Nel vivo ricordo del compagno Paolo Turco

Abbiamo appreso con dolore la notizia della morte di Paolo Turco, e ci stringiamo con affetto ad Alba, la sua compagna di una vita, ai suoi figli, e ai compagni del Nucleo comunista internazionalista.

Le nostre strade si erano separate da un decennio, ma abbiamo ben vivo dentro di noi il ricordo di un lungo cammino di militanza comune, nel quale molto abbiamo appreso da lui sui fondamenti del marxismo, sulla battaglia anti-stalinista della Sinistra, e sulle vicende sociali, politiche e ideologiche degli ultimi decenni (basterebbero, per tutti, i suoi contributi sulla Jugoslavia e sulla crisi dell’Urss). Altrettanto vivo è il ricordo di molti momenti di vera convivialità passati insieme, spesso in allegria e passeggiando negli amati boschi di Cividale, da compagni di lotta e da amici, discutendo di tutto e del suo contrario, in piena libertà.

L’isolamento di cui i marxisti soffrono da decenni non ci ha aiutati a mantenere un terreno di dialogo costruttivo, spingendo Paolo a polemiche contro di noi che non abbiamo apprezzato. Ma proprio in virtù della comune esperienza e del grande debito di riconoscenza che sentiamo nei suoi confronti, vogliamo ricordarlo in uno dei suoi periodi più felici, attraverso un testo circolato finora solo in un limitato circuito interno, che ci fa piacere portare a conoscenza di un pubblico più vasto privandolo dello schermo dell’anonimato. Un testo scritto circa vent’anni fa, che stavamo studiando di nuovo in questi giorni, in cui si mette in luce, in maniera originale, la concomitanza e la complementarità tra Lenin e Luxemburg sul tema cruciale sempre ritornante del rapporto tra partito (organizzazione di partito) e movimento della massa della classe lavoratrice. Un testo solido, profondo, come lo sono stati veramente tanti dei suoi lavori sui più svariati argomenti, nel quale parla di una ricerca storica e teorica progettata in comune e rimasta purtroppo incompiuta.

Sì: una ricerca, perché sarebbe ingiusto collocare il compagno Paolo tra i meri ripetitori della ‘lezione di Bordiga’. Insieme a lui e ad altre compagne e compagni ora sparsi nelle più varie direzioni, abbiamo accarezzato il sogno di far incontrare e fondere la tradizione più coerentemente rivoluzionaria, e perciò internazionalista, delle tre Internazionali, con la genuina spinta di ribellione e di lotta degli “anni del 68” (e seguenti, molto seguenti…), con lo sguardo attento, e pienamente solidale, alle sollevazioni degli sfruttati del Sud del mondo. Per la preponderanza delle circostanze oggettive avverse e anche per le nostre insufficienze, questo sogno, che lo ‘scettico’ Paolo condivideva, non si è avverato. Ma siamo sicuri, e fieri, di avere comunque lavorato insieme, senza risparmio, per la rinascita del movimento proletario comunista.

La redazione de “il cuneo rosso”

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Alcune note introduttive al tema Luxemburg
di Paolo Turco (*)

Qui di seguito alcune note introduttive al tema Luxemburg come lo vedo io (quindi esente da dogmatica ex cathedra). Si tratta solo di suggerimenti per uno studio che andrà fatto ed il cui tema non è il “rapporto Lenin-Luxemburg”, ma la questione del partito da punto di vista storico, il che vuol dire “in generale” e “nel concreto”.

Il testo di Lenin [il riferimento è ad Un passo avanti e due indietro. Risposta di V. I. Lenin a Rosa Luxemburg – n.], passato alla Seconda Internazionale per la pubblicazione ed il vaglio, era stato da questa “scartato”. Kautsky, cui allora Lenin si riferiva come esponente dell'”ortodossia”, non lo avallò; del pari la Luxemburg, ma per ben diverse ragioni. Al primo bruciavano le ragioni rivoluzionarie di Lenin, alla seconda l’incongruenza (a suo parere) con esse.

