Fermiamo la corsa alla guerra

Quando i lavoratori di una azienda tessile del Veneto hanno ricevuto l’ordine di sostituire con urgenza le etichette “Made in Turkey” ai jeans da esportare in Russia, nessuno aveva pensato all’aereo russo abbattuto pochi giorni prima nei cieli siriani dall’esercito turco, o alla tensione crescente tra gli eserciti di mezzo mondo per accaparrarsi un pezzo della Siria.

Nessuno aveva pensato alla guerra, alle quotidiane stragi meccaniche, alle bombe lanciate sulle case e sui luoghi di lavoro, alle carneficine di milioni di uomini, donne e bambini in Medio Oriente. Così come non molti hanno pensato alle decennali guerre scatenate dall’Occidente nei quattro angoli del globo quando hanno visto arrivare nelle loro città centinaia e migliaia di profughi. Alla guerra non si riesce a pensare neanche quando si sentono rombare i motori dei caccia, carichi di morte, partiti dalle basi militari dietro casa.

Alla guerra si è pensato solo quando a Parigi si è sparato nel mucchio. “Siamo in guerra”, ci hanno urlato i governanti – mandanti ed esecutori di altre decine di guerre. L’epica di Stato e la retorica degli alzabandiere vogliono coprire il sangue, lo sporco, la dinamite, le montagne di corpi smembrati, le vite spezzate, con la celebrazione delle bombe democratiche e la cancellazione della sanguinosa catena di orrori del passato, per arruolarci in nuove guerre.

Dobbiamo fermare le guerre, quelle in atto, quelle appena dichiarate e soprattutto quelle che si stanno preparando. Deve essere il primo obiettivo di mobilitazione per il prossimo futuro, e non per Parigi, ovvero non solo per Parigi. Ciò che è successo nella capitale francese ha toccato i cuori di molti: ma per quale motivo se non perché i morti erano troppo simili a noi, bianchi e benestanti (eh sì, in occidente perfino i lavoratori godono – ancora per poco – di una posizione di favore rispetto a gran parte dell’umanità). Ci sentiamo scossi perché è stata rotta la “pace”, la nostra tranquillità, riscoprendo che la morte non interverrà solo per vecchiaia o, tuttalpiù, per qualche incidente, magari sul lavoro, ma anche inaspettatamente e violentemente, …come in guerra appunto.

Sono la stessa paura e lo stesso smarrimento che si sono diffusi dopo l’11 settembre 2001. Ce ne ricordiamo ancora tutti. Si dovrebbe ammettere, con grande onestà, il razzismo che ha seguito gli attentati di Parigi, identico o forse peggiore di quello che si è scatenato dopo quelli di New York nel 2001: sarebbe bastato, ora come allora, riservare alle popolazioni siriane, afghane, irachene, palestinesi, africane, morte a milioni per guerre e embarghi, anche solo un decimo della partecipazione, del cordoglio, del senso di ingiustizia e della rabbia provati per i fratelli parigini (e newyorkesi) e si sarebbe fatto un enorme passo nella direzione giusta.

Il mondo non è in pace: il fatto che dai cieli europei (esclusi quelli balcanici) dal 1945 non cada una bomba non vuol dire che siamo in pace. Hollande sostiene che la Francia sia in guerra ed è così. Ma non lo è da dopo gli attentati di Parigi, lo è almeno dal 27 settembre, quando sono partiti i primi attacchi contro la Siria. E lo era già dal secolo scorso, quando nei decenni ha bombardato l’Iraq, la Yugoslavia, la Costa d’Avorio e… l’elenco sarebbe troppo lungo.

La Francia combatteva un’aspra guerra anche nel lontano 17 ottobre 1961, quando un altro tremendo massacro si è consumato nella capitale, quello degli Algerini che manifestavano per l’indipendenza dell’Algeria: oltre 15.000 algerini arrestati e centinaia di morti. E non si creda che sia una questione solo francese. Accanto all’indiscusso primato statunitense, tutto l’Occidente, dall’Italia al Canada, dalla Spagna alla Germania, interviene con le armi nel Sud del mondo per necessità.

