Israele, Palestina. Fermiamo le ruote dell’occupazione (Venezia, 4 maggio)

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Per protestare contro la partenza del Giro d’Italia 2018 da Israele si è tenuto ieri a Venezia, davanti alla sede della Rai, un presidio piccolo nei numeri, ma combattivo (presente un bel gruppo di studenti del Collettivo Nur). L’ha indetto il Comitato del Nord Est Fermiamo le ruote dell’occupazione, un organismo nato nelle scorse settimane per iniziativa delle forze, singole/i militanti e alcuni Comitati, tra cui il nostro, che nelle scorse settimane avevano organizzato una mobilitazione contro la decisione di Trump di spostare a Gerusalemme l’ambasciata statunitense.

In una serie di interventi il rappresentante dei palestinesi Khaled Zihr, Sami, Maria, Pina, un’esponente del Comitato vicentino per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, hanno messo in luce e denunciato il vero significato politico di questo evento in apparenza solo sportivo. Mai prima d’ora il Giro era partito da un paese extra-europeo, e questa prima volta è stata un immenso regalo degli organizzatori italiani (l’Rcs di Urbano Cairo e il governo italiano) a Israele e al governo Netanyahu. Un regalo sporco di sangue, anche perché cade nel momento in cui da settimane la popolazione palestinese di Gaza (e non solo) mobilitata in massa per l’obiettivo del “grande ritorno” in Palestina dei profughi e degli esiliati, viene martellata dal fuoco dei cecchini e dei carri israeliani che ha già fatto decine di morti e migliaia di feriti.

Attraverso questo avvenimento, infatti, Israele può diffondere nel mondo l’immagine, completamente falsa, di un paese “normale”, efficiente, non militarizzato, ottimista, in cui vivere è sicuro e divertente (lo spot è della modella Refaeli) – sono queste le parole-chiave scelte dalla propaganda di stato israeliana, che si ritrovano puntuali in tutti i servili servizi giornalistici e televisivi da Gerusalemme. Questa falsa immagine deve oscurare la realtà effettiva di un Israele stato colonialista, in guerra permanente da più di 70 anni contro i palestinesi, che è uno degli stati più militarizzati del mondo, efficiente sì, ma anzitutto nella produzione di strumenti di morte e di mezzi utili alle polizie di tutto il mondo; la realtà effettiva di una società in cui certo si può divertire chi, come la Refaeli, ha accumulato immense ricchezze, ma in cui c’è un 30% della popolazione che vive nella povertà. Insomma uno stato e un paese in cui la normalità vera è il colonialismo, il militarismo, il razzismo, l’iper-sfruttamento del lavoro degli immigrati, la violenza sessista, l’industria del sesso mercificato, e pure la progressiva distruzione del welfare per la parte non sfruttatrice della popolazione ebrea; per non parlare poi delle discriminazioni ai danni dei palestinesi cittadini di Israele o degli ebrei di pelle nera provenienti dai paesi africani, bollati da Netanyahu e dalla sua cricca come “infiltrati”.

Gli organizzatori dello spettacolo pro-Israele l’hanno costruito spendendo il nome di Bartali, un famoso ciclista italiano della prima metà del secolo scorso. Intorno a lui è stata costruita ad hoc un’autentica leggenda: essere stato un postino della resistenza ai nazisti, che aiutò a salvare la vita di un certo numero di ebrei. Sennonché – hanno obiettato gli organizzatori del presidio – questa leggenda è inventata, come dimostra il saggio molto ben documentato dello storico Michele Sarfatti, Gino Bartali e la fabbricazione di carte di identità per gli ebrei nascosti a Firenze, “Documenti e commenti”, n. 2, del febbraio 2017.

Non è affatto un’invenzione, invece, che ancora una volta l’Italia – come stato e come potere economico – si sia mossa a totale supporto di Israele e del suo governo. Basta leggere cosa scrive senza nessun pudore La Gazzetta dello sport del 4 maggio:

«Benjamin Netanyahu… il suo governo ha voluto fortemente il Giro per mostrare al mondo – in un maggio che si annuncia complicatissimo per tutto il Medio Oriente – il volto di un paese normale ed evoluto, abituato a vivere nella concentrazione sulla sicurezza, ma non nella paura (…). Non c’è segno di militarizzazione, nonostante la recente denuncia della minaccia nucleare iraniana [si dimentica, naturalmente, che Israele possiede centinaia di testate nucleari, le quali testate, per principio, non sono una minaccia per nessuno -n.] e decine di migliaia di militanti sciiti alle frontiere [si tratta di cittadini libanesi che vivono nel proprio paese – n.]. I venerdì della rabbia palestinese destinati a saldarsi a metà mese con il 70° anniversario della fondazione di Israele, per le strade di Gerusalemme e di Tel Aviv sono un’eco lontana. La festa di popolo per la presentazione delle squadre è una straripante manifestazione di energia e ottimismo. I corridori si lasciano coinvolgere, gettano baci, si fanno selfie mentre i favoriti sembrano caricare le pile con con musica e applausi.»

