Parigi, Bruxelles e la guerra infinita

untitled

Dobbiamo fare di tutto per sottolineare l’aspetto della ‘guerra santa’
(D. Eisenhower sulla lotta al nazionalismo arabo)

Svolgiamo qui alcune considerazioni sugli attentati jihadisti di Parigi e Bruxelles e il loro retroterra medio-orientale, che forse saranno poco popolari data l’infezione arabofobica e islamofobica da cui è affetta la sinistra, inclusa buona parte di quella che si vuole antagonista, comunista, e perfino internazionalista. Ma la sola cosa che ci preme è contribuire a inquadrare gli avvenimenti in corso da un punto di vista di classe, denunciare e contrastare le nuove aggressioni in atto ai lavoratori e ai popoli di Libia, Iraq e Siria da parte del governo Renzi e degli altri governi europei, e lavorare ad avvicinare, a unire i proletari autoctoni e i proletari provenienti dai paesi arabi e islamici (e i loro figli) che i potentati dell’imperialismo, approfittando dei suddetti attentati, vogliono allontanare e scagliare gli uni contro gli altri. Tutto il resto, per noi, non conta.

È guerra? Certo, ma da 200 anni (almeno).
E l’ha scatenata l’Europa colonialista e imperialista.

Gli editoriali bellicisti delle scorse settimane e degli scorsi mesi hanno sostenuto pressoché unanimi la tesi: “dobbiamo rispondere con la guerra alla guerra che ci è stata dichiarata dai bastardi islamici” invertendo così il rapporto qualitativo e quantitativo tra cause ed effetti. Noi partiamo, invece, dalle cause, quindi dall’azione dell’imperialismo europeo e occidentale. Non da Parigi 13 novembre 2015 o da Bruxelles 22 marzo 2016, ma dall’Iraq 1991 e dall’Afghanistan 2001. E lo facciamo servendoci dell’articolo di Nafeez Ahmed, Unworthy victims: Western wars have killed four million Muslims since 1990 pubblicato su www.middleeasteye  l’8 aprile 2015, che sulla base di studi statunitensi, britannici, australiani, dà conto dei risultati delle guerre condotte dalle armate occidentali contro le popolazioni di Iraq e Afghanistan dal 1990. Andate a leggerlo e fatelo conoscere!

Lo sintetizziamo qui egualmente per i più pigri. Almeno 200.000 morti iracheni nella prima ‘guerra del Golfo’ (1991). 1.700.000 uccisi, sempre in Iraq, dall’embargo ONU degli anni seguenti, di cui la metà bambini. I dati sono di fonte ONU, e se lo dice l’assassino, c’è da credergli. Il prof. Nagi della Washington University ha scovato un documento segreto della DIA (Defense Intelligence Agency) statunitense che espone un piano dettagliato per “degradare completamente il sistema di trattamento delle acque dell’intera nazione per un decennio”. Per Nagi le sanzioni ONU sono state un mezzo per “liquidare una significativa parte della popolazione dell’Iraq” attraverso la diffusione su larga scala, per lungo tempo, di malattie ed epidemie – sanzioni, ricordiamolo, approvate dai miserabili governi italiani dell’epoca (Andreotti, Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema). Non bastando un tale trattamento umanitario, è sopraggiunta la seconda ‘guerra del Golfo’ nel 2003 con l’occupazione dell’Iraq da parte delle ‘nostre’ armate e la susseguente ‘pacificazione’ del paese con il massacro di 1 milione di iracheni.

Abbiamo dunque all’attivo della ‘nostra’ superiore civiltà anti-terroristica l’uccisione di 3 milioni di iracheni in due decenni. E il quadro è incompleto perché questi studi non si occupano a fondo dei militari iracheni uccisi, che pure si contano a decine di migliaia – basta pensare al massacro compiuto dall’aviazione Usa il 26-27 febbraio 1991 sull’autostrada Kuwait City-Bassora, dove furono inceneriti con atomiche tattiche molte migliaia di soldati e combattenti iracheni, curdi, palestinesi in fuga dal Kuwait, nella loro quasi totalità appartenenti alle classi sfruttate (o no?). Per non dire della devastazione ambientale permanente prodotta dalle bombe all’uranio impoverito (300 tonnellate scaricate sul territorio iracheno!), che causarono morte, malattie, deformità anche a decine di migliaia di soldati statunitensi e di loro figli (v. Il metallo del disonore, a cura del Centro di documentazione W. Wolff di Marghera). E per non dire della distruzione delle infrastrutture dell’Iraq, a cominciare da quelle per l’acqua potabile e le fogne. Una sorta di genocidio al rallentatore, con la popolazione irachena menomata a vita per generazioni.

Quanto all’Afghanistan, uno studio del bio-chimico della Trobe University di Melbourne G. Polya, avallato anche da studiosi statunitensi, stima in circa 3 milioni di afghani morti per effetto diretto o indiretto della guerra (di cui 900.000 bambini sotto i 5 anni) il modesto prezzo fatto pagare loro per l’ospitalità data ai capi di Al Qaeda. Il conto totale della carneficina compiuta solo in questi due paesi di tradizione islamica dai signori della guerra occidentali è quindi intorno ai 6 milioni, forse più, ipotizza Ahmed, che così conclude: “Molte di queste morti sono state giustificate con la lotta alla tirannide e al terrorismo. Tuttavia, grazie al silenzio del sistema dei mass media, (in Occidente) la gran parte della popolazione non ha idea del terrore di lungo periodo che in suo nome la tirannide statunitense e britannica ha inflitto all’Iraq e all’Afghanistan”.

Una tirannia terroristica, di cui il ‘nostro’ stato, il capitalismo made in Italy, è interamente parte, con i mezzi di cui dispone, il più schifoso dei quali è la dissimulazione della sua complicità con i carnefici di primo rango. Una tirannia che ha un preciso segno di classe: perché le guerre condotte in Iraq e Afghanistan sono state finalizzate a riaffermare il primato dell’imperialismo occidentale sull’intero mondo arabo e islamico (ci siano riuscite o no, è un’altra questione). E soprattutto perché il bersaglio ultimo di tali guerre, del grande, sistematico, globale terrorismo che appesta il mondo odierno, sono state, sono le classi lavoratrici sfruttate, oppresse, diseredate di questi paesi – con una ampia quota dei sopravvissuti dispersa in tutto il mondo dalle migrazioni forzate a fare la forza di lavoro a costo stracciato per gli sfruttatori occidentali, e per quelli arabo-sauditi, libanesi, iraniani, turchi, etc. Ci sono oggi, ufficialmente, 2.590.000 rifugiati afghani e richiedenti asilo espatriati, 2 milioni di iracheni nella stessa condizione. Per non parlare dei palestinesi, dei siriani (che si stima siano oltre 4 milioni), dei sudanesi, dei somali, dei libici, dei maliani e così via.

Ma l’aggressione militare della ‘civile’ Europa alle popolazioni arabe risale assai più indietro nel tempo. Il generale ‘socialista’ Hollande ha scoperto solo il 14 novembre 2015 che la Francia è in guerra con loro. In realtà la Francia è in guerra con il mondo arabo, o meglio: ha dichiarato guerra al mondo arabo, dal 14 giugno 1830. Quel giorno nella rada di Sidi Ferruch 37.000 soldati imbarcati su 347 navi sbarcarono in Algeria su ordine del re Carlo X per sottometterla, suscitando un’accanita resistenza che durerà fino al 1857, ultima a cadere la grande Cabilia. Una sottomissione attuata con i metodi più spietati, che secondo uno dei suoi sostenitori, Alexis de Tocqueville, ebbe l’effetto di rendere “la società musulmana molto più miserabile, più disordinata, più ignorante e più barbara di quella che esisteva prima di conoscerci”. Confessione autografa del santone del liberalismo su una questione chiave che tanta gente di sinistra, anche estrema, ha dimenticato: la moderna barbarie è il frutto dei paesi più civili, è il frutto della civilizzazione colonialista-imperialista, non già della sua assenza, o della atavica arretratezza delle terre e dei popoli non occidentali.

I lunghi secoli di guerre e di dominazione della Francia borghese e imperialista sul mondo arabo vennero sanciti nell’accordo segreto tra Inghilterra e Francia del maggio 1916, noto come Sykes-Picot. Con questo accordo, nel mezzo dello sfascio dell’impero ottomano, la Francia repubblicana si attribuì, con il benevolo consenso zarista, il controllo diretto o indiretto della regione siro-libanese, del Nord Iraq (esattamente l’area che la Francia sta bombardando oggi, perché anche un secolo dopo continua a rivendicarla come propria zona di influenza) e dell’Anatolia sud-orientale. Ma già in precedenza, attraverso una serie di missioni coloniali, la Francia si era attribuita le terre del Niger, del Senegal, della Guinea, della Costa d’Avorio, della Tunisia, del Madagascar, del Ciad, per tacere della Indocina, delle isole dell’Oceania, della Martinica, Guadalupe, Haiti, etc. fino a formare, nei primi decenni del ‘900, un impero coloniale di 12.347.000 kmq, pari a circa 1/10 delle terre emerse. Insieme con quelli britannico, italiano, belga, portoghese, etc., questo impero andò in frantumi per effetto dell’incandescente risveglio dei ‘popoli di colore’ – tra tutte le indomite lotte di liberazione nazionale degli algerini e dei vietnamiti. Ma Hollande, Sarkozy, Le Pen sognano invano di poterlo ricostituire facendo girare all’indietro la ruota della storia, come lo sognano, del resto, anche i loro pari italiani, britannici, etc.

Quanto poi al Belgio, la sua ‘azione civilizzatrice’ non è stata seconda a nessuno, in particolare nel Congo (dove secondo Hochschild provocò un olocausto di 10 milioni di neri), in Ruanda e Burundi (dove ha organizzato l’ostilità tra i diversi gruppi ‘etnici’). Ma tanto come proprietario coloniale del Congo, quanto oggi come sede degli organismi centrali dell’Unione europea e sede principale della NATO in Europa, il Belgio ha svolto e svolge oggi un ruolo di raccordo tra i pescecani delle transnazionali e i loro rappresentanti politici e militari. Non è certo un mistero, quindi, perché il jihadismo veda in Parigi e Bruxelles due bersagli naturali della propria vendetta anti-europea.