Una necessità di guerra che è connaturata al e inestirpabile dal capitalismo, perché la guerra è funzionale alla ragion d’essere del capitalismo, fondato com’è sull’accumulazione di profitti senza fine.

Anzitutto il settore di produzione delle armi rappresenta un irrinunciabile volano dell’economia, che si traduce in investimenti immensi a sostegno delle ingentissime spese militari, senza contare le vaste ricadute della ricerca militare sul cosiddetto settore “civile”. Una palese conferma è data dal cospicuo aumento in borsa del valore delle imprese produttrici di armi (si veda Finmeccanica, per fermarci alla sola Italia) successivamente agli attentati di Parigi.

Ma la guerra è anche uno strumento indispensabile per distruggere le forze produttive per poi ricostruirle, consentendo al capitale di saziare momentaneamente la sua costante bulimia, la sua tendenza a crescere ad ogni costo. Non è stato il New Deal a far superare la depressione innescata nel 1929, ma lo sforzo bellico della seconda guerra mondiale e la ricostruzione sulle macerie europee che ne è seguita. Non dovremmo mai dimenticarlo a fronte dell’attuale, speriamo ultima, crisi del capitalismo mondiale dalla quale siamo tutt’altro che usciti.

Infine, la guerra è il mezzo per risolvere i contrasti tra imperialismi maturi e nascenti, per l’accaparramento di risorse naturali e nuovi mercati (e, in questo senso, si deve inquadrare una prospettiva di lungo respiro che ha come fine ultimo l’isolamento e l’indebolimento della Cina).

Questa necessità di guerra è pagata in modo violento dai lavoratori dei paesi attaccati, ma in termini e intensità diversi anche dal proletariato del Nord del mondo.

La spesa bellica sta aumentando in tutto il mondo, dal Giappone all’Arabia Saudita finanche alla Germania, a scapito di quella spesa sociale che dovremmo difendere con i denti e che vuol dire sanità, pensioni, istruzione, trasporti. E il budget per la difesa sta aumentando anche in quei paesi, Italia inclusa, in cui da anni si sta ripetendo il mantra che i soldi sono finiti e che si devono fare sacrifici e dove noi lavoratori stiamo rinunciando pressoché inermi a quanto conquistato con fatica.

Ma la guerra si fa sentire nei paesi ricchi anche per un’altra ragione. Al Sud le guerre creano distruzione e povertà, impossibilità di costruire o anche solo immaginare un futuro: l’Iraq è forse l’esempio più significativo dopo 25 anni di assedio ininterrotto che hanno ridotto il paese in una condizione non molto dissimile dall’“età della pietra”, come preconizzato e auspicato dall’amministrazione Bush padre.

Sulle macerie mediorientali (avete presente come Israele ha ridotto Gaza?), africane e asiatiche lo spirito di sopravvivenza di milioni di donne, uomini e bambini non si arrende e si muove alla ricerca di un posto dove sia possibile semplicemente vivere: il risultato si tocca con mano sulle coste siciliane e sulle frontiere orientali dell’Europa, dove masse sempre più grandi di lavoratori immigrati spingono per reclamare il loro diritto ad una esistenza degna di questo nome.

Il resto dovrebbe essere storia nota: in assenza di una vera, reale solidarietà militante dei lavoratori autoctoni, la forza lavoro immigrata è costretta a svendersi, trascinando al ribasso le condizioni di tutti. Ci sono sempre gli avvoltoi che da qualche scranno, vuoi imprenditoriale o parlamentare, approfittano della situazione per allargare questa divisione tra lavoratori linciando mediaticamente (ma non solo) chi di volta in volta è stato designato come il nemico che mina il nostro benessere e la nostra sicurezza: in origine i marocchini, poi gli albanesi e i rumeni e, infine, gli arabi-mussulmani.