È vero che nella replica della Luxemburg, come annoterà Lenin, ci sono troppe “generalità” contro il “concreto” (la concreta necessità di separarsi dalla dottrina riformista menscevica). Un assoluto centralismo era necessario non per sostituirsi all’attività spontanea delle masse in senso rivoluzionario, ma per liberarla. Qui il grande senso della dialettica in Lenin. Vero, però, che le formulazioni “concrete” per una fase data (come poi Lenin dirà) si colorano nel ‘Che fare?‘ di certi tratti di assolutizzazione generalizzante a partire dal contesto russo. La Luxemburg scrive su ciò [nel testo del 1904 Centralismo o democrazia?]: “Non vi è alcun dubbio che una forte tendenza centralistica è in generale immanente alla social-democrazia. Sorta sul terreno economico del capitalismo, che è di sua natura centralistico, e costretta alla sua lotta entro la cornice del grande Stato borghese centralizzato, la socialdemocrazia è dalla nascita avversaria dichiarata di ogni particolarismo e di ogni federalismo nazionale. Chiamata a rappresentare gli interessi generali del proletariato (…), essa ha ovunque la naturale aspirazione a unire tutti i gruppi nazionali, religiosi, professionali della classe operaia…Sotto questo profilo era ed è fuori discussione anche per la socialdemocrazia russa che essa non dovesse formare un conglomerato federativo di innumerevoli organizzazioni singole, nazionali e provinciali, ma un compatto partito operaio unitario” (e su questo si può ragionevolmente sostenere che Lenin ne vedeva bene il compito contro non solo un formalismo amebico, ma un contenuto riformista proprio del menscevismo). Sulle “generalità” l’accordo è totale tra i due, perché entrambi mirano ad un centralismo rivoluzionario. Ma la Luxemburg non ha torto quando annota: “Il movimento social-democratico nella storia delle società divise in classi è il primo che, in tutti i suoi momenti e in tutto il suo cammino, è tagliato per l’organizzazione e per l’azione diretta e autonoma della massa. Sotto questo profilo la socialdemocrazia crea un tipo di organizzazione completamente diverso dai precedenti movimenti sociali, per esempio quello del tipo giacobino-blanquista. Lenin sembra sottovalutare questo fatto, quando nel suo libro pensa che il rivoluzionario socialdemocratico non sia altro che ‘il giacobino indissolubilmente legato all’organizzazione del proletariato cosciente’. Nella organizzazione e nella coscienza di classe del proletariato in contrapposizione alla congiura di una piccola minoranza Lenin scorge i momenti differenziali tra la socialdemocrazia e il blanquismo. Egli dimentica che ciò implica anche una valutazione completamente diversa dei concetti organizzativi, un contenuto del tutto nuovo per l’idea del centralismo, una concezione del tutto nuova del reciproco rapporto dell’organizzazione e della lotta“.

