ore (senza che scatti lo straordinario).

Ma è il contratto dei chimici firmato da poco senza un’ora di sciopero, quello che ha realizzato in pieno quanto l’asse padronato-governo pretende. Anzitutto: niente scioperi. Poi, il principio della restituzione: i padroni si sono ‘accontentati’ di 15 euro (dei 79 iniziali richiesti per un’inflazione più bassa del previsto); intanto hanno sfondato il muro. Terzo: nessun aumento salariale certo, perché ogni anno si dovrà verificare l’inflazione e in base ad essa l’aumento pattuito sarà tagliato (cosa già prevedibile perché è prevista bassa inflazione per anni). Quarto: il secondo livello di contrattazione potrà essere solo aziendale, non territoriale, e dovrà servire ad accrescere la produttività del lavoro e a ridurre il costo del lavoro (più orario e, in proporzione, meno salario, in particolare attraverso la riduzione di costo degli straordinari). Quinto: cancellazione degli scatti di anzianità dal Tfr. Sesto: più ‘welfare aziendale’ (con il rilancio dei fondi-pensione, sanitari, etc). Settimo: aumento dei giorni di sospensione e delle ore di multa in caso di infrazioni. Insomma: “il nuovo contratto dei chimici è la controriforma della contrattazione chiesta dagli industriali” (Cremaschi).

Le pretese della Federmeccanica non sono da meno di quelle dei padroni della chimica. Anzi!, dal momento che questo ramo del padronato ipotizza anche, apertamente, la possibilità di non fare alcun contratto: “Nessuna legge impone il ‘rinnovamento dei contratti’. Se non si otterranno i risultati attesi, non si farà alcun rinnovo”. La linea di Federmeccanica per un eventuale contratto nazionale è stata enunciata con estrema chiarezza nel “Manifesto delle relazioni industriali”, che punta su “una nuova alleanza tra impresa e lavoro”, ossia sulla “piena collaborazione [dei lavoratori] per il perseguimento degli obiettivi aziendali che devono coincidere con quelli individuali [quelli individuali devono coincidere con quelli aziendali] in un processo volto al miglioramento continuo della qualità ed all’incremento della produttività”. In modo ancora più assertivo: “Il rapporto con i singoli lavoratori deve essere la norma, non l’eccezione“, e deve tendere al “coinvolgimento e integrazione dei [singoli] lavoratori” nei piani e negli obiettivi aziendali. In questa “nuova cultura” delle “relazioni interne” tra capitale e lavoro (i singoli lavoratori!), finalizzata a potenziare la competitività di tutto il settore, le relazioni sindacali hanno un posto sempre più residuale. Di questo spazio residuo la Federmeccanica fissa tre paletti inamovibili:

1) al livello nazionale delle relazioni sindacali si deve sostituire sempre più il livello aziendale;

2) a livello aziendale si debbono prevedere “sostanziali deroghe anche sui contenuti economici” peggiorative di quelli nazionali;

3) “le dinamiche salariali devono essere strettamente collegate ai risultati economici e reddituali conseguiti dalle aziende”.

Ma c’è anche il quarto paletto fondamentale che stronca ogni residua velleità di “anomalia”, ove ci fosse, della FIOM: l’accordo interconfederale del 10 gennaio 2014 “ora deve essere implementato in tutte le sue parti, senza eccezione alcuna e senza esitazioni“. Il che significa, come è già stato evidente nel caso della Fincantieri: niente più accordi separati con FIM-UILM, che hanno creato una serie di difficoltà di applicazione e la complicazione di fastidiose vertenze aziendali o anche giudiziarie. Dopotutto la FIOM ha da sola, nelle venti regioni, il 64% dei consensi nelle elezioni delle Rsu e in base alla certificazione degli iscritti, dunque la maggioranza assoluta, oltre che continuare ad essere il primo sindacato nel gruppo ex-Fiat nelle ultime elezioni per i Rls, e sono le stesse regole dell’accordo a ‘obbligare’ le aziende a ‘trattare’ con la FIOM. Quindi per Federmeccanica-Assistal, che hanno ribadito le proprie posizioni nel documento presentato a FIOM-FIM-UILM il 6 novembre (Position Paper “Il ‘rinnovamento contrattuale'”), o non ci sarà un nuovo contratto, oppure se ne farà uno che dovrà recepire alcuni punti essenziali della sua piattaforma quali esigibilità, nuove flessibilità, salario subordinato alla produttività, controlli accresciuti sui lavoratori, etc., e – prima ancora- la restituzione di 75 euro pretesi per il presunto scostamento tra l’inflazione prevista e quella reale. E anche la FIOM dovrà aderirvi e vincolarsi ad esso.

