Un’estate calda nei magazzini H&M

h&m

Da alcune settimane, nel polo delle provincie di Piacenza, Pavia e Lodi, i lavoratori della logistica conducono degli scioperi contro H&M. Questa e’ la loro voce: http://de.labournet.tv/video/7053/heisser-august-bei-hm-italien

La multinazionale dell’abbigliamento H&M era gia’ tristemente famosa per le condizioni di lavoro disumane  imposte nelle sue fabbriche in Bangladesh, condizioni su cui molti hanno dovuto aprire gli occhi dopo i mille morti e duecento feriti causati dal crollo del Rana Plaza nel 2013. Ma anche di recente H&M ha ammesso di aver impiegato dei bambini siriani nella raccolta di cotone nei suoi campi in Turchia.

In Italia, contro H&M sono scesi in lotta i lavoratori della logistica organizzandosi col sindacato Si-Cobas, che ha anche lanciato una campagna di boicottaggio. Questi lavoratori lottano per delle condizioni di lavoro degne, perche’ le cooperative direttamente collegate ad H&M li sfruttano con turni e orari massacranti, fino a 15 ore al giorno, a fronte di paghe da miseria. Questa lotta e’ molto importante. Dei lavoratori italiani, e anzitutto delle giovani lavoratrici, cominciano infatti a mobilitari a fianco ai lavoratori immigrati, che da anni costituiscono la spina dorsale delle lotte nella logistica in Italia. Contro ogni veleno razzista, ci mostrano che, autoctoni e immigrati, dobbiamo organizzarci e unirci nella lotta. Solo cosi’ possiamo veramente difendere i nostri interessi e affermare i nostri bisogni.

Di seguito trovate un’inchiesta di Infoaut con delle interviste ai lavoratori in sciopero.

Stralci di inchiesta: una composizione emergente nei magazzini della logistica?
Il 23 agosto è una nuova giornata di sciopero e blocco davanti al magazzino di H&M a Casalpusterlengo. L’azienda ha risposto con una serrata dopo aver tentato, il giorno precedente, di mettere uni contro gli altri i lavoratori in sciopero e il resto dei dipendenti. Quando i lavoratori si sono confrontati nel picchetto, l’effetto è stato però differente da quello sperato dalla dirigenza, con addirittura trenta nuovi tesserati passati in pochi minuti col S.I. Cobas. A quel punto i manager hanno detto ai lavoratori di andarsene e minacciato gli scioperanti di far intervenire le forze dell’ordine.

Durante la mattina a presidiare e monitorare gli ingressi abbiamo realizzato un’intervista collettiva ad alcune lavoratrici e lavoratori che segue sbobinata integralmente. Prima di lasciare direttamente la parola ai lavoratori e alle lavoratrici in sciopero, alcune annotazioni.

H&M è una ditta multinazionale che controlla per intero il proprio processo di produzione e distribuzione delle merci. Si parte dalla coltivazione di cotone che avviene per lo più in Turchia, e proprio pochi mesi fa H&M ha pubblicamente ammesso di aver individuato nei suoi campi molti bambini siriani al lavoro. La dichiarazione sosteneva che i bambini identificati sono stati fatti tornare a studiare. Il tutto probabilmente per pulirsi il volto rispetto allo scandalo delle enormi quote di lavoro minorile che sempre H&M impiega in Bangladesh, dov’è tutt’ora aperta una vertenza a riguardo. E’ proprio nel sudest asiatico e in Cina che avviene la lavorazione del cotone per produrre i vestiti della catena low cost. Da lì i manufatti salpano per i principali porti globali. In Europa giungono in Belgio dopo una tappa in Svezia, sede della multinazionale. Dai porti belgi i container vengono smistati in tutta Europa. Molti di essi giungono in Italia proprio negli stabilimenti oggetto di sciopero in queste settimane, i quali controllano la successiva distribuzione in una dozzina di altri stati, tra cui la Spagna, il sud della Francia e l’est Europa.

Dunque tra il polo delle Mose, il magazzino di Stradella e quello di Casalpusterlengo, tra le province di Piacenza, Pavia e Lodi, dove la Lombardia sfuma nell’Emilia, si trova uno dei pulsanti cuori nascosti dell’intreccio logistico. Snodo paradigmatico delle economie contemporanee, queste “periferie” incubano delle centralità produttive/distributive che solo il ciclo di lotte che da alcuni anni investe l’intero settore ha consentito di portare in luce.

