L’Italia in Niger (I). L’assassino torna sempre sul luogo del delitto

Insieme agli altri briganti si dispiega in Africa la “missione in Niger” dell’Italia democratica e imperialista

[fonte Nucleo comunista internazionalista]

“Una cosa sacrosanta per l’interesse italiano”. Con queste parole il premier Gentiloni ha annunciato il dispiegamento in Niger di circa 500 soldati italiani che unitamente alla forza armata di altri briganti (Germania, Spagna) affiancheranno le truppe francesi già presenti (4.000 militari schierati sul terreno dal 2012) a presidio degli interessi imperialisti nella zona del Sahel, in una operazione che gli analisti militari definiscono inoltre come “test per le capacità della tanto sbandierata difesa europea”.

L’operazione è stata concordata dai briganti europei con i Quisling dei paesi dell’area (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad) sulla cui caratura qui sotto potete leggere il giudizio di un autentico patriota africano, stringente giudizio dato nel lontano 1972 ma ancora perfettamente e più che mai attuale e centrato.

Gli specchi per allodole utilizzati per coprire e spiegare la “missione in Niger” ad una più che distratta “opinione pubblica” interna sono i soliti, ampiamente sperimentati e rodati: presidio necessario contro “la minaccia del terrorismo”, contrasto ai trafficanti di esseri umani che da lì indirizzano i flussi verso le coste libiche, presidio per la stabilizzazione di quei paesi come condizione necessaria al loro sviluppo… Insomma la classica mascheratura con cui l’imperialismo democratico riveste le sue operazioni, con l’attenzione tutta italiana a presentare la sporca bisogna con una aggiunta di ripugnante patina “umanitaria-pacifista”: andiamo lì – si dice – non a sparare direttamente ma solo eventualmente per rispondere al fuoco nemico e ad addestrare soldati e polizie locali; andando lì – si dice – “non significa riscoprire nazionalismo, revanscismo o velleità egemoniche”. Infatti: briganti imperialisti MA democratici e antifascisti. Inoltre, “noi italiani” abbiamo il “nostro tatto particolare”, la “nostra specificità” che ci distingue ANCHE da certi nostri partner-alleati e da certe loro “velleità egemoniche”, leggi in particolare il partner francese o americano. La solita, sperimentata appunto, rivoltante mascheratura dell’imperialismo democratico italiano: in Libia i militari italiani sono andati, dalle parti di Misurata, a difendere …l’ospedale da campo e addirittura, così si è detto, “a protezione dei siti archeologici libici”…

Non servono, ci pare, dimostrazioni particolari per stracciare questa superipocrita e rivoltante mascheratura se non richiamare un fatto – da nessuno ci sembra ricordato – a proposito di tratta e di trafficanti di esseri umani. La repubblica democratica italiana è sorta e si è sviluppata grazie anche alla tratta di esseri umani, più esattamente di proletari: un tot di proletari abruzzesi, calabresi, siciliani, veneti, friulani, bergamaschi per un tot di carbone dal Belgio. Migliaia e migliaia di proletari d’Italia spediti nelle miniere belghe contro un tot di tonnellate di carbone necessarie alla borghesia italiana per la ricostruzione economica del paese. Non è tratta di esseri umani, più esattamente di proletari, questa? E la classe sociale, cioè la borghesia italiana che ha ricostruito i suoi assetti di potere, certamente democratici e costituzionali antifascisti, anche sulla base di questa tratta, pretende – pretenderebbe oggi – di mascherare i suoi traffici e le conseguenti operazioni militari necessarie alle sue strategie predatorie come contrasto ai “trafficanti di esseri umani”!

Occorre tuttavia riconoscere che quando la borghesia, attraverso la tremula voce del capo di governo, afferma che l’ulteriore dispiegamento in Africa della sua forza armata è “una cosa sacrosanta per l’interesse italiano” dice – a suo modo – una incontestabile, sul piano borghese e capitalistico, verità. I numeri sono lì incontestabili, i volumi degli affari di merci sono lì incontestabili, la quantità di materie prime e risorse naturali africane su cui in prospettiva mettere le mani e non farsi tagliare fuori sono lì incontestabili. Si tratta, come potenza capitalistica, di esserci badando al tempo stesso a non farsi fregare dagli altri briganti alleati e concorrenti. Questo è, sul piano borghese e capitalistico, il quadro incontestabile: qualcuno – dal punto di vista capitalistico, borghese – può pensare di starne fuori? A chiacchere forse sì, ma solo a chiacchere. Perché poi c’è da far di conto, tenendo presente in particolare che quel tanto o quel poco di “margine riformista”, quel tanto o quel poco di briciole da distribuire sul piano interno è inesorabilmente collegato al fatto di starci lì, in terra d’Africa come altrove, con il proprio business e con la necessaria e conseguente forza armata di supporto e protezione.

