Stato di Israele, macchina di morte. Ma Gaza e la causa palestinese sono vive!

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Non ci voleva molto a capire che la decisione di Trump di spostare materialmente l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme era il via libera a nuove aggressioni di Israele ai palestinesi. Ed ecco  dopo appena 3 mesi, il massacro a sangue freddo di venerdì 30 marzo (16 morti, tra 1.400 e 2.000 feriti) compiuto a Gaza dall’esercito di Israele: carri armati, aerei e 100 tiratori scelti contro una dimostrazione di massa dei palestinesi nel “giorno della terra”. Oggi 6 aprile, nuova protesta di massa ai confini di Gaza: altri 9 morti e 1.300 feriti palestinesi. Il terrorismo di stato israeliano si mostra capace di ogni crimine. Nello stesso tempo, nel fronteggiare questa macchina di morte, la resistenza dei palestinesi appare indomabile, come nella magnifica poesia che Mahmud Darwish dedicò a Gaza:

“Niente la distoglie. / È dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e dissenso, morte e dissenso. / I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.) / Possono tagliarle tutti gli alberi. / Possono spezzarle le ossa. / Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue. / Ma lei: / non ripeterà le bugie. / Non dirà sì agli invasori. / Continuerà a farsi esplodere. / Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. / È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.”

Le stragi, premeditate e scientificamente organizzate, sono state compiute per punire il semplice avvicinamento alle recinzioni che fanno del territorio di Gaza un campo di concentramento. E sia Netanyahu che i capi dell’esercito hanno avvertito i palestinesi: “se insistono”, andranno incontro a una violenza ancora maggiore. Ai palestinesi – è questo il diktat dello stato democratico di Israele, la celebre “unica democrazia” del Medio Oriente – non è concesso protestare: ogni loro protesta contro le vessazioni e la violenza genocidaria che si abbatte su di loro da quasi un secolo, è per Israele una provocazione, un’offesa da lavare nel sangue.

Davanti a tutto ciò, è disgustosa la presa di posizione del segretario generale dell’Onu Guterres che ha invocato una “indagine indipendente e trasparente” su fatti che sono di una trasparenza assoluta. Mentre una volta di più i mass media e il governo italiani sono stati pronti a coprire, giustificare, difendere l’operato di Israele. Con l’ultra-sionista Foglio a tessere l’elogio del delitto: “Tutti lodino i 100 tiratori israeliani schierati sul terrapieno di Gaza. (…) Se le torme ululanti di palestinesi avessero superato quel confine, nessuno avrebbe più potuto dormire tranquillo da nessuna parte”.

Da simili coperture Netanyahu e la banda di colonizzatori killer che costituisce il legittimo governo di Israele sono spronati a proseguire con l’espansione degli insediamenti, l’espropriazione delle aree ancora arabe di Gerusalemme e la relativa ‘pulizia etnica’, la sistematica distruzione di Gaza. Dalla cosiddetta comunità internazionale (la “comunità” dei pescecani capitalisti di tutto il mondo) non hanno nulla da temere. Né dai loro storici amici statunitensi ed europei, né dai capifila dell’asse “alternativo” Russia/Cina/Iran. Anche per Mosca e Pechino i palestinesi sono non-esistenze. E se da Teheran, Damasco e Ankara si dà del terrorista assassino a Netanyahu, quale realmente è, che credibilità possono avere dei personaggi o dei regimi che in materia di sanguinario dispotismo contro le proprie classi lavoratrici non sono secondi a nessuno?

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Era scontato, perciò, che Netanyahu avrebbe rispedito al mittente la grottesca richiesta dell’Onu di una “indagine indipendente e trasparente”. Indagare? Sullo stato di Israele nessuno ha diritto di indagare: è al di sopra e al di fuori di qualsiasi contesto giuridico. I suoi droni, i suoi carri armati, le sue prigioni, i suoi tiratori scelti, le sue armi proibite, la sua stampa, i suoi onnipresenti servizi segreti non sopportano limitazioni di sorta. Questo, naturalmente, perché lo stato colonizzatore di Israele è… aggredito dai colonizzati!

Ma Israele non è onnipotente, e il suo militarismo corrode la società.

Fedele al progetto di Herzl, padre del sionismo, lo stato di Israele ha fatto dell’esercizio sistematico e scientifico della violenza la sua prima industria, la sua prima specializzazione nella divisione internazionale del lavoro, sulla pelle dei palestinesi. Ma non è onnipotente. Più la sua furia assassina si abbatte sui dimostranti palestinesi, più il suo operato perde la residua legittimità agli occhi delle classi sfruttate del mondo arabo e “islamico” – e non solo, crediamo. La solidarietà espressa ad Israele dal principe saudita Bin Salman non gli porterà fortuna. Anche se le piazze medio-orientali sono vuote, si sta radicando da tempo in profondità un sentimento di ampio ripudio popolare per i governanti arabi complici di Israele. Un sentimento oggi bloccato da una frustrazione che non potrà durare in eterno, perché lo stato di Israele non si fermerà certo alla repressione di questi giorni. Il militarismo di Israele ha un’incontenibile voglia di distruzione e di sangue.