La composizione del lavoro in questi magazzini presenta alcune discontinuità rispetto alla maggior parte delle vertenze degli ultimi anni. Oltre alla “consueta” rilevante fascia di mano d’opera migrante di sesso maschile, che qui accorpa provenienze rumene, latine, nord e centro africane, nelle ultime settimane la mobilitazione è stata trainata da molte operaie giovani e con un significativo protagonismo di autoctoni. Qui la rottura prodotta dalla lotta dentro il magazzino, “divide” anche le relazioni consolidate dei paesi e dei territori, crea una polarità che non si riesce a nascondere sotto il tappeto o sotto la crosta di un discorso buonista. In particolare è il magazzino di Stradella a impiegare molte giovani dipendenti (una situazione affine si era verificata lo scorso anno nei magazzini di vendita on line di vestiti, alla Yoox). Aperto due anni fa, il magazzino di Stradella gestito da XPO Logitics per H&M è indubbiamente un pertugio interessante attraverso il quale osservare le mutazioni del lavoro all’interno della crisi divenuta paradigma governamentale. Infatti se fino a poco tempo fa la logistica era perlopiù considerata un lavoro per “gli ultimi” (perlopiù i migranti), negli ultimi due anni stanno aprendo una serie di nuovi magazzini che si presentano sotto una nuova veste, come opportunità per il territorio e come una possibilità di svolgere un “bel lavoro” pieno di opportunità. È il caso di Stradella, ma anche quello dei due nuovi magazzini di Amazon (uno aperto da un anno a Piacenza, l’altro in via apertura in Veneto) e svariati altri in progettazione. Questo probabilmente spiega la presenza di una composizione giovanile precaria autoctona in questi magazzini logistici. Una composizione tutta da inchiestare nelle sue sfaccettature di genere, colore e classe, nel rapporto con la tendenziale fine del periodo delle promesse tradite dalla crisi, nella relazione con il mondo della formazione, il welfare famigliare, i nuovi processi di proletarizzazione, le relazioni sociali sul territorio, l’accesso a beni e servizi, alla casa, alla salute…

In secondo luogo è interessante annotare come lo sprezzo per il lavoro che H&M manifesta in Turchia o Bangladesh non si smentisce in Italia. Furti in busta paga, orari maciullanti, minacce e ricatti, dominio del management sui dipendenti che ne annulla la vita. La possibilità di organizzarsi dei lavoratori attraverso il S.I. Cobas ha in brevissimo tempo aperto un campo di soggettivazione politica liberogena di energie sino ad ora compresse e represse, all’interno della quale si sviluppa una chiara identificazione di un “noi” e un “loro”. Lo scontro frontale con l’azienda è in parte agito dall’azienda stessa, che con la serrata non mira unicamente a evitare il contatto tra i lavoratori non ancora sindacalizzati e gli altri, ma anche, come ci dice un’operaia, a far sentire “inutili” gli operai stessi.

Tra le tante storie che raccogliamo di ricatti e minacce, sicurezza sul lavoro nulla, sfacciataggine nel dire ai lavoratori che rappresentano soltanto numeri, emerge tra gli scioperanti una intelligenza strategica che nel far male alla controparte per costringerla a scendere a patti e rispettare le rivendicazioni, guarda alla pratica del blocco della circolazione delle merci sull’intera filiera di distribuzione e vendita come passaggio decisivo per la conduzione della lotta.

All’interno delle molteplici aporie che costantemente presenta la conflittualità tra capitale e lavoro oggi, il settore logistico si conferma anche qui come uno degli snodi decisivi per poter pensare allo sviluppo di lotte che, sia per la pesantezza delle condizioni di sfruttamento che per la centralità che ricoprono all’interno del ciclo produttivo, abbiano efficacia, potenziale di sviluppo, sguardo transnazionale e proiezione sul territorio.

Nell’intervista che segue si parla delle condizioni di lavoro, dell’organizzazione di H&M su scala europea e della situazione nei magazzini francesi e belgi, dello sviluppo della lotta. Emerge a più riprese come Cgil, Cisl e Uil (come già constatato in molteplici altre vertenze logistiche) siano organismi pienamente dediti a garantire lo sfruttamento all’interno dei magazzini, rifiutando a priori di rappresentare i non garantiti (ossia ormai la stragrande maggioranza dei lavoratori del settore).

