Sull’assemblea del 21 maggio a Marghera

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L’assemblea indetta sabato 21 maggio a Marghera dal Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri e dal Coordinamento regionale del Veneto de ‘Il sindacato è un’altra cosa’ ha visto la partecipazione di una settantina (e forse più) di operai (Fincantieri e altre fabbriche metalmeccaniche e chimiche), lavoratori di scuola, musei e sanità, compagni. Dati i tempi assai magri, una buona partecipazione e una buona riuscita. Tuttavia, anche dallo svolgimento di questa iniziativa è emerso quanto cammino c’è ancora da fare, a Marghera e ovunque in Italia, perché il protagonismo dei lavoratori nella lotta ai padroni e al governo Renzi – questa la parola d’ordine su cui l’assemblea è stata convocata – diventi, da auspicio, un effettivo dato di realtà.

L’assemblea era chiamata a confrontarsi sul significato, tutt’altro che aziendale e locale, della lotta in corso a Termoli e a Melfi contro i sabati di straordinario obbligato e, insieme, sul significato delle misure di delegittimazione e repressione prese dalla FIOM e dalla CGIL nei confronti dei delegati che questa lotta hanno promosso. Gli appassionati interventi di D. De Stradis e S. Fantauzzi hanno fornito elementi di fatto e considerazioni utili a mettere a fuoco la reale posta in gioco, tanto nelle aziende quanto all’interno delle strutture sindacali – e il calore con cui sono stati accolti dà la misura della solidarietà nei loro confronti, al di là della condivisione (o meno) da parte di tutti i presenti delle loro scelte organizzative.

Di questi avvenimenti e della rimozione di S. Bellavita da funzionario centrale FIOM l’introduzione all’assemblea, tenuta da un delegato Fincantieri di Marghera, ha fornito un inquadramento. In particolare l’attacco frontale che l’FCA di Marchionne sta portando alle condizioni di lavoro e ai diritti dei lavoratori è stata presentata come la punta di lancia di un attacco padronale a 360 gradi, da cui l’intera Confindustria e il governo Renzi hanno tratto spunto per intensificare, a loro volta, la propria aggressività anti-operaia. A spingere con crescente violenza in questa direzione è la grande crisi di profittabilità scoppiata nel 2007-2008 e tuttora irrisolta, di cui hanno approfittato (non solo in Italia) governi, banche, istituzioni europee per colpire i lavoratori nella legislazione, nella contrattazione, nell’ideologia e nella loro organizzazione. Ed è con questo attacco del fronte padronato-governo che dobbiamo fare i conti, traendo ossigeno ed esempio dalle lotte in corso in Francia e in Grecia.

Sarà possibile respingere questo attacco che riguarda pure il diritto di sciopero, e punta agli ‘accordi di restituzione’, come quello dei chimici, e all’imposizione del welfare aziendale come misera e ricattatoria sostituzione dei diritti sociali acquisiti, solo con la più ampia, decisa, radicale, unitaria mobilitazione della massa degli operai e dei lavoratori. Ed è per questo che è di una estrema gravità la repressione di FIOM e CGIL nei confronti dei delegati di Termoli e di Melfi: perché va a colpire proprio l’iniziativa e la volontà di lotta dei lavoratori. Non si tratta di un semplice episodio destinato a essere superato da una riconversione alla lotta della FIOM: è invece un indicatore, che si aggiunge a tanti altri, di una linea organica e strategica di ricomposizione dell’unità con FIM e UILM che avviene nel segno della completa subordinazione dei bisogni dei lavoratori alle esigenze aziendali e ‘nazionali’. Che poi Confindustria, Federmeccanica e FCA rifiutino di accontentarsi anche di questi cedimenti e spostino sempre più in alto l’asta delle loro pretese e imposizioni, puntando a togliersi dai piedi il più possibile anche una burocrazia sindacale così rinunciataria e complice – anche questo dà la misura di quanto duro sarà lo scontro se davvero si vorrà rispondere ai padroni e a Renzi colpo su colpo per ricacciarli davvero indietro, e non per fare semplici azioni dimostrative che non hanno alcun effetto concreto, e deprimono ulteriormente lo stato d’animo degli operai, già intimoriti e parecchio sfiduciati in questa fase.

Nell’introduzione, nell’intervento di De Stradis (che ne ha parlato come di una calamita) e in quello di un compagno del Comitato di sostegno è stata sottolineata l’importanza della promozione di comitati e coordinamenti di lotta auto-organizzati capaci di guardare oltre la singola azienda, oltre il singolo comparto produttivo e oltre l’appartenenza a questo o a quel sindacato, e di esprimere una nuova coscienza di sé della classe lavoratrice. Una tematica che è stata ripresa e rilanciata con forza ed efficacia nelle conclusioni dell’assemblea, tenute dal Coordinatore regionale de ‘il sindacato è un’altra cosa’, così come nell’intervento di un delegato del SI-Cobas.

Fin qui tutto bene, nel senso che l’assemblea, che nel suo complesso, specie nelle prime due ore, è stata più attenta e concentrata della media di iniziative del genere, si è svolta lungo i binari tracciati nell’appello di convocazione. Ma, è inutile nascondersi dietro un dito, di cammino da fare ce n’è ancora tanto! Perché:

  1. tutte le questioni di fondo affrontate o solo nominate, a cominciare proprio dal contesto generale della crisi e delle ‘tendenze alla guerra’, meritano un ben diverso approfondimento;
  2. lo stesso si dica dell’analisi sullo stato attuale della classe lavoratrice nella sua nuova e variegata composizione, e sui processi e i fattori che l’han portata all’attuale frammentazione e disorganizza-zione – a meno di non cadere in ingenui soggettivismi;
  3. l’attenzione a ciò che succede fuori dai confini nazionali, a cominciare dai fatti di Grecia e di Francia, per non parlare della guerra infinita ai lavoratori e ai popoli medio-orientali, è ad oggi del tutto insufficiente, come lo è l’attenzione nei confronti dello sfruttamento e dell’oppressione differenziale che subiscono i proletari immigrati e i rifugiati, e la solidarietà nei confronti delle loro lotte;
  4. la polemica sulle scelte organizzative contrastanti compiute da diversi segmenti de ‘il sindacato è un’altra cosa’ e il moltiplicarsi dei tatticismi che l’attuale scomposizione e ricomposizione del sindacalismo di base sollecita, rischiano di essere elementi di freno e di ostacolo rispetto al prioritario sforzo di coordinare le sparse forze in campo disposte realmente a lottare (e in parte lo è stato anche nell’assemblea di Marghera);
  5. la messa a fuoco degli obiettivi rivendicativi comuni, a cominciare dalla riproposizione forte della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, è lungi dall’essere adeguata. E questo vale anche per la lotta al governo Renzi – la cui importanza è stata giustamente ribadita in un paio di interventi, ma è un dato di fatto che il governo ancora non viene investito da una denuncia che lo colpisca con forza in tutti gli aspetti della sua azione di “comitato d’affari” politico e militare dei capitalisti italiani.

Infine, c’è da vedere se l’assemblea di sabato 21 resterà un fatto isolato, o avrà una sua continuità, come più di un compagno operaio venuto dalle fabbriche del trevigiano e del Friuli si attende. Un primo test delle intenzioni e disposizioni di tutti sarà l’intervento nel contratto dei metalmeccanici. Ma non sarà l’unico.

Marghera, 25 maggio

Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri
comitatosostegno@gmail.com

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