Cremaschi domanda, il “Cuneo rosso” risponde

A seguito del nostro testo di una settimana fa “Cremaschi, i suoi 1.000 orologi e la truffa ‘sovranista’ di Eurostop”, abbiamo ricevuto da lui la seguente e-mail:

Cari compagni comunisti internazioalisti,

vi ringrazio per la cortesia di avermi inviato la vostra critica alle mie posizioni e a quelle di Eurostop, critica che mi era già stata fatta pervenire da alcuni compagni a cui giro questa mail. Alcune delle vostre considerazioni meriterebbero una risposta approfondita, però per procedere ad essa avrei bisogno di un chiarimento, onde non correre il rischio di travisare la vostra posizione. In sintesi, voi su Euro, UE, NATO siete per il SI, per il NO, o per astenervi dall’esprimere una scelta che considerate irrilevante? Siccome dal vostro testo questo non si capisce gradirei una risposta. Intanto vi ringrazio per l’interlocuzione e vi saluto.

Giorgio Cremaschi

***

Ecco la nostra replica.

Caro compagno Cremaschi,

non essendo tu alle prime armi, comprenderai facilmente che la tua domanda suona provocatoria alle nostre orecchie. In particolare è scontato che non abbiamo nulla da dire sul sì, il no o l’astensione sulla NATO: stavi scherzando, vero? O forse un problema c’è, ed è da porre non a noi, ma a voi di Eurostop: programmate per caso di uscire dalla NATO per via elettorale? In ogni caso, ti rispondiamo nel merito della vera questione su cui si è incentrata l’assemblea di Eurostop: l’uscita volontaria dall’UE e dall’euro come via obbligata per recuperare sovranità nazionale e ritornare alle politiche keynesiane e alla Costituzione.

Come saprai, non siete i primi in Europa a formulare questa proposta e indicare questa prospettiva da sinistra – per quel che riguarda la destra, invece, non se ne parla neppure perché, sebbene con differenti obiettivi, è proprio a destra che questa proposta è nata, ed è stata la destra di Farage e dei conservatori britannici a portarla per prima alla vittoria. Alle forze di sinistra che si sono mosse per prime e con più nettezza in questa direzione (pensiamo a settori di Izquierda Unida) abbiamo risposto nel n. 2 della rivista con un testo  che contiene un ragionamento più ampio di queste rapide note di risposta.

L’UE è, per noi, il punto di arrivo di un lungo e ampio processo commerciale, industriale, istituzionale, culturale e anche, per certi versi, popolare, iniziato negli anni ’50 del secolo scorso che ha avuto, e ha, per oggetto e scopo la costruzione di un polo imperialista autonomo, concorrenziale da un lato con gli Stati Uniti, dall’altro con i ‘giovani capitalismi’ emergenti. L’euro è la sua moneta. E ha dovuto essere partorita, ad un certo punto di questo processo ‘unitario’, per porsi all’altezza delle sfide del capitalismo globalizzato, e limitare lo strapotere del dollaro nelle transazioni internazionali, rafforzando nel contempo l’Europa anche nel Sud del mondo (contro gli sfruttati del Sud del mondo). La sua funzione, quindi, è triplice: anti-americana, anti-Sud del mondo, anti-proletaria.

All’interno della UE e nell’ente che governa l’euro, come all’interno di ogni consorzio imperialista, non ci sono relazioni paritarie. C’è un maggior potere della Germania o, nella misura in cui questo asse esiste realmente, dell’asse franco-tedesco rispetto agli altri paesi. Ma in nessun modo i rapporti tra Germania (e asse franco-tedesco) e Italia, tra “capitalismo renano” e capitalismo made in Italy, può essere configurato come rapporto tra metropoli e colonia. Il capitale di ‘casa nostra’ è stato co-protagonista della costruzione dell’UE e della nascita dell’euro nel suo proprio interesse, dando non a caso agli organi di governo europei suoi funzionari di primo livello (Prodi, Monti, Draghi, etc.). La ‘cessione di sovranità’ in favore delle istituzioni europee (e in primo luogo della BCE, presieduta da un italiano) di cui tanto si parla nel vostro ambito, è avvenuta da parte di tutti i paesi partner, Germania compresa. Ed è avvenuta per favorire la costruzione di una entità (UE/euro) che abbia sul mercato mondiale una forza maggiore di quella dei singoli stati/”capitalismi nazionali” europei, e faccia in questo modo da efficace scudo allo strapotere della vecchia superpotenza e della vertiginosa ascesa del giovane colosso Cina.