E la storia insegna che il militarismo capitalistico, se da un lato è uno strumento di potenza e un ottimo campo di investimenti e super-profitti, dall’altro finisce per corrodere la società che lo nutre. Israele non fa eccezione. Da anni, ad iniziare dall’estate del 2011 (l’anno delle Intifade arabe) sono sorte ciclicamente al suo interno proteste sociali contro la carenza di case, il caro-affitti, l’inflazione, i tagli alle spese sociali, la corruzione, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, le grandissime sperequazioni di ricchezza, proteste promosse da organismi giovanili estranei ai partiti politici – un movimento che ha portato in piazza a Tel Aviv fino a 150.000 manifestanti. Il Sole 24 ore l’ha definita “una rivolta contro il liberismo sfrenato” dei governi del Likud, un corso politico avviato negli anni ’80 dai laburisti di Shimon Peres (Nena News, 29 settembre 2017). Benché questo movimento non abbia espresso alcun rifiuto dell’occupazione e del terrorismo anti-palestinese, le organizzazioni dei coloni e degli ultra-ortodossi lo hanno attaccato con una violenza, finora, solo verbale. Perché, lo voglia o meno, mette a nudo il doppio standard che lo stato di Israele adotta nei confronti dei suoi stessi cittadini di religione ebraica, o comunque non arabi: riduce le poste di spesa e i diritti per gli uni, elargisce soldi e privilegi illimitati agli altri. Governo, esercito e sistema giudiziario sono sempre dalla parte dei coloni e degli ultra-ortodossi, qualunque comportamento abbiano, poiché sono il fanatico supporto sociale degli apparati militari e dell’occupazione della terra di Palestina.

Sicché lentamente la società israeliana si va dividendo tra coloro che beneficiano del militarismo, e coloro che ne pagano le conseguenze. Tra questi ci sono anzitutto i 2,5 milioni di poveri (di cui 1 milione bambini), il 29% della popolazione, aumentati del 18% nel 2017 rispetto al 2016; la gran parte di loro ha grossi debiti  e non può comprare le medicine di cui ha bisogno; il 13% ha tentato il suicidio, altrettanti cercano quotidianamente cibo nei cassonetti o vivono di elemosine – secondo la Latet organisations’s Alternative Poverty. Seguono una serie di categorie professionali importanti per il funzionamento dello stato (insegnanti, dipendenti delle amministrazioni pubbliche, medici, tassisti) che sono scese talvolta in sciopero, e dentro le quali c’è una quota non piccola dei 445.000 riservisti. Altrettanto viva è stata negli ultimi anni la protesta di decine di migliaia di richiedenti asilo eritrei, sudanesi e di altre nazioni africane (gli “infiltrati”, per Netanyahu), che hanno accusato lo stato di “razzismo sistematico e istituzionale” nei loro confronti.

Altri fenomeni di evidente corrosione del tessuto sociale sono: 1) l’eccezionale diffusione della prostituzione – “Israele è una delle principali destinazioni [nel mondo] della tratta di esseri umani a scopo sessuale”, un paese colmo di bordelli, magnaccia e organizzazioni criminali dedite al traffico di persone a scopo sessuale, nel quale l’industria del sesso-merce è tutt’uno con gli hotel e le attività del turismo (La stampa, 27 agosto 2012; Haaretz, 18 settembre 2017); 2) l’endemica violazione della dignità delle donne per la quantità di molestie, abusi, violenze da loro subìte da parte degli ufficiali  nell’esercito, e fuori dall’esercito per l’influenza tossica che i rapporti patriarcali e brutali tipici dell’esercito hanno su una società altamente militarizzata (+972magazine, 4 marzo 2016). La violenza esercitata dalla polizia e dall’esercito di Israele sulle donne palestinesi, fatta di percosse, molestie, maltrattamenti, insulti, minacce, danni provocati intenzionalmente alla salute delle donne incinte, arbitrii amministrativi, distruzione di case, etc. (The Electronic Intifada, 7 marzo 2018), una routine tipica delle dominazioni coloniali, si sta diffondendo per contagio anche nei ranghi della società israeliana. E mostra una società in cui razzismo e sessismo montano di pari passo con il disprezzo dei ricchi nei confronti dei proletari (molti dei quali immigrati dall’Asia e dall’Est Europa, e super-sfruttati) e dei poveri. Quali che siano gli sforzi per occultare tali processi agli occhi del mondo, un dato è certo: lo sfrenato militarismo sta aprendo linee di frattura nella società israeliana, che arrivano fin dentro l’esercito (i refusnik sono all’oggi 600, riuniti in Courage to refuse). Il tempo, però, non lavora per i generali.