Perché questa guerra infinita?
Ancora meno misteriose sono le ragioni di questa guerra infinita ai lavoratori e ai popoli del mondo arabo e islamico, di cui gli Stati Uniti hanno preso la testa a partire dagli anni ’50. Basterà lasciar perdere fantasmi quali democrazia, libertà, civiltà, diritti universali, religioni, fanatismi, psicosi, mostri e quant’altro, e occuparsi un po’ di economia politica. Economia politica dell’imperialismo occidentale. Perché la ragione determinante del secolare accanimento bellico dell’Europa prima, del binomio Europa-Stati Uniti poi, contro i popoli arabi e l’intero mondo di tradizioni islamiche è l’accaparramento, la rapina, la ‘mise en valeur’ (per ‘noi’ civilizzati) delle loro risorse naturali e umane. Un accanimento moltiplicato dalla fine dell’800, a seguito della scoperta in quelle terre di oceani di petrolio, l’oro nero della civiltà industriale delle macchine, e a partire dalla famigerata dichiarazione di Lord Balfour (1917) che diede il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina affinché ci fosse in Medio Oriente un avamposto fortificato dell’Occidente.

Da allora, nella fascia sterminata di popoli e nazioni che dal Marocco e dall’Algeria va all’Indonesia e all’Afghanistan non è passato giorno senza che l’imperialismo occidentale spargesse distruzione e morte nelle città e nelle campagne. E proprio la Palestina storica è il massimo simbolo di questa vicenda di oppressione, sfruttamento e sterminio, “il paradigma più significativo del nesso tra il colonialismo, in questo caso il colonialismo di insediamento, e l’industria della violenza, in questo caso quella israeliana” (AA.VV., Gaza e l’industria israeliana della violenza, Deriveapprodi, 2015, p. 8). Lo è anche per l’incredibile rovesciamento del rapporto tra oppressi e oppressore, per cui il potere coloniale-Israele fa la parte della vittima minacciata dai ‘terroristi’ palestinesi – i palestinesi colonizzati e scacciati in massa dalla propria terra o derubati di essa.

Da allora ogni tentativo di conquistare dei margini di autonomia dalla dominazione occidentale, a cominciare da quello compiuto in Iran da Mossadeq nel 1953 con la nazionalizzazione del petrolio giacente nel sottosuolo iraniano, è stato contrastato dai paesi imperialisti con tutti i mezzi a loro disposizione. Interventi militari (nel 1956 l’aggressione tripartita di Israele-Francia-Gran Bretagna all’Egitto, nel 1958 l’aggressione Usa al Libano), colpi di stato (come quello avvenuto in Algeria nel 1992 dopo la vittoria elettorale del FIS, che portò ad una tremenda guerra civile), embarghi, sabotaggi, governi quisling, massacri per procura, guerre di occupazione, prigioni speciali con altrettanto speciali forme di tortura (ricordate Abu Ghraib, Camp Bucca, Taji?): tutto al fine di impedire qualsiasi tentativo, fosse anche blando, di una qualche autonomia delle singole nazioni arabe, e tanto più di unificazione della ‘nazione araba’. Tutto al fine di spingere all’estremo la sua frammentazione, attizzando al suo interno ogni forma di divisione etnica, confessionale, nazionale, territoriale. Una missione civilizzatrice in cui si è distinta l’Italia, liberale, fascista e democratica, coprendosi di molto onore in prima persona specialmente in Libia, la stessa terra in cui si prepara a re-intervenire militarmente in modo massiccio, e in Algeria, con l’addestrare i militari macellai degli islamisti. Quell’Italia che è sempre il sicuro retroterra, fisico e diplomatico, per ogni altra aggressione di squadra: per l’oggi pensiamo solo all’impianto MUOS in Sicilia o al comando Africom a Vicenza!

Con ancora maggiore determinazione i poteri imperialisti hanno scoraggiato, colpito, affogato nel sangue, corroso dall’esterno e dall’interno (con la collaborazione preziosa dello stalinismo, il fu-PCI molto attivo in questo ruolo), ogni movimento di lotta della classe operaia e degli sfruttati. Con un ruolo sempre fondamentale della violenza imperialista e borghese – delle borghesie arabe, ben incluse quelle ‘progressiste’ di fede nasseriana o baathista, in attrito sì con i vecchi poteri coloniali, ma sempre vogliose di collaborare con essi nell’opera di repressione antiproletaria: carcerazioni, assassinii mirati, massacri, messa fuorilegge di sindacati e partiti operai.

Abbiamo fin qui insistito sul tema-violenza soltanto perché i lupi, gli autori di questa infinita catena di crimini, hanno profittato dei fatti di Parigi e Bruxelles per travestirsi da agnelli. Niente equivoci, però: per costoro la violenza è solo un mezzo, non il fine. Il fine è stato prima la colonizzazione del mondo arabo e islamico, poi la sua ri-colonizzazione dopo aver accerchiato e soffocato ogni sforzo delle classi borghesi e, per altro verso, delle classi sfruttate di darsi uno sviluppo in qualche modo ‘indipendente’, ‘equilibrato’, ‘completo’.

Il nasserismo, il baathismo, il movimento nazionale palestinese, il ‘socialismo arabo’, le spinte pan-arabe e pan-islamiche sono stati, in momenti successivi, presi di mira dai governi occidentali non perché fossero anti-capitalisti – nessuno di questi movimenti lo era -, ma perché prospettavano un inserimento non subordinato, o almeno non totalmente subordinato, del mondo arabo e islamico nella divisione internazionale del lavoro. E perché, prospettando un simile sviluppo (capitalistico, è ovvio), alimentavano tra i lavoratori arabi ed islamici senza volerlo, perfino contro la loro volontà dal momento che il nazionalismo arabo e l’islamismo politico hanno sempre ostacolato e attaccato la lotta di classe degli sfruttati, l’aspettativa di una condizione dei lavoratori di quelle aree tendente, nel tempo, ad avvicinarsi a quella europea – due cose assolutamente contrarie agli interessi occidentali. Per contro i ‘nostri’ governi hanno intessuto eccellenti relazioni di collaborazione con Israele e con i regnanti del Golfo che da una simile prospettiva si ritengono, a ragione, direttamente minacciati, e con quella losca genìa di governanti arabi e islamici alla Sadat, Mubarak, Ben Ali, Bouteflika, Karzai, Sisi, etc., pronti ad imporre con il pugno di ferro i diktat anti-proletari del FMI e dei poteri forti del capitale globale.

In particolare nei decenni che vanno dal 1967 in poi, attraverso la leva del debito estero, le politiche neo-liberiste, gli investimenti diretti delle multinazionali dell’agribusiness, la delocalizzazione delle imprese tessili europee, gli embarghi, la catena di accordi bilaterali, etc., è stato istituito e rafforzato il meccanismo neo-coloniale che ha strangolato finora tutte le spinte e velleità ‘indipendentiste’. Ed ogni volta che gli ordinari mezzi economici, finanziari, politici non sono stati sufficienti, a tagliare i nodi gordiani è intervenuta l’aggressione bellica diretta dei veri paesi imperialisti (altro che Isis!) alla Palestina, all’Iraq, all’Afghanistan, alla Somalia, al Sudan, alla Libia, al Mali, alla Siria, etc., con le relative catene di montaggio di stragi e devastazioni.

Osservati su questo sfondo, gli attacchi jihadisti di Parigi 7 gennaio 2015 (Charlie Hebdo), di Parigi 13 novembre 2015 (Bataclan, Stade de France, etc.) e di Bruxelles 22 marzo 2016 sono soltanto degli infinitesimi ritorni a casa della guerra infinita che Francia, Italia, Europa, Stati Uniti, Israele conducono da almeno il 1830 ai paesi e alle masse lavoratrici del Medio Oriente. Se gli spargimenti di sangue come quelli di Parigi e di Bruxelles non piacciono – e di sicuro non piacciono neppure a noi -, c’è un solo modo per fermarli: una lotta accesa, intransigente, di massa contro le guerre con cui ‘noi’ Unione Europea-Italia, ‘noi’ Occidente, stiamo martoriando questo mondo per conto del dio-profitto, il dio fanaticamente adorato nella nostra ‘superiore civiltà’ che non ha misericordia né per i vivi né per i morti. Non si possono volere o accettare/subire le cause, e scansare gli inevitabili effetti. Specie dopo la grande Intifada araba del 2011-2012.

Uno spartiacque storico: la grande Intifada del 2011-2012
Perché: specie dopo la grande Intifada araba del 2011-2012? Perché, come abbiamo spiegato nel n. 1 della nostra rivista, essa costituisce una verticale cesura nella storia del mondo arabo. Per molti compagni essa non è semplicemente esistita o, addirittura, è stata creata ad arte da Obama (con il suo discorso al Cairo del 2009) e dagli altri capi di stato occidentali intenzionati a seminare il caos, o – secondo altre teste… d’uovo – la democrazia nel mondo arabo per poterlo meglio dominare. Per noi, invece, l’Intifada araba del 2011-2012 ha prodotto dei “cambiamenti titanici”. Prendiamo a prestito questa espressione da uno dei pochissimi giornalisti europei non embedded, Robert Fisk che, a differenza di molti compagni, conosce davvero quella realtà. Fisk, che non è certo uno dei nostri, correggendo proprie precedenti e superficiali analisi (‘fraintendimenti’, li chiama) di quegli eventi, ne ha ricordati di recente tre aspetti:

1) l’espressione della volontà, da parte degli arabi, di “possedere le proprie città e i propri villaggi”, di “possedere il posto in cui vivevano, il che comprendeva la gran parte del Medio Oriente”, da cui i propri regimi e la dominazione esterna li hanno spossessati;
2) l’importanza dei movimenti sindacali, specie in Egitto e in Tunisia, con il loro ‘socialismo trans-nazionale’ (noi abbiamo usato altre espressioni) capace di ‘attraversare i confini’;
3) lo sgretolamento ideale e materiale (per noi, però, più ideale che materiale) degli artificiali confini interni al mondo arabo tracciati dalle vecchie potenze coloniali, a cominciare da quello, vitale per Israele, tra Gaza e l’Egitto nel breve periodo di governo dei Fratelli musulmani – che significa anche lo sgretolamento delle artificiali barriere tra gli sfruttati di queste diverse nazioni -, ed infine delle frontiere tra mondo arabo ed Europa.