Di conseguenza è evidente che le istituzioni europee sono le istituzioni della classe nemica dei lavoratori, ma è altrettanto evidente, per noi, che lo sono nello strettissimo intreccio con le istituzioni nazionali del capitale (governo, parlamento, apparati statali, Bankitalia, etc.) e i poteri forti nostrani dell’economia e della finanza. Per fare solo un esempio: il Fiscal Compact non è stato imposto all’Italia o ad altri stati da un potere estraneo, straniero, che “ci” comanda come nazione. È stato deliberato contro i lavoratori di tutta l’Europa – nessun paese escluso – da un direttorio di cui fanno parte integrante tutte le borghesie; un direttorio di cui la borghesia italiana è parte di primo rilievo.

Ecco perché è fuorviante, rispetto agli interessi di classe, la vostra prospettiva di una “rottura” che “punta alla sovranità democratica e popolare del nostro paese“. Perché le politiche degli ultimi decenni non ci sono state dettate da un potere straniero, ma sono state adottate o co-adottate dalla “nostra” classe dominante, a partire dalla fondamentale e famigerata decisione presa nel 1981 dal keynesiano Andreatta e dal suo compare semi-keynesiano Ciampi, che in dieci anni ha fatto raddoppiare il debito di stato, mettendoci un terribile cappio al collo. Non è il “nostro paese” che ha perso libertà e libertà di movimento, come affermate nel vostro documento; è la classe dei lavoratori salariati, in tutte le sue articolazioni, che l’ha persa, e per decisioni anzitutto interne o volute e approvate anche dall’interno (salvo, poi, data la loro impopolarità, preferire presentarle, in modo demagogico, come decisioni imposte dall’esterno). I lavoratori questa (limitata) libertà di movimento l’hanno persa, e perfino in anticipo per certi versi, anche in Germania, cosa di cui non si parla quasi mai. L’hanno persa grazie all’Agenda 2010 e all’Hartz 4, a seguito di decisioni prese da governi nazionali socialdemocratici e poi, ovviamente, consolidate e convalidate da decisioni degli organismi europei.

L’idea che Eurostop veicola, sia nelle versioni più ambigue, sia in quelle più sguaiate, è invece tutt’altra. E non è un caso che l’applauditissimo Maddalena abbia parlato di “traditori della patria” – è questo il sentire che circolava nella vostra assemblea. Ed è un sentire che, al pari della vostra analisi e della vostra prospettiva di uscita dalla crisi, è di tipo nazionalista, anche se condito di tanti fiori e fioretti ‘progressisti’ e sociali.

Quindi: la denuncia dei poteri europei, delle istituzioni dell’imperialismo europeo (nella misura in cui esiste come unità) è ovviamente anche nostra, ma non può e non deve sostituire quella dei poteri nazionali. Deve affiancarsi ad essa (in subordine), perché restiamo fermi alla vecchia consegna, sacrosantissima, che in un paese imperialista quale l’Italia è, il principale nemico è all’interno, e non all’esterno. Non ci sfugge che l’Italia conta meno della Germania e della Francia nelle decisioni UE, ma questa circostanza non deve in nessun modo farci dimenticare, o mettere in secondo piano, lo statuto imperialista del ‘nostro’ stato, del ‘nostro’ governo, del ‘nostro’ paese. O il nostro obiettivo dovrebbe essere che l’Italia conti di più, mettendosi in proprio, o alla testa di paesi di minore, o molto minore, forza rispetto ai quali essere la Germania del Sud Europa?

Per noi, i lavoratori di tutti i paesi europei, in misura certamente differenziata ma al tempo stesso comune, stanno soffrendo dentro l’euro e dentro l’Unione per le politiche anti-proletarie dei propri governi, delle istituzioni europee, di Bce e Fmi. Soffrono perché l’UE, come i governi nazionali che la compongono, applica rigidamente le regole della competizione internazionale, del mercato mondiale, del capitale globale, a cui sono sottoposti anche i paesi che sono fuori dall’UE e dall’euro – a cominciare dal più potente di tutti, gli Stati Uniti, nei quali il lavoro è sempre più low cost e a zero diritti!

Ecco perché, per noi, l’alternativa tra “morire per l’euro” o “sfasciare l’euro” è un’alternativa tra due soluzioni entrambe capitalistiche e di impronta nazionalista, la prima per la super-nazione Europa, l’altra per il rispristino della presunta maggiore autonomia delle singole nazioni. Nè l’una né l’altra di queste soluzioni corrisponde agli interessi strategici e tattici dei lavoratori. Non è a caso, del resto, che nel Regno Unito alla testa di entrambi gli schieramenti ‘contrapposti’ sulla Brexit c’erano esponenti ultra-borghesi del partito conservatore, mentre i laburisti e gli extra-parlamentari, con pochissime eccezioni, erano alla loro coda, in entrambi gli schieramenti. E questa scena davvero magnifica si ripeterebbe in Italia …

