Fincantieri: le difficoltà del padrone e quelle dei lavoratori

Un aggiornamento sulla situazione a Fincantieri

Per Fincantieri sono davvero lontani i giorni in cui, sull’onda degli accordi con Msc Crociere e Virgin Cruise, il titolo volava in borsa e l’a.d. Bono poteva lasciarsi andare a dichiarazioni di questo genere: “Sono contento della quotazione in borsa, contentissimo. Quando ci siamo quotati, dopo la ristrutturazione pensavamo che il settore crocieristico riprendesse: c’è stato un boom. Il popolo ha creduto in noi, in 50.000 hanno sottoscritto azioni: gli investitori istituzionali si stanno accorgendo di noi”. Era il 21 giugno di quest’anno. Ad appena sei mesi di distanza lo scenario è cambiato, e di quanto!

Fincantieri si trova oggi di fronte a grosse difficoltà a livello finanziario, produttivo, organizzativo, e gestionale, e con qualche problema anche sul versante giudiziario.

Nonostante la crescita complessiva degli ordini che Fincantieri può vantare, il suo titolo, quotato in partenza (luglio 2014) 0.78 centesimi, vale ora 0.36. Il tonfo è dovuto a più fattori.

Anzitutto la crisi di Vard, la divisione del gruppo a più alta redditività, che costruisce navi specializzate nella ricerca nei fondali sottomarini di petrolio e gas. Con un prezzo del petrolio in forte calo a livello mondiale, pure gli investimenti delle multinazionali petrolifere in questo ambito sono in drastica diminuzione. Ne è derivata la riduzione di attività di tutti i cantieri europei e una situazione quasi al collasso nel cantiere Vard in Brasile, che ha risentito della caduta dell’economia brasiliana, della paralisi del governo Rousseff e della bufera che ha investito Petrobas, con il ritardo nell’inizio dello sfruttamento dei giacimenti marini. Il profit warning (ovvero l’annuncio di profitti in calo) dell’ottobre scorso ha ufficializzato questa condizione critica. Quando Fincantieri acquistò il 55% di Vard (gennaio 2013) un’azione Vard valeva 1.3 euro, ora è quotata 0.26. Il secondo fattore di difficoltà è costituito dalla riduzione dei profitti nella attività centrale del gruppo, la costruzione di navi da crociera; una riduzione dovuta al fatto che Fincantieri – negli anni più acuti della crisi – si era assicurata molti ordini vendendo a prezzi stracciati le sue navi ai grandi armatori (non meno potenti e multinazionali di Fincantieri, a partire dalla statunitense Carnival). Il terzo è la crescente incertezza che grava sull’economia cinese, in forte rallentamento, mentre Fincantieri puntava molto su joint-venture da realizzare con Carnival sul mercato cinese.

Del resto in Europa, tra il 2008 e il 2011, la pesante crisi di sovrapproduzione del settore ha portato alla chiusura di una trentina di cantieri, con la distruzione di 50.000 posti di lavoro. E – come in altri settori produttivi – la ripresa di attività è stata stentata sia in Europa che altrove. Tanto per dire: Hyunday chiude i primi nove mesi del 2015 con una perdita operativa di 1 miliardo di dollari, Daewoo con una perdita di 2,8 miliardi, mentre la Mitsubishi ha accumulato perdite per oltre un miliardo sulla commessa di navi da crociera per Aida Cruise. Altrettanti problemi per le altre società operanti nel settore ricerca di petrolio e gas, come Technip o Saipem, anch’esse in perdita.

In breve: le contraddizioni e convulsioni dell’economia mondiale hanno smontato l’ottimismo dei vertici di Fincantieri di appena 6 mesi fa. In conseguenza di tutto ciò, Fincantieri si trova ora nella necessità, smentita formalmente ma reale, di procedere ad un sostanzioso aumento di capitale (si parla di 500 milioni di euro su 800 milioni di capitalizzazione complessiva), con le incognite del caso, dato che l’ingresso in borsa di Fincantieri fu un mezzo fiasco. E c’è stato subito chi, fiutando il maltempo in arrivo, se l’è data a gambe levate. Si tratta del direttore generale di Fincantieri, un parassita di nome Andrea Mangoni, fuggito nottetempo con una modesta buonuscita di 3 milioni di euro “per otto mesi di lavoro”… Il giorno della fuga comparve sui giornali una sua foto in cui se la rideva a crepapelle. E ti credo!