A questi aspetti va aggiunto il dato di fatto, della massima importanza per noi, che nelle sollevazioni popolari e proletarie degli anni 2011-2012 il fattore della divisione confessionale, pestifero per la nostra classe e la prospettiva rivoluzionaria, è stato, come deve essere, risospinto indietro dalla prevalenza di rivendicazioni capaci di accomunare gli sfruttati al di là e al di sopra delle fedi o tendenze settarie.

L’insieme di questi cambiamenti titanici che la grande Intifada araba degli anni passati ha, se non altro, avviato, costituisce una minaccia mortale tanto per l’ordine imperialista a guida statunitense quanto per i regimi borghesi arabi ed islamici: tutti, nessuno escluso. Questi possono regnare, o mantenersi in piedi, solo a condizione che le classi sfruttate e oppresse restino passive, non osino più scendere in piazza a rivendicare «aish, hurriyah, ̒adalah ijtima’iyah» (“pane, libertà, giustizia sociale”), come hanno fatto a milioni nel 2011-2012, manifestando la volontà e la capacità di rovesciare i propri governi. Solo a condizione di distruggere, anche attraverso l’arma delle divisioni confessionali, ogni forma di organizzazione dei proletari e degli oppressi, con la loro inevitabile proiezione ‘transnazionale’. Solo a condizione di ristabilire le artificiali frontiere coloniali, quelle che consentono alla massima potenza regionale esistente in Medio Oriente, Israele, di espandere il proprio dominio. Solo a condizione di imprigionare, schiacciare dentro quelle artificiali frontiere le aspirazioni comuni, unificanti dei lavoratori e delle lavoratrici medio-orientali, evitando che vengano qui ‘da noi’ a pretendere quel pane, quella libertà, quella ‘giustizia sociale’ che gli sono negati in patria dai ‘nostri’ stati, dalle ‘nostre’ imprese e dai ‘nostri’ manutengoli locali.

È proprio per cancellare questa minaccia mortale prima che il suo effetto-innesco si estendesse al di là del Medio Oriente – nel contesto di una grande crisi capitalistica irrisolta, di cui pochi compagni sembrano ricordare l’esistenza – che la santa alleanza reazionaria tra paesi imperialisti occidentali, Israele, Russia di Putin e borghesie arabe ha scatenato in questa regione il nuovo bagno di sangue in corso. L’Isis è soltanto l’ennesimo pretesto, dopo Saddam, Ahmadinejad, Gheddafi, al Qaeda. E, si capisce, in questi nuovi massacri ognuno dei carnefici (da Obama a Hollande, da Renzi a Putin, da Netanyahu ai monarchi sauditi, da Sisi ad Assad) punta ad assicurarsi, contro i soci-concorrenti, la maggior quota possibile di forza-lavoro e di energia della natura da dominare e da sfruttare. Chi tra i compagni s’infogna nella geo-politica, nell”attento esame’ delle collusioni e delle contraddizioni inter-imperialistiche e inter-capitalistiche senza afferrare la primaria natura di classe delle guerre anti-arabe e anti-islamiche in corso, al di là e attraverso quei conflitti, è cieco. Accecato dai potenti raggi dell’islamofobia di stato dilagante.

Il riferimento all’Intifada del 2011-2012 è importante anche perché è solo dopo lo schiacciamento e l’esaurimento per immaturità delle sollevazioni di massa di quel biennio, non segnate da divisioni confessionali e settarie (anzi!), che ha preso quota la ‘stella’ dell’Isis, in Medio Oriente e, in certa misura, anche in settori della popolazione europea di origini arabe.

Islamismo politico e jihadismo creazioni dell’Occidente? Falso
Prima di venire all’Isis, è necessaria una precisazione preliminare che riguarda, al di là dell’Isis, l’islamismo politico e il jihadismo.

Circola, anzi, è predominante, tra i compagni la tesi che l’Isis, come più in generale il fenomeno jihadista, sia una creazione degli Stati Uniti. Non è la prima volta e temiamo non sarà l’ultima, che la nascita e la funzione del jihadismo viene ascritta all’imperialismo, non come frutto involontario, ma come progetto intenzionale. In una ‘sinistra rivoluzionaria’ sempre più disabituata a studiare a fondo i processi sociali in termini di classe, sta diventando un’abitudine, quasi una malattia, quando non si comprende un fenomeno sulla base delle quattro chiacchiere leggiucchiate sui quotidiani o i siti italiani (i più scadenti d’Europa), attribuirlo alle macchinazioni della Cia. In Italia, poi, abbiamo chi si è professionalmente specializzato in questa operazione: il circuito di G. Chiesa&Co. con le sue diverse appendici, capace di sostenere ad un tempo la crisi crescente dell’imperialismo yankee e la sua onnipotente capacità di tutto-manipolare nel mondo, e nel supra-mondo. Preoccupa, però, che formazioni e compagni dotati di senso di classe si facciano trascinare o influenzare da imbonitori anti-marxisti di tale risma, propagandisti di un lugubre campismo di matrice stalinista che alla fin fine sponsorizza la rivitalizzazione del capitalismo in salsa russo-cinese sulla pelle dei lavoratori del mondo intero. Con il provvidenziale aiuto di ‘compagni di strada’ del rango di Marine Le Pen …

Ovviamente, non è affatto impossibile che i governi o i servizi segreti occidentali e mediorientali tollerino o anche aiutino in alcune particolari contingenze e periodi gruppi o organizzazioni la cui visione strategica sia lontana dalla loro, e alla lunga conflittuale con la loro. Questo è avvenuto di sicuro con Hamas ai tempi in cui l’Olp di Arafat era nella resistenza palestinese la forza dominante e combattiva, o con i talebani al tempo dell’intervento dell’Urss in Afghanistan, in funzione anti-russa. E avvenne in Egitto con Sadat, che aiutò nelle università le organizzazioni dei Fratelli Mussulmani (FM) per indebolire e stroncare il forte movimento studentesco di sinistra, e poi con Mubarak che delegò ai FM il compito di erogare quei servizi sociali minimi che lo stato egiziano in crisi non era più in grado di dare. Ed è altrettanto sicuro che le cancellerie europee e Washington hanno chiuso almeno un occhio sulla crescita di organismi islamisti e jihadisti, o sugli appoggi e le complicità materiali e logistici che questi organismi, incluso l’Isis, hanno ricevuto dai loro alleati, i Saud e la Turchia di Erdogan per primi. Si tratta, però, di connivenze o aiuti contingenti, che non hanno mancato di risolversi nel loro contrario, una volta esaurito il loro scopo immediato. Se non andiamo errati, è finita così con Hamas, i talebani, i Fratelli Mussulmani, al Qaeda e ora con l’Isis (o è tutta una messa in scena anche la guerra ad al-Qaeda e all’Isis?).

Neppure si può escludere che singoli attentati in singole circostanze che servono a destabilizzare governi sgraditi ai poteri imperialisti, siano opera di forze legate in un modo o nell’altro all’Occidente che si nascondono dietro sigle o etichette fasulle. Tutto ciò può essere. Ma ipotizzare, come fanno in molti a sinistra, che l’Isis sia un prodotto artificiale della sinergia tra i laboratori segreti della Cia, del Pentagono e dei Saud, è spingere fino al grottesco la visione complottista della storia. Lo sfondo razzistoide di queste posizioni è, per noi, evidente: qualunque cosa di una certa rilevanza accada nel mondo arabo dev’essere di default attribuito alle menti superiori di governi e servizi segreti occidentali, essendo gli arabi, come insegnava la Fallaci, capaci solo e soltanto di “pregare col sedere per aria cinque volte al giorno”, antropologicamente incapaci di fare e concepire alcunché di diverso, e men che mai di mettere in difficoltà le suddette menti e civiltà superiori. Non meno evidente è, nei promotori di una simile visione, il suo contenuto borghese dal momento che per loro i capi-bastone yankee e la NATO possono essere battuti non dalle classi lavoratrici, tanto meno dai lavoratori arabi, ma solo ed esclusivamente da una contro-alleanza di stati capitalistici. E se la lotta di classe del proletariato e degli sfruttati può contare qualcosa in questa prospettiva, è solo funzionando da donatrice di sangue a favore di questa contro-alleanza iper-capitalistica.

Va aggiunto, poi, che l’islamismo politico, di cui l’Isis è l’ultima propaggine, non nasce certo oggi. Ha alle sue spalle un secolo e mezzo di storia, almeno se vogliamo identificarne il padre fondatore nell’afghano-iraniano Jamal al-Din al-Afghānī, il primo pensatore islamico che ha prospettato la ricostituzione del califfato su basi nuove, riformate, pan-islamiche, con il compito di riunificare il mondo islamico dal Maghreb all’India attraverso la lotta contro il colonialismo occidentale. Anche il jihadismo e la lotta armata nella prospettiva di istituire una società basata sulla legge islamica non sono venuti alla luce con l’Isis, bensì quasi un secolo fa come componente minoritaria del risveglio politico islamico (la fondazione dei Fratelli Musulmani in Egitto è del 1928). Entrambi, islamismo politico e jihadismo, non sono delle forme di prona sottomissione ai poteri coloniali, ma fenomeni di reazione all’occupazione coloniale, alla collusione con gli occupanti dei governanti arabi, alla loro ostentata accettazione dei costumi e dello stile di vita occidentali, alla corruzione delle locali classi dirigenti asservite agli interessi economici e strategici di Stati Uniti ed Europa, all’esclusione dal potere delle classi medie colte; movimenti politici che hanno cercato una base di appoggio nelle masse rurali e urbanizzate diseredate.

