Contratto dei metalmeccanici: tutto fermo, salvo i padroni e la repressione anti-operaia.

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[fonte immagine: http://www.lettera43.it/economia/aziende/45078/alcoa-passera-pessimista.htm]

A che punto è la vertenza sul contratto dei metalmeccanici? Ad un punto morto, per ora. Perché la Federmeccanica ha messo sul tavolo condizioni pesantissime, e dichiarato apertamente che non ha alcuna fretta di concludere un nuovo contratto. O il contratto si fa alle loro condizioni, o i padroni della metalmeccanica ne faranno volentieri a meno, facendo valere i rapporti di forza che gli sono, al momento, favorevoli anche per l’appoggio incondizionato che gli assicura il governo Renzi.

Le condizioni padronali sono note, perciò le richiamiamo in breve: 1) svuotamento pressoché totale del contratto nazionale, che da ora in poi servirà solo a definire un ‘quadro’ di principi, comunque tutti derogabili a livello aziendale, e i minimi salariali; 2) niente aumenti salariali per il 2016, e dal 2017 in avanti aumenti salariali subordinati agli incrementi di produttività, alla redditività delle imprese, al tasso di inflazione, alla accettazione delle ‘flessibilità’, e riservati solo a una parte dei lavoratori; 3) fine di ogni forma di automatismo, e cancellazione degli scatti di anzianità; 4) totale flessibilità nell’impiego della forza-lavoro in fatto di orari e straordinari; 5) integrale subordinazione dei PAR (permessi retribuiti) alla ‘prestazione effettiva’ e possibilità di monetizzarli; 6) nessun ruolo delle RSU in materia di ‘flessibilità’ e applicazione del Job’s Act; 7) massimo sviluppo del cosiddetto ‘welfare aziendale’. Con questa loro contro-piattaforma d’attacco i padroni puntano a ridurre salari e diritti, e mirano al contempo alla aziendalizzazione e ‘fidelizzazione’ integrale dei propri dipendenti e delle loro famiglie sul modello statunitense e giapponese. È altrettanto chiara la valenza politica di tutto ciò: approfondire la concorrenza e le divisioni nella classe lavoratrice, ostacolare il più possibile la sua ricomposizione unitaria in un comparto-chiave di essa, i metalmeccanici.

Il riacutizzarsi della crisi economica globale rafforzerà l’oltranzismo di questa impostazione, che, così com’è in blocco e senza sconti, è dura da ingoiare perfino per marci collaborazionisti quali i dirigenti di FIM e UILM. Ma noi ci dedichiamo qui solo alla FIOM perché è tutt’oggi alla FIOM che fanno riferimento i lavoratori più combattivi ed è anzitutto a loro che vogliamo rivolgerci.

La FIOM rivendica il suo ritorno al tavolo delle trattative come un risultato delle lotte degli ultimi anni, quindi come un cedimento padronale. Chiediamo: quali sarebbero le vertenze e le azioni di lotta politiche che hanno determinato questo cedimento da parte padronale? Francamente non è dato saperlo. Ma se davvero il rientro in gioco della FIOM è il risultato delle lotte, allora perché andare al tavolo con un’attitudine già in partenza sottomessa e concessiva? La verità, indigeribile anche per i più bravi e combattivi compagni della minoranza, è che la presenza della FIOM al tavolo di trattativa è voluta anche dai padroni, che non hanno intenzione di fare accordi separati o non pienamente esigibili. La FIOM ha, al momento, la maggioranza degli iscritti. Solo per questo, e anche per una certa opposizione operaia che non saremo di sicuro noi a negare, è importante per il padronato far sì che l’esigibilità contrattuale e tutte le decisioni necessarie per far marciare i loro profitti siano accettate e sottoscritte dalla totalità delle burocrazie sindacali.

La sintonia tra l’imposizione di Federmeccanica – deve esserci il ‘rinnovamento‘, e non il semplice rinnovo, del contratto, cioè il suo radicale cambiamento – e l’accettazione, da parte della FIOM, di questa formula, non è qualcosa di soltanto formale. Implica una serie di conseguenze negative di grande peso per gli operai e i lavoratori. La direzione del sindacato dovrà far ingoiare tutto ciò alla sua struttura, ai suoi delegati e ai suoi iscritti, anche attraverso marginalizzazioni, epurazioni e disconoscimenti di lotte unitarie. Proprio quello che in questi giorni sta avvenendo in relazione a compagni delegati della FCA di Termoli e Melfi impegnati nella lotta contro gli straordinari, a cui va tutta la nostra solidarietà. È in questo quadro che va visto anche l’ultimo comitato centrale che con il caso del compagno Destradis ha fatto prendere gli scudi a un’opposizione sindacale che è stata fin qui, però, molto debole e divisa politicamente.