Vediamo ora come questo cambiamento della situazione si ripercuote nel rapporto padrone-operai. Abbiamo detto più volte che Bono e la sua banda hanno progressivamente adottato in Fincantieri la linea-Marchionne, presentando – al momento della scadenza dell’integrativo – un insieme di pretese oltranziste: 104 ore di lavoro in più l’anno (circa 30 minuti totalmente gratuiti di lavoro in più al giorno), generalizzazione del 6×6 senza alcun limite alle ‘flessibilità’ dell’orario, modifica radicale dei criteri del premio di produzione e delle relative quantità, controlli a distanza sui lavoratori, ulteriore espansione del ricorso al lavoro in appalto e alle agenzie interinali, drastica limitazione dell’attività sindacale nei cantieri, solo per dirne le maggiori.

Questo oltranzismo ha reso finora difficile agli stessi leccapiedi della FIM e della UILM di raggiungere un qualsiasi accordo, anche perché la direzione Fincantieri si è detta finora del tutto disinteressata ad accordi separati con questi due sindacati che le garantiscono, sì, la loro piena collaborazione (cioè: subordinazione), ma non sono in grado di garantire la subordinazione dei lavoratori.

Un ricatto anti-sciopero in piena regola. A cui il padrone ha fatto seguire una serie di iniziative di repressione contro alcuni lavoratori iscritti alla FIOM attraverso trasferimenti, denunce per i picchetti, contestazioni disciplinari, e contestazioni mirate a Muggiano per ‘negligenza’ sul lavoro (a cui ha risposto uno sciopero spontaneo alla metà di ottobre).

A Marghera l’azienda ha revocato ogni agibilità ai delegati e la possibilità di tenere assemblee retribuite usando l’arma, mai adoperata in precedenza, dell’esaurimento delle ore di permesso, arrivando a smantellare anche il palco usato da decenni in mensa per le assemblee, con questa interessante motivazione (a tutela dei lavoratori…): “non è consentito fare interventi con impianti audio fissi e/o portatili che possano arrecare disturbo al personale che consuma la pausa mensa nei locali deputati a tale scopo, essendo questo momento dedicato alla refezione e al recupero psicofisico. In relazione a quanto sopra si evidenzia che eventuali comportamenti non conformi potranno essere oggetto di provvedimenti da parte dell’Azienda”.

Fincantieri sta anche cercando di mettere in piedi nei cantieri una struttura operativa spezza-sciopero capace di intervenire anche nelle ditte di appalto, in particolare con l’attiva supporto della UILM. Una operazione importante per intimidire e paralizzare un corpo operaio all’oggi piuttosto passivo e incline alla rassegnazione. E tanto più la cosa vale per gli impiegati: sempre a Marghera gli impiegati dell’ufficio tecnico sono stati minacciati per avere aderito allo sciopero del 2 ottobre, e accusati di produrre, con questa adesione, danni irreparabili all’azienda che possono anche portare alla chiusura degli impianti.

Ma l’azienda non punta solo sulla repressione e sulla de-sindacalizzazione (a Palermo uno dei vice-Bono, Sorrentino, ex-esponente della FIOM, ha sollecitato i dipendenti a stracciare la tessera del sindacato). Sta anche cercando di mettere in piedi un apparato di individui ‘fidelizzati’, attraverso promozioni (200 operai sono stati promossi capi nel 2014) e superminimi, e di creare canali diretti di comunicazione tra vertice aziendale e lavoratori bypassando le organizzazioni sindacali.

Ad oggi questa duplice operazione padronale non ha conseguito risultati decisivi, perché in certi casi le promozioni, premiando i più lecchini, hanno deluso alcuni tecnici molto qualificati (che in alcuni cantieri sembra si siano dimessi, creando problemi organizzativi). Ma più in generale perché è oggettivamente alquanto complicato ‘fidelizzare’ la massa dei lavoratori e al contempo colpirne il salario, peggiorarne la vita nel posto di lavoro, preparare un futuro di salario sempre più variabile e incerto, e flessibilità a vita.

