Confermato l’obbligo di dimora ad Aldo Milani: la sentenza è politica

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Comunicato del SI Cobas nazionale, 20 feb. 2017

Poche ore fa abbiamo appreso che il Tribunale del riesame di Bologna ha confermato la misura cautelare nei confronti del coordinatore nazionale SI Cobas Aldo Milani per la oramai nota “vicenda Levoni”.

Come era risultato già chiaro con la sentenza del tribunale di Modena, è sempre più evidente il teorema repressivo teso a colpire, attraverso la figura di Aldo, l’intero movimento dei lavoratori in lotta e il tentativo di rendere di fatto fuorilegge lo strumento dello sciopero, ovvero quella che si dimostra essere ogni giorno di più l’unica arma nelle mani dei lavoratori per affermare quei diritti formalmente sanciti dalla legge e dai contratti nazionali e che sono puntualmente disattesi dai padroni con la complice copertura dei vertici sindacali confederali e l’omertoso silenzio delle istituzioni.

Infatti, le dichiarazioni rese poche ore fa all’ANSA da parte del procuratore capo di Modena Lucia Musti a latere della sentenza non lasciano alcuno spazio a dubbi. Il dichiarare “confido nel buon senso degli aderenti al sindacato e di coloro che nei giorni scorsi hanno dato vita alle proteste: la libertà di manifestazione del pensiero è sempre legittima, non altrettanto i cortei non autorizzati e l’occupazione della stazione ferroviaria” svela in maniera clamorosa l’intento tutto politico di questo teorema giudiziario. La preoccupazione del Tribunale non è quella di dimostrare la presunta estorsione di Milani nei confronti dei Levoni (su cui da parte degli inquirenti fin dal 26 gennaio non è emerso alcuna prova, ma soltanto congetture tese ad attribuire pretestuosamente alla volontà di Milani le azioni compiute dal signor Piccinini), bensì di usare questa vicenda col fine ultimo (e forse l’unico) di criminalizzare la lotta dei 55 licenziati in Alcar Uno e Global Carni, legittimare le gravissime azioni repressive da parte delle forze dell’ordine che, ci teniamo a sottolinearlo, in nome della legalità stanno difendendo a spada tratta un azienda che ha fatto ampio utilizzo di forme di lavoro schiavistico attraverso un fitto sistema di appalti e subappalti, in un sistema, quello delle cooperative, che vede sul territorio modenese un evasione fiscale pari a più del 70%.

I lavoratori sono consapevoli di quali sono i reali obbiettivi di questa montatura giudiziaria, ed in queste settimane hanno saputo rispondere con determinazione al tentativo di accerchiamento che negli ultimi giorni ha colpito duramente tante altre esperienze di lotte sociali in tutta Italia.

Fin da ora come lavoratrici e lavoratori del SI Cobas rispediamo al mittente le strumentali accuse e le velate minacce del procuratore capo di Modena, confermando la mobilitazione in atto nel comparto macellazione carni e rilanciando l’appello a tutte le forze sane del sindacalismo di base e combattivo e a tutte le realtà dell’opposizione sociale a dar vita a una vasta campagna contro l’escalation repressiva e contro questo subdolo tentativo di cancellare il diritto di sciopero e infangare le lotte sociali per migliori condizioni di vita e di lavoro equiparandole ad azioni estorsive.

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