Vogliono tutto!

Insieme all’aggiornamento sulla situazione a Fincantieri, ecco una presentazione della piattaforma aggressivamente anti-operaia con cui la Federmeccanica si presenta al rinnovo (?) del contratto dei metalmeccanici.

Da entrambi i testi emerge la necessità urgente di un collegamento tra quei piccoli nuclei di lavoratori e compagni che nelle fabbriche metalmeccaniche tengono duro, e tra loro e gli altri nuclei operai disposti a battersi, o che già si stanno battendo (come nella logistica), contro l’asse padroni-governo Renzi. E’ l’esigenza che sta alla base della riunione di sabato prossimo a Bologna indetta dal SI-Cobas nazionale, dal nostro Comitato e da altri organismi e compagni della Fiat.

Bisogna riconoscere che i padroni delle fabbriche metalmeccaniche si sono preparati a questa scadenza contrattuale meglio, molto meglio, degli operai. Del resto, il momento gli è favorevole. Un governo più filo-padronale del governo Renzi non riescono neppur a immaginarlo. Dei sindacati più lontani dall’idea di organizzare e condurre un vero conflitto, neppure. Colgono il momento, e rilanciano. Lo fanno con un documento-manifesto di estrema chiarezza. Facile da leggere, ben scritto, ambizioso. Che si può sintetizzare con il motto di un romanzo del ’68 (con ben altri protagonisti): “Vogliamo tutto”. Poiché non abbiamo scorto in giro una sua adeguata presentazione, provvediamo noi. Lo merita.


Il suo titolo è “Il rinnovamento contrattuale”. Attenti: non il rinnovo; il Rinnovamento. Il testo è stato presentato il 6 novembre a Roma ai vertici di FIM-FIOM-UILM. Lo firmano Federmeccanica e Assistal (l’associazione dei padroni dell’impiantistica). La sua apertura rivendica con orgoglio al settore metalmeccanico di essere “il cuore pulsante dell’industria” italiana. E i dati lo confermano in pieno. 400 miliardi di fatturato, circa 190 miliardi di esportazioni, la metà dell’intero export italiano, più di due terzi dell’intero surplus manifatturiero. 100 miliardi all’incirca di valore aggiunto! L’80% delle sue produzioni è ad alta o medio-alta tecnologia. Tra 1.650.000 e 1.700.000 addetti. Se ne deduce facilmente che si tratta di un settore-chiave del proletariato in Italia. Fondamentale per i padroni, altrettanto fondamentale per noi.

Fatta questa premessa, si passa ad illustrare il pesante impatto della crisi sul comparto (una vera e propria “guerra”, sostiene il documento, più che una semplice crisi). Tra il 2007 e il 2014 “si è perso circa un terzo della produzione metalmeccanica, un quarto della capacità produttiva e la ricchezza prodotta, misurata con il valore aggiunto a prezzi costanti, è crollata dai circa 120 miliardi di euro agli attuali 98 miliardi, un crollo pari a circa 18 punti in percentuale”. La perdita è stata diseguale: si va da un minimo del -20,9% nella produzione di mezzi di trasporto diversi dall’auto al -43,8% nella produzione di macchine e apparecchi elettrici. Sono stati bruciati 300.000 posti di lavoro (questa cifra la forniamo noi perché i padroni la tacciono). Subito sono indicati i concorrenti che ne hanno beneficiato: export cinese, +89,4%; export tedesco, +12%; export statunitense, +8,1%.

Le cause? Una sola, a sentire loro: il CLUP, il costo del lavoro per unità di prodotto, che sarebbe cresciuto in Italia (dal 2000 al 2015) del 34,7% a fronte di un -0,2% della Germania e un +2,3% della Francia. Sottinteso truffaldino: è stato l’eccessivo costo del lavoro a spedirci fuori mercato. Truffaldino due volte.

Primo, perché il CLUP indica il rapporto tra costo del lavoro e produttività, e la produttività del lavoro dipende anzitutto dagli investimenti produttivi, che in Italia nel periodo 2009-2014 sono letteralmente tracollati (-30% circa, un record negativo in Europa), e poi dalle dimensioni medie delle imprese (in Italia, troppo piccole), dalla capacità delle imprese di fare rete, dalle infrastrutture, dall’efficienza o inefficienza della pubblica amministrazione, etc. Secondo, perché se c’è un fattore di produttività che è di sicuro cresciuto negli ultimi 15 anni è l’intensità delle prestazioni lavorative – dunque, anche a voler ammettere che i dati di Federmeccanica non sia taroccati (del che dubitiamo), non è certo ai lavoratori che va addebitato questo scarto nell’efficienza produttiva tra le imprese metalmeccaniche italiane e quelle dei paesi concorrenti.

In ogni caso l’imperativo che ne consegue è scontato: bisogna “rendere più competitive le nostre imprese sui mercati mondiali”. Perché questo possa accadere, sul frontespizio di questa ‘transizione’ ci sono scritte [in grassetto nel testo di Federmeccanica] le seguenti parole: “Niente sarà più come prima“. A cominciare dai ‘sacri principi’.