Facciamo solo un paio di esempi di questo peggioramento relativi al cantiere di Palermo: a inizio settembre, i lavoratori dell’officina impianti provvisori si sono visti assegnare il turno plurisettimanale di 48 ore invece di 40, con riposo compensativo scelto dall’azienda in sostituzione del pagamento dello straordinario per il sabato lavorato: come dire, orari più lunghi e taglio dei salari; appena un mese dopo, nell’officina UMO, è stato messo in atto un nuovo sistema di ‘monitoraggio’ del comportamento di ogni singolo lavoratore. Ma non si tratta solo di Palermo. Ad esempio a Muggiano, a luglio, è stata sperimentata una nuova apparecchiatura per il controllo a distanza delle lavorazioni (un computer portatile tipo tablet touch-screen dotato di un sensore per le timbrature), che servirà in realtà a controllare a distanza, passo dopo passo, i singoli lavoratori.

In ogni caso va presa sul serio la politica padronale di ridurre la componente operaia tra i dipendenti diretti di Fincantieri a favore di quella tecnica-impiegatizia, e di allargare contestualmente il ricorso agli operai degli appalti (ci sono oggi in Italia 7.400 dipendenti Fincantieri a fronte di quasi 30.000 ‘esternalizzati’), facendo dei dipendenti diretti di Fincantieri i sovrastanti e, se possibile, i kapo degli operai degli appalti, in larghissima maggioranza immigrati dai Balcani, dall’Asia e dall’Africa araba, oppure, nei cantieri del Nord, immigrati dal Sud Italia.

Una politica a cui si può rispondere in un solo modo: rendendo più intenso e sistematico l’intervento verso gli operai degli appalti per promuovere l’unità tra le due componenti della classe operaia che l’azienda cerca di separare e contrapporre.

Un rovescio della medaglia di questa tendenza dell’azienda ad accrescere ulteriormente il ricorso al lavoro in appalto e abbattere così i costi di produzione, è l’enorme difficoltà ad incastrare in modo efficiente e tempestivo (‘just in time’) le attività di centinaia di piccole unità produttive separate adibite a compiti differenti. Le stesse attività di progettazione vengono sempre più esternalizzate, ma il compito di gestire l’esecuzione dei lavori così come progettati è affidato ai tecnici dei cantieri, e spesso questi si vedono costretti a rimodulare, modificandolo, ciò che è stato progettato, con una serie di disfunzioni e ritardi.

Questo aggiunge alle difficoltà finanziarie e produttive di Fincantieri, difficoltà di ordine organizzativo e gestionale, a cui contribuisce l’incredibile lentezza del governo e delle regioni Liguria e Sicilia nel dare corso ad opere infrastrutturali di allargamento dei cantieri di Sestri Ponente e Palermo.

Talvolta, poi, come a Monfalcone per la questione dello smaltimento dei rifiuti, la magistratura non può fare a meno di intervenire nelle molteplici zone di violazione delle normative, per quanto si tratti, come sempre nel rapporto magistratura-capitale, di semplici punture di spillo, se pure… – nel caso del sequestro del cantiere di Monfalcone per una settimana, poi, sono subito intervenuti il governo e la Serracchiani, governatrice Pd del Friuli-Venezia Giulia, a dare soldi all’azienda per il pagamento della cassa integrazione in deroga. Altrettanto tardiva e parziale la recente condanna inflitta a Palermo a tre dirigenti della Fincantieri (Cortesi, Cipponeri, Lemetti) per la morte di sette operai deceduti per asbestosi e mesotelioma pleurico in seguito alla inalazione di fibre di amianto (in tutto, nel corso degli anni, ne sono deceduti 37!).

Si deve forse a quest’insieme di difficoltà (unica certezza: l’incremento delle commesse belliche) il fatto che, dopo averli snobbati ritenendoli inutili, i vertici aziendali abbiano ripreso il 3 dicembre gli incontri con FIOM, FIM e UILM, sebbene al momento questa ripresa sia più formale che altro, dal momento che Bono&C. non hanno modificato in nulla le proprie posizioni. Fino a giugno hanno fondato il loro oltranzismo sul lavoro garantito per anni; ora invece fanno leva sulle preoccupazioni diffuse tra i lavoratori per le molte voci sulla situazione finanziaria critica dell’azienda: ma la loro musica non cambia. In linea con le posizioni e la piattaforma di Federmeccanica, attaccano a 360 gradi.