Gaza è viva e resiste!

Oltre la crisi internazionale a cui anche Israele non può sfuggire nonostante la montagna di aiuti internazionali a fondo perduto che incassa, la forza che sta approfondendo queste linee di frattura è la straordinaria resistenza della masse palestinesi, anzitutto di quelle di Gaza. Sono passati 70 anni dalla storica sconfitta patita nel 1948 dai disorganizzati eserciti arabi; sono passati più di 50 anni dall’inizio di una lotta di resistenza armata ripetutamente colpita da Israele in Palestina, in Libano, in Tunisia, etc., pugnalata alle spalle nel settembre nero 1970 in Giordania da re Hussein, nell’agosto 1976 in Libano dalla Siria di Assad padre che coprì le spalle dei massacratori falangisti a Tall el Zaatar. Larghissima parte del territorio assegnato nel 1947 ai palestinesi è stata usurpata e occupata da Israele nel corso di questi decenni. Milioni di palestinesi sono stati forzati all’esilio o trasformati in forza-lavoro sottocosto per l’economia di Israele, e poi ulteriormente marginalizzati. La causa palestinese è stata svenduta dall’Egitto, dalla Lega araba, dalle petrolmonarchie del Golfo, ed usata solo strumentalmente dagli stati arabi “progressisti”, i quali hanno avuto cura più che di sostenere il movimento di resistenza nella sua strenua battaglia con l’occupante, di creare propri gruppi di riferimento al suo interno, quasi sempre ultra-settari e fattore perciò di divisione.

Rimasti soli nello stesso mondo arabo, con una dirigenza dell’Olp sempre più inginocchiatata ai giochi diplomatici delle potenze occidentali e dei regimi medio-orientali, tra la fine del 1987 e l’inizio del 1988 gli oppressi palestinesi si sono sollevati in massa a Gaza e in Cisgiordania nella loro prima grande Intifada. Nel settembre 2000 hanno dato vita ad una seconda Intifada scatenata dalla provocatoria passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee, e poi a una terza nell’ottobre 2015 – tutte represse con pugno di ferro da Israele, con oltre 6.000 morti, migliaia di prigionieri politici, decine di migliaia di feriti. L’aspetto più rilevante della terza ondata di proteste in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e Gaza, quello più pericoloso per Israele, è che si è trattato di un movimento di giovani spontaneo, con una implicita ed esplicita contestazione tanto verso la collusa “autorità nazionale palestinese”, che verso l’intera dirigenza politica accusata di debolezza verso Israele e di incapacità a organizzare uno schieramento unitario delle masse palestinesi (Zeitun-Al Jazeera, 14 ottobre 2015). Agli occhi di questi giovani dimostranti che non godono di nessun appoggio interno né esterno ma “si sostengono l’uno con l’altro”, l’accordo di Oslo del 1993 e la Road Map tracciata da Bush figlio nel 2002 sotto l’egida del “quartetto” (Usa, Russia, UE, Onu) sono morti e sepolti. Resta solo la ripresa della lotta unitaria di massa, la sua forza per mettere fine all’occupazione coloniale di insediamento, ai soprusi, agli omicidi mirati, alle campagne punitive, alla fame, alla disoccupazione, alla totale assenza di futuro.

Si tratta di masse di giovani che la stessa autorità palestinese tiene sotto stretto controllo con il suo enorme apparato di polizia – il 50% del bilancio dell’Anp è costituito da spese per la sicurezza: la sicurezza di Israele, s’intende, e della borghesia compradora palestinese che con Israele ha istituito traffici di ogni tipo. A Gaza Hamas esercita un controllo altrettanto repressivo su quanti cercano una nuova strada per la liberazione dopo decenni di battaglie coraggiose e dure sconfitte. Anche lì la dirigenza politico-amministrativa si è progressivamente separata dalla misera condizione che vive la massa dei palestinesi con tassi di disoccupazione oltre il 60%, l’acqua, l’elettricità e gli alimenti razionati, l’assenza di medicine per i feriti e i malati cronici, il blocco totale dell’export, i prezzi alle stelle per la penuria di beni (un’eccellente documentazione su questa condizione è in E. Bartolomei-D. Carminati-A. Tradardi, Gaza e l’industria israeliana della violenza, DeriveApprodi, 2015).