Nel suo insieme di assai variegate e conflittuali tendenze, l’islamismo politico più militante in senso anti-occidentale (qui ci limitiamo ad esso; faremo un quadro più completo dell’islamismo politico moderato e quietista, assai spesso alleato dell’Occidente, nel n. 3 della rivista) si può considerare una forma di nazionalismo difensivo nei confronti della dominazione coloniale occidentale e, poi, ‘sovietica’ (con l’Urss e il ‘socialismo reale’ inquadrati anch’essi, dagli islamisti, nella categoria-Occidente). Un nazionalismo da nazionalità oppresse che reagisce alla colonizzazione materiale e culturale subìta con il linguaggio e le categorie delle tradizioni islamiche. Bisogna precisare, però, che l’islamismo politico più radicale, a partire da Sayd Qutb, considera gli stati nazionali arabi come degli acerrimi nemici opponendo al nazionalismo dei singoli paesi una sorta di ‘nazionalismo’ sovra-nazionale riferito alla umma, ossia alla ‘comunità dei credenti’, al mondo islamico nel suo insieme, nella sua unità, perché nell’ottica di Qutb solo attraverso uno sforzo congiunto di tutte le sue componenti, uno sforzo per l’appunto sovra-nazionale, esso può uscire dalla condizione storica di sottomissione e umiliazione in cui versa. In particolare al Qaeda ha battuto su questo tasto, sebbene poi il perseguimento di questa prospettiva mal si concili con la sua logica e la sua prassi elitista e clandestina. Ed è evidente che di questo pan-islamismo l’Isis, in quando stato islamico sunnita esplicitamente fondato su basi settarie, e in conflitto armato con tutte le altre componenti islamiste e jihadiste in Iraq, in Siria, in Libia, è una forma degenerativa.

Sia l’islamismo politico radicale che il jihadismo hanno come ogni nazionalismo una chiara matrice di classe borghese, sebbene a rappresentarli siano state quasi sempre delle figure appartenenti alla  piccola borghesia. In essi è fortemente evocativo il richiamo all’islam dei primordi, alla sua forza, alla sua ‘giustizia sociale’, al suo splendore. Ma, al di là delle declamazioni sull'”economia della divina armonia”, tale richiamo si traduce in buona sostanza in una sorta di capitalismo o mercantilismo ‘compassionevole’ capace, tutt’al più, di mitigare con mezzi assistenziali-caritativi le conseguenze più estreme del capitalismo senza mai osare metterne in discussione i pilastri: a cominciare dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dallo sfruttamento del lavoro salariato. Tuttavia i massimi esponenti dell’islamismo politico militante sono sempre stati molto attenti a dare al proprio nazionalismo una tinteggiatura sociale e ‘anti-imperialista’ (Khomeini rimane in questo l’insuperato maestro) perché sono consapevoli di avere bisogno dell’adesione di massa alla propria prospettiva per fronteggiare la forza soverchiante delle potenze occidentali – salvo poi stroncare nel sangue ogni anche minimo conato di lotta di classe indipendente del proletariato, delle classi sfruttate e delle minoranze nazionali, com’è accaduto appunto nell’Iran degli ayatollah.

Nei confronti di tali tendenze i poteri coloniali/neo-coloniali e i loro accoliti locali hanno avuto una politica di alternanza, a seconda delle circostanze, tra tolleranza e repressione. Tolleranza (anche molto benevola, con vari tipi di aiuti) fin tanto che la loro esistenza poteva essere utile a corrodere l’influenza del ‘socialismo arabo’ e del nazionalismo pan-arabo o, in Afghanistan e nelle repubbliche caucasiche dell’ex-Urss, del ‘socialismo reale’. Repressione in tutte le circostanze in cui, a fronte del fallimento del ‘socialismo arabo’, del nazionalismo pan-arabo, del riformismo islamico, l’islamismo politico radicale e il jihadismo sono divenuti il collettore o il riferimento del malcontento popolare. In questi casi la feroce repressione dei regimi pro-occidentali come quello di Mubarak non si è abbattuta solo sulle formazioni armate, ha colpito anche i settori dell’islamismo politico moderati e dialogativi verso i poteri costituiti. Pensiamo all’Egitto degli anni ’90, e a ciò che è successo sempre in Egitto nel 2013 e dopo, con la criminalizzazione ad opera di al-Sisi dei Fratelli Mussulmani (che secondo certi super-strateghi sarebbero stati, invece, il vero partito yankee in Egitto…). È di questo stesso tipo l’esperienza dell’Algeria dal 1992 in poi con la messa fuori legge del Fronte islamico di salvezza, vincitore delle elezioni e il successivo sterminio delle formazioni jihadiste guidato dalle forze speciali francesi e italiane.

Che dire poi della sorte toccata ai talebani o, attualmente, all’Isis? Insomma c’è un diretto rapporto tra il tentativo di accesso al potere delle forze islamiste con un seguito di massa, oppure anche solo con una simpatia di massa, la crescita di tale seguito o simpatia, i loro timidi conati di affermare una qualche autonomia dall’ordine imperialista, e la violenta repressione su di esse. Che, al di là di loro, è indirizzata a stroncare preventivamente il pericolo che le masse sfruttate del mondo arabo-islamico possano sentirsi sollecitate, e perfino incoraggiate, dalla demagogia islamista ad accrescere le proprie aspettative di riscatto. Chi opera la repressione? Abitualmente i governi locali, sudditi degli stati occidentali. Ma non mancano mai i consiglieri statunitensi o europei e, quando non se ne può fare a meno, le ‘nostre’ benefiche armate. Ecco qual è in sostanza il rapporto tra islamismo politico più radicale/jihadismo e i governi occidentali, al di là della coerenza e efficacia strategica della risposta che essi sono in grado di dare agli aggressori. Ed ecco contro chi si manifesta oggi la risposta islamista radicale/jihadista.

L’Isis: la sua nascita in Iraq e la sua evoluzione
E veniamo alla nascita dell’Isis e alla sua successiva evoluzione, ricostruite molto in breve secondo il metodo materialista storico. Il fatto che noi comunisti dobbiamo pensare dell’ideologia, della strategia e della prassi del jihadismo tutto il male possibile, dando su di esso il giudizio inequivoco che merita dal punto di vista del proletariato – è un nostro irriducibile avversario di classe da lottare e sconfiggere con i nostri mezzi -, non ci esime dall’attenerci al terreno dei fatti reali che spiegano, appunto, la nascita dell’Isis e molte delle sue caratteristiche.

Iraq: prima guerra del Golfo (1991), dieci anni di sanzioni e nel 2003 invasione-occupazione. Sugli effetti delle sanzioni e della guerra esiste un’ampia documentazione che si può sintetizzare così: “riduzione del paese all’età pre-industriale”, una perdita totale di ricchezza stimata in 1.193 miliardi di dollari pari alla vendita di 85 anni di petrolio iracheno al prezzo attuale, un’immensa area di povertà estrema e disoccupazione, riduzione in pezzi del sistema sanitario più avanzato del mondo arabo, l’80% delle scuole inagibili, il 60% della popolazione senza acqua corrente, un’insicurezza generalizzata, una corruzione endemica, il crollo delle aspettative di vita. Non si può comprendere nulla della nascita e della (provvisoria) fortuna dell’Isis se si prescinde da questa situazione, e dal profondissimo discredito del governo di al-Maliki asservito agli Stati Uniti – un governo a cui il Pentagono ha venduto 12 miliardi di dollari di armi (molte delle quali sono finite, poi, in mano all’Isis). Un governo che si è fatto notare solo per la violenta repressione delle proteste sociali e delle agitazioni sindacali avvenute in Iraq, specie nel triennio 2009-2011, nonostante il divieto dello sciopero inserito da mani statunitensi e britanniche nella nuova costituzione irachena.

La ricostruzione della nascita e dello sviluppo iniziale dell’Isis è un fatto universalmente assodato, da “International Socialism” alla Cia passando per “Limes”. Esso si è formato e ingrandito nella resistenza all’occupazione militare statunitense attraverso la fusione tra numerosi piccoli gruppi locali di ispirazione islamista nati dopo l’invasione, e ciò che era restato in piedi della struttura portante dell’esercito iracheno (i suoi quadri anzitutto), gli aderenti al Baath sunniti che costituivano l’apparato di governo di Saddam nonchè i suoi fedelissimi (servizi segreti, guardia repubblicana, guardia speciale, i “feddayn di Saddam”), tutti estromessi dal nuovo governo nominato dagli Usa e rimasti senza risorse, ma con la capacità di organizzare un vero esercito e di gestire uno stato. Nella fase iniziale della resistenza i gruppi jihadisti costituivano nel loro insieme non più del 15-20% del totale delle forze, calcolate complessivamente, tra combattenti e supporters, in 100.000 uomini. La strategia di lotta era stata organizzata dallo stesso Saddam nell’avvicinarsi dell’invasione. Essendo impossibile opporsi all’avanzata delle truppe di occupazione con battaglie campali, era stata predisposta un’iniziale ritirata, in vista, però, di un’accanita resistenza messa in atto sulla via di avvicinamento a Baghdad, tale da sorprendere gli aggressori a stelle e strisce (che pensano sempre di fare le guerre passeggiando sui boulevard). La vera battaglia agli occupanti è stata data dopo l’occupazione, e si è servita dell’enorme quantità di armi nascosta dai baathisti a tal fine. A questa resistenza, basata soprattutto sull’armamento di massa della popolazione sunnita, hanno partecipato inizialmente anche formazioni sciite. E partecipava già da allora un certo numero di combattenti stranieri (circa 4.000, per lo più raccolti intorno ad Al Qaeda): se ne riscontra la presenza nella battaglia di Falluja (2004), città martire e roccaforte degli insorti, la sola città in cui nello scontro con gli occupanti sia stata coinvolta l’intera popolazione. Perché, in genere, la resistenza ha fatto invece largo uso della tattica degli attentati suicidi (circa 500), che hanno causato il costante aumento di morti nelle truppe statunitensi, con lo scopo di fiaccare la volontà e il sostegno dell’operazione militare anche all’interno degli Stati Uniti e della coalizione – il bilancio finale ufficiale (quello reale è ignoto) sarà di 4.616 soldati statunitensi morti, una cifra comunque difficile da sopportare per l’opinione pubblica americana, fino al parziale ritiro disposto da Obama.