Primo di essi: “L’impresa deve essere tutelata in quanto bene di interesse comune”. E in materia di sacri principi, poteva mancare una citazione del pontefice-multiuso? Certamente, no. A voi la verità di Francesco, nella veste, questa volta, di guida degli imprenditori cattolici: “Per quanto essa sia un bene di proprietà e a gestione privata, per il semplice fatto che persegue obiettivi di interesse e di rilievo generale quali ad esempio lo sviluppo economico, l’innovazione e l’occupazione, andrebbe tutelata in quanto bene in sé.”.

Da un tale principio primo deriva “una profonda opera di Rinnovamento [iniziale maiuscola e in corsivo nel testo] che non può essere ritardata”. Bisogna che le imprese, e i lavoratori, poiché è per loro che suona la campana, siano in grado di adattarsi a “un intero mondo (che) si è fatto flessibile e veloce”.

A essere flessibile dev’essere anzitutto l’organizzazione del lavoro, ma anche le competenze dei lavoratori. Bisogna che i lavoratori diano di più alle imprese, al capitale. Non basta il semplice saper fare. Troppo poco. Ad esso “dobbiamo (cioè: i lavoratori devono) aggiungere una conoscenza trasversale (sapere) e una forte motivazione (sapere essere)”. Sapere e sapere essere per l’impresa, s’intende; accrescere le proprie conoscenze per il “bene” dell’impresa; pensare per l’impresa; vivere per l’impresa.

Del resto, e giù le cifre di un’inchiesta fatta da sociologi servili, i lavoratori sono pronti: l’87,2% di loro è disponibile a “dare un contributo per realizzare innovazioni partendo da idee e problemi emersi sul lavoro”. È finito il tempo delle vecchie divisioni tra lavoro manuale e intellettuale, azzardano quelli di Federmeccanica, divenuti improvviamente immaginifici. Sono finite anche le vecchie categorie interpretative. Ne servono di nuove perché “c’è sempre meno bisogno di ‘manodopera’ e di più di ‘mente d’opera’. Meno lavoro esecutivo e più lavoro intelligente”.

Sta a vedere che si sono convertiti pure loro alla teoria del capitalismo cognitivo… Sta a vedere che d’ora in poi i luoghi di lavoro si trasformeranno in luoghi di libera applicazione della umana forza-invenzione di ciascuno e di tutti senza la demenziale gerarchia tra i lavoratori del ‘cervello’ (e sopra di loro il più cervelluto di tutti, il padrone) e i lavoratori della ‘mano’. Vediamo come continua la storia, non si sa mai. Non fissiamoci con le nostre ‘prevenzioni’ anti-padronali. Siamo stati avvertiti che “niente sarà più come prima”…

Ed infatti si afferma subito dopo che bisogna scrivere nuove regole. Qui la voce, da suadente e vagamente sognante (il sogno della espropriazione totale di ogni capacità mentale e di attenzione dei salariati), cambia tono, ridiventa metallica, la vecchia voce del padrone di sempre. Le nuove regole, sia chiaro, “una volta sottoscritte devono essere rispettate da tutte le parti contraenti”. Capito, Landini? Torna pure al tavolo della (finta) trattativa, se vuoi, ma sappi che se firmerai (se stai preparandoti a questo), non illuderti di poter in seguito svicolare. E le nuove regole le fissano, ovviamente, i padroni. Anzi: le hanno già fissate.

Eccole. Flessibilità completa nell’utilizzo del fattore-lavoro. Superamento, cioè cancellazione, degli automatismi (ovvero di ogni dimensione collettiva del salario). Salario ancorato in modo sempre più stretto alla produttività e alla redditività delle singole imprese, e sempre più individuale. Perciò a livello nazionale si possono prevedere soltanto i “trattamenti economici e normativi minimi”, nulla più, e “gli adeguamenti [salariali] eventualmente previsti [dal contratto nazionale] dovranno essere riconosciuti soltanto a quei lavoratori con trattamento retributivo inferiore ai suddetti minimi”. Di aumenti salariali si potrà parlare, perciò, solo ed esclusivamente a livello aziendale, e lavoratore per lavoratore, in relazione ai risultati aziendali. È un programma radicale di ritorno al salario a cottimo – la forma di salario più conveniente per i capitalisti, contro cui i lavoratori hanno lottato nel secolo scorso, e di cui Marx ha scritto quanto segue:

«Dato il salario a cottimo, è naturalmente interesse personale dell’operaio impegnare la propria forza-lavoro con la maggiore intensità possibile, il che facilita al capitalista un aumento del grado normale dell’intensità. Ed è allo stesso modo nell’interesse personale dell’operaio prolungare la giornata lavorativa, perché così cresce il suo salario giornaliero o settimanale. (…) Ma il maggior campo d’azione che il salario a cottimo offre all’individualità, tende da un lato a sviluppare l’individualità, e con ciò il sentimento della libertà, l’autonomia e l’autocontrollo degli operai, dall’altro a sviluppare la loro concorrenza fra di loro e degli uni contro gli altri. Esso ha perciò la tendenza ad abbassare il livello medio dei salari mediante l’aumento dei salari individuali al di sopra del livello stesso.»