Ho già detto del senso storicamente (e localmente) determinato dei termini “giacobinismo”, “burocrazia”, “dieci teste”, che Lenin usa da dialettico par suo in riferimento costante ad una concezione mirante allo sviluppo dell’auto-organizzazione rivoluzionaria delle masse. Di sicuro, però, questa terminologia, a sua volta, “generalizzata”, non poteva che suscitare un vespaio di polemiche nell’ambito del movimento occidentale e dar luogo a qualche (magari interessata) confusione sui principi. Il da farsi in Russia appare qui, in qualche modo, “estraniato” dal corso generale e, a questa stregua, “assolutizzato”. Ritengo naturalmente che Lenin mirasse al giusto coi metodi “contingentemente” giusti (nel 1905 scriverà che il compito del dirigente rivoluzionario è quello di far da battistrada “all’attività spontanea delle masse”). È anche vero, però, a conferma di una preoccupazione di fondo della Luxemburg, che un determinato marchingegno organizzativo, comunque motivato, non è mai senza ricadute sui principi stessi. L’ipercentralismo, in sostanza, al di fuori di una stretta contingenza da “battistrada”, tende a fissarsi come elemento in sé “giacobino”, “esautorativo” rispetto alle masse (e Lenin stesso se ne renderà conto nella Russia isolata). “Contro” la Luxemburg è dunque vero che il rapporto organizzazione-lotta non consegue a criteri astratti (meccanici) fuori dalla concretezza storica, ma è anche vero che, a scala storica internazionale, lo schema del rapporto è quello segnato da Marx (è il proletariato che si costituisce in classe e quindi in partito, e in nessun caso viene costituito da altri più o meno “giacobini”; un passo di Engels va, in questo senso, fin troppo oltre, ipotizzando che, a un certo grado di sviluppo, neppure occorra un quadro di organizzazione “separato”). Forse si può rimproverare al ‘Che fare?‘ di essere stato troppo “concretamente” russo e troppo “generalmente” insufficiente rispetto alla dinamica generale del movimento operaio internazionale per essere adeguatamente appercepito nella sua sostanza globalmente corretta. Nello scritto del 1907 vi è un’indiretta ammissione polemica di ciò [il riferimento è alla Prefazione alla raccolta ‘Dodici anni‘, che è nel vol. XIII delle Opere complete – n.].

Nello scritto La rivoluzione russa, in articulo mortis, la Luxemburg ritorna su questi temi con molte argomentazioni discutibili su determinati aspetti, ma in piena coerenza con i temi di allora da grande rivoluzionaria dialettica. C’è qui una indubitabile critica, su cui vengo dopo, alla politica bolscevica, ma fissando dei criteri rigorosamente marxisti. Il criterio di fondo è che il bolscevismo ha fatto al meglio quello che lì, isolatamente, poteva e doveva fare. “I socialisti governativi tedeschi possono strillare che il dominio bolscevico in Russia sarebbe una caricatura della dittatura del proletariato. Se lo è stato, o lo è, è soltanto perché è stato un prodotto della condotta del proletariato tedesco, che è una caricatura della lotta di classe socialista. Noi siamo tutti sottoposti alla legge della storia, e l’organizzazione socialista della società non si può attuare che internazionalmente. I bolscevichi hanno dimostrato che essi possono fare tutto ciò che un vero partito rivoluzionario è in grado di fare nei limiti delle possibilità storiche. Essi non devono pretendere di fare miracoli. Perché una rivoluzione proletaria, esemplare e perfetta, in un paese isolato, spossato dalla guerra mondiale, strozzato dall’imperialismo, sarebbe un miracolo. Quello che importa è distinguere nella politica dei bolscevichi l’essenziale dall’accessorio, la sostanza dall’accidente… E a questo riguardo Lenin e Trotzkij con i loro amici sono stati gli unici che possano gridare con Hutten: ‘Io ho osato!’. Questo è l’elemento essenziale e duraturo della politica bolscevica. In questo senso resta loro immortale merito storico di aver marciato alla testa del proletariato internazionale, conquistando il potere politico e ponendo praticamente il problema della realizzazione del socialismo, come di aver dato un potente impulso alla resa dei conti tra capitale e lavoro nel mondo. In Russia il problema poteva soltanto essere posto. Non poteva essere risolto in Russia. È in questo senso che l’avvenire appartiene dappertutto al ‘bolscevismo’”. Io ci trovo molte anticipazioni congrue, in linea con Lenin e Amadeo. Nel valutare le critiche ai “russi” non occorre mai dimenticare questo quadro internazionale di riferimento e il costante spostamento di responsabilità non ai russi (che han fatto quello che potevano e dovevano fare), ma al movimento internazionale, tedesco innanzitutto. (Una cattiva lettura di questo testo isola le critiche della Luxemburg come critica ai “russi”, al boscevismo, il che non è).