I numeri, i maledetti numeri della “filiera africana” come la definisce un acuto analista borghese (e, neanche tanto sotto le righe, borghese “sovranista” italiano): “Ma la Tunisia è anche un anello del cordone ombelicale che lega l’Italia al Nordafrica, qui passa infatti il gasdotto Transmed che traporta il gas dell’Algeria, secondo fornitore italiano dopo la Russia. In Angola, in seguito all’incontro tra Gentiloni e il presidente Joao Lourenco, sono stati annunciati accordi che porteranno l’Eni ad avere quasi il 50% dei diritti su Cabinda North, una sorta di Eldorado energetico angolano. Anche le altre tappe del viaggio africano sono all’insegna di gas e petrolio. Eni in Costa d’Avorio ha acquisito il 30% del blocco esplorativo offshore CI-100. Persino il Ghana sotto questo profilo è assai significativo. In anticipo sui tempi previsti, l’Eni qui ha messo in produzione l’Offshore Cape Three Points Block. In questi progetti, considerati prioritari dalla stessa Banca Mondiale, ci sono giacimenti per 41 miliardi di metri cubi di gas e 500 milioni di barili di petrolio. Ecco perché Gentiloni è diventato “l’Africano”. Ha quindi snocciolato cifre da record per gli investimenti italiani sul continente: 12 miliardi nel 2016, al primo posto in Europa, al terzo nel mondo.” (Alberto Negri, Il Sole/24Ore 28/11/2017)

L’acuto analista “sovranista” borghese colloca in questo contesto il viaggio in Africa di Gentiloni, commesso viaggiatore dell’imperialismo italiano (svoltosi quasi contemporaneamente al viaggio d’affari di Macron nei domini ex-coloniali di Francia, su cui qui sotto potete leggere un breve commento) che ha preceduto l’annuncio della missione militare in Niger. Dalle pagine del quotidiano della Confindustria egli non manca di rimarcare che il necessario attivismo italiano e la relativa conseguente copertura militare, densa d’insidie, deve o meglio dovrebbe darsi sull’asse tracciato a suo tempo dal “comandante partigiano Enrico Mattei” (parole testuali scritte sul quotidiano di Confindustria!), ossia badando a non subordinare totalmente i propri calcoli e i propri interessi a quello degli alleati-concorrenti (francesi ed americani in primo luogo), a non “appiattirsi” dentro le loro “strategie egemoniche”. Il necessario e accorto interventismo italiano deve o meglio dovrebbe badare inoltre – differenziandosi dai rapaci alleati-concorrenti – a promuovere almeno la parvenza di una effettiva cooperazione “alla pari” con i paesi “beneficiati” e una parvenza almeno di redistribuzione della ricchezza al loro interno: “Molte volte si banalizza il motto ‘aiutiamoli a casa loro’ quando si tratta di immigrazione, ma se guardiamo alle cifre le speranze africane sono ancora affidate alle risorse energetiche e alle materie prime, viste però con un’ottica diversa da un presente dove portano ricchezza (e corruzione) solo a una cerchia ristretta delle élite africane e alle multinazionali.” (Sempre Alberto Negri, vedi sopra)

Il “sovranista” borghese insomma, dalle pagine del quotidiano di Confindustria, non ci racconta, in fatto di business e di conseguenti missioni militari, le barzellette sull’ennesimo “tradimento” della Costituzione repubblicana e antifascista. Al contrario, “i valori” della repubblica democratica possono e devono essere applicati, anche nei necessari interventi militari, quando e qualora come nazione sovrana non ci si subordini alla rapacità e alle “strategie egemoniche” degli altri soci in affari. Questa la linea su cui l’interventismo italiano è sollecitato a disporsi dalla parte più acuta e “illuminata” della borghesia.

Per parte nostra, anche noi sollecitiamo, invitiamo con tutta l’energia che possiamo, tutte le forze che si dichiarano e che sono effettivamente ed autenticamente democratiche e pacifiste – quindi diverse se non addirittura ostili alla nostra prospettiva di classe, comunista e rivoluzionaria – le quali forze sinceramente democratiche e pacifiste sono in campo e intendono contrastare l’ennesima “avventura militare” italiana a confrontarsi – non con noi che siamo niente – ma con i dati reali della competizione e del mercato capitalistici e con la prospettiva politica snocciolati dalla parte borghese, in particolare dalla sua ala “sovranista”. A confrontarsi e rispondere alle sirene con cui essa si dispone ad abbindolare le masse, a quel suo insidioso e al tempo stesso coerente richiamo “al comandante partigiano Enrico Mattei”, a tutto l’armamentario politico insomma utile ad annientare ogni eventuale opposizione di classe, a neutralizzare e a rendere impotente ogni necessaria azione di lotta contro la macchina imperialista tricolore, una macchina che è già per conto suo impegnata all’estero con oltre 6.000 militari impiegati in 33 missioni in 22 paesi diversi.

