Per mettere fine alla catena delle guerre e al militarismo

Pubblichiamo di seguito il testo di un volantino distribuito ieri (18 marzo) a Mestre dal Comitato contro le guerre e il razzismo e dal Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri durante una “Marcia per la pace”  indetta da una molteplicità di gruppi pacifisti, associazioni di immigrati, Emergency e altri, e a cui hanno partecipato alcune centinaia di persone.

Image result for war explosion

Il merito di questa iniziativa è di far risuonare di nuovo in questa città il “no alla guerra”, rompendo con l’assuefazione al silenzio, il voltarsi dall’altra parte, il cinismo di chi pensa e dice: “l’importante è che la guerra sia lontana da qui, tutto il resto non mi interessa”. Il sentimento che la anima è anche il nostro: non importa se sono vicine o lontane, non si può e non si deve accettare come inevitabile la catena di guerre che stanno devastando la vita di tante popolazioni soprattutto in Medio Oriente, in Afghanistan, in Africa. Non si può e non si deve perché apparteniamo tutti ad una sola umanità, e il nostro destino è indivisibile.

Altrettanto condivisibile è la denuncia ‘quasi quotidiana’ che viene da papa Francesco del fatto che è già in corso una terza guerra mondiale, sebbene ancora a ‘pezzetti’ e a ‘capitoli’. Ed è proprio su questa base che vogliamo svolgere un ragionamento per motivare la nostra convinzione: per mettere fine alla catena di guerre in corso e a questa nuova guerra mondiale già iniziata è necessario riprendere e sviluppare al massimo la lotta contro il governo italiano e i governi europei che sono in primissima fila nell’alimentarle.

Non è sufficiente “scegliere la pace” come scelta morale

Voi vi riferite alla “ricca storia della Marcia della Pace”, ma non potete nascondervi che, dai suoi inizi ad oggi, la realtà della guerra, anzitutto delle guerre neo-colonialiste scatenate dalla Nato e dai paesi occidentali in Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Somalia, Mali, etc., si è espansa di molto, così come stanno espandendosi, e ad un ritmo sempre più veloce, le spese per la guerra. E questo significa che non è sufficiente “scegliere la pace” come scelta morale o religiosa individuale, o di piccoli gruppi; è fondamentale scendere in lotta e in massa contro i grandi poteri che pianificano, preparano e mettono in atto le guerre. Perché questi grandi poteri non hanno la minima intenzione di frenare la corsa agli armamenti e alla militarizzazione delle relazioni inter-statali e interne agli stati.

Il Libro Bianco del governo Renzi prevede di “intervenire militarmente […] ovunque siano in gioco gli interessi dell’Italia” e l’industria militare viene definita dall’ex-pacifista Pinotti “pilastro del Sistema Paese”.

Related image

Partiamo dall’Italia
In un periodo di tagli brutali ai salari diretti e indiretti, negli ultimi tre anni il governo Renzi ha destinato alle armi ben 13 miliardi di euro per l’acquisto di portaerei, carri armati, aerei ed elicotteri d’attacco in linea con la nuova fase pianificata dal Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa varato nel 2015, che prevede di “intervenire militarmente sia in aree vicine come Nord Africa, Medio Oriente o Balcani, sia ovunque siano in gioco gli interessi dell’Italia”, dando vita a una specie di “Pentagono italiano”.