La FIOM arriva a questa vertenza contrattuale dopo una serie di decisioni che un passo dopo l’altro, invece di chiuderla a doppia mandata, hanno spalancato la porta all’attacco padronale. Una rassegna veloce di queste decisioni: fondo integrativo pensionistico contrattuale, Cometa; accettazione coatta della riforma pensionistica (le tre ore di sciopero sono state una farsa ben compresa dai lavoratori); apertura alla sanità integrativa che per anni era stata osteggiata, giustamente, come apripista al taglio della sanità pubblica, ed invece accettata ora in nome della mortifera ricomposizione con gli altri sindacati; nessuna vera battaglia sui luoghi di lavoro e nelle piazze contro le riforme a catena del mercato del lavoro e contro il Job’s Act, il cui obiettivo è rendere il mercato del lavoro entro vent’anni totalmente precario e individualizzato.

La FIOM può sostenere, a propria scusante, di essersi trovata costantemente sotto attacco in questi anni, subendo colpi da ogni parte, dai padroni, dai governi, da FIM-UILM e dalla stessa CGIL. Vero. Ma quello che va imputato egualmente al gruppo dirigente della FIOM è che, pur vedendo meglio di altri la portata dell’attacco padronale e governativo, non ha voluto lavorare a costruire un argine reale ad esso, che passasse essenzialmente per un’azione di massa e di educazione politica dei lavoratori. Non diciamo: se l’avesse fatto, l’attacco sarebbe stato sicuramente respinto. Diciamo che una battaglia non data, o trasferita dal piano dei rapporti di forza conquistati sul campo a quello legale o referendario, è una battaglia persa in partenza. E questa rinuncia ha provocato, tra i lavoratori più coscienti, una crescente sfiducia verso la politica della FIOM che si è  rafforzata con le ulteriori aperture alle ‘flessibilità’ volute dai padroni.

La sottoscrizione di una parte dell’accordo sulla rappresentanza del gennaio 2014 è una foglia di fico dietro cui si nasconde l’ipocrisia del gruppo dirigente FIOM, perché di quell’accordo non si può accettare solo quello che comoda. Non è e non sarà così, perché l’esigibilità contrattuale diverrà regola. Qui sorge una grossa questione: la possibilità di repressione da parte aziendale per chi non si assoggetta, come sarà vista e trattata dalla FIOM? Chi, magari in modo organizzato, darà vita ad azioni di lotta autonome, sarà tutelato in qualche modo, o la necessità di rientrare nell’alveo del riconoscimento da parte confindustriale costringerà la FIOM ad allontanare singoli lavoratori o gruppi di lavoratori più coscienti?

La vicenda dei delegati FCA di Melfi e Termoli, per quanto ancora sospesa, dà una risposta sinistra a questi interrogativi. Al di la degli esiti disciplinari del vero e proprio processo contro i delegati “ribelli”, quel che è certo è che il gruppo dirigente FIOM sta delegittimando una delle poche realtà che in questi anni hanno resistito all’offensiva del Piano Marchionne e al clima poliziesco che è stato instaurato in tutti gli stabilimenti del gruppo. La scelta, per noi deprecabile e scellerata, di mettere sotto inchiesta questi operai “rei” di aver “osato” scioperare contro gli straordinari e i week-end lavorativi in FCA, risponde alla necessità del gruppo dirigente FIOM di silenziare gli elementi “scomodi” in modo da essere riammesso ai tavoli della trattativa al fianco di FIM-UILM-UGL come interlocutore responsabile e affidabile. Ciò avrà come logica conseguenza quella di esporre ancor più i lavoratori combattivi alla scure repressiva dei padroni, e pone la stessa sinistra FIOM di fronte a un bivio: accettare i diktat della segreteria limitandosi a denunciarne le “malefatte” nelle chiuse stanze degli organismi dirigenti pur di non rischiare l’epurazione (che però va avanti), oppure avviare un serio lavoro di collegamento con tutte le realtà operaie e sindacali che intendono inaugurare una nuova stagione di conflittualità nelle fabbriche segnata dalla difesa intransigente delle necessità della classe lavoratrice.

L’accordo del gennaio 2014 ha posto delle precise norme anti-sciopero e contro, conseguentemente, un’organizzazione dei lavoratori che si opponga ad esso. Possibile che nessuno metta in relazione i reparti confino FIAT a Nola (e non solo), con i licenziamenti politici da parte delle aziende, che sono aumentati in questi anni (specie nella logistica) e l’accettazione da parte del sindacato in generale, e della stessa FIOM, di un’armoniosa normalizzazione dei rapporti padronato-sindacati sulla pelle dei lavoratori, che è il nocciolo politico di quell’accordo?