Un altro passaggio chiaro: “Tutto ciò che accade in Russia è spiegabile, è una catena inevitabile di cause ed effetti i cui punti di partenza e le chiavi di volta sono la carenza del proletariato tedesco e l’occupazione della Russia da parte dell’imperialismo tedesco. Sarebbe chiedere a Lenin e compagni opera sovrumana se si esigesse che in queste condizioni si creasse quasi per incanto la miglior democrazia, il modello di dittatura del proletariato ed una fiorente economia socialista. Con il loro atteggiamento decisamente rivoluzionario, con la loro esemplare energia e la loro incrollabile fedeltà al socialismo internazionale, essi hanno veramente fatto quanto era da farsi in condizioni così diabolicamente difficili”. Tutto a puntino, mi pare.

Ed anche il seguito. “Il pericolo comincia nel momento in cui, facendo di necessità (detto non per scherzo – n.) virtù, essi fissano teoricamente in tutti i dettagli la tattica a cui sono costretti” nel ridotto russo. È un tema su cui lo stesso Amadeo tornerà, anche se sotto altre angolature e con diversi accenti (ma la critica alla “generalizzazione russa” in campo tattico e quella alla “disciplina bolscevizzatrice”, e già strada facendo poco… bolscevica, non sono da meno, e storicamente concorrenti).

La critica principale della Luxemburg ai russi, senza trascurare la necessità di essi, ma rifiutandone la trasformazione in virtù (e sempre nel quadro internazionale sopra chiarito), riguardano le restrizioni al pieno dispiegarsi dell’attività libera, spontanea (in senso storico), delle masse. Anche qui si può rimproverarle – per chi se la senta – una qua e là eccessiva “generalizzazione” di principio, anche se, come sempre, nel criticare certe “virtù”, ella non manca di dire: “Precisamente così avrebbero agito anche i bolscevichi, se non avessero subito la terribile restrizione della guerra mondiale, della occupazione tedesca e di tutte le eccezionali difficoltà ad esse legate…” (sempre con riferimento alla responsabilità prima dell’Occidente). Il che ben delimita e chiarisce il senso della “critica”. I provvedimenti coercitivi dei confronti di ogni opposizione extra-bolscevica e, poi, interna allo stesso bolscevismo, la politica di “esautorazione” rispetto alle masse (a cominciare dai soviet), possono persino essere capite e giustificate come contingente necessità, non assolutizzate “teoricamente” e praticamente neppure in Russia, pena una ricaduta negativa sul dato già di per sé negativo occidentale.

“Lenin dice che lo stato borghese sarebbe uno strumento di oppressione della classe operaia, e lo Stato socialista uno Stato di oppressione della borghesia. Questo non sarebbe per così dire che lo Stato capitalistico posto a testa in giù. Questa concezione semplicistica dimentica il punto essenziale: il dominio di classe borghese non aveva bisogno dell’istruzione, dell’educazione politica di tutta la massa popolare… Per la dittatura proletaria questo è invece l’elemento vitale, l’aria senza la quale essa non può sussistere… La premessa tacitamente sottintesa della dittatura secondo Lenin e Trotzkij è che la trasformazione socialista sia cosa per la quale il partito rivoluzionario ha in tasca la ricetta bell’e fatta, che si deve soltanto applicare con energia… (mentre) il sistema sociale del socialismo deve e può essere soltanto un prodotto storico, nato dall’esperienza, al momento della realizzazione, nel divenire della storia viva… ma se è così, è evidente che il socialismo, per sua natura, non può essere elargito dall’alto né essere instaurato con un ukase… Tutta la massa deve parteciparvi“. Il Lenin di Stato e rivoluzione e degli ultimi anni sta su questa linea, scontando il fatto (che conferma la Luxemburg) che “quello che noi abbiamo creduto il nostro Stato, ci sfugge completamente di mano”, lavora contro di noi.