A dare il via libera alla operazione in Niger, serve ora solo il suggello delle Camere. La pantomima parlamentare non potrà che ratificare “la cosa sacrosanta per l’interesse italiano”, naturalmente dopo che ciascuna banda borghese avrà recitato la sua parte in commedia. I numeri, i maledetti numeri; gli interessi, i maledetti interessi di classe borghesi e capitalistici possono forse dipendere, possono forse essere messi in discussione “dalle opinioni” e dai voti di alcune centinaia di scaldasedie? Esattamente centotre anni fa delle “opinioni” contrarie all’entrata in guerra di una schiacciante maggioranza parlamentare di cattolici e socialisti, la borghesia italiana ci si è pulita il culo. E massacro imperialista fu. Tanto per dire, e scusate l’espressione. Altro dato di fatto su cui sollecitiamo con tutta la nostra forza a riflettere le forze che oggi si predispongono a contrastare l’imperialismo anche solo sulla base del sincero ed autentico spirito pacifista e democratico.

Ogni banda politica borghese si predispone a recitare la sua parte in commedia: “l’estrema sinistra” ad esprimere la sua contrarietà e la sua ennesima denuncia sulla “Costituzione violata” guardandosi bene dal chiamare ad una reale mobilitazione neppure sul terreno imbelle e impotente del vuoto “pacifismo”; l’opposizione leghista opporrà , “conti alla mano”, che l’operazione militare è “spesa inutile e non ci conviene”; quell’equivoco politico che è il movimento 5 stelle, frutto dello sfaldamento di un regime politico e dell’impotenza del proletariato italiano, mescolerà più o meno queste cose insieme… Tutte queste “opposizioni” pronte ad approfittare degli eventuali e prevedibili intoppi e passi falsi della soldataglia dispiegata nelle sabbie minate di quella parte d’Africa.

Diamo voce volentieri in queste pagine a quella che, al momento, ci sembra una delle espressioni più alte prodotte da quel campo autenticamente pacifista – che si pone dunque su un piano ben diverso da quello nostro, della Rivoluzione proletaria e comunista – che però intende lottare contro il militarismo italiano, interpretando un sentimento altrettanto genuino e diffuso in vasta parte della popolazione italiana. Mauro Armanino, missionario in Niger, scrive nella sua accorata invettiva contro il nostro infame regime – democratico e costituzionale fino a prova contraria aggiungiamo noi – e contro i suoi reggitori politici: “L’umanitario, l’economico e il militare camminano, ormai da tempo, assieme da buoni farabutti” , “non dubitatene onorevoli e procacciatori di un altro posto al sole. Mi vedrete contro le vostre politiche di riconquista coloniale.”

Invettiva e denuncia sacrosanta! Occorre che da questo sentimento, sincero e vibrante, un movimento di opposizione e contrasto all’attuale regime che ci schiaccia tragga tutte le coerenti implicazioni politiche e di schieramento di classe. Che esso si incarni in un conseguente movimento di lotta all’imperialismo, che per noi vuole dire schieramento per la rivoluzione proletaria e di classe in Africa, per la rivoluzione proletaria e di classe qui.

Contro l’imperialismo democratico italiano che insieme agli altri briganti si accinge a schierare la sua forza armata in Niger! Viva la resistenza antimperialista dei popoli africani! Per la sollevazione rivoluzionaria delle masse nere africane! La loro liberazione sarà anche la nostra liberazione!

5 gennaio 2018

Appendice

Cosa sono i Quisling neri di ieri e di oggi, quelli che “ci chiamano” in Africa … per la “cooperazione e lo sviluppo reciproci”. Detto da un autentico patriota africano

Ciò che ci ha maggiormente indignato non è stata tanto l’aggressione imperialista, che è un fatto naturale (benché il mondo pensasse che l’imperialismo non fosse così vile da far ricorso alla politica delle cannoniere in pieno XX secolo), ma la constatazione dell’esistenza di una classe di Africani che assumono ufficialmente alte responsabilità nei loro Stati e sono capaci di stendere la mano all’estero e di accettare premi e uno stipendio mensile per la loro attività di distruzione delle conquiste del popolo. E’ questo il disonore dell’Africa e il vigore con cui il popolo guineano intende giudicare i traditori dell’Africa dovrà essere compreso come il mezzo per lavare l’affronto, l’offesa inflitta al nostro continente, e l’espressione della volontà di non cedere niente all’imperialismo. Quale che sia il numero dei traditori, sbarazzarsene sarebbe per un popolo cosciente la traduzione degli imperativi di una vera Rivoluzione, la quale insegna che la ragione umana deve cedere il passo alla ragione storica e sociale.”

Sèkou Touré, 1972 (da “Africa” di Hosea Jaffe, Ed. Mondadori. Pag 171)

[…]

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