Questo progressivo e completo allineamento della FIOM alla linea seguita da CGIL-CISL-UIL viene da lontano: dai principi-guida che hanno caratterizzato la storia sindacale in Italia fin dal 1945 con la subordinazione della condizione operaia agli interessi aziendali (CISL) e a quelli nazionali (CGIL). Mai questi sindacati hanno pensato davvero, neppure ai tempi della affiliazione della CGIL alla FSM, ad un’azione comune di lotta a scala internazionale, fosse solo alla scala europea, dei lavoratori, sempre assumendo invece il livello nazionale, territoriale e aziendale come il proprio ‘logico’ piano di intervento, sulla base della piena accettazione, appunto, delle ‘compatibilità capitalistiche’.

La crisi di metà anni ’70 (a cui seguì la svolta dell’Eur nel 1977-’78) e le successive ricorrenti crisi fino a quella generale e globale scoppiata nel 2008, hanno via via inghiottito l’anomalia CGIL in quanto sindacato conflittuale benché nazionale e nazionalista. La particolare profondità della crisi del 2008 sta cancellando anche l'”anomalia” FIOM/Landini, che vive oggi in pieno la sua fase di declino.

L’ultimo sussulto conflittuale della FIOM (quello che ha espresso la segreteria Landini) si è formato nell’Emilia delle piccole e medie aziende produttive con contratto di secondo livello, importanti aziende di nicchia, specializzate, tecnologicamente ben attrezzate, operanti molto per l’estero. Ma la profondità della crisi industriale e politica del capitalismo italiano, l’acuirsi della concorrenza all’interno dell’Unione europea, la crisi dei Brics e ora dei paesi produttori di petrolio, hanno praticamente azzerato anche per queste imprese i margini di concessioni. Di qui la crescente e sempre più unanime adesione della Federmeccanica alla linea Marchionne che prevede un’azienda senza sindacato o, in subordine, con un sindacato completamente asservito.

L’attuale struttura della FIOM, non solo i burocrati di vertice, non vorrebbe inginocchiarsi ai padroni diventando la ruota di scorta di FIM e UILM, ma è in preda al terrore di un nuovo accordo separato o di un non accordo, perché ormai considera superato non solo l’antagonismo di classe, ma pure il vero, autentico conflitto di classe. I dirigenti della FIOM a tutti i livelli vanno dicendo in giro: “non reggeremmo a questa ipotesi” (un accordo separato, o un non accordo). Lo dicono, in ultima analisi, di sé stessi. L’attuale generazione di burocrati è la prima, dal dopoguerra, che non ha più nessun reale collegamento con l’appartenenza di classe, e che non ha vissuto nessuna delle fasi storiche più intense della lotta rivendicativa. È la prima generazione che non ha ricevuto neppure un solido inquadramento politico riformista ‘operaio’-borghese, e che anzi è stata formata integralmente nell’era neo-liberista delle progressive abiure compiute dai partiti riformisti fino all’assunzione di una ideologia liberal-democratica. È anche la prima generazione di funzionari FIOM che vede il proprio ruolo burocratico come la realizzazione personale, la difesa, in poche parole, del proprio lavoro e tenore di vita. Ecco perché, pur continuando a criticare e soffrire l’attacco frontale dei padroni, una volta escluso il conflitto aperto con il padronato, sta approdando anch’essa all’aziendalismo, alla sanità privata, alle pensioni private, alla accettazione delle ‘flessibilità’ e del  lavoro coatto degli appalti e sub-appalti, con la speranza di poter cogestire qualcosa per giustificare la propria esistenza agli occhi dei lavoratori in nome del ‘meno peggio’. Fino a che l’asse padronato-governo non provvederà ad altri e più duri colpi…

Conosciamo l’obiezione di questi burocrati: “pensate forse che i lavoratori sono pronti allo scontro frontale, a fare barricate? se così fosse, perché non seguono voi, ma continuano a seguire noi?”. Non viviamo sulla luna. Sappiamo bene, perciò, che il corpo centrale della classe operaia, seppure all’in piedi, è all’oggi floscio, sfiduciato, disorientato; disorientato anche dai dirigenti della FIOM, che di tutto si occupano fuorché di orientare gli operai alla difesa degli interessi di classe e di organizzarli per la lotta. Decenni di arretramenti disordinati, di politiche anti-operaie (dei governi di centro-destra e centro-sinistra), di lavaggio del cervello padronale, hanno prodotto molteplici divisioni dentro la classe lavoratrice, più o meno sopite, tra nord e sud, autoctoni ed immigrati, vecchie e nuove generazioni, dipendenti diretti e appalti o cooperative, dipendenti delle aziende di punta esportatrici e occupati nei settori più arretrati, etc. Viviamo nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, e perciò tocchiamo con mano quotidianamente il processo di aziendalizzazione e di atomizzazione a cui i salariati sono pressati con violenza dai padroni privati e di stato.