L’altro passaggio-chiave, quello contro cui più si appuntano le critiche: “la libertà riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un partito unico… non è libertà. La libertà è sempre soltanto libertà di chi la pensa diversamente. Non per fatalismo della ‘giustizia’ (“sicuramente non siamo mai stati idolatri della democrazia formale” – n.), ma perché tutto quanto vi è di istruttivo, di salutare, di purificatore nella libertà politica dipende da questo modo di essere, e perde la sua efficacia quando la ‘libertà diventa privilegio”. Stabiliti i necessari “interventi dispotici” sul terreno economico-sociale, o si ha l’attivizzazione della massa, anche quando, in partenza, “la si pensa diversamente” per arrivare ad un punto comune di “pensiero” ed attività (che è altra cosa dall’ukaze “giusto”), o questo stesso “illuminato dispotismo” si ritorce contro sé stesso, dando luogo, nell’ambito del “vero governo dittatoriale”, ad una inversione dei termini (già allora Lenin parlava di un “pericolo burocratico”, ed andrà poi più oltre).

Cos’ha detto l’esperienza fatta? Nulla, mi sembra, contro Lenin e la Luxemburg, i cui indirizzi teorici e pratici vanno piuttosto sintetizzati rispetto al presente a scala mondiale. Si accusa la Luxemburg di aver, a differenza di Lenin, troppo trascurato la necessità della formazione di una frazione comunista in vista del partito. L’accusa, a mio avviso, non regge affatto, tant’è che la stessa Terza Internazionale si troverà confrontata alla necessità, dopo la costituzione di un partito comunista in Germania, di riannodare le fila con la massa rimastane fuori e dentro altri partiti (e non sempre, concretamente, al meglio). La partita l’abbiamo persa tutti, Lenin, la Luxemburg e noi, ma ci si deve riflettere. Un tardo Trotzkij sembra riecheggiare alcuni spunti della Luxemburg (la “democrazia dei partiti sovietici”), ma in termini, tutto sommato, costituzionali (cosa che non ritrovo nella Luxemburg), ed [in] Amadeo [troviamo] l’assolutizzazione del partito in termini, se è permesso ad un discepolo irrispettoso, troppo astratti, da “dover essere”. Resta, di tutti, il concorde orientamento che va rimodulato riscoprendo nelle difficili congiunture attuali il filo di una linea di tendenza storica mondiale che ritrovo in Marx e, non ultima, nella Luxemburg. Non è, beninteso, l’apologia di “un personaggio”, ma l’inserzione di esso nel quadro complessivo comune del nostro movimento, che non ha né un capo né una serie di capi geniali a “spiegazione” gratificante, bensì “una catena di cause ed effetti” nel tempo e nello spazio da mettere insieme ed a cui ricollegarsi.

Dopo di che possiamo, e dobbiamo, discuterne in sede teorica, quanto a valutazioni “concrete”, ma sempre, e in ogni caso, secondo questo criterio. Se vogliamo arrivare ad una seria discussione converrà perlomeno rileggersi gli Scritti politici della Luxemburg, presentati da un non banale L. Basso, mentre è accuratamente da evitare la presentazione di L. Amodio – illegibile – per l’Einaudi, Stato e rivoluzione e tutti gli ultimi scritti di Lenin e i testi sull’estremismo occidentale disponibili. Non per “allinearli” parificandoli, ma per trarne, per l’appunto, una sintesi che non presenta Idee giuste da un lato ed Idee sbagliate dall’altro, ma una somma di esperienza da “mettere assieme” per l’utile setaccio complessivo (sempre e, in ogni caso, superiore ai “singoli” punti di partenza).

Da tempo sto (malamente) lavorando, in connessione con il lavoro sul “bilancio” [il bilancio storico del movimento comunista, e della Sinistra comunista in particolare – n.] a determinati temi che mi si dilatano tra le mani e che non presumo di svolgere “personalmente”. Uno è quello della ripresa critica della Luxemburg, l’altro quello sull'”ultimo” (e sempre lui) Lenin. Temi: il partito e lo stato nelle loro concrete dinamiche. Segnalo qui solo alcuni punti.