Buona lettura.

(Infoaut): Voi siete iscritte al Sindacato Intercategoriale Cobas e lavorate per H&M tramite la cooperativa Easycoop nel magazzino di Broni di Stradella in provincia di Pavia. Raccontateci come funziona il lavoro nel vostro magazzino e perché avete cominciato la lotta.

(Michelle): Allora, il nostro magazzino ha aperto due anni fa, gennaio 2014. All’inizio siamo partiti a fare 15 ore al giorno, c’erano le ragazze che facevano dalle 6 del mattino anche fino alle 9 di sera con un’ora di pausa al giorno. Col tempo hanno iniziato a farci fare sempre undici dodici ore senza cambiamenti. Da lunedì a domenica, mentre al colloquio ci avevano detto che sarebbe stato solo fino al venerdì. Il sabato è considerato lavorativo, ma non vale mai come giorno di ferie. La domenica non è considerato lavorativo, ma se non vai la domenica ti arriva la lettera di richiamo. Ci pagano pochissimo, gli straordinari praticamente non ce li pagano, ce li mettono in premio produzione, come anche i permessi.

(Serena): Non abbiamo permessi retribuiti, la malattia ce la pagano solo dopo il terzo giorno, al 50%.

(Aida): Nel frattempo noi lavoriamo sabato e domenica e per loro la domenica è obbligatorio, perché essendo il nostro magazzino un posto dove c’è il lavoro on line per loro bisogna lavorare sempre, e bisogna sempre giustificarsi per le assenze. Chi ha bambini malati deve portare la foto del bambino malato in ospedale, deve giustificare l’assenza e l’assenza non è pagata. Lavoriamo un mese intero senza un giorno di riposo, e facciamo 12-13 ore con un’ora di pausa che non è pagata. Ci hanno tolto anche la possibilità di entrare e uscire con la macchina, quindi se noi vogliamo andare a casa a vedere come stanno i nostri figli dopo undici ore di lavoro non lo possiamo fare. Siamo obbligate a rimanere dentro il magazzino non essendo pagati nelle pause: se si ferma il sistema per due ore, noi non siamo pagati in quelle due ore. Non sappiamo quando entriamo e quando usciamo: per entrare ci mandano un sms alle sette di sera per cominciare alle quattro di notte, sì ma noi ci dobbiamo alzare alle tre! Oggi alle quattro, domani magari alle cinque… Un orario fisso non c’è, quindi noi siamo distrutti fisicamente, psicologicamente e abbiamo distrutto anche i nostri legami famigliari. Io ho due figli e non riesco a gestirli! Ho un figlio di 14 anni che ha bisogno di me, e io non riesco a gestirlo perché arrivo a casa che sono distrutta dopo 13 ore dentro al magazzino. E’ una roba allucinante…

(Michelle): Tenendo conto che ci fanno fare 12 ore al giorno con contratti part-time da sei ore!

(Serena): C’è gente che è qui dentro da due anni e ha ancora contratti part-time, a tempo determinato…

(Aida): A me dopo un anno mi è stato rinnovato un contratto di un mese e mezzo solo perché faccio parte dei Cobas

(Infoaut): Quindi di fatto si lavora anche più di un full time…

(Aida): Esatto, dalle 200 o 240 ore al mese, e non ti viene mai chiesto se ti vuoi fermare, ti guardano male se dici che non ce la fai più.

(Infoaut): Cos’è successo dopo la vostra iscrizione al S.I. Cobas?

(Michelle): Sono state subito licenziate quattro persone, poi sono stati fatti questi contratti di un mese, un mese e mezzo… Fanno ripicche.

(Serena): Non riconoscono il sindacato. Loro, avvalendosi del fatto che il S.I. Cobas non ha firmato il contratto nazionale, dicono che non è un sindacato e non ne accettano la rappresentanza sindacale in un magazzino come il nostro dove ci sono ottanta iscritti ai Cobas su trecento lavoratori, dei quali nessuno è sindacalizzato. Di fatto non riassumono chi si è iscritto al sindacato, anzi man mano assumono del nuovo personale di modo che ad ogni scadenza di contratto possiamo essere sostituiti da queste nuove persone. Cosa che è illegale. Se c’è del calo di lavoro la possono usare come scusa, ma se c’è sempre più lavoro non possono lasciare a casa altre persone che sono lì da prima.