Da molti anni lo stato italiano già opera militarmente a livello mondiale a difesa dei suoi interessi, che sono gli interessi delle imprese e delle banche, non certo quelli di chi vive del proprio lavoro. È presente con le sue truppe in 22 paesi poveri o dominati. In Iraq c’è un contingente di occupazione di 1.497 unità, cui si sono aggiunti altri 500 a protezione della diga di Mosul (questa la motivazione ufficiale; in realtà contribuiscono in vario modo alla carneficina in corso contro le popolazioni dello Stato islamico). In Afghanistan l’Italia ha 900 militari, 148 mezzi terrestri e 8 aerei, per una spesa che sfiora i 180 milioni. In Libano c’è un contingente di oltre 1.100 unità, 300 mezzi terrestri, 6 caccia: la spesa è di 153 milioni. Altri contingenti sono nei Paesi dell’ex Jugoslavia, nel Corno d’Africa, in Libia e, nel quadro delle provocazioni militari contro la Russia, sono in partenza per la Lettonia 140-160 soldati (spesa: 20 milioni). Già in possesso di due portaerei, la Garibaldi e la Cavour, lo stato italiano ha avviato la costruzione di una terza portaerei, la Giulio Cesare (tornano anche i nomi del periodo fascista), mentre è stato confermato l’acquisto dei cacciabombardieri F35. A sua volta l’industria militare italiana viene definita nel Libro Bianco della ex-pacifista Pinotti “pilastro del Sistema Paese” poiché “contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale”. E il governo Gentiloni si è detto pronto ad “un maggior impegno nel quadro delle alleanze strategiche internazionali”, cosa che avverrà già nel prossimo vertice del G-7 a Taormina.

Gentiloni ha appena sottoscritto con la Libia l’ennesimo accordo di morte per reprimere e selezionare gli emigranti con tutti i mezzi, a cominciare dai campi di concentramento.

Del resto, proprio in questi giorni si sta svolgendo una grande esercitazione Nato nel Mediterraneo, la Dynamic Manta, con dieci nazioni coinvolte: Italia, Francia, Inghilterra, Spagna, Grecia, Turchia, Germania, Usa, Norvegia e Canada. Un vero e proprio laboratorio di guerra permanente alle popolazioni, ai lavoratori, agli sfruttati dell’Africa e del Medioriente che prevede l’uso sempre più, non solo deterrente, di armi nucleari “tattiche” e di nuove armi di distruzioni di massa sperimentate da anni contro la resistenza degli afghani, degli iracheni e dei palestinesi di Gaza. In questo contesto di produzione di morte, distruzione, saccheggio, guerre ambientali, lo stato italiano fa la sua ‘bella’ parte schierando la sua marina militare, fornendo appoggio logistico dalle basi navali di Augusta e Sigonella (quella da cui partono i droni-killer), con il Muos di Niscemi, ma anche con la crudele guerra agli emigranti.

Image result for campi migranti libia

È passata solo qualche settimana da quando il governo Gentiloni, sulle orme di Berlusconi e Renzi, ha sottoscritto l’ennesimo accordo di morte con il governo libico, affidando alla Libia il compito di fronteggiare, reprimere e selezionare con tutti i mezzi (a cominciare dai campi di concentramento) gli emigranti e richiedenti asilo provenienti dai paesi dell’Africa e dal Medio Oriente per conto delle imprese italiane, salvo la crescente quota di loro che concluderà la propria esistenza nella fossa comune del Mediterraneo …

La militarizzazione della vita sociale
Ma il militarismo sta marciando a grande velocità anche sul fronte interno. Infatti, come in Francia,  lo stato italiano ha inaugurato il suo “Piano di emergenza” attraverso l’aumento dell’impegno delle forze armate nell’ambito dell’operazione “strade sicure” (nel 2017 +50% di spesa rispetto al 2016:  da 81 a 120,5 milioni di euro) con la crescita dei controlli e la criminalizzazione degli immigrati; i maxi-processi e le indagini contro militanti e attivisti anti-militaristi; lo stillicidio di multe e fogli di via e la criminalizzazione dei movimenti a difesa dei territori: da quello nella terra dei fuochi ai No-Muos e ai No-Tav; la repressione delle lotte e dei picchetti dei lavoratori immigrati della logistica contro i padroni e le cooperative protette dal ministro Poletti; la militarizzazione delle città, e le crescenti limitazioni legislative e di polizia all’auto-organizzazione delle lotte nelle fabbriche e nelle campagne; la restrizione del diritto allo sciopero; la demolizione crescente dei servizi sociali.