Per quanto di critico si possa dire del testo della Luxemburg sui Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa, alcuni essenziali punti in positivo vanno subito rilevati. Rosa esordisce nella sua critica a Lenin sottolineando un fatto essenziale: la socialdemocrazia dei paesi arretrati deve imparare da quella dei paesi più progrediti, ma vale anche il reciproco, “i partiti social-democratici più vecchi e progrediti possono e debbono imparare altrettanto bene dall’intrinseca dimestichezza con i fratelli più giovani”. E questa notazione è carica oggi più che mai di bruciante attualità (trasposta ad una situazione in cui si tratta di ristrette avanguardie metropolitane e di movimenti [proletari, o politici] alla periferia). Questa avvertenza si collega ad un preciso principio che viene espresso subito dopo: “I movimenti sociali diversamente sviluppati hanno ciascuno una propria determinata individualità” (che sarebbe sciocco ignorare o scartare in nome di un astratto internazionalismo slegato dalle diverse individualità storiche), ma proprio perciò “quanto più noi impariamo a conoscere gli stessi principi della socialdemocrazia in tutta la molteplicità del suo ambiente sociale, tanto più prendiamo coscienza di quel che è l’elemento centrale, fondamentale, di principio (sottolineatura della Luxemburg – n.) del movimento socialdemocratico, tanto più retrocede la limitatezza di orizzonte che è la conseguenza di una visione soltanto locale“. Osservazione ben “concreta”, che si riallaccia alle considerazioni della Luxemburg sulla unitarietà-complessità tanto del movimento del capitale (che non è una semplice somma di “diversi” capitalismi “locali”, ma un differenziato tutt’uno sistemico) che su quella, corrispettiva, del movimento proletario rivoluzionario.

In secondo luogo non vi è nella Luxemburg alcun senso “spontaneista” (nel senso che malamente le rimprovererà Lukacs: ipotesi della “autosufficienza” del “movimento spontaneo” che da sé crea organizzazione e (co)scienza). In Ristagno e progresso del marxismo espressamente dirà: “Non è che illusione pensare che la classe operaia protesa in avanti possa illimitatamente agire creativamente sulla base del contenuto spontaneo della propria lotta di classe”, ma si tratta, semmai, di intendere la dialettica tra i due momenti. Quanto alla “specifica” situzione russa, ella annota: “Il problema, a cui la socialdemocrazia russa lavora da parecchi anni, è precisamente il passaggio dal tipo di organizzazione locale, frammentaria, sulla base di circoli completamente indipendenti, che corrispondeva alla fase preparatoria e prevalentamente propagandistica del movimento, all’organizzazione quale è richiesta per un’azione politica unitaria di massa in tutto uno Stato“, e di conseguenza, “centralismo (sottolineato dalla L.) fu naturalmente la parola d’ordine della nuova fase… Non v’è dubbio che una forte tendenza centralistica è in generale immanente alla socialdemocrazia. Sorta sul terreno economico del capitalismo, che è di sua natura centralistico…, la socialdemocrazia è dalla nascita avversaria dichiarata di ogni particolarismo e di ogni federalismo nazionale” in quanto “chiamata a rappresentare gli interessi generali del proletariato come classe di fronte a tutti gli interessi parziali e di gruppo del proletariato stesso”, oltreché, naturalmente, di quelli del capitalismo (destinati ad affermarsi nel proletariato attraverso il contro-senso della parzialità locale o nazionale). “Sotto questo profilo era ed è fuori discussione anche per la socialdemocrazia russa il fatto che essa non dovesse formare un conglomerato federativo di innumerevoli organizzazioni singole, nazionali e provinciali, ma un compatto partito operaio unitario dell’impero russo”.