(Aida): Ne hanno licenziati quattro ma ne hanno assunti sessanta.

(Michelle): Hanno anche preso una nuova cooperativa per rimpiazzarci.

(Aida): Dopo le prime lotte abbiamo incominciato a fare solo otto ore di lavoro e la domenica a casa, ma dentro il magazzino vanno a parlare coi lavoratori dicendo “Eh, adesso vedrete la prossima busta paga”. Per dire che con otto ore non guadagni niente… Ma ci credo! Abbiamo un contratto di sesto livello junior, veniamo pagati 5 euro l’ora…

(Infoaut): Ci raccontate di come si è sviluppata la lotta?

Serena): Abbiamo cominciato a scioperare un mese fa, il primo sciopero è stato il 28 luglio al nostro magazzino di Stradella, ed è stato uno sciopero veramente duro: abbiamo fatto 17 ore continuate, dalle 4 di notte fino alle 7 di sera a oltranza. Bloccavamo i nostri camion e anche i camion di altre aziende all’interno del polo. Eravamo partiti cercando di bloccare anche gli altri lavoratori per convincerli a fermarsi con noi, ma la risposta dei nostri colleghi è stata piuttosto violenta. Persone che cercavano di investirci fuori dai cancelli pur di entrare in macchina, persone che spintonavano, tiravano calci e pugni anche a donne pur di entrare dentro i cancelli e lavorare come schiavi, come crumiri per 40 euro al giorno. Che sinceramente con un livello decente, un quinto livello o un quarto livello, li riguadagni anche il doppio o il triplo in una giornata sola.

Siamo andati a fare anche altri scioperi, questo è il quinto, il settimo sciopero in un mese. Anche davanti a Casalpusterlengo, che è un magazzino sempre H&M dove 15 lavoratori assunti direttamente dalla ditta H&M rischiano il posto di lavoro. E’ da dieci anni che lavorano qua dentro! Il tutto perché H&M ha deciso di far subentrare una cooperativa e quindi passare questi lavoratori sotto cooperativa, guadagnando loro di più e rubando i soldi a questi ragazzi.

(Raki): Allora noi siamo 15 lavoratori che da dodici anni lavoriamo da H&M, il 14 luglio abbiamo saputo che H&M voleva appaltare a una cooperativa. Due mesi prima hanno assunto dieci persone interinali alle quale hanno fatto imparare il nostro lavoro. Abbiamo fatte delle riunioni sindacali con Cgil, Cisl e Uil ma non abbiamo risolto niente. Siamo andati a un tavolo di trattativa dove c’hanno detto: se vuoi passare sotto cooperativa ti diamo 2000 euro, così non fai la causa contro H&M, e se vuoi abbiamo dei negozi: Salerno, Roma e Trento. Che sono veramente lontani… Se invece vuoi andare via ti diamo otto mensilità.

Quando io gli ho chiesto di poter andare a lavorare a Roma, che ero disposto, mi hanno detto che non funzionava così: avrei dovuto fare la domanda per poter vedere se avevo il profilo adatto, fare un colloquio per vedere se mi accettavano…

Allora abbiamo fatto un’alleanza coi ragazzi di Stradella, che hanno anche loro hanno problemi, e abbiamo iniziato lo sciopero. Loro li hanno iniziati prima, poi son venuti qui, noi siamo andati da loro…

(Serena): e adesso questa settimana è il quarto giorno di picchetto continuato, siamo accampati con le tende per bloccare i camion e i lavoratori, la produzione è ferma da quattro giorni.

(Infoaut): Secondo voi la trattativa troverà un punto di svolta?

(Michelle): Sarà difficile, ci sarà bisogno di lotta.

(Serena): Non mollano perché chiaramente puntano molto sull’immagine, sono un’azienda internazionale e non vogliono dare il segno di cedimento nonostante le grosse perdite che hanno subito perché, fino ad oggi, qua si parla di mezzo milione di euro.

(Infoaut): Prima dicevate che sui profili facebook dell’azienda alcune persone domandano dei ritardi nelle consegne e loro accampano motivi tecnici…

(Serena): E invece siamo noi a causare il danno! Quando intervenivamo noi su facebook nel giro di qualche ora veniva cancellato. Solamente il mio post che ho segnalato direttamente sulla bacheca di H&M ha ricevuto una risposta direttamente dagli admin del sito dove si diceva che loro stanno seguendo da vicino la causa, sanno cosa succede all’interno del magazzino, e provvederanno a risolvere la situazione… Ma è un mese che sanno esattamente com’è la situazione e se ne sbattono altamente le scatole.