Questa la voce arrogante del padrone – così arrogante da rifiutare seccamente, e in modo sprezzante, a Melfi perfino la modesta, e giustificatissima, richiesta delle operaie di sostituire le tute bianche con le tute blu perché troppo costosa. Le voci belanti dei bonzi di FIM-UILM, dopo aver imprecato contro le (passate) ‘piattaforme velleitarie’ della FIOM, giurano di volere anche loro il rilancio del settore metalmeccanico almeno quanto lo vogliono i padroni. Ma li implorano di non mettere in questione i due livelli di contrattazione (proprio loro che hanno fatto e fanno il possibile per svuotarli entrambi) e presentano una complicata proposta di procedure di “informazione e partecipazione” dei dirigenti sindacali alle decisioni d’impresa che farà sganassare i padroni dalle risate. Sui singoli punti, poi, le proposte sono del tutto in linea con “il sistema di regole definito con gli accordi interconfederali di questi ultimi anni” e il Jobs Act, anch’esso rivendicato, e tanto basta. È previsto perfino un prelievo sui non iscritti definito “quota contratto”, quei non iscritti che per la FIM contano zero, salvo poi mettere le mani nelle loro tasche…

Quanto alla FIOM, non sono solo i padroni a volerla di nuovo al tavolo delle trattative (con le orecchie abbassate); è la stessa FIOM che vuole tornarci a tutti i costi dopo 7 anni di estromissione. Ritiene, e si illude di brutto, di poterci tornare capitalizzando la tenuta organizzativa e politica sui posti di lavoro realizzata per mezzo della resistenza agli accordi separati del 2009 e del 2012. Ma per potervi tornare, tanto per cominciare, ha dovuto deliberare nella sua assemblea nazionale di Cervia del 23-24 ottobre la sua (parziale, dice…) adesione all’accordo-capestro del gennaio 2014 sulla esigibilità degli accordi, definito a suo tempo da Landini “una porcata anti-democratica”, accettando anche le cd. “procedure di raffreddamento” dei conflitti – il che significa: accettando di limitare fortemente il diritto allo sciopero, per sé e per i lavoratori, quindi di rinunciare a usare in pieno l’unica arma di cui dispone e di cui dispongono i lavoratori per bloccare l’avanzata dei padroni. L’assemblea di Cervia ha poi approvato una linea politica, non certo nuova, che ribadisce l’adesione FIOM all’obiettivo della crescita della competitività in un contesto, globale e nazionale, in cui può significare soltanto più produttività a fronte di meno salario e minori diritti. Anche in questo caso non c’è nulla da interpretare poiché il messaggio è molto chiaro: “il nostro obiettivo, nella trattativa unitaria che si apre con Federmeccanica e Assistal, è quello di riconquistare un Contratto nazionale profondamente rinnovato nella sua capacità di coniugare il miglioramento delle condizioni di lavoro, la tutela e l’aumento del potere d’acquisto delle retribuzioni con il miglioramento della capacità competitiva delle imprese.” Senonché è proprio questa ‘coniugazione’ che i padroni respingono, pretendendo invece un ‘profondo rinnovamento’ (ormai non si parla più di rinnovo) del contratto che sancisca la piena subordinazione del fattore-lavoro al capitale. E la vergognosa conclusione del contratto dei chimici (che i dirigenti della FIOM hanno fatto finta prima di ignorare, e poi hanno sottoscritto nell’ultimo direttivo nazionale CGIL del 6 novembre) dovrebbe avere aperto gli occhi anche ai non vedenti, a meno che – e questo ci sembra il caso – i non vedenti siano tali di proposito.