In un contesto come quello attuale sono all’opera due fattori che potenziano fortemente la tendenza all’abbassamento del livello medio dei salari: la vasta disoccupazione e l’acuita concorrenza globale con imprese di paesi con livelli salariali medi molto inferiori a quelli italiani.

Ed è esattamente su questo che conta Federmeccanica, ed è per questo che non pone limiti a sé stessa: a suo dire oggi solo il 3,5% del salario operaio è variabile a fronte di un 74% fissato a livello nazionale. Quindi di spazio per abbassare in questo modo il livello medio dei salari ce n’è, e come! Del resto, cosa dice l’inchiesta (padronale)? Che il 71,5% dei lavoratori metalmeccanici è d’accordo. E, accidenti, si deve tenerne conto. “Valorizzare le risorse umane [è questa, infatti, la mission delle imprese…] significa considerare i cambiamenti intervenuti negli orientamenti dei lavoratori, tenendo conto dei loro nuovi bisogni. L’identificazione con il proprio lavoro e l’azienda in cui sono inseriti è ben più elevato di quanto non si pensi.”. E dato che si sono lanciati, vanno fino in fondo nel dichiarare il loro programma, presentandolo come una convinzione, un’esigenza dei lavoratori: “In definitiva, i lavoratori percepiscono l’impresa in cui sono occupati un po’ come la loro ‘seconda casa’, dove sviluppano relazioni sociali, amicizie, identificazione. Per questi motivi tendono a condividerne gli obiettivi, i destini e ne sollolineano la qualità oltre la mera dimensione economica”.

Lunga vita, dunque, all’impresa-madre, all’impresa-casa, all’impresa fonte di identità, all’impresa luogo di socializzazione, all’impresa “valore sociale”, e – si capisce – all’impresa che organizza in proprio il welfare per i suoi amati (e, al 71,5%, innamorati) collaboratori. Con tanto di richiesta al governo di misure fiscali premiali per “il secondo pilastro del sistema pensionistico” e la “sanità integrativa”.

E le organizzazioni sindacali (visto che trattasi di un documento per il ‘rinnovamento contrattuale’)? Bisogna arrivare a pag. 20 (su 22) per trovare la risposta al problema: “Il rapporto con i singoli lavoratori deve essere la norma, non l’eccezione, perché si possa costruire dalla base un sistema di relazioni industriali normalizzato e inclusivo”.

È un chiarissimo benservito alle burocrazie sindacali. Sono servite ad aziendalizzare e nazionalizzare i lavoratori, cancellando il più possibile ‘dall’interno’ il loro senso elementare, e talvolta non solo elementare, di appartenere ad una classe differente da quella dei padroni, e non esattamente amica dei padroni. Ora ricevono in premio una (meritatissima) pedata nel didietro. In un sistema di relazioni industriali normalizzato e inclusivo non c’è spazio per loro se non come agenti della “condivisione degli obiettivi, dei rischi e dei risultati” delle singole imprese e del sistema delle imprese. Condivisione, attenti, non co-gestione. È una sorta di preavviso di licenziamento. Punto e a capo.

Le intenzioni dei padroni non potrebbero essere più esplicite e oltranziste, forti dell’appoggio del governo che con Poletti sponsorizza la fine del nesso tra orario di lavoro e salario. Hanno preparato bene il loro piano di guerra, soprattutto perché lo presentano come un piano oggettivo, inevitabile, che non ha alternative, e per di più coerente con l’aziendalismo dei lavoratori.

L’aziendalismo dei lavoratori non è un’invenzione dei sociologi a loro libro paga. Costoro hanno solo il compito di amplificarlo ‘documentandolo’. È stata una reazione difensiva davanti ad un attacco padronale e governativo di inattesa intensità e violenza, e un allineamento progressivo ad esso – o una progressiva diserzione davanti ad esso – di FIM-FIOM-UILM. Una reazione comprensibile, ma perdente, perché non è possibile difendersi efficacemente azienda per azienda in un contesto di concorrenza globale e di attacco generalizzato ai lavoratori. Non c’è dubbio che i soli ad avere beneficiato di questo ripiegamento aziendale e aziendalista dei lavoratori sono stati i padroni. I quali, però, non si accontentano dei risultati ottenuti. Proprio perché sanno bene quanto è grave la crisi del loro sistema, e quanto è provvisoria e labile la ‘ripresa’ di cui si vanta il loro spacciaballe Renzi, preparano un affondo in grande stile.

Se non vogliamo essere stesi al suolo, compagni e lavoratori, è tempo di darci una mossa!

13 dicembre 2015
Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri
piazza Radaelli 3 – Marghera
comitatosostegno@gmail.com

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