(Aida): E noi rimaniamo qui e non molliamo! Non molliamo finché non otteniamo quello che vogliamo, ossia che il nostro sindacato Cobas venga riconosciuto nel nostro magazzino perché è un nostro diritto. Siamo dei lavoratori e vogliamo essere coperti da un sindacato. Noi abbiamo scelto il sindacato Cobas e vogliamo loro dentro il nostro magazzino.

(Serena): Infatti anche domani continueremo la lotta, non solo a Casalpusterlengo ma a livello nazionale bloccando tutti i magazzini XPO. Il nostro magazzino H&M ad esempio ha come ditta appaltatrice XPO Logistics, sotto consorzio, e XPO è il problema principale per noi perché è XPO che si rifiuta di riconoscere la rappresentanza sindacale. Quindi bloccheremo Stradella, Padova, Bologna, Piacenza e anche Milano oltre che qui a Casalpusterlengo.

(Infoaut): Ci potete raccontare com’e’ organizzata la ditta e come funziona il lavoro dentro i magazzini?

(Michelle): Abbiamo in tutto 12 paesi, alcuni piccoli come Estonia, Lituania, Lettonia, Romania e questi paesi dell’Est. Gli unici paesi grandi che abbiamo sono Spagna, Francia e Italia oltre alla Polonia. Arrivano i container a ricevimento, vengono ricevuti, tra i colli che arrivano ci sono delle scatole che sono doppie, hanno più taglie dentro, quindi vanno allo split e vengono divise in più taglie. Poi vengono stoccate dai ragazzi dello stock in mezzanino, dove vengono prelevate da altri operai, i pickeristi. Poi i pezzi da loro prelevati vanno al sorting, che è un altro reparto, dove vengono divisi in fase, per paese. Poi vengono mandati al picking, che viene diviso ulteriormente in altre fasi, tra gli ordini dei vari clienti. Poi il tutto viene imballato e mandato al fondo linea dove ci sono i ragazzi che lo caricano sul camion, poi viene spedito nei vari paesi.

(Michelle): Abbiamo in tutto 12 paesi, alcuni piccoli come Estonia, Lituania, Lettonia, Romania e questi paesi dell’Est. Gli unici paesi grandi che abbiamo sono Spagna, Francia e Italia oltre alla Polonia. Arrivano i container a ricevimento, vengono ricevuti, tra i colli che arrivano ci sono delle scatole che sono doppie, hanno più taglie dentro, quindi vanno allo split e vengono divise in più taglie. Poi vengono stoccate dai ragazzi dello stock in mezzanino, dove vengono prelevate da altri operai, i pickeristi. Poi i pezzi da loro prelevati vanno al sorting, che è un altro reparto, dove vengono divisi in fase, per paese. Poi vengono mandati al picking, che viene diviso ulteriormente in altre fasi, tra gli ordini dei vari clienti. Poi il tutto viene imballato e mandato al fondo linea dove ci sono i ragazzi che lo caricano sul camion, poi viene spedito nei vari paesi.

(Serena): Qui a livello tecnologico siamo arretrati, ad esempio Zalando e Amazon utilizzano le pistole per prelevare, hanno i palmari, utilizzano il computer, noi invece ad esempio al picking che per me è quello più indietro di tutti come reparto, utilizziamo delle etichette con dei codici lunghissimi di 12 cifre che dobbiamo leggere e controllare se il codice coincide. Poi dobbiamo incollare il codice sul pezzo per mandarlo agli altri reparti. Utilizziamo solamente i nostri occhi, e capite che dopo 11-12 ore gli occhi si stancano, e gli errori possono capitare…

(Aida): Dobbiamo fare 165 pezzi che dobbiamo finire entro mezz’ora, e non dobbiamo fare errori.

(Michelle): Se sbagli ti mandano a prendere il pezzo giusto in mezzanino.

(Serena): Noi non possiamo sapere quanti pezzi stiamo facendo, i nostri capi lo sanno perché attraverso il computer loro vedono la nostra produttività, ma noi non possiamo sapere nemmeno quanti pezzi dobbiamo lavorare in giornata ossia quante ore bisogna lavorare… Ormai il lavoro moderno è tutto sulla produttività, sulla media.