La Fiom spera invece di poter ottenere un compromesso, quel compromesso che le è stato negato nei rinnovi del 2009 e del 2012, e poi da Marchionne in Fiat e da Bono&C. nell’integrativo Fincantieri. Ma il modo in cui si muove, a iniziare dal ritardo con cui ha steso la sua piattaforma, e alcune scelte tutt’altro che di dettaglio, come la proposta della contrattazione annua del salario nazionale, la ampia apertura in materia di flessibilità degli orari o l’adesione alla sanità integrativa, fanno trasparire che già in partenza la FIOM si è predisposta ad un compromesso al ribasso (se non al massimo ribasso), pur di ‘rientrare nel gioco’.

Il Coordinamento nazionale di lotta dei lavoratori metalmeccanici respinge con forza la piattaforma padronale e i relativi diktat, e chiama risolutamente alla lotta di massa contro di essa e contro l’azione anti-operaia del governo Renzi. Denunzia al contempo l’integrale subordinazione di FIM-UILM all’asse Confindustria-governo e l’accettazione sempre più profonda, da parte della FIOM, di un’impostazione politica aziendal-produttivistica e nazionalista (il primato della difesa della “economia nazionale”) che mina l’enorme forza potenziale della classe lavoratrice (i lavoratori metalmeccanici soli sono oltre 1.600.000!), proprio in un momento in cui l’attacco dell’asse padroni-banche-governo necessita di una forte ripresa della mobilitazione dei lavoratori e di un’altrettanto forte ripresa di autonomia. Neppure un solo palmo del terreno perduto potrà essere recuperato senza questa ripresa!

Il nostro primo compito sarà, perciò, quello di presentare e propagandare sulla più larga scala possibile questa posizione, anche sulla base dell’esempio positivo costituito dalle lotte dei facchini della logistica, così come dalle altre lotte, isolate ma risolute, delle realtà di fabbrica e di lavoro in corso soprattutto fuori dai confini nazionali. Avendo forze molto limitate, siamo coscienti, in questa nostra prima uscita, di poter avere quasi esclusivamente una funzione di indirizzo politico, tracciando una linea di difesa intransigente degli interessi classe. Ma vogliamo egualmente indicare alcune rivendicazioni specifiche che consideriamo essenziali per mettere in atto una reale inversione di tendenza, su cui potremmo organizzare alcune iniziative di agitazione e di lotta.

1) Nessuna restituzione di salario ai padroni, che ci derubano sistematicamente del nostro tempo di lavoro e di vita;

2 ) Aumenti salariali del 5% della retribuzione minima mensile – come strumento di incremento del salario reale e per contrastare il ricorso agli straordinari; valore dei contratti e degli aumenti erga omnes, con minimi salariali non derogabili a livello aziendale o territoriale, eguali per tutti senza distinzione di impresa, di appalto, di settore;

3) Attacco alla giungla degli appalti e dei sub-appalti – è fondamentale per rafforzare l’unità tra i lavoratori, oggi strutturalmente ostacolata dall’esistenza e proliferazione di posizioni lavorative diverse e frazionate. Fermo restando l’obiettivo finale, di principio, delle abolizione totale del sistema degli appalti, dei primi, utili passi in questa direzione sarebbero i seguenti: a)ammettere una sola linea di appalto, con divieto totale dei sub-appalti; b)vietare le assunzioni operate attraverso le agenzie interinali; c)introdurre la responsabilità in toto delle aziende committenti sulle condizioni e i tempi di lavoro, i pagamenti, i contributi e la sicurezza; d)introdurre il diritto di prelazione non dell’azienda appaltatrice, ma dei lavoratori che svolgono da anni il proprio lavoro per o nelle grandi strutture, con l’obiettivo di creare un legame continuo e costante tra i lavoratori all’interno di uno stesso luogo di lavoro, impedendo il turn over non volontario; e)imporre un ‘albo’ dei lavoratori, e non solo delle imprese.

4) Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – per ridurre la fatica di chi lavora e avere nuove assunzioni in pianta stabile, con un colpo netto sia all’intensificazione della prestazione che alla continua riduzione degli organici delle imprese maggiori. Il che significa: 35 ore effettive per i turnisti, 37,5 per i giornalieri.

5) Cancellazione delle norme e delle prassi che colpiscono le lavoratrici – a cominciare da quelle che le penalizzano al ritorno dalla maternità (demansionamento, trasferimento in reparti-confino, mobbing, etc.).