La discussione con Lenin comincia da qui, e non è poco, anche se le si può legittimamente rimproverare di aver separato l’istanza centralista di Lenin dal contenuto della lotta all’economicismo, di cui il “primitivismo organizzativo” è l’altra faccia. Non lo dimentichiamo. C’è anche da chiedersi, però, sino a che punto questa lotta, che nei suoi contenuti non era affatto ignota alla Luxemburg, non sia stata velata da una certa “esagerazione” da parte dello stesso Lenin in una contrapposta e speculare soluzione organizzativa (“garanzie organizzative contro l’opportunismo”), da una certa unilateralizzazione dei problemi organizzativi sul piano, come lui stesso dirà, propriamente russo e senza alcuna velleità di voler fondare alcun “particolare principio”. È notevole, comunque, l’annotazione generale della Luxemburg che “dalle considerazioni generali sin qui svolte circa il contenuto particolare del centralismo socialdemocratico, non si può certo ancora dedurre il tenore concreto che debbono avere i paragrafi dello statuto organizzativo del partito russo. Questo tenore dipende naturalmente in ultima istanza dalle circostanze concrete in cui si svolge l’azione in un dato periodo”: quel che è importante “è lo spirito (sottolineatura della L. – n.) dell’organizzazione, e questo spirito determina, specialmente agli inizi del movimento di massa, il carattere coordinatore e unificatore del centralismo socialdemocratico… Non è il testo letterale dello statuto, ma il senso e lo spirito di cui i militanti attivi hanno permeato quel testo, che decide circa il valore di una forma organizzativa”, e se tale spirito è corretto, “allora anche le incongruenze di qualunque statuto organizzativo, anche malamente redatto, riceveranno ben presto dalla prassi una correzione efficace”. Noi deduciamo che, quanto a spirito, quello di Lenin era giusto e difatti – in accordo con la diagnosi della Luxemburg – esso diede luogo ad efficaci correzioni degli statuti (e non solo).

Lenin rimprovererà alla Luxemburg una serie di “banalità generali(stiche)” in luogo di considerazioni “concrete”, il che è in parte vero, purché non si dimentichi che non è affatto banale in lei il richiamo ad una visione teorica generale del rapporto movimento della classe-partito. “Concretezza” e principi in materia vanno recuperati assieme, e qui vedo una concomitanza e complementarità Lenin-Luxemburg su cui riflettere molto a fondo.

Quanto al tema dello stato in Lenin, c’è da rilevare che, sulla base di Stato e rivoluzione, egli dà un contributo rimasto ineguagliato e, per larga parte, isolato quanto al tema dello stato post-rivoluzionario riallacciando ad esso tutte le questioni che vi sono connesse: la concezione del socialismo e della sua pratica organizzativa, il rapporto che in ciò si stabilisce tra stato-partito-masse (quest’ultime necessariamente soggetto attivo di tale organizzazione, senza di che essa stessa cade di per sé). Sto lavorando ad una selezione di testi da antologizzare in materia perché è la parte meno nota e studiata, nelle sue implicazioni generali (e non in quanto a semplice “casistica” parziale, spicciola). È la parte che Trotzkij stesso ha in qualche modo sottovalutato od anche, espressamente, deformato, e che si trova nell’ombra anche nello stesso Amadeo, per quel poco che sento di poter dire schiacciato da giganti di tal calibro, ma non al punto di inibirmi un “autonomo” respiro. Tutta questa tematica, man mano che si avvicinano i grossi scontri di classe attuali, riveste un’importanza pratica fondamentale e sarebbe bene non arrivare al dunque rimanendone a digiuno.

***

(*) Abbiamo tolto al testo il suo carattere di scritto rivolto ad un singolo compagno e un paio di scherzosi riferimenti personali, lasciandolo per il resto, ovviamente, così com’era, con una semplice cura redazionale. Le sottolineature nelle citazioni di Rosa Luxemburg sono, per lo più, fatte da Paolo, e non corrispondono a quelle dei testi originali.

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