I mass media hanno socializzato due ‘verità’ sull’Iraq occupato entrambe false, e però bevute come pura acqua di fonte da molti compagni. La prima è che non vi sia stata in Iraq altra forma di resistenza se non quella della guerriglia armata. Falso. Sia pure necessariamente limitate, ci sono state agitazioni operaie nei settori del cuoio (53 giorni di sciopero), del cotone, delle fornaci, e c’è stato l’importante movimento di scioperi contro la privatizzazione del petrolio, che ha affossato la relativa proposta di legge. Nel febbraio-maggio 2011 si è formato un movimento di protesta a scala nazionale denominato ‘i giorni della rabbia’, con dimostrazioni di piazza in 17 città, tra cui Baghdad, dove migliaia di manifestanti cercarono di invadere la ‘green zone’, Samarra, Tikrit, Ba’aquba, Ramadi, Hawija, Mosul, e nel sud del paese Bassora, Karbala, Kut, Nassiriya, con 14 morti e centinaia di feriti e arrestati. A Mosul, ora una delle roccaforti dell’Isis, c’è stato il 25 maggio 2011 un riuscito sciopero generale. Questi movimenti, incluse le proteste a sostegno delle migliaia di detenuti politici, sono stati caratterizzati da contenuti politici di grande significato: la richiesta della fine dell’occupazione straniera, la denuncia del governo di al-Maliki, il blocco dei prezzi, la protesta contro la disoccupazione, il miglioramento dei servizi sociali e sanitari, l’abbattimento dei muri eretti intorno a Sadr City, la denuncia della corruzione, etc. Né si può dimenticare che nell’estate del 2014 la piazza centrale di Baghdad si riempì in solidarietà con i palestinesi assaliti dall’operazione israeliana ‘margini di sicurezza’.

La seconda falsa verità, utile a presentare l’attuale guerra all’Isis come una guerra al ‘fanatismo islamico’, una guerra di religione, è che le forze jihadiste siano state e siano le uniche a condurre la resistenza armata. Falso. Anzitutto: prima del 2003 esistevano in Iraq soltanto due piccoli gruppi jihadisti, uno dei quali composto di curdi. In secondo luogo, dal 2005 al 2009 solo poco più del 2% delle azioni contro le truppe Usa è stato opera del gruppo di al-Zarkawi, e tuttora la spina dorsale della resistenza alle armate coalizzate di Occidente-Russia è costituita in Iraq dai fedeli di Saddam. È vero, invece, che c’è stata una progressiva islamizzazione e settarizzazione in senso sunnita del movimento di resistenza all’occupazione. Fin dagli inizi la sua composizione in termini religiosi, ma non settari, era stata in prevalenza sunnita, per effetto della decisione yankee di marginalizzare i sunniti a favore delle formazioni di matrice sciita, in vista di una frantumazione dell’Iraq in tre stati cantonali, sponsorizzata da molti anni da Kerry in combutta con il sionismo più aggressivo. Tuttavia è solo con al-Zarkawi che le forze jihadiste in Iraq, rompendo con le direttive di Al Qaeda che andavano in senso contrario, iniziano una guerra fratricida contro gli altri musulmani accusati di apostasia, fino ad arrivare a fare di questa guerra settaria una priorità con aggressioni brutali ad altri gruppi jihadisti come al-Nusra, che hanno avuto l’effetto velenoso di rianimare e radicalizzare divisioni utili solo ed esclusivamente al fronte imperialista.

Quanto agli Stati Uniti, Washington ha prima arruolato in servizio permanente effettivo i capi delle formazioni politiche curde-irachene (i primi a vendersi all’occupante); poi ha consegnato il governo di Baghdad ai capi di alcune formazioni sciite con l’aiuto determinante della più filo-occidentale delle autorità religiose irachene, al-Sistani, e la neutralità di al-Sadr; infine ha cercato di spezzare la solidarietà tra le popolazioni sunnite, quelle maggiormente colpite, cooptando alcuni segmenti delle popolazioni sunnite scontenti della protezione offerta loro dalle forze di resistenza. Sicché anche nella orrenda deriva settaria di Isis e simili c’è lo zampino, o lo zampone, delle manovre statunitensi che a tale deriva hanno apprestato il terreno, e dei ‘nostri’ referenti d’area, con in testa le satrapie del Golfo e, a seguire, la Turchia di Erdogan&Co., nemica giurata dei lavoratori turchi e delle popolazioni curde.

Eppure, nonostante la violenza terroristica, i non pochi collaborazionisti sul campo e l’impiego di ingentissime risorse belliche, di ‘intelligence’ e corruttive – si parla di 60 miliardi di dollari -, gli Stati Uniti non sono riusciti ad avere ragione della resistenza irachena che si è andata espandendo territorialmente fino a costituirsi in un piccolo stato: l’Isis. Ciò è stato possibile per l’odio di massa esistente anzitutto contro gli occupanti yankee e contro il governo di Baghdad, e per il completo squagliamento dell’esercito iracheno ufficiale, che tanto a Falluja-2004 quanto a Mosul-2014 (una grande città occupata dall’Isis con meno di 1.000 uomini armati) si è rifiutato di combattere contro i resistenti saddamiti prima, e contro il blocco saddamita-jihadista poi. I confini di questo piccolo stato sconfessano intenzionalmente l’accordo Sykes-Picot (c’è un video Isis a riguardo), e proiettano sulla scena arabo-islamica e internazionale la bandiera di un califfato sunnita, che contrariamente a quel che si sente spesso dire, non è gradito ai regnanti sauditi e al clero islamico ad essi fedele che vedono nella proclamazione del califfato di Mosul un attentato al loro preminente ruolo storico di ‘custodi dei luoghi santi’.

Questo piccolo stato è in tutto e per tutto uno stato capitalistico (definirlo imperialista, come pure abbiamo letto, è, alla stregua della teoria marxista dell’imperialismo, semplicemente demenziale), con una sua banca centrale, una sua moneta, un suo sistema fiscale (esoso, pare), un insieme di scambi commerciali diseguali con l’estero, in quanto è costretto a vendere il suo petrolio molto sottocosto (intorno al 50% del suo prezzo medio mondiale, a proposito…), cerca investimenti, si sforza di attirare immigrati, e non solo per scopi bellici. A fronte dello sfascio delle istituzioni statali irachene, ha conquistato una certa simpatia popolare per la relativa efficienza con cui eroga gli aiuti assistenziali ai più poveri (una sorta di ‘stato sociale minimo’), ma si è alienato altrettante simpatie per l’esibita ferocia della sua pratica settaria, e le asfissianti regole della sua polizia del ‘buoncostume’ islamico che spinge sempre più le donne a una vita di segregazione sociale totale, ignota in Iraq al tempo di Saddam come pure nella maggior parte dei paesi arabi. Una seconda fonte di simpatie per l’Isis è di sicuro l’essere stato messo nel mirino degli Stati Uniti, della Russia e dei neo-colonialisti europei, cosa che ha fatto crescere il suo credito di difensore delle popolazioni islamiche fuori dai confini dell’Iraq; sebbene l’internazionalizzazione dei suoi combattenti, per i privilegi accordati ad essi rispetto ai resistenti locali, può rivelarsi un boomerang, come può esserlo davanti ai credenti nell’islam la pretesa di dirsi stato islamico senza però fondare la sua islamicità su nessuna delle quattro fonti del diritto islamico (il Corano, la tradizione sacra/sunna, l’opinione concorde della comunità, l’interpretazione analogica). Inutile, infine, specificare che al pari di ogni altra forma di stato ‘islamico’, l’Isis è radicalmente contrario alla lotta di classe degli sfruttati – e non si distingue affatto, in questo, dal marcio regime di Baghdad contro cui si è costituito.

L’espansione dell’Isis in Siria
Anche la sua successiva espansione in Siria può essere compresa al di fuori dell’ottica complottista, con il riferimento a ciò che è effettivamente successo in Siria negli ultimi cinque anni.

Per inquadrare la realtà siriana di oggi è fondamentale sapere se c’erano nel paese crescenti ragioni di scontento, in particolare tra le masse e nelle regioni più povere del paese; se queste hanno preso l’iniziativa autonomamente nella primavera del 2011 sulla scia dei fatti di Tunisia e di Egitto; o se invece è stato tutto un complotto per distruggere quel baluardo dell’anti-imperialismo mondiale costituito dal regime di Bashar el-Assad.

Qualche fondatissima ragione di scontento c’era. Anzitutto ragioni economiche comuni nell’area: l’accelerazione del processo di liberalizzazione e privatizzazione delle strutture produttive un tempo di proprietà dello stato, nei settori chiave metallurgico, chimico e tessile, con il peggioramento delle condizioni di lavoro e salariali dei lavoratori; la diminuzione delle spese per il welfare, e dei sussidi per i beni di prima necessità; l’abolizione del controllo sulle rendite edilizie con il conseguente aumento degli affitti; l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e la conseguente perdita del potere d’acquisto dei salari, tra cui quelli, ridottissimi, degli statali; la crisi del settore manifatturiero locale per effetto della riduzione delle tasse sulle importazioni; la crescita della disoccupazione giovanile; la mancata redistribuzione delle rendite petrolifere; la diminuzione delle tasse per i ricchi, che ha aumentato la sperequazione sociale; la creazione di un doppio binario per i servizi essenziali (istruzione, sanità): una situazione sociale di crescente impoverimento, particolarmente acuto nelle classi lavoratrici e nelle aree rurali.