(Aida): Per non parlare delle temperature a cui dobbiamo lavorare quando andiamo a prendere questi pezzi, adesso in estate moriamo dal caldo, tante ragazze svengono, quando si esce un attimo per prendere un po’ d’aria il nostro capo dice: “Ma entri a lavorare o te ne vai a casa?”. Quindi le condizioni sono pessime là dentro.

(Serena): Abbiamo due bagni su trecento lavoratori, uno maschile uno femminile, in condizioni igieniche orribili. Fino a poco tempo non c’era nemmeno acqua nel magazzino, nemmeno nelle macchinette.

(Aida): Hanno cominciato ora i lavori per mettere una pala di ventilazione, chissà quando sarà pronta.

(Francesco): Da quando sono arrivati i Cobas hanno iniziato a fare i turni, ma non li rispettano. Continuano a mandarti l’orario via sms. Tipo sul foglio c’è scritto “ore 7 picking”, loro ti scrivono “ore 5 picking”.

(Aida): Questo solo per far vedere che noi abbiamo messo l’orario settimanale, che nel frattempo viene però cambiato ogni giorno. Diventa impossibile organizzarsi…

(Francesco): Ti gestiscono loro la vita.

(Aida): La vita privata non esiste.

(Michelle): C’è anche la storia dei pass… Non ci sono abbastanza parcheggi, quindi hanno lasciato i pass solo ai responsabili, ai lecchini e a chi hanno voluto loro, quindi magari c’è gente che non sta bene che deve farsi un chilometro a piedi sotto al sole e non ce la fa, magari sta male.

(Francesco): E oltre a questo la gente che lascia fuori le macchine ora se le trova rotte, con le gomme bucate, i vetri spaccati, i tergicristalli rubati, e loro giustamente dicono che non essendo all’interno del polo logistico non è un problema loro.

(Michelle): Nel frattempo molti parcheggi all’interno del magazzino rimangono vuoti, c’è il posto…

(Infoaut): Prima parlavate della situazione francese…

(Raki): Sì li ci sono due magazzini di H&M, e in uno hanno sempre problemi. Hanno 200 dipendenti tutti sotto H&M, noi qui facciamo 300mila pezzi al giorno, loro ne fanno 60 mila. Il nostro lavoro qua: noi siamo in 27 H&M, 15 li stanno licenziando, e ci sono 200 lavoratori sotto cooperativa. Il nostro lavoro comporta che di giorno arrivano 10/13 camion di cartoni, la merce arriva dal Belgio da dove arrivano dalla Cina o dalla Turchia. Arriva la merce, noi la smistiamo, spariamo e la mettiamo in posizione. Il giorno dopo la cooperativa rinnova, verso le 4.30/5 si fà il picking. Poi escono di bolla. Si fa tutto manuale, non abbiamo niente di tecnologico. Noi abbiamo 155 negozi in Italia, e 35 negozi in tutto il sud della Francia perché lì hanno problemi coi lavoratori. E’ da anni che stanno cercando di chiudere il magazzino in Francia ma non riescono. Anche in Belgio hanno problemi, stanno provando a trasferire oltre cento lavoratori verso la frontiera con l’Olanda. Dove ci sono delle lotte provano a chiudere i magazzini e a spostarli insomma.

(Michelle): Qui ci fanno firmare anche dei documenti in bianco, oppure non ci danno il tempo di leggerli, e se ci si rifiuta mandano sanzioni a casa. Non sappiamo cosa firmiamo!

(Serena): Se vuoi avere il tempo per leggere questi documenti, o se vuoi scrivere di fianco alla firma “per presa visione” in modo che non è una firma che concretizza il fatto che tu accetti quello che c’è scritto sul foglio, loro ti stracciano il foglio davanti e ti obbligano per forza a firma senza scrivere nulla difianco. Vogliono che tu accetti le loro regole al 100%. Ci fanno così un perenne ricatto… Ovviamente noi del Cobas ci rifiutiamo.

(Raki): Noi nel 2012, in un reparto storico di qui, hanno voluto esternalizzarlo a una cooperativa. Hanno messo una lista di dodici dipendenti per mandarli nei negozi. Ognuno ha scelto dove poter andare, ma questa volta non va così. O accettiamo la cooperativa o fuori. Ma se accettiamo noi perdiamo tutto, i diritti di questi anni li perdiamo, i buoni pasti, lo sconto del 25% sui vestiti, l’assicurazione sulla salute.. Se ce ne andiamo sotto cooperativa perdiamo tutto. Noi non molliamo fino alla fine, finché non ci danno quello che ci spetta.