6) No al welfare aziendale e all’allargamento degli spazi della sanità e del sistema pensionistico integrativi – che vanno respinti in linea di principio per rafforzare la tenuta unitaria della classe lavoratrice e la sua ripresa di iniziativa contro il progressivo smantellamento del sistema di welfare. (Parliamo di un rifiuto in linea di principio benché siamo coscienti che, se non cambieranno i rapporti di forza, è possibile, invece, che un certo numero di lavoratori accettino, subendole, queste ‘alternative’. Anche su questo va evidenziato e denunciato il passo indietro compiuto dalla FIOM con l’adesione al sistema della sanità integrativa, prima rifiutato e combattuto.)

7) Una diversa impostazione dell’età pensionistica e del calcolo dei coefficienti che metta per la prima volta all’ordine del giorno il calcolo della vita media per tipologia di lavoro.

8) Pieni diritti per tutte le organizzazioni sindacali, riconoscimento delle rappresentanze elette dai lavoratori, denuncia di tutte le forme di limitazione del diritto di sciopero, reintegro dei lavoratori licenziati per rappresaglia

9) Abolizione della legge Bossi-Fini, e di ogni altra misura discriminatoria ai danni dei lavoratori immigrati.

Quanto alle posizioni della piattaforma FIOM sul valore dei contratti e degli aumenti erga omnes, con minimi salariali non derogabili come garanzia di un reale salario minimo legale non antioperaio, si può sfidare la FIOM ad essere coerente con esse, senza farne merce di scambio, e si deve al contempo precisare che il minimo salariale deve essere eguale per tutti senza distinzione di impresa, di appalto, di settore. (L’apertura verso il recepimento del Testo unico, però, indica   qual’è la strategia delle burocrazie dei metalmeccanici CGIL). È tutto da vedere quali mobilitazioni la FIOM vorrà organizzare, e quale livello di contrasto all’aggressione padronale porrà realmente in essere. Una cosa sappiamo per certa: un periodo di lotte intense e prolungate sarebbe in contraddizione con le necessità produttive delle aziende e con un processo sempre più ricercato di riconoscimento istituzionale della FIOM e di compartecipazione agli enti bilaterali e di gestione dei servizi per i lavoratori. Per cui è probabile che il nostro intervento verrà a svolgersi, nonostante tutto, in un contesto di limitata conflittualità, e dunque di particolare difficoltà.

Quanto a noi, promuoveremo la lotta là dove siamo direttamente presenti e parteciperemo ad essa ovunque si darà, spingendo per il suo allargamento, la sua radicalizzazione nei contenuti e il suo collegamento con le altre lotte contrattuali, sociali e politiche in corso. Avendo in testa una priorità: far vibrare la necessità di una partecipazione attiva alle lotte della massa dei lavoratori comuni per dare vita ad una stagione di lotte contrattuali vere. Questo ci impegna ad intervenire in tutti i luoghi in cui vi siano assemblee, manifestazioni, scioperi, e a portare in essi gli elementi che accomunano i proletari e i salariati dei diversi settori produttivi, con un occhio attento anche ai conflitti dei pubblici dipendenti e degli studenti.

Ci daremo da fare per catalizzare con questa azione lavoratori e compagni, specie se immigrati, da impegnare in compiti di coordinamento e organizzazione, lavoratori e compagni formati nella lotta e che non si smarriscano dopo pochi mesi. E, sulla scia di quanto fatto dal SI-Cobas nella recente Conferenza internazionale dei lavoratori dell’auto di Sindelfingen (14-18 ottobre), lavoreremo ad intessere rapporti con gli organismi operai di lotta di altri paesi, per contrastare insieme le politiche scioviniste dei sindacati nazionali e porre le stesse rivendicazioni in tutti i gangli vitali delle aziende multinazionali. Un organismo sindacale che persegue un’azione politica classista nella prospettiva della rinascita del movimento proletariato internazionale e della lotta al sistema capitalistico, non può prescindere dallo stabilire collegamenti a livello internazionale con un metodo di lavoro pratico e riconoscibile.

12 novembre 2015

Il comitato promotore del coordinamento nazionale di lotta tra i lavoratori metalmeccanici

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