Rifiutiamo questa falsa – e rovinosa – alternativa, e ad essa contrapponiamo la prospettiva della lotta comune tra i lavoratori del Sud, dell’Est e del Nord dell’Europa alle politiche anti-proletarie dei loro governi e delle istituzioni comunitarie, Bce in testa. Siamo convinti che ci sono fondamentali obiettivi comuni da perseguire ovunque con la lotta. Contro le politiche di ‘austerità’. Contro il debito di stato, per il suo annullamento. Contro il Fiscal Compact. Contro il taglio dei salari, diretti e indiretti, la disoccupazione, la precarietà, l’allungamento degli orari di lavoro, l’intensificazione del lavoro, la distruzione dei contratti nazionali di lavoro e della organizzazione operaia nei luogi di lavoro. Contro il risorgente militarismo europeo e la Nato. Contro lo sfruttamento differenziale, le bestiali discriminazioni, il razzismo di stato e fascistoide nei confronti dei lavoratori immigrati. Su questi terreni, nella lotta, i lavoratori delle diverse nazioni possono avvicinarsi e darsi forza a vicenda.

Non ci nascondiamo affatto le difficoltà di mettere in atto questa prospettiva politica che punta alla rinascita del movimento proletario e alla accumulazione delle forze di classe in vista dei grandi scontri di classe in arrivo.

L’abbiamo già accennato: esiste nell’Unione europea una polarizzazione territoriale tra capitali che si ripercuote sulle condizioni di esistenza e di lavoro dei salariati e sugli indici di disoccupazione e di povertà. I colpi subìti dai proletari dell’Est Europa sono più violenti di quelli subìti dai proletari dei PIIGS. All’interno stesso dei PIIGS i colpi subìti dai proletari e dai giovani greci sono più violenti di quelli abbattutisi sui proletari e i giovani italiani. I colpi subìti dai proletari dei PIIGS sono in media più violenti di quelli subìti dai proletari tedeschi o olandesi. Ma consideriamo puro veleno anti-proletario quello spirito anti-tedesco così diffuso nella sinistra, anche “radicale”, che serve esclusivamente a rafforzare le distanze, l’estraneità e la contrapposizione tra i proletari e le proletarie del Nord e del Sud dell’Europa. E che è l’altra faccia della propaganda sciovinista tipica dei mass media e dei governanti del Nord Europa secondo cui nel Sud dell’Europa non si farebbe altro che prendere il sole mangiando a sbafo dello stato e dell’Europa-che-lavora.

C’è una stratificazione materiale storica dentro il proletariato europeo che ha prodotto stratificazioni ideologiche e psicologiche profonde. Ma proprio perché questo problema è reale, ci vuole a nostro avviso il massimo dell’impegno nel tessere i fili unitari dentro il nostro campo di classe, rifuggendo da tutte le soluzioni apparentemente facili che, invece, approfondiscono le distanze già di per sé, allo stato attuale, ampie e pericolose. È estremamente arduo far sentire ai proletari italiani le lotte che si sviluppano in altri paesi come lotte integralmente nostre (l’abbiamo visto di recente anche con le accese lotte avvenute in Francia), ma questo ci tocca fare se crediamo, e noi lo crediamo, che non c’è soluzione nazionale possibile a questa crisi storica del sistema sociale capitalistico. E che all’interno del capitalismo globalizzato, dentro o fuori l’Unione europea e l’euro, non può esserci altro che l’accentuazione della concorrenza e la guerra fratricida tra proletari.

Significa questo che siamo per restare a tutti i costi nell’euro?

La sola domanda è assurda.

Sempre nel n. 2 del ‘Cuneo rosso’ abbiamo ragionato sulle vicende greche (il movimento proletario in Grecia si è mosso per primo in Europa), e l’abbiamo fatto nel seguente modo:

«Se in Grecia o in un altro paese il movimento proletario e popolare diventerà così forte da imporre al “proprio” governo nazionale misure di politica economica e sociale ritenute incompatibili dai poteri forti che dettano legge in Europa perché antagoniste agli interessi del capitale; e tanto più se in Grecia o altrove la classe lavoratrice acquisterà tanta forza e autonomia politica da prendere il potere per sé, annullare i diktat europei, decidere misure di emergenza a tutela dei salariati, adottare misure coercitive contro le forze del capitale interne, possiamo dare pressoché per certo che tra le misure di ritorsione di Bruxelles e della Bce ci sarebbe la minaccia o la decisione di espulsione dall’euro e dall’Unione, nel tentativo di circoscrivere e stroncare l’effetto-contagio della ribellione proletaria e popolare. Ma una simile cacciata dall’euro avverrebbe in un contesto di scontro di classe infuocato in cui una tale decisione degli odiati super-poteri europei potrebbe diventare, per il suo evidente segno di classe, un boomerang che si ritorce contro chi l’ha lanciato. E la resistenza alle sue conseguenze, in Grecia o altrove, unita ad un appello alla solidarietà dei lavoratori degli altri paesi, assumerebbe una valenza internazionalista. Rispetto all’uscita volontaria dall’euro degli Anguita [esponente di Izquierda Unida] di tutta Europa sostanziata di interessi nazionali [e di logiche nazionaliste], sarebbe davvero un’altra storia…».