L’obiettivo interno e’ colpire chi lotta contro il sistema della precarietà permanente, contro la disoccupazione giovanile, contro la crescente povertà e la carenza di abitazioni.

Image result for carica polizia immigrati

In questo contesto di crescente militarizzazione della vita sociale, si inseriscono, con il consenso di tutti gli schieramenti politici in parlamento, i due ultimi decreti-Minniti contenenti “disposizioni urgenti” su sicurezza urbana e immigrazione, che hanno come obiettivo politico quello di colpire chi osa lottare contro il sistema della precarietà permanente, contro la disoccupazione giovanile, contro la crescente povertà e la carenza di abitazioni, criminalizzando chi s’oppone ai licenziamenti, chi si batte per il diritto alla casa, chi è stato ridotto in povertà dalle politiche governative e dell’UE.

E nel mondo non va diversamente
Non si tratta, evidentemente, solo dell’Italia. Negli ultimi anni è in atto una vera e propria escalation nella corsa alle spese militari che hanno raggiunto i 1.700 miliardi in tutto il mondo. Il Giappone ha varato un piano quinquennale (2014-2019) di aumento delle spese belliche al ritmo del 5%, ben superiore a quello dell’economia, stanziando 24.670 miliardi di yen (175 miliardi di euro), e per farlo ha anche modificato la propria Costituzione. L’India ha triplicato il suo budget militare tra il 2012 e il 2017. Ingenti aumenti della spesa bellica ha deliberato anche la Cina, mentre la Germania ha approvato nel 2015 un importante aumento della spesa militare per il quadriennio successivo. E l’avvento di Trump, con la sua decisione di accrescere le spese militari, in un solo anno del 10% (pari a 54 nuovi miliardi di dollari), ha collocato gli Usa alla testa di una nuova fase di riarmo del capitalismo globale. La Russia, a sua volta, si dichiara pronta a fare altrettanto, mentre i primatisti assoluti in fatto di spese belliche sono i regimi dispotici del Golfo, Arabia Saudita in testa, che ha accresciuto in suo import di armi del 275% fra 2011 e 2015 rispetto ai cinque anni precedenti. E il trend è simile in tutta la regione, la più martoriata da guerre neo-colonialiste e dalla manomissione delle grandi potenze (basta pensare alla Siria, all’Iraq e alla Libia), specie dopo le sollevazioni popolari del 2011-2012 che tutte le grandi potenze e i loro sottoposti locali hanno voluto schiacciare nel sangue.

La causa delle cause della corsa alla guerra è la crisi sistemica del capitalismo globale.

Image result for capitalist crisis

Molti dei partecipanti a questa iniziativa sono al corrente di tutto ciò, almeno in parte. Perché, allora, ricordarlo? Per mettere in luce la profondità e l’ampiezza di questo processo, e invitare a scovarne le cause – infatti, se non si interviene sulle cause, come sarà possibile rimuovere gli effetti? Secondo noi la causa delle cause è nella grandissima crisi sistemica che sta attraversando il sistema capitalistico mondiale, che – come è già successo all’inizio e alla metà del secolo scorso – in modo quasi spontaneo, per il suo carattere intrinsecamente irrazionale e anti-sociale, quando non riesce a risolvere in diverso modo le proprie contraddizioni, si ‘affida’ alla guerra. La guerra (capitalistica), dopotutto, è la continuazione della economia (capitalistica), della concorrenza (capitalistica), con altri mezzi. Ma se questo è, per fermare questa nuova, più catastrofica che mai, corsa alla guerra, servirà un enorme impegno, una gigantesca mobilitazione di massa alla scala mondiale che superi, per quantità, determinazione, chiarezza di obiettivi, quella che si verificò nel 2003 contro la seconda guerra all’Iraq, e non riuscì a fermarla.

Attenderci qualcosa di buono dai ‘signori della guerra’ sarebbe assurdo; solo la lotta auto-organizzata potrà fermare un nuovo massacro, il militarismo, la guerra agli emigranti.