Sul versante dei lavoratori si può dire questo: da anni i lavoratori Fincantieri e i lavoratori (assai più numerosi) degli appalti stanno subendo l’attacco padronale, con momenti di reazione e di lotta importanti ma nell’insieme, finora, perdendo forza.

Per i lavoratori della Fincantieri questa perdita è cominciata negli anni scorsi con la lunga vicenda della cassa integrazione. Con quell’esperienza e con l’esodo successivo da Fincantieri della generazione operaia protagonista delle lotte operaie più accese, una nuova leva di operai si è trovata di fronte ad un’aggressione pratica e, prima ancora, ideologica del padrone a cui non era affatto preparata, in termini di “cultura” e di organizzazione di classe. Da anni, nei cantieri, i lavoratori Fincantieri vedono ridursi gli organici, svuotarsi le vecchie officine e nel contempo crescere gli appalti in ogni ganglio produttivo, dalle lavorazioni di bordo alla progettazione allo sviluppo tecnico del prodotto, con la presenza di lavoratori degli appalti sempre diversi (dato il continuo turn over) e frazionati in piccole e piccolissime imprese, e sempre meno sindacalizzati.

Questo processo di continuo cambiamento dell’organizzazione del lavoro e della composizione della forza-lavoro si ripercuote sulla fiducia dei lavoratori di poter essere in grado di rispondere con efficacia all’attacco padronale, e li spinge, finora, verso la passività e una passiva aziendalizzazione della propria mentalità e del proprio orizzonte. E dobbiamo qui ripetere, per l’ennesima volta, che le organizzazioni sindacali, inclusa la FIOM, portano una specifica, grande responsabilità nell’avere assecondato (FIM-UILM) o nel non avere realmente contrastato (la FIOM) l’aggressione padronale degli ultimi due decenni, nell’avere fatto il possibile per disperdere (FIM-UILM) o nel non avere raccolto e potenziato (FIOM) la disponibilità alla lotta che pure, in dati momenti, i lavoratori, e anzitutto gli operai della Fincantieri e degli appalti hanno espresso.

Il più recente di questi momenti è stato lo sciopero congiunto degli otto cantieri italiani e degli uffici centrali di Trieste indetto dalla sola FIOM il 2 ottobre scorso. Uno sciopero riuscito, in media, bene, nonostante l’attivissimo sabotaggio operato dalle strutture di FIM-UILM (molti dei cui iscritti hanno, però, scioperato). Questo sciopero rimetteva finalmente in campo la necessaria unità tra i cantieri, rivendicata molte volte dal nostro Comitato come l’arma fondamentale a cui ricorrere, insieme all’unità tra i lavoratori Fincantieri e i lavoratori degli appalti.

Ma a questo sciopero la FIOM non ha dato alcuna continuità e la ripresa degli incontri Fincantieri-sindacati sta avvenendo perciò in una situazione di calma piatta negli stabilimenti, con molti straordinari e con l’entrata in vigore della cassa integrazione a Palermo (sebbene, anche a Palermo la voce degli operai si sia fatta sentire con due giorni di sciopero, il 6 e 7 novembre, indetto ancora una volta dalla sola FIOM).

Nella vicenda dell’integrativo aziendale, FIM-UILM hanno puntato fin dall’inizio sulla replica degli accordi separati degli ultimi anni, pronti a sottoscrivere qualsiasi pretesa aziendale in materia di ‘flessibilità’, purché ci fosse anche un minimo di salario in cambio o, almeno, non ci fosse una secca decurtazione del salario. Ma una volta che l’azienda ha escluso questa possibilità, hanno concentrato la loro azione contro le iniziative della FIOM accusata, insieme ai vertici aziendali, di volere “non rinnovare il contratto di secondo livello, togliendo salario e diritti ai lavoratori”, una volontà che si spiegherebbe con il ‘progetto politico’ di Landini che, a loro dire, ha “bisogno di gente affamata e arrabbiata”.