Quindi, come vedi, la polemica che hai ritenuto di fare sugli orologi e sull’aspettare/non aspettare manca completamente il bersaglio. Almeno per quello che riguarda noi e i compagni che si muovono secondo questa logica politica. Troppo facile liquidare l’internazionalismo come se fosse un infantile simultaneismo. Il problema vero non è se ci sarà ‘qualcuno’, ovvero i lavoratori di un dato paese, che comincerà per primo; questo è ovvio, perfino banale. I problemi veri sono due:

  1. cominciare per primi, su che basi e per andare dove?;
  2. dare la massima solidarietà a chi ha cominciato per primo, e su una linea internazionalista.

Voi proponete di cominciare ad uscire dalla globalizzazione, o a far retrocedere la globalizzazione.

Questa prospettiva, abbiamo già spiegato il perché, è una truffa. Ed è anche una deviazione di percorso da quella che è per noi una prospettiva di classe, perché voi proponete per il ‘nostro paese’ nel suo insieme, per il popolo, per la comunità nazionale, etc., etc., una via di recupero dell’autonomia nazionale che, a vostro dire, risulterebbe vantaggiosa anche per i lavoratori. Questa prospettiva, al contrario, dividerebbe ulteriormente il campo dei lavoratori tanto alla scala europea che a quella interna, anzitutto tra lavoratori nazionali e lavoratori ‘non nazionali’. Non a caso nella vostra assemblea si è sentita almeno una voce esplicita contro gli immigrati, e poi qualche accenno finalizzato a rassicurare gli immigrati; ma sta di fatto che una messa in proprio dell’Italia su basi “sovraniste”, cioè nazionaliste, non potrebbe che avere una valenza anti-“stranieri” (l’abbiamo già visto con la Brexit, che ha messo nel suo mirino, almeno propagandisticamente, anche gli immigrati da altri paesi dell’UE). Perché vi sembra strana e da respingere la critica di nazionalismo?

Il vostro ragionamento pecca inoltre di angustia eurocentrica, è chiuso dentro l’Europa. Dopo lo scoppio della crisi del 2008, chi ha dato un grosso scossone all’ordine capitalistico internazionale sono state le sollevazioni arabe del 2011-2012 – che solidarietà hanno avuto qui? Se non sbagliamo, alcuni dei presenti alla vostra assemblea sono andati in Siria a congratularsi con uno dei poteri statali che hanno schiacciato nel sangue queste sollevazioni di sfruttati. L’hanno fatto forse per internazionalismo, per dare una mano a chi si era mosso per primo? La stessa domanda si potrebbe fare per le strenue lotte dei lavoratori e dei giovani greci, che hanno avuto qui un’eco scarsissima. Eppure avevano cominciato loro per primi …

Secondo noi, bisogna invece lavorare a fondo per potenziare i primi contatti, circuiti e solidarietà, di ordine sindacale e politico, che già ci sono, non nella direzione opposta.

Infine un’osservazione non marginale sul rapporto tra la lotta economica e la lotta politica. Anche tu registri che, al momento, c’è una passività sociale dei lavoratori. A nostro avviso, questa passività non può essere aggirata da nessuna furbizia ‘politica’ (o politico-elettorale). O i lavoratori tornano prepotentemente alla lotta, alla lotta su larga scala, alla lotta economica e politica insieme e indissolubilmente (la lotta contro i brutali livelli raggiunti nel supersfruttamento del lavoro e per la auto-organizzazione nei luoghi di lavoro, la lotta alla repressione, al razzismo anti-immigrati, al militarismo, etc.), o sono destinati a essere carne da macello nella competizione sul mercato globale, sia esso globalizzato o segmentato, e nelle guerre a venire. La simpatia che molti operai e lavoratori sentono per l’ipotesi dell’uscita dall’euro formulata dal duo Salvini&Grillo, deriva proprio dalla loro passività sociale, dal fatto che da molti anni stanno subendo sui luoghi di lavoro l’offensiva padronale senza riuscire a dare risposte di lotta apprezzabili. Il loro ragionamento ci è noto: “visto che le altre soluzioni non ci hanno dato risultati, proviamo anche questi, proviamo anche questa strada”. Dietro c’è ancora una volta un’attitudine di delega (elettorale) e un sentimento di impotenza, che può essere vinto solo ed esclusivamente con il ritorno alla lotta di classe vera.

Ciò detto, ti salutiamo

Marghera, 19 febbraio 2017
La redazione de “il cuneo rosso” –  com.internazionalista@gmail.com

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...