Hanno contribuito a questo impoverimento anche alcuni fattori specifici della economia siriana. Tra questi, gli effetti del capovolgimento della riforma agraria che negli anni ’70 fu la base del consenso al partito Ba’ath tra i piccoli e medi contadini, con una diminuzione del Pil del settore agrario, che è sceso dal 7,8% nel 2005 al 2,2% nel 2010. Negli ultimi anni si è realizzata una ri-privatizzazione e concentrazione della proprietà della terra, parte di essa è stata venduta a stranieri (per lo più sauditi), che ne hanno trasformato l’uso, e, praticando un’agricoltura intensiva, hanno depauperato le falde acquifere. È questo il processo che ha reso ingestibile la siccità che ha colpito la Siria negli ultimi anni. L’eliminazione delle agevolazioni e dei sussidi per i contadini poveri e i braccianti ha causato un esodo di massa (1.200.000 persone) verso le periferie delle città, urbanizzando le zone che le rifornivano dei loro prodotti agricoli. Periferie prive di ogni servizio, a cominciare dall’acqua, in cui convergono anche i ceti medi impoveriti, che non possono sostenere l’aumento degli affitti in città (proprio nella Ghouta di Damasco, uno degli epicentri della rivolta, la repressione di Assad è stata più feroce). Un altro fattore di inasprimento della crisi sociale in Siria è stato il ritiro dell’esercito siriano dal Libano e il rientro da lì avvenuto nel 2005, e successivamente, nel 2007, il rientro da Dubai degli emigrati siriani: circa 400.000, per lo più lavoratori non qualificati impiegati nell’edilizia, nell’agricoltura, nelle pulizie, che provenivano dalle zone agricole del nord-est e del sud del paese, e le cui rimesse coprivano ben l’8% del Pil.

Come si vede, al marzo 2011, quando tutto è cominciato, non mancavano certo motivate ragioni di scontento. Interi settori sociali, nelle campagne e nelle province che un tempo costituivano la base del regime, vedevano ora minacciata la propria sopravvivenza, a fronte della dilagante corruzione delle classi dirigenti, della sfacciata ostentazione della ricchezza della famiglia Assad e del suo entourage (i Makhlouf), dello strapotere della componente alawita negli alti ranghi degli onnipotenti servizi segreti, della repressione drastica del dissenso, della mancanza di rappresentanza politica. La crisi economica ha resi più difficili i rapporti dei governanti di Damasco con le diverse componenti ‘etniche’ e religiose, rapporti improntati al sempre valido “divide et impera”, con Assad al tempo stesso fomentatore di divisioni ed unico mediatore ed elemento unificante contro la minaccia, da tanti giustamente temuta, di polverizzazione del paese.

Lo stesso punto di forza degli Assad, padre e figlio, la posizione ‘anti-imperialista’ del regime, aveva già mostrato negli anni le sue incrinature di fronte all’intervento in Libano nel 1976 a sostegno del governo e dei falangisti cristiani nell’assedio al campo palestinese di Tall el Zaatar (conclusosi con il massacro dei palestinesi assediati), al mancato recupero delle alture del Golan dopo l’occupazione da parte di Israele, con cui si è cercato di aprire negoziati interrotti solo dallo scoppio della seconda intifada palestinese, per non parlare poi della compartecipazione di truppe siriane all’aggressione Usa&C. all’Iraq nel 1991. A sua volta, Assad figlio ha tentato di ripristinare il prestigio incrinato di questa collocazione anti-occidentale, stabilendo un asse difensivo con Iran e Russia, aprendo però nel contempo le porte, con un accorto gioco di equilibri, agli investimenti sauditi, turchi ed europei.

Non mancavano quindi ragioni interne oggettive per la rivolta popolare partita da Deraa nel marzo 2011. E ai suoi inizi, se c’è stata una influenza straniera, deve essere ricercata nell’incoraggiamento fornito ai dimostranti dallo scoppio dell’intifada in Tunisia e in Egitto, e dal suo successo nel liberarsi di Ben Ali e Mubarak (anche questa una manovra della Cia?). Un esempio che ha prodotto un cambio di atteggiamento nella popolazione, il “superamento della paura”, con un parlare più chiaro e addirittura la critica del regime, un risveglio dei giovani sui social dal chiaro segno anti-settario, un reagire ai maltrattamenti della polizia rivendicando dignità, una rivendicazione che ha investito dai bambini delle scuole elementari ai parlamentari che hanno osato chiedere la fine della legge marziale, fino ai primi tentativi di manifestare in massa, per placare i quali è intervenuto di persona il ministro degli interni. Ma né il suo intervento, né la attività dei servizi segreti h-24, né gli sforzi del regime di stroncare sul nascere la mobilitazione che, al contrario, si è andata allargando a ogni nuova ondata repressiva, sono riusciti a fermare il movimento. Dalle province del sud agricolo (l’area più colpita dalla crisi economica), esso è dilagato in una serie di altre città, e ha visto come protagonisti i giovani emarginati delle province più povere e delle campagne, mentre ha stentato a decollare nelle due più grandi città, dove risiedono i ceti più legati al regime.

Al di là di qualche flebile tentativo di risposta riformista (“troppo poco e troppo tardi”, per dirla all’inglese), lo stato ha risposto alle proteste con una dura, costante repressione: sparando sulla folla durante le manifestazioni, procedendo ovunque con arresti, torture, sparizioni, che hanno provocato l’insorgere della solidarietà familiare, amicale, di paese, e incoraggiato l’attivismo giovanile e la formazione di comitati di lotta cittadini e di comitati di quartiere, e di tentativi di coordinamento con la creazione del Coordinamento dei comitati locali. I primi gruppi armati spontanei sono nati dalla necessità di difendere il diritto a manifestare e di proteggere i quartieri dagli attacchi dell’esercito. E se questa forma di resistenza ha preso abbastanza rapidamente il sopravvento sulle mobilitazioni di massa, ciò si deve, a prescindere dalla repressione statale, a una serie di fattori: la mancanza di un retroterra di lotte e organizzazioni operaie (gli ultimi scioperi operai risalgono al 1981), e perciò, a differenza che in Egitto e in Tunisia, lo scarso peso politico, nella società, della classe operaia; la grande immaturità del movimento, la sua impreparazione politica, dovuta a decenni di soppressione di ogni voce critica – in Siria da oltre trent’anni, che sono lì quasi due generazioni, ogni espressione di dissenso è stata stroncata sul nascere grazie alla presenza capillare dei servizi segreti (c’è un detto popolare: ogni tre siriani, uno è dei servizi), in particolare dopo la mattanza seguita alla rivolta di Hama guidata dai Fratelli musulmani siriani nel 1982. L’immaturità del movimento spontaneo, la sua incapacità di gestire l’eccezionalità della situazione, la diffusa speranza che tutto si potesse risolvere in fretta come allora sembrava stesse avvenendo in Egitto e Tunisia, hanno avuto un peso anche nella dispersione per linee localistiche e religiose della stessa lotta armata.

Ma un ruolo fondamentale in tale processo l’hanno avuto pure i non pochi nemici esterni di Assad (Francia, Gran Bretagna, Turchia, regni del Golfo, Stati Uniti…), che hanno colto al volo l’occasione fornita dalla repressione di Damasco e dalle richieste di aiuto esterno provenienti da vari settori degli insorti, per entrare a fondo nella crisi siriana al fine di volgerla a proprio favore con la caduta di Assad. Fallito miseramente il loro tentativo di creare un organismo alternativo al governo di Damasco con un Consiglio nazionale siriano (Cns) composto in larga parte di affittati, le loro manovre hanno molto contribuito a frammentare e militarizzare la rivolta, ad accentuarne i caratteri confessionali e settari, moltiplicando il caos e rendendo incontrollabile la terribile spirale degli scontri e delle rappresaglie.

Tutta la documentazione accessibile, compresa quella statunitense, che ha prodotto una quantità di studi impressionante nel tentativo di fornire al proprio governo qualche dritta su come affrontare la situazione, convergono sui seguenti punti: a) il carattere spontaneo della rivolta; b) la sua estensione come rivolta essenzialmente pacifica per almeno un anno; c) la presenza di grandi e ripetute manifestazioni di massa nelle città più importanti delle province (una sorta di ‘rivincita’ delle province emarginate economicamente rispetto a Damasco e, in seconda battuta, Aleppo); d) l’immane carico di distruzioni e le centinaia di migliaia di morti, feriti, nonché i milioni di emigrati e sfollati, provocato in maniera largamente preponderante dall’esercito governativo e dalle milizie sue alleate (libanesi e iraniane), rispetto all’azione dei gruppi armati, Isis e Jabat al Nusra compresi; e) la sciagurata propensione di settori degli insorti, soprattutto dei gruppi di insorti in armi, a chiedere aiuto e ‘protezione’ dall’esterno, da altri stati dell’area ma anche da Europa e Stati Uniti.

La devastazione che ne è derivata è apocalittica. I dati vengono da un rapporto dettagliato di fine 2014. E da allora la situazione non è certo migliorata grazie ai bombardamenti russi, francesi e statunitensi contro le forze ribelli, per lo più quelle presenti nei territori controllati da Damasco. La  Siria è oggi al 173° posto, su 187 paesi, per capacità di ‘sviluppo delle risorse umane’; il totale delle perdite in economia è stato di 202.6 miliardi di $ (pari ad oltre 3 anni e mezzo del Pil 2010). L’intera economia del paese è stata stravolta, con la contrazione di tutti i settori, ed è ora dominata dalla borsa nera e dal contrabbando.