In concreto questa posizione ha significato zero-iniziative contro il padrone e l’attivo boicottaggio degli scioperi indetti dalla FIOM. Quando hanno tuonato di voler prendere ‘iniziative nazionali’, si è trattato semplicemente di andare a bussare da questuanti alle porte dei comuni, delle regioni e del governo perché facciano la loro parte… più di quello che stanno facendo?! Per i burocrati di FIM-UILM padrone e lavoratori sono sulla stessa barca, esattamente come per Bono, ed eccoli assicurare ottimisticamente i lavoratori (dopo l’incontro del 3 dicembre) che la trattativa è ormai ripresa “senza pregiudizi, con l’intenzione di concluderla in breve”. Con un accordo-capestro, è prevedibile.

Quanto alla FIOM, una volta riconosciuto il dato di fatto che tutti gli scioperi in Fincantieri sono frutto della sua iniziativa, va detto però, che come nella vicenda del contratto dei metalmeccanici, la sua polemica verbale e le sue azioni di lotta coprono un progressivo arretramento reale davanti all’attacco padronale.

Anche in Fincantieri FIOM vuole rientrare nel gioco e gestire le ‘flessibilità’ di orario, salario, organizzazione del lavoro pretese dall’azienda. Dall’apertura della vicenda dell’integrativo in poi, il procedere della FIOM è un seguito di promesse non mantenute. Lo stesso sciopero congiunto di tutti i cantieri realizzato il 2 ottobre scorso, il primo dopo tanti anni di dannosa e colpevole separazione dei cantieri, è stato usato per ribadire la propria capacità organizzativa, il proprio essere maggioranza tra i lavoratori del gruppo, più che per rilanciare davvero la lotta. Prova ne è che dopo di esso il duo Landini-Papignani ha moltiplicato gli appelli alla legge, alla Costituzione, alla natura ‘pubblica’ e statale di Fincantieri, alle istituzioni locali (in tempi di elezioni), al governo Renzi, quello del Jobs Act!, per cercare in ogni modo di ottenere la riapertura delle trattative – ma per ottenere cosa?

Di sicuro per ottenere la conferma della propria rappresentatività. Ed è proprio per questa ragione che la FIOM ha voluto rinnovare le RSU in questi mesi, vincendo ovunque largamente tra gli operai (in particolare a Marghera, ma anche a Sestri Ponente e a Monfalcone) e ottenendo buoni risultati tra i tecnici e gli impiegati, perfino negli uffici centrali di palazzo della Marineria a Trieste.

Ma in un contesto di continua perdita di iscritti: oggi ad esempio nel cantiere di Marghera la FIOM ha 231 iscritti, di cui 31 impiegati, il livello più basso da sempre. E questa perdita di seguito si è toccata con mano anche nella consultazione organizzata in cantiere sulla piattaforma per il rinnovo del contratto mazionale. Nelle precedenti consultazioni avevano votato, in media, 650-700, anche 750 lavoratori; in questa, invece, hanno votato solo in 370 (sebbene in cantiere ci fossero 930 dipendenti Fincantieri), con 311 sì, 53 no (circa il 15%, una delle percentuali più alte in Italia, dove in media il no si è attestato al 6%), 5 bianche, 1 nulla, con molti operai inclini a votare No, come sostenuto dal nostro Comitato, che hanno preferito disertare il voto. Tra i lavoratori degli appalti, dove si è trattato di un voto-farsa, ci sarebbe stata, invece, l’unanimità.

Ma non si tratta solo di perdita di iscritti; c’è anche una rilevante riduzione di attività e di attivismo degli iscritti della FIOM, uno scarto crescente tra l’avere la tessera e agire in difesa dei propri diritti ponendo rivendicazioni per sé e i lavoratori degli appalti. Il contesto è ancora più sfilacciato, ovviamente, tra gli impiegati, tra i quali, ormai, anche solo l’avere la tessera della FIOM comporta un’esposizione a cui pochi sono disposti, di sicuro non quelli che aspirano a fare carriera.