Nonostante lo strangolamento dell’economia di Gaza, che ha costretto i suoi abitanti a cercare uno sbocco alternativo con la costruzione dei tunnel in direzione dell’Egitto; nonostante la distruzione sistematica di questa “economia dei tunnel” tra il 2009 e il 2014 con la collaborazione dell’Egitto; nonostante le devastanti aggressioni denominate “Pilastro di difesa” e “Margine protettivo”, che hanno prodotto 100.000 profughi, oltre 2.000 morti (521 bambini), disturbi psichici in centinaia di migliaia di bambini, un gran numero di disabili permanenti, polverizzando migliaia di case, la rete fognaria e infrastrutturale; nonostante la sopravvivenza della popolazione di Gaza dipenda ormai quasi totalmente dai cosiddetti “donatori internazionali”; sebbene l’esistenza dei palestinesi di Gaza sia ridotta ad uno stato sub-umano tale da far parlare alcuni osservatori internazionali di Palestinian Holocaust, e i campi di Gaza siano ormai campi di lento sterminio; nonostante tutto ciò, e il quasi completo silenzio a livello mondiale sull’azione di Israele, i palestinesi di Gaza non si sono arresi. Anzi con un coraggio da leoni hanno dato avvio a una protesta di massa che durerà fino al 15 maggio, quando Trump sarà in Israele per inaugurare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Gerusalemme capitale non è solo un ulteriore passo in avanti del disegno colonialista-sionista. Nelle intenzioni di Trump e Netanyahu questa dovrebbe essere l’umiliazione definitiva, la cancellazione definitiva dell’aspirazione dei palestinesi ad avere un loro stato in Palestina. Nessuna aspirazione, nessuna rivendicazione, nessuna forma di resistenza deve essere concessa al popolo palestinese. L’unica alternativa al suo martirio deve essere la rinuncia e l’abbandono del suo territorio nazionale, a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza.

Ma le proteste di massa di dicembre e di questi giorni provano che Israele e i suoi sostenitori non sono onnipotenti. E chiamano alla solidarietà i lavoratori di tutto il mondo, inclusi quelli di Israele, i proletari immigrati e gli strati non sfruttatori della sua popolazione che finora, in grandissima parte, hanno creduto di far bene appoggiando i propri governi – gli stessi che gli stanno peggiorando le condizioni di vita anche per foraggiare la dispendiosissima macchina di morte messa in campo contro le masse palestinesi oppresse. Alla fine, l’apparentemente insolubile “questione palestinese” potrà trovare la sua vera soluzione solo attraverso un processo di avvicinamento e di solidarietà tra questi due fronti, oggi molto lontani, dentro una generale sollevazione rivoluzionaria degli sfruttati di tutta l’area, di cui nel 2011-2012 si è visto l’anticipo.

Per Israele e per l’imperialismo yankee colpire la resistenza palestinese significa colpire la volontà di resistenza di tutti gli oppressi del mondo arabo, schiacciare le lotte e le aspirazioni degli sfruttati di tutta l’area che tanto filo da torcere hanno dato e continano a dare ai potenti della terra. Ma non si tratta solo di Trump, Netanyahu o dei monarchi del Golfo. La responsabilità di questa situazione è di tutti i governi e gli stati che hanno contribuito a soffocare la lotta e l’esistenza stessa del popolo palestinese. Tra questi, in prima fila si piazzano l’Italia e l’UE, sempre e comunque dalla parte dello stato di Israele e dei regimi che hanno schiacciato le lotte proletarie e popolari del 2011-2012, e alimentano ora la guerra nello Yemen.

L’Italia, che è legata da cento accordi economici e militari con lo stato di Israele; che si è rifiutata di riconoscere la Palestina; che ha votato contro la risoluzione dell’Unesco; che farà partire il prossimo giro d’Italia proprio da Gerusalemme, assecondando i mega-progetti turistici e immobiliari che sono l’altra faccia di una nuova ondata di espropriazioni e di espulsioni di palestinesi da Gerusalemme Est. L’Italia che è in prima fila nella guerra agli emigranti dall’Africa e dal Medio Oriente…

Portiamo nelle manifestazioni del prossimo 1° maggio la piena, incondizionata solidarietà alla lotta di liberazione palestinese contro lo stato di Israele, e denunciamo i nuovi piani di guerra in Medio Oriente di Israele, Stati Uniti, Italia e Unione europea.

Viva la resistenza palestinese!
Viva la lotta delle classi lavoratrici arabe e mediorientali contro l’imperialismo occidentale e i loro sfruttatori!
Viva l’internazionalismo proletario!

Il cuneo rosso – com.internazionalista@gmail.com
Comitato permanente contro le guerre e il razzismo – comitatopermanente@gmail.com

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