Ma questa guerra che distrugge altrove e procura in loco braccia molto convenienti su cui lucrare, è solo un momento particolare di una guerra più generale condotta dal capitale alla ricerca di profitti, ossia la lotta di classe. Ormai quasi impronunciabile, abbandonata anche lessicalmente dalle coscienze e dal discorso pubblico, essa è condotta e riconosciuta come non mai dall’alto, dalla ristretta cerchia di chi trova questo mondo utile ai suoi interessi di accumulatore.

In realtà, la guerra di classe condotta dall’alto ha come bersaglio i lavoratori e mai è stata così cruenta e accanita come da quarant’anni a questa parte: si sta attaccando il diritto di sciopero, l’esistenza stessa dei contratti collettivi nazionali. Non si tratta di passi indietro, ma la cancellazione della possibilità della lotta (almeno nei desideri padronali). L’Unione Europea sta chiedendo di tassare i consumi e il lavoro per favorire i grandi proprietari, acutizzando la polarizzazione della ricchezza, che ha ripreso a galoppare come non mai, in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone.

Ovunque si sta tentando di comprimere le condizioni dei lavoratori con gli strumenti più efficaci nelle diverse realtà: al Sud, chi non si allinea è bombardato per non aver scardinato qualche governo ostile agli interessi del Nord; oppure si soffocano per vie traverse le aspirazioni ad un futuro migliore, come nel caso egiziano, in cui milioni di lavoratori e giovani hanno saputo cacciare, nel 2011, il governo di Mubarak, grande amico delle cancellerie occidentali. Chi, nei centri metropolitani, si organizza per rivendicare condizioni di vita dignitose, opponendosi al neoliberismo (ultima interfaccia del capitalismo), riceve batoste che limitano ex lege il diritto di sciopero, o batoste e basta, come nel caso dei facchini in lotta in Emilia Romagna e Lombardia.

Anche questa è guerra, sì, e non si devono sottovalutare gli effetti, anche se sembrano così distanti dalle tragedie quotidiane vissute da siriani, afghani, iracheni e tanti altri: si tratta di gradi di intensità diversi di un unico processo.

Chi, infatti, solo pochi anni fa, avrebbe mai immaginato che in Grecia, all’interno di quell’Unione Europea, spacciata per terra di pace e di welfare, sarebbe ripresa a salire la malnutrizione e la mortalità infantile? Sembravano spettri cancellati da decenni, definitivamente sepolti, richiamati in vita dal dio dell’accumulazione capitalistica che ha preso il nome di debito pubblico.

Questo processo non si fermerà da solo, né qui né in Grecia né in Siria e né altrove: solo un vasto movimento organizzato di lavoratori e di giovani che non si rassegnano ad un futuro sempre più nero, tenendo uniti  immigrati e autoctoni, fuori dalle asfissianti logiche dei nazionalismi che lo tengono spezzato e piegato, avrà la forza e l’interesse per farlo. Un movimento che qui in Italia dovrà saper denunciare la piena connivenza del governo Renzi con tutte le guerre scatenate dalla NATO e dai paesi occidentali, sebbene cerchi di nascondersi dietro la retorica della ‘difesa della vita’, come nel caso dell’invio di 450 soldati a Mosul, o dietro gli impegni presi da altri governi, come nel caso dei caccia F-35. Qualcosa ha cominciato a muoversi in questo senso, con la manifestazione di Napoli del 24 ottobre contro l’esercitazione NATO Trident Juncture e con le recenti assemblee contro la guerra di Milano e di Torino, ma il più resta da fare.

Confrontiamoci su questi temi, a Mestre sabato 30 gennaio – ore 16 (sede ancora da definire)

Comitato permanente contro le guerre e il razzismo
Piazza Radaelli 3, Marghera

comitatopermanente@yahoogroups.com

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...