Ma siamo certi che questa condizione della classe lavoratrice è provvisoria. Ce lo dice anzitutto la storia e l’attualità del proletariato che in tanti paesi del mondo, in condizioni anche assai più difficili delle nostre, sta battendosi con coraggio ed eroismo per la propria vita, la propria dignità, la propria organizzazione, la propria emancipazione. Se ci sarà una riorganizzazione su nuove basi realmente classiste e internazionaliste dei delegati e dei lavoratori che in questi anni hanno saputo tenere duro, lo scenario cambierà. Cambierà radicalmente, e in tempi più rapidi di quanto si possa immaginare a bocce ferme. Ce lo conferma quanto è accaduto in questi anni con le lotte della logistica organizzate dal SI-COBAS, e la risposta che nelle fabbriche FIAT, in Fincantieri, in un certo numero di piccole-medie fabbriche metalmeccaniche i lavoratori hanno dato all’appello alla lotta degli operai e dei delegati più combattivi. Ce lo dimostra in questi ultimi giorni la lotta energica che centinaia di operai dell’Ilva di Cornigliano stanno portando avanti per impedire la svendita della fabbrica a gruppi di speculatori e bloccare il tentativo di stracciare finanche l’accordo di programma del 2005 che già concedeva i contratti di solidarietà in cambio della garanzia dei livelli occupazionali; una lotta, a cui esprimiamo il nostro sostegno convinto e la nostra solidarietà operaia e militante, che ha rimesso in campo con orgoglio le uniche vere armi efficaci contro i padroni: l’assemblea operaia, lo sciopero, le occupazioni, i blocchi stradali.

Certo, finora nessuna di queste risposte è stata in grado da sola, per le sue dimensioni, per la sua determinazione, per la sua piattaforma di lotta di essere il trampolino di lancio di una ripresa generale dell’iniziativa politica e sindacale della classe lavoratrice. Che anche in questa vertenza dei metalmeccanici dipende da due condizioni: 1)che la massa degli operai e dei lavoratori si scuota dalla passività e dalla sfiducia; 2)che le avanguardie di lotta non rimangano divise, sparpagliate, isolate l’una dall’altra, ma si raggruppino, si organizzino, si stringano in organismi unitari, si diano una propria piattaforma di lotta alternativa a quella di FIOM-FIM-UILM, centrata sulle necessità e aspettative più profonde di riscossa della classe. E lo facciano, come già comincia qua e là ad accadere, al di là delle appartenenze formali a questo o a quel sindacato. È un appello che torniamo a rivolgere a tutti i compagni e i lavoratori che sono disgustati dall’andazzo attuale, a cominciare dai delegati FCA della FIOM ora sotto inchiesta e dai compagni della minoranza CGIL. Non chiudetevi in una disputa meramente interna alle burocrazie sindacali, perché – in assenza di un sommovimento operaio, e forse anche in presenza di esso – il suo finale è già scritto. Rivolgetevi con fiducia, rivolgiamoci insieme con fiducia agli operai, ai lavoratori, facciamo il possibile per dare loro un punto di riferimento visibile già in questa vicenda contrattuale. E per collegarci ai lavoratori di altre categorie (alimentaristi, call center, etc.) colpiti anch’essi dall’arroganza padronale, e alle prime iniziative in corso contro la tendenza alla guerra.

Due recenti episodi ci dicono che è urgente muoverci in questa direzione a fronte di un’ulteriore stretta nella collaborazione aggressiva tra padronato, istituzioni statali e CGIL-CISL-UIL. Il primo è lo scontro in atto alla Bormioli di Fidenza, dove i tre sindacati sono arrivati al punto da mobilitare in piazza i dipendenti della Bormioli contro i facchini delle cooperative in sciopero, una decisione tanto più odiosa e anti-operaia se si considera che lo sciopero organizzato dal SI-COBAS era in difesa di diritti acquisiti. Il secondo è il patto siglato in Veneto tra la giunta regionale, Lega Coop, alcune catene di supermercati, società della logistica e CGIL-CISL-UIL per chiedere a governo e prefetti di “ripristinare la legalità”, ovvero di stroncare con l’intervento di polizia, carabinieri e magistratura, esattamente come si sta cercando di fare a Fidenza, gli scioperi in corso nei due settori. Singoli episodi, per ora, che però indicano senza possibilità di equivoci quali ulteriori passaggi sono pronte a compiere le burocrazie sindacali sul piano inclinato del collaborazionismo con i padroni e della svendita dei diritti dei lavoratori.