La crisi della FIOM a Marghera è evidente anche nella mancata scelta del coordinatore FIOM nel cantiere. Per la maggioranza degli iscritti FIOM dovrebbe esserlo, ovviamente, l’operaio di gran lunga più votato da loro, che è anche il più coerente nella difesa degli interessi dei lavoratori; ma la burocrazia FIOM fa muro contro la sua entrata nel coordinamento nazionale, e anzi ha provveduto ad avviare nei suoi confronti un processo interno per le critiche da lui rivolte, in più occasioni, alla direzione della FIOM. Il risultato è una situazione di stallo che accresce la demoralizzazione dei lavoratori che sono stati finora i più attivi nelle lotte, la loro sfiducia nell’organizzazione sindacale con cui finora si sono identificati.

Del resto, queste difficoltà dei lavoratori Fincantieri sono comuni a quelle di altri cantieri europei, a cominciare dal grande cantiere francese STX a Saint-Nazaire, restato per un paio d’anni quasi senza commesse e oggi dichiarato “in buona salute” quanto a profitti, ma a prezzo della salute della classe operaia, con l’aumento dei ritmi, un crescente sovraccarico di lavoro per gli operai, una enorme espansione dei sub-appalti a colpi di precariato e di “lavoratori distaccati” di altri paesi dell’UE, ai quali si applicano in Francia le normative e i livelli salariali dei propri paesi di origine, che sono in genere i paesi dell’Est Europa.

La situazione non è differente nei cantieri della tedesca Meyer Werft, la prima concorrente europea di Fincantieri, dove di recente è stato imposto ai lavoratori un “patto per l’occupazione e l’innovazione” che prevede loro pesanti sacrifici. Ma proprio a Saint-Nazaire è accaduto di recente un episodio indicativo: era in visita Hollande per celebrare in pompa magna la rinascita del cantiere, ma un centinaio di operai e un paio di delegati della CGT sono in entrati in sciopero per contestare direttamente ad Hollande di essere complice con la violenza padronale in atto ad Air France contro i lavoratori ‘rei’ di aver malmenato un paio di dirigenti (D. Bernard, STX à Saint-Nazaire. Fierté ouvrière face à Hollande et à la violence patronale, sul sito di Révolution Permanente, 13 ottobre).

Indicativo perché in una situazione come questa in cui dovunque il padronato, profittando della crisi terminale del vecchio movimento operaio, punta ad annichilire i lavoratori e le loro aspettative, demolendone l’organizzazione sui luoghi di lavoro e arruolandoli individualmente, da neo-schiavi, nei piani aziendali; in una situazione come questa, la riscossa passa di necessità nell’immediato per la tenuta dei nuclei operai, anche piccoli nuclei operai, più combattivi e coscienti.

Passa per la loro capacità di restare saldi al loro posto nonostante le intimidazioni padronali e l’ostracismo dei burocrati sindacali; per la loro capacità di riproporre testardamente la lotta di classe della massa degli sfruttati come la sola ed unica via per risalire la china; per la loro capacità di non farsi isolare e rinchiudere dentro le singole aziende, e di tessere invece reti di collegamento e di organizzazione con gli altri proletari che lottano e resistono; per la loro capacità di contrapporre alla arroganza padronale, alla politica della ‘austerità’ e alla svendita degli interessi operai e della forza operaia, la prospettiva politica della auto-attivazione e dell’organizzazione indipendente dei lavoratori; passa per la riaffermazione dei bisogni vitali e della dignità di classe dei salariati, per la ripresa della pratica e della teoria della lotta di classe anti-capitalista, e la più stretta solidarietà e unità tra i proletari di tutte le nazioni e provenienze.

È con questo intento che abbiamo condiviso con i compagni del SI-Cobas e altri organismi operai la promozione di un coordinamento di lotta tra i lavoratori metalmeccanici al di là delle appartenenze sindacali. Non ci illudiamo che dall’assemblea del 19 dicembre già possa nascere un organismo in grado di svolgere da subito questo compito. Sappiamo di essere appena ad un primo passo su questa strada. Che non interessa solo i metalmeccanici, e solo l’attuale stagione di rinnovi dei contratti, evidentemente. La rinascita dell’organizzazione sindacale e politica dei lavoratori su basi di classe, perché di questo al fondo si tratta, è questione generale e ci impegnerà a lungo.

Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri
Piazza Radaelli, 3 – Marghera
comitatosostegno@gmail.com

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