(Francesco): A noi non è che piace scioperare. Siamo qui a prenderci sole pioggia freddo… E lo facciamo solo per migliorare il nostro posto di lavoro.

(Raki): Abbiamo visto anche ieri la cooperativa Help, ci sono già 30 iscritti con noi… Danno i buoni pasto solo ai leccaculo…

(Infoaut): Oggi è una serrata perché, ci dicevate prima, che molti lavoratori invece che entrare si sono fermati a parlare e si sono tesserati coi Cobas.

(Michelle): Loro cercano lo scontro. Piuttosto che darci quello che ci spetta, i nostri diritti, preferiscono mandarci la polizia, minacciano, rischiamo di essere presi a manganellate solo perché siamo qui a scioperare per i nostri diritti.

(Aida): I soldi che stanno perdendo sarebbero bastati per soddisfare le nostre esigenze. Coi soldi che stanno spendendo per la polizia sarebbero bastati.

(Serena): E qui è andata anche bene [a Casalpusterlengo], da noi [a Stradella] i nostri colleghi ci vorrebbero menare, non c’è possibilità di dialogo. I capi fomentano una guerra tra poveri.

(Raki): I responsabili ne approfittano, e ci sono anche cose pesanti. Vieni a letto con me e ti trovo lavoro a tempo indeterminato, cose così…

(Aida): Io sono contenta di aver scelto i Cobas. Ieri qui era presente anche la Cgil e ai loro lavoratori è stato detto: se vi iscrivete coi Cobas vi mandano in cassa integrazione… Loro che dovrebbero difendere i lavoratori!

(Raki): Noi, da quando dopo il 14 luglio abbiamo saputo che rischiavamo di essere licenziati, il primo a dirci che dovevamo andare in mobilità è stata la Cgil, il primo giorno. Ci diceva che rischiavamo il posto ma che l’azienda stava facendo una cosa corretta, e che dovevamo entrare quindi in mobilità… Ma questa cosa non serve a niente. Ma l’azienda fa business, fa soldi! Non è in crisi per metterci in mobilità. Noi prima eravamo tutti sotto Cgil Cisl e Uil. Adesso siamo in 13 coi Cobas, ma loro hanno detto che coi Cobas non si siedono al tavolo. Ci hanno detto: se volete andate tutti coi Cobas, oppure tutti con noi.

(Aida): Da noi [a Stradella] un po’ di tempo fa era venuta la Cgil per fare un’assemblea, con una ragazza che era iscritta alla Cgil che è da anni che è iscritta alla Cgil, ma non ha ottenuto niente povera ragazza. Siamo stati presenti all’assemblea, ma dopo non hanno risolto niente. Addirittura nei giorni dopo hanno tolto tutte le timbratrici lasciandone solo una, hanno tolto tutti gli statini. Poi abbiamo visto che loro ridevano e scherzavano con la Cgil, nel frattempo che noi aspettavamo una risposta da loro, ma questa non è mai arrivata. Quindi la Cgil copre il datore, non il lavoratore.

(Serena): La Cgil è stata la prima ad ammettere che potevano dare copertura sindacale solo a coloro che avevano un contratto a tempo indeterminato. Per i ragazzi a tempo determinato hanno detto che era addirittura un rischio iscriversi al sindacato perché non avrebbero potuto cambiare le cose in magazzino. Infatti praticamente nessuno si è iscritto al sindacato dopo quell’assemblea. Anzi, il rappresentante sindacale Cgil ha parlato solo male degli altri sindacati, dicendo in particolare che i Cobas sono quelli che fanno chiudere i magazzini quando in realtà non è vero. Anzi il Cobas è l’unico sindacato che lotta con noi e difende i lavoratori.

(Aida): La Cgil ha detto:”Ragazza mia, tu non puoi iscriverti al mio sindacato perché a te ti fanno fuori dopo due giorni”. Questa cosa non va detta a un lavoratore, perché il sindacato dovrebbe coprirmi, aiutarmi. Quindi chi mi dovrebbe coprire a me? Per questo sono Cobas e lo sarò per sempre.

 

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