All’oltranzismo del padronato e a questa ‘santa alleanza’ in formazione dobbiamo opporre un fronte di classe unitario fondato sulle necessità comuni a tutti i settori della classe lavoratrice. È in questa ottica che riproponiamo i punti essenziali della piattaforma di lotta che abbiamo presentato a dicembre scorso a Bologna:

1) Nessuna restituzione di salario ai padroni, che ci derubano sistematicamente del nostro tempo di lavoro e di vita;

2) Aumenti salariali del 5% della retribuzione minima mensile – come strumento di incremento del salario reale e per contrastare il ricorso agli straordinari; valore dei contratti e degli aumenti erga omnes, con minimi salariali non derogabili a livello aziendale o territoriale, eguali per tutti senza distinzione di impresa, di appalto, di settore;

3) Attacco alla giungla degli appalti e dei sub-appalti – è fondamentale per rafforzare l’unità tra i lavoratori, oggi strutturalmente ostacolata dall’esistenza e proliferazione di posizioni lavorative diverse e frazionate. Fermo restando l’obiettivo finale, di principio, delle abolizione totale del sistema degli appalti, dei primi, utili passi in questa direzione sarebbero i seguenti: a) ammettere una sola linea di appalto, con divieto totale dei sub-appalti; b) vietare le assunzioni operate attraverso le agenzie interinali; c) introdurre la responsabilità in toto delle aziende committenti sulle condizioni e i tempi di lavoro, i pagamenti, i contributi e la sicurezza; d) introdurre il diritto di prelazione non dell’azienda appaltatrice, ma dei lavoratori che svolgono da anni il proprio lavoro per o nelle grandi strutture, con l’obiettivo di creare un legame continuo e costante tra i lavoratori all’interno di uno stesso luogo di lavoro, impedendo il turn over non volontario; e) imporre un ‘albo’ dei lavoratori, e non solo delle imprese.

4) Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – per ridurre la fatica di chi lavora e avere nuove assunzioni in pianta stabile, con un colpo netto sia all’intensificazione della prestazione che alla continua riduzione degli organici delle imprese maggiori. Il che significa: 35 ore effettive per i turnisti, 37,5 per i giornalieri.

5) cancellazione delle norme e delle prassi che colpiscono le lavoratrici – a cominciare da quelle che le penalizzano al ritorno dalla maternità (demansionamento, trasferimento in reparti-confino, mobbing, etc.).

6) No al welfare aziendale e all’allargamento degli spazi della sanità e del sistema pensionistico integrativi – che vanno respinti in linea di principio per rafforzare la tenuta unitaria della classe lavoratrice e la sua ripresa di iniziativa contro il progressivo smantellamento del sistema di welfare. (Parliamo di un rifiuto in linea di principio benché siamo coscienti che, se non cambieranno i rapporti di forza, è possibile, invece, che un certo numero di lavoratori accettino, subendole, queste ‘alternative’. Anche su questo va evidenziato e denunciato il passo indietro compiuto dalla FIOM con l’adesione al sistema della sanità integrativa, prima rifiutato e combattuto.)

7) Una diversa impostazione dell’età pensionistica e del calcolo dei coefficienti che metta per la prima volta all’ordine del giorno il calcolo della vita media per tipologia di lavoro.

8) Pieni diritti per tutte le organizzazioni sindacali, riconoscimento delle rappresentanze elette dai lavoratori, denuncia di tutte le forme di limitazione del diritto di sciopero, reintegro dei lavoratori licenziati per rappresaglia

9) Abolizione della legge Bossi-Fini, e di ogni altra misura discriminatoria ai danni dei lavoratori immigrati.

Discutiamone, facciamo circolare queste tematiche, portiamole con fiducia all’attenzione degli operai. Il futuro non è dei padroni, il cui sistema sociale è sempre più profondamente in crisi, né dei burocrati sindacali, coinvolti anch’essi in quella crisi. Il futuro è nostro, della nostra causa, della nostra lotta, della nostra classe, della nostra prospettiva di emancipazione!

 

27 gennaio 2016

Il comitato promotore del Coordinamento nazionale di lotta tra i lavoratori metalmeccanici

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