Servirà la lotta, la lotta auto-organizzata contro i grandi poteri economici e politici che sono i protagonisti della corsa alla guerra che minaccia di innescare un nuovo massacro mondiale, del militarismo, esterno e interno, della guerra agli emigranti. Non potremo affidarci a nessuna istituzione, né nazionale, né internazionale. E questo non per una sorta di chiusura ‘ideologica’, ma perché i fatti – montagne di fatti! – ci dicono che sarebbe una tragica illusione. Prendiamo l’ONU. Sostiene Gino Strada: l’ONU potrebbe, dovrebbe… anche se ha fatto pochino per attuare il suo ‘mandato’. Beh, le cose stanno diversamente! L’ONU ha legittimato, autorizzato, o – come minimo – coperto tutte, letteralmente tutte, le guerre neo-coloniali del secondo dopoguerra: dalla guerra di Corea alle guerre all’Iraq. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU è comandato dalle potenze che totalizzano quasi il 100% della produzione bellica mondiale, che sono all’origine di tutte le guerre in corso e sono le grandi seminatrici di morte, distruzioni, malattie, inquinamento ambientale (pensiamo all’Agent Orange ieri e all’uranio impoverito oggi), carestie, ‘crisi umanitarie’ come quelle in atto in Somalia, in Yemen, in Nigeria, in Sudan. Né avrebbe più senso appellarci contro le guerre e il militarismo ai governi europei o al governo italiano, impegnati a fondo, necessariamente, nella direzione opposta, per ragioni di sfruttamento e di rapina, che voi e noi possiamo ritenere abominevoli, ma loro ritengono nel modo più assoluto irrinunciabili.

Attenderci qualcosa di buono dai ‘signori della guerra’ mondiali sarebbe davvero assurdo. Possiamo e dobbiamo fidarci solo dell’iniziativa di tutti coloro che non hanno interessi bellici, dei lavoratori e delle lavoratrici di tutto il mondo, che sono destinati a pagare il conto terribile di queste politiche rivolte contro di loro. Perché le guerre, al fondo, sono guerre tra mercanti di schiavi per decidere a chi deve andare il maggiore bottino dello sfruttamento del lavoro e della natura.

Nel 2003 il “New York Times” scrisse che il movimento contro la guerra era la seconda super-potenza mondiale. Era assai esagerato, per quel movimento. Ma è vero che se unissero le loro forze i miliardi di lavoratori, giovani e meno giovani, che sono contro questa corsa alla guerra, sarebbero una super-potenza capace di fermare questa corsa e rovesciarla contro i suoi promotori.

Non facciamoci intimidire o scoraggiare da chi dice che non ci sono alternative! Cambiare il corso delle cose è possibile! È possibile lottando contro chi governa “con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare”, battendoci con determinazione e coraggio per la ripresa della lotta globale al capitalismo e all’imperialismo, come ci ha insegnato l’importante sciopero internazionale delle donne e lavoratrici argentine, americane e di tutto il mondo!

  • Per il ritiro immediato delle truppe di occupazione italiane e europee dovunque dislocate!
  • Entriamo in lotta contro le guerre neo-coloniali dell’Italia, diamo piena solidarietà e sostegno alla resistenza dei lavoratori e degli sfruttati dell’Africa, del Medi Oriente, dell’Asia!
  • Denunciamo il militarismo del governo Gentiloni nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nella società!
  • Denunciamo lo stato di emergenza proclamato dal governo contro immigrati, lavoratori, emarginati, e le aggressioni e gli assassini dei nostri fratelli di classe immigrati!
  • Facciamo fronte unito contro il nazionalismo, il razzismo di stato, il femminicidio!

Comitato contro le guerre e il razzismo – comitato.permanente@gmail.com
Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri – comitatosostegno@gmail.com

Piazzale Radaelli 3 – Marghera
tel. 328-3622551, ogni martedì sera, dalle ore 20 alle 22

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...