In Siria ci sono quasi 7 milioni di sfollati, 3.3 milioni di siriani sono rifugiati all’estero, mentre un milione e mezzo sono emigrati in cerca di lavoro. 3 milioni di lavoratori sono rimasti disoccupati a causa della guerra civile, il che significa che circa 12 milioni di persone (su poco più di 20) sono senza mezzi di sussistenza. Alla fine del 2012 i disoccupati erano il 57% della popolazione in età di lavoro, mentre più del 50% della forza-lavoro era composto da dipendenti pubblici. 4 siriani su 5 vivono in povertà, il 30% della popolazione vive in povertà assoluta (stenta a trovare il cibo).

Il sistema scolastico è semidistrutto, il 48% dei bambini in età scolare non frequenta la scuola (il dato è relativo agli anni 2012/2013), una percentuale cresciuta negli anni seguenti. Più di 600 scuole sono state distrutte nell’intero paese, di cui 300 ad Aleppo. Alla fine del 2014 il 25% delle scuole del paese hanno smesso di funzionare per danneggiamenti o perché trasformate in rifugi. Molti bambini sono stati costretti a lavorare per aiutare le loro famiglie. Gli studenti universitari hanno lasciato gli studi, molti di loro sono fuggiti all’estero.

La maggior parte delle infrastrutture sanitarie sono danneggiate, specie nelle zone nord-orientali; la metà dei centri di prima assistenza sono distrutti; il personale sanitario è largamente insufficiente. Ad Aleppo, Deir Ez-zor, nella zona rurale attorno a Damasco, a Raqqa e Hassaka la stragrande maggioranza degli ospedali non ha medici di pronto soccorso; a Damasco 10 su 13 ospedali ne sono privi. Lo stato di salute della popolazione è fortemente deteriorato dalla malnutrizione, dalla scarsità di acqua potabile e di presidi sanitari anche elementari; l’estendersi del mercato nero diffonde merci avariate o deteriorate.

La possibilità di una vita sociale minimamente normale è compromessa dall’azione militare e dalla repressione governativa, ed è in continuo degrado, con l’estendersi della criminalità, della violenza di strada, dei furti, dei rapimenti. L’impressionante serie di deprivazioni mina la salute psichica della popolazione, diffonde un senso di insicurezza, di paura, che porta molti all’apatia, alla chiusura in se stessi, al rivolgersi alle istituzioni religiose o alle famiglie.

Ci guardiamo bene dall’attribuire al solo Assad l’insieme di queste impressionanti devastazioni. Al contrario, lo abbiamo già fatto nel n. 1 della rivista, totalmente corresponsabile di esse è la cinica azione dei poteri imperialisti occidentali, degli “amici della Siria” per i quali, scrivevamo nel 2012, “la soluzione ideale è il più totale esaurimento reciproco delle forze nello scontro tra la sollevazione (ridotta di forza, militarizzata e divisa lungo linee confessionali e settarie) e le dinastie Assad-Makhlouf. E quando parlano di voler accrescere il loro ‘aiuto’ al popolo siriano, intendono proprio questo: ‘aiutare’ scientificamente il reciproco dissanguamento delle due parti, almeno sino a quando non sarà giunto il momento di dare il colpo finale a Bashar, o con un ricambio di vertice alla yemenita, o con un passaggio più hard. Ma nei loro piani quello dovrà essere anche il momento in cui rimettere totalmente e mandare a casa quanto ancora fosse rimasto in piedi della sollevazione”. Via via la Siria è diventata un tragico campo di battaglia internazionale, nel quale l’irrompere delle manovre dei nemici imperialisti e di area del regime di Assad e, al contempo, dei suoi alleati, la Russia di Putin in testa, ha avuto l’effetto di potenziare al massimo la spirale distruttiva della guerra civile fino a livelli talmente insopportabili da provocare gigantesche fughe di massa nel paese e dal paese di persone alla disperata ricerca di sottrarsi alla morte.

Di fronte a questo quadro disastroso e al caos sociale che l’accompagna, c’è poco da meravigliarsi se una forza militarmente addestrata, con un’esperienza di gestione dello stato dovuta all’origine dei suoi capi (ne abbiamo parlato in precedenza) abbia avuto facile successo nell’occupare militarmente la parte del territorio siriano in precedenza controllato dagli altri gruppi armati (tra cui gli “ex” di Jabat al Nusra), dove l’insicurezza delle popolazioni aveva raggiunto un livello parossistico. L’Isis controlla ora essenzialmente la linea dell’Eufrate, dove si trovano le città di Raqqa e Deir Ez-zor. In quelle regioni vivono popolazioni semi-stanziali, legate un tempo anche alla pastorizia (si vendono ancora gli animali nei mercati ai margini dei paesi) e vi è più forte l’influenza delle affiliazioni familiari allargate. Assad ha governato queste aree offrendo benefici ora a questa ora a quella di esse, secondo un criterio di alternanza, cercando di fomentare le reciproche rivalità. Ha concesso loro una relativa autonomia di gestione delle contese interne, ottenendo in cambio fedeltà sulle cose essenziali. Dopo lo scoppio dell’insorgenza, Assad si è recato a Raqqa per celebrare il ramadan e ha ricevuto qui ossequio e fedeltà da parte dei notabili della zona che poco dopo, però, si sono detti disponibili ad appoggiare l’Isis, salvo il gruppo degli Shaitat che controllava i campi petroliferi di Deir Ez-zor, e i cui membri sono stati poi sterminati a centinaia dall’Isis. Lo stesso trattamento è stato riservato ai capi degli altri gruppi armati presenti sul territorio, il che ha causato la perdita del controllo su numerose altre zone della Siria, in particolare nella provincia di Idlib, dove l’influenza dell’Isis è stata minata dal settarismo e dalla non volontà di creare un fronte unitario di lotta contro Assad.

Il rapporto dell’Isis con le popolazioni segue un iter predefinito: in una prima fase, un approccio soft basato sulla propaganda tramite opuscoli e manifesti nelle città da conquistare, in cui si promettono i benefici derivanti dal califfato e hanno un tenore prettamente religioso, assieme ai ‘consigli’ sulla corretta condotta da seguire (non fumare, non bere alcool, partecipare alle cinque preghiere giornaliere, ecc.). In una seconda fase, una volta garantito militarmente il controllo sul territorio, si passa alla messa in pratica dei ‘consigli’, con i roghi di sigarette, droghe, narghilè e bevande alcooliche, la ingiunzione di chiusura delle rivendite, l’esecuzione dei rivenditori e spacciatori; il controllo sul rispetto delle cinque preghiere al giorno e l’obbligo di chiusura delle rivendite durante il periodo della preghiera; l’obbligo per le donne della copertura totale e la punizione dei membri maschili della famiglia se essa non viene rispettata. Il programma di istruzione è stato stravolto, alcune materie sono state abolite, gli insegnanti che si rifiutano di accettare tali modifiche vengono licenziati. Si passa quindi all’applicazione della legge islamica seguendo alla lettera i metodi di decapitazione, taglio delle mani, crocefissioni, esposizioni in gabbie, tutte cose ampiamente documentate dagli stessi jihadisti, che servono a dare una dimostrazione di forza e determinazione agli abitanti dei territori. Le ampie risorse di cui l’Isis dispone, gli hanno consentito di rimettere in piedi alcuni servizi essenziali delle città (ad esempio la rete elettrica e idrica) e di prendere il controllo sulla produzione e la distribuzione del grano, garantendo il funzionamento delle panetterie e la fornitura dei beni essenziali ai meno abbienti, il controllo sui mercati per impedire la vendita di merce avariata o scaduta, una parvenza di normalità che sulle prime è stata tacitamente accettata da quella parte della popolazione che non ha potuto o voluto fuggire.

Regressione barbarica ad una fase pre-moderna? No. Una forma di capitalismo rentier – poiché la prima fonte di entrate per l’Isis è la vendita del petrolio – non troppo differente, su più piccola scala, da quello saudita, con le stesse, identiche, pratiche sociali reazionarie. Più indietro – sotto molteplici aspetti – rispetto all’Iraq baathista? Senza il minimo dubbio. Ma questo arretramento è l’esito, obiettivo prima ancora che soggettivo, dell’immane devastazione materiale e sociale provocata dalle guerre scatenate dai paesi imperialisti contro i lavoratori e i popoli dell’Iraq, del Medio Oriente e dell’intero mondo ‘islamico’. È sempre in conseguenza di questa immane devastazione che anche un potere statale come quello dell’Isis può apparire una soluzione, o almeno il meno peggio (il che non significa che non ci siano forme di resistenza ad esso – ci sono, a cominciare dai curdi del Rojava, e ne parleremo nel n. 3 della rivista).

Ma allora perché questa super-coalizione mondiale occidentale-russa-araba per stroncare l’Isis? perché uno schieramento di forze ancora più ampio di quello che si creò per abbattere il regime di Saddam? perché, davanti all’avanzata dell’Isis, anche le cancellerie occidentali hanno abbandonato l’idea di scalzare Assad, e almeno per ora sono tornate a preferirlo come garante o co-garante in Siria dell’ordine capitalistico internazionale? per salvare dall’Isis le donne, gli yazidi, i curdi o gli ‘apostati’? E che, scherziamo? La nostra risposta è: per colpire quel tanto, per poco che sia, di ‘autonomia’, di ‘indipendenza’ dalle centrali imperialiste e quel tanto, per poco che sia, di resistenza ai loro piani di ri-spartizione del Medio Oriente che l’Isis oggi rappresenta. Gli specialisti borghesi lo sanno, molti compagni no: l’Isis rigetta l’attuale sistema statale del Medio Oriente nella sua totalità, a partire dall’accordo Sykes-Picot. La super-coalizione occidentale-russa-araba, inoltre, vuole punirlo per avere osato riportare a Parigi e a Bruxelles un frammento della guerra infinita che il mondo arabo subisce da decenni. E ha deciso di punirlo per stroncare le illusioni di riscatto dalle storiche umiliazioni patite che l’esperienza dell’Isis ha fatto nascere in decine di migliaia di giovani europei figli di immigrati e in milioni di giovani dei paesi arabi e islamici.

