Brexit: la festa appena cominciata è già finita …

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Chediamo scusa a Sergio Endrigo per aver rubato un verso di una sua dolcissima canzone d’amore adattandolo a una storiaccia che è invece limacciosa, e ha per protagonisti dei brutti ceffi, britannici e non, specializzati nella diffusione dei veleni nazionalisti e sovranisti in particolare nelle fila dei lavoratori. Avendo nutrito una passione politica simile alla nostra, egli sapeva bene che le parole e i concetti non hanno proprietari. Ci comprenderà. Anche perché lo facciamo per festeggiare la fine dell’ebbrezza nazionalista-sovranista diffusasi stoltamente anche a sinistra per l’esito del referendum britannico di un anno fa, che immaginiamo anch’egli avrebbe festeggiato con noi, avendo in odio il nazionalismo.

È bastato un anno, un solo anno, è incredibile la velocità che stanno prendendo le cose, perché la sbornia della Brexit, specie tra i proletari e i giovani precarizzati (i nostri riferimenti sociali), lasciasse il passo a un primo ritorno alla realtà. I promotori della Brexit, l’ultra-nazionalista Ukip e i conservatori intorno a Boris Johnson, avevano promesso sfracelli. Il solo annuncio della Brexit avrebbe fatto volare economia e finanza e risollevato le sorti degli autoctoni più poveri iniziando a “ripulire” l’isola dagli immigrati, la fonte di tutti i mali sociali. La May pensò bene di cavalcare la vittoria di questa colossale truffa, spingendosi a proporre la rifondazione del partito conservatore della Thatcher, ferocemente anti-operaio, come “partito dei lavoratori della Gran Bretagna”, e ad indire le elezioni anticipate pregustando uno scontato trionfo, portata addirittura a spalle dai british workers a Downing Street.

Un anno dopo si registra quanto segue.

In economia. Il Pil, che doveva esplodere o almeno accelerare, cresce solo dello 0,2% (ultimo dato trimestrale), il dato più basso di tutta la UE, in forte rallentamento rispetto a un anno fa, quando il suo ritmo di crescita trimestrale era allo 0,6%. Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra ha spiegato che “l’indebolimento della crescita” è legato alla trattativa sulla Brexit e alle sue grosse incognite. L’inflazione, quella sì, è schizzata dallo 0,3% al 2,9%, con ovvie conseguenze negative su salari e stipendi. Diverse banche hanno iniziato a trasferire a Francoforte i loro uffici londinesi, tra esse le giapponesi Nomura e Daiwa. La sterlina ha perso il 15% del suo valore.

In politica. Non si ricordava una situazione altrettanto caotica da decenni. Il Parlamento britannico, cosa rarissima, non ha una maggioranza. Il partito di maggioranza relativo è lacerato da una guerra per bande. La May, incaricata di formare il governo, è considerata da alcuni dei suoi compagni di partito “un cadavere che cammina” (soltanto per un po’). I suoi possibili alleati, gli ultra-reazionari irlandesi del Partito unionista democratico, le pongono condizioni che è difficile accettare. Il suo progetto ‘rivoluzionario’ di un partito conservatore fondato sugli operai è già rottamato. Farage, l’ex-agente di borsa primo promotore del referendum del giugno 2016, ha trovato rifugio politico, lui, il nemico giurato dei lavoratori immigrati, specie se rumeni, e dei richiedenti asilo “voluti” dalla UE, sapete dove?, nel parlamento dell’odiata UE a Strasburgo. Dove ha a disposizione il modestissimo budget ufficiale (ma si dice che ne abbia anche uno ufficioso composto di tangenti) di 17-19.000 euro lordi il mese tra stipendio-base, spese generali e indennità di presenza, e altri 19.000 per le spese di viaggio e gli assistenti… Il furbetto fiutò subito la mala parata, e si affrettò a lasciare la sua eredità, l’Ukip al top del suo successo politico, a tale Nuttal, che si è inabissato nelle ultime elezioni con l’1,8% dei voti, contro il 12,6% delle precedenti politiche (nel 2015) e il 27,5% delle europee del 2014. Bravo! Ha truffato alla grande anche i suoi scafati sodali di partito, non solo i poveri elettori. Costui – non dimentichiamolo – è il capo del gruppo parlamentare europeo dei 5S, gli alfieri dell’onestà… L’altro grande eroe della Brexit, Johnson, è diventato ministro degli esteri, ma gode di enorme discredito. Il “Sunday Times” ha rivelato che nel febbraio scorso, dopo aver scritto un testo pro-Brexit, ne aveva vergato uno pro-Remain presentando la permanenza in Europa come “una manna per il mondo e per l’Europa”, salvo scriverne un terzo, a distanza di qualche giorno, per “The Telegraph” di nuovo pro-Brexit. “The Guardian” l’ha descritto come il “barboncino di Trump”, e come un ministro “umiliato” alla riunione dei ministri dell’UE perfino dall’italiano Calenda (il che per lo sciovinismo britannico è il massimo). Cosicché il personaggio nuovo della scena politica britannica è diventato improvvisamente colui il quale era descritto dalla “grande stampa” come il liquidatore del Labour Party, il modesto socialdemocratico Jeremy Corbyn che ha (moralmente) vinto le ultime elezioni (per principio poco morali, essendo un mercato di illusioni) con il parlare in modo efficace dei bisogni insoddisfatti dei molti contro i privilegi dei pochi, tenendosi ben lontano dalla diatriba truffaldina Brexit-Remain, che un anno fa aveva anche lui contribuito ad alimentare.

Sul piano sociale. La situazione appare più polarizzata in accordo alle divisioni di classe effettive (è questo che segnalano le urne), con episodi interessanti come la contestazione spontanea alla May in occasione del terribile incendio della Grenfell Tower (“si muore per assenza di spese sociali utili, governo ladro!”) e, soprattutto, il ritorno in primo piano, sulla scena pubblica, delle questioni sociali irrisolte, Brexit o Remain conta poco o nulla. Poi, a quel che sembra, se da un lato crescono gli atti di intimidazione, violenza, disprezzo islamofobici, dall’altro è coriacea la resistenza degli immigrati sia europei che extra-europei, che non paiono intenzionati a lasciarsi cacciare dalla Gran Bretagna. Con l’effetto altrettanto interessante che tra i votanti pro-Brexit il contrasto all’immigrazione è ritenuto assai meno prioritario di un anno fa. Più si resiste con fermezza, più si diventa forti.

Sul piano internazionale, infine, è accaduto ciò che era scontato per chi abbia un sotto-minimo di cognizioni del brutale livello di scontro inter-capitalistico e inter-imperialistico che impazza, a crisi irrisolta, sul mercato mondiale: nessun “recupero di sovranità” né attuale, né prospettico, bensì il contrario. La pretesa dei gangster statunitensi di dettare legge nella loro riserva britannica si è fatta più arrogante in tutti i campi – arrivando perfino a ridicolizzare, con la loro CIA, la ‘mitica’ Scotland Yard in occasione dei recenti attentati islamisti. Per altro verso, la UE ha indurito le condizioni per raggiungere l’accordo sulla Brexit, mai apparso lontano come oggi. E la BCE è arrivata a formulare la più sacrilega di tutte le richieste possibili, quella che farebbe tracollare la City: mettere le sue grinfie sulle gigantesche transazioni dei derivati in euro (circa 800 miliardi di euro al giorno) che avvengono su suolo londinese, con l’attribuzione di precisi e ampi poteri di controllo. Risultato? Davanti alla crescente forza del duplice ricatto degli States e dell’UE non si trova in circolazione più un solo sostenitore dell’hard Brexit e non si fa che un gran parlare di quella soft, visto che la Brexit ha evidentemente indebolito la Gran Bretagna, anche nella sua stessa tenuta nazionale come Regno Unito. Con evidenti riflessi anche in Francia, dove la Le Pen, la sovranista d’Oltralpe, è oggi un faro (almeno momentaneamente) spento, o quasi.

 Nonostante ciò, il massimo del caos nel campo della classe nemica in un paese-chiave dell’Europa, non c’è da illudersi. La semina dei veleni sovranisti e nazionalisti da parte delle varie frazioni della classe borghese è obbligata – sia per cercare di difendere le proprie postazioni nello scontro con le altre frazioni del capitale globale, sia per spaccare in profondità la classe lavoratrice e impedirle di agire come classe per sé. Ma questo repentino disastro britannico ci deve dare forza nel riproporre – contro le sirene sovraniste di destra e di sinistra – la nostra tesi: non ci salverà dai sacrifici, dalla disoccupazione, dalla precarietà, dal supersfruttamento, dalla perdita di futuro, dalla repressione, né uscire dall’euro e/o dalla UE per navigare ‘liberi’ e ‘sovrani’ (!?) nell’oceano in burrasca del mercato mondiale, né – ovviamente – stringerci a difesa della UE e dell’euro contro i concorrenti cinesi o statunitensi. Ci salveremo dal disastro e dalle guerre fratricide, commerciali o militari, in corso o incombenti, solo uscendo dalla attuale passività, rimettendo al centro della nostra azione le nostre necessità vitali, e delineando il cammino di lotta contro i poteri forti nazionali, europei e globali, e il lavoro politico necessari per preparare la riscossa proletaria oggi, la ‘uscita dal capitalismo’ domani. Non truffaldino ‘sovranismo’ e accentuazione della concorrenza fratricida tra lavoratori, ma lotta di classe internazionalista!

Marghera, 29 giugno 2017
Redazione de “Il cuneo rosso”

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