Gli specialisti borghesi lo sanno, ma la gran parte dei compagni rifiuta di saperlo: l’Isis è riuscito finora ad abilmente auto-rappresentarsi come “la bandiera degli esclusi”, in Iraq, in Siria, tra i giovani ‘musulmani’ europei. Roy, Khosrokhavar, il recente rapporto dell’International Center for Counter-Terrorism de L’Aja hanno spiegato bene che il reclutamento dell’Isis non è legato tanto alla radicalizzazione dell’islamismo politico (per quanto esso sia una derivazione del più radicale tra i gruppi jihadisti, Al Qaeda) quanto piuttosto alla islamizzazione della radicalità. I jihadisti europei (ora intorno ai 4.000, ma i foreign fighter totali arruolati nell’Isis sarebbero circa 30.000, provenienti da 104 paesi diversi), lungi dall’essere cresciuti nelle moschee, hanno una scarsissima preparazione religiosa. Per cui è a ragioni sociali – proprio quelle che il presidente Usa Eisenhower raccomandava già negli anni ’50 di occultare, a favore del ‘fanatismo religioso’ da presentare come l’unica ragione del tutto e da mettere in primo piano – che si deve l’attrattività su di loro del messaggio-Isis: disoccupazione, marginalità, umiliazioni subite nelle carceri, perdita di senso della vita e conseguente ricerca di una causa forte da abbracciare. Per molti versi analoga è la ragione di fondo della sua attrazione tra i giovani arabi, non pochi se è vero che, secondo lo Arab Youth Survey 2015, circa il 20% dei 200 milioni di giovani arabi mostrava simpatia per l’Isis (la percentuale è scesa, nel 2016, al 13%, ma resta comunque ragguardevole) – un sondaggio che indica disoccupazione e ‘mancanza di opportunità’ come le cause prime della radicalizzazione sociale dei giovani arabi, e se si considera che secondo l’OIL i giovani disoccupati nel mondo arabo sono 70 milioni … ci siamo capiti, no?

La soluzione
Sostenere che la nascita e l’affermazione dell’Isis è legata alla resistenza irachena all’occupazione imperialista del paese, e che la sua ascesa è dovuta anche al riflusso e allo schiacciamento, in Iraq e ovunque, del movimento delle sollevazioni arabe del 2011-2012, non esclude affatto che su questi processi tra loro collegati abbiano inciso aiuti e complicità interessati, e provvisori, di alcuni stati del Medio Oriente. La Turchia, anzitutto, tanto per sé quanto per conto dei padrini-padroni della NATO con cui Erdogan&C. sono sempre in rapporti dialettici, mai però di vero e proprio scontro. E poi settori della classe dominante dei paesi del Golfo, convinti di poter usare l’Isis come un proprio strumento in chiave di contenimento dell’influenza dell’Iran. O la stessa Israele, per motivi analoghi e legati al vantaggio che lo stato sionista può trarre dalla moltiplicazione dei conflitti e degli scontri tra gli arabi, e dall’indebolimento di tutti gli stati confinanti, Siria inclusa.

Nella situazione profondamente instabile che è venuta a crearsi in Medio Oriente prima per effetto delle guerre che hanno distrutto l’Iraq e poi per il sorgere e lo schiacciamento delle sollevazioni di massa, ogni borghesia locale e tutte le micro-frazioni di cui le borghesie locali constano, giocano le loro carte per garantirsi la sopravvivenza o per allargare la propria sfera di influenza in una continua composizione/scomposizione di fronti, con doppi, tripli, quadrupli giochi simili a quelli del governo Renzi, impegnato a fondo nelle campagne islamofobiche e nel sostegno politico-diplomatico e logistico alle aggressioni militari dei propri alleati soprastanti, e nello stesso tempo attento a tutelare i propri specifici interessi (in Libia e Iraq, innanzitutto) e a commisurare gli interventi bellici diretti alle proprie possibilità.

L’intensificazione di queste manovre e manomissioni e la moltiplicazione dei suoi attori, è stata resa possibile anche dalla perdita di egemonia degli Stati Uniti nel mondo e in Medio Oriente, dalle loro crescenti difficoltà a tenere tutto sotto controllo, nonostante i loro colossali investimenti bellici e corruttivi. Questa situazione potrà essere messa a frutto dalle classi lavoratrici del Medio Oriente (e del mondo intero) solo a condizione di non mettere il proprio destino nelle mani dei concorrenti di Washington, di prenderlo nelle proprie mani, senza delegarlo – nel mondo arabo e islamico – a un jihadismo, a un islamismo politico che nel suo scontro con i poteri imperialisti ha già dimostrato da decenni di non poter assicurare il riscatto delle masse lavoratrici oppresse.

Come ogni altra forma di islamismo politico radicale l’Isis, ultima incarnazione del jihadismo, non può costituire una via d’uscita alle sofferenze, alla terribile, secolare condizione di umiliazione che vivono i proletari e semi-proletari del mondo arabo-islamico per le seguenti essenziali ragioni:

1) perché, lungi dall’attaccare i fondamenti del capitalismo, propone una forma islamizzata di capitalismo, di sfruttamento capitalistico del lavoro;

2) perché rinuncia programmaticamente al protagonismo delle masse lavoratrici, anzi lo reprime, coerente con il suo ripudio totale della lotta di classe dei proletari contro i propri sfruttatori (esistente già nei fondatori del jihadismo);

3) perché introduce all’interno del mondo degli sfruttati arabi e islamici gli elementi mortiferi delle divisioni di setta e di genere;

4) perché, ponendo lo scontro con l’Occidente in termini religiosi e confessionali, lavora anch’esso, in modo speculare rispetto alle potenze occidentali, ad allontanare e contrapporre i lavoratori dei due campi. Ma per sconfiggere i poteri globali che schiacciano l’esistenza del mondo ‘islamico’ da secoli, è indispensabile mettere in atto una guerra di classe globale, promuovere l’avvicinamento e la reciproca solidarietà tra i proletari delle metropoli e i proletari arabi e ‘islamici’, e questo si può fare solo mettendo sistematicamente davanti ciò che li unisce, non ciò che li divide;

5) perché ha tessuto molteplici e condizionanti relazioni con i nemici di classe interni ed esterni dei lavoratori, con i massacratori dei lavoratori arabi, iraniani, curdi, etc.

Per queste ragioni l’Isis è un nemico della nostra causa, e va lottato con i nostri argomenti e i nostri mezzi, fuggendo come la peste, si capisce, ogni forma di neutralità davanti alla cosiddetta ‘guerra all’Isis’ in corso. I comunisti e i proletari coscienti debbono essere inflessibilmente contro questa guerra, non certo per suicide simpatie o cripto-simpatie per l’Isis, bensì per il carattere imperialista di questa guerra: perché essa non metterà certo capo alla liberazione delle popolazioni dell’Iraq e della Siria dall’incubo delle attuali condizioni, ma al contrario li farà sprofondare ulteriormente nel baratro, facendo di essi e delle loro popolazioni, un campo di battaglia tra tutti i peggiori briganti del mondo, desiderosi tutti di affondare le proprie grinfie su di loro.

La suggestione e l’attrazione che, nonostante i suoi primi rovesci militari, l’Isis continua a esercitare in Europa su tanti immigrati arabi e islamici di prima e seconda generazione, potremo contrastarla e scalzarla a favore di un fronte unito di classe tra autoctoni e immigrati, solo ed esclusivamente se saremo capaci di non concedere neppure un’unghia all’islamofobia dominante, alla sua ideologia, ai suoi luoghi comuni, alle sue prassi discriminatorie e criminalizzanti; solo se ci opporremo in modo intransigente a questa ennesima guerra condotta in nome della ‘lotta al terrorismo islamico’. È stato ricordato di recente che la rivolta delle banlieuses francesi nel 2005 non ebbe una matrice religiosa; semmai, lo stato francese chiamò in campo alcuni imam filo-governativi per gettare acqua sul fuoco della rivolta, che esplose contro un delitto della polizia e contro l’emarginazione sociale di tanta parte dei giovani con ‘sfondo migratorio’. Ebbene, benché all’inizio poco politicizzate, quelle masse di giovani in rivolta non potevano non politicizzarsi, ma la loro politicizzazione è avvenuta nel segno dell’islamismo politico radicale, del jihadismo, per la totale indifferenza dei proletari francesi nei loro confronti, e per l’assenza di qualsiasi intervento di sostegno e di solidarietà degli stessi comunisti rivoluzionari nei confronti della loro rivolta. L’Isis ne ha conquistati alcuni, dando loro una ragione di vita esaltante, ma del tutto illusoria.

Noi potremo conquistarli alla nostra causa solo lottando insieme a loro e ai proletari immigrati contro tutto ciò che li soffoca, li discrimina, li inferiorizza, li umilia; lottando insieme a loro contro i piani d’attacco dei “signori della guerra” occidentali; opponendo alle false soluzioni confessionali e allo ‘scontro tra le civiltà’ la via della ripresa e della radicalizzazione sociale e politica dell’Intifada del 2011-2012, questa volta su scala globale, contro i despoti arabi e ‘islamici’, ma anche contro i super-despoti occidentali. La vera soluzione non è certo l’Isis né, tanto meno, l’ennesima guerra anti-araba e anti-islamica scatenata con il pretesto di combattere l’Isis, con il suo inevitabile corredo di guerra contro gli emigranti. La vera soluzione è la rivoluzione sociale, socialista, globale! A cui i lavoratori del Medio Oriente porteranno, ne siamo certi, nuova linfa e spirito di combattimento.

18 aprile 2016
La redazione de “il cuneo rosso”
com.internazionalista@gmail.com

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...