Feste, modelle, baci, selfie, musica, applausi, e giornalisti embedded… tutto il rosa del mondo, per far dimenticare la guerra permanente ai palestinesi, l’apartheid e l’assedio decennale a Gaza per strangolarne l’economia e affamare/annientare la sua gente. Per far dimenticare gli ininterrotti eccidi, le decine di migliaia di storpi prodotti dai bombardamenti terroristici delle “campagne” militari, l’indiscriminata semina di gas lacrimogeni, le privazioni, le torture, gli stupri ai danni dei prigionieri politici palestinesi, molti dei quali minori! E far dimenticare la corruzione,  l’impoverimento, la violenza (specie contro le donne), il pauroso integralismo religioso che dilagano nella società israeliana di cui costituiscono la vera normalità.

Oggi c’è il Giro d’Italia, e, assicura il giornalistucolo della Gazzetta dello sport, “tutti sorridono”. A sorridere in realtà è il governo Natanyahu e il suo apparato militare di propaganda: “Oggi la Città Santa si coccolerà il Giro che diventa un’arma strategica. Quando al governo hanno capito l’impatto e l’importanza della corsa, non si sono lasciati sfuggire l’occasione. Per tre giorni sarà il modo di portare nelle case di quasi un miliardo di persone nel mondo un’immagine diversa di Israele: un veicolo di marketing pazzesco (…). Sarà uno spot stupendo per questa Nazione: libera, aperta, sicura, democratica.”. Non a caso alla conferenza stampa di presentazione del Giro era presente mezzo governo… Tutto ciò è stato denunciato con energia sia dagli interventi che si sono susseguiti al megafono, sia dagli slogan gridati in solidarietà coi palestinesi (Distruggono le case/ammazzano i bambini/Stato di Israele/Stato di assassini; Palestina libera!; e alla fine è ricomparso anche lo storico Palestina libera, Palestina rossa).

Da parte nostra abbiamo insistito su tre punti:

1) la totale complicità dello stato italiano e dell’Unione Europea con lo stato israeliano, perché sarà anche vero (come ha voluto ricordare il rappresentante della comunità palestinese) che il governo Gentiloni e l’UE non hanno ratificato la decisione di fare di Gerusalemme la capitale di Israele né hanno deciso di trasferire lì le proprie ambasciate, come ha fatto Trump; ma è ancora più vero che da decenni il continuo rilancio in avanti del militarismo sionista e la sua crescente avidità di territori palestinesi e arabi ha sempre trovato un sostanziale supporto da Roma e dalle altre capitali europee, e non soltanto da Washington. Per cui la partenza del Giro da Gerusalemme è solo l’ultimo dei sistematici atti di complicità con Israele compiuti da Roma e Bruxelles.

2) il fatto che Israele, nonostante le vittorie riportate, non è affatto invincibile. Innanzitutto perché la resistenza dei palestinesi è indomita, come hanno dimostrato la prima, la seconda, la terza Intifada, e ora le mobilitazioni di massa a Gaza – nonostante tutto, la causa palestinese e Gaza sono vive, con un nuovo, forte contributo delle donne palestinesi! E poi perché Israele, con le sue spietate spedizioni punitive, sta catalizzando su di sé la disapprovazione, l’ostilità, l’odio, degli sfruttati dell’intero mondo arabo, e molto oltre il mondo arabo. Ma il militarismo colonialista di Israele ha anche un altro effetto alla lunga controproducente: sta mangiando la vita della società israeliana, la sta corrodendo, la impoverisce, la rende progressivamente insopportabile per i lavoratori perché deve succhiargli continuamente un di più di linfa vitale per gli scopi della guerra infinita ed espansiva (anche l’Iran è adesso nel mirino, dopo che in passato sono stati l’Iraq, l’Egitto, la Siria, il Libano, la Giordania, la Tunisia…) e della repressione interna contro i dissidenti e i refusnik. A totale smentita della retorica sionista rilanciata alla grande in questi giorni, “un popolo che ne opprime altri, non può essere libero”.

3) La lotta delle masse oppresse palestinesi è la nostra lotta, perché resiste agli stessi poteri che ci hanno imposto decenni di sacrifici e vorrebbero ora coinvolgerci in una catena di guerre ancora più devastante di quella che continua dal 1945 ad oggi fuori dall’Europa contro gli sfruttati e i paesi che hanno cercato di alzare la testa e battersi contro la dominazione imperialista. Per questo la solidarietà alla lotta degli oppressi palestinesi deve essere estesa e rafforzata.

Abbiamo sottolineato questi stessi temi anche in una riuscita iniziativa organizzata il 2 maggio a Ca’ Foscari dai collettivi studenteschi Briati e Nur – era da molto tempo che non si vedeva a Venezia un incontro pubblico così intenso, partecipato, e animato da giovani, a sostegno della lotta dei palestinesi.

Il presidio, che ha avuto una piccola eco nel TG3 regionale e sulla stampa locale, si è concluso con l’impegno comune a partecipare alle iniziative che in Italia, nel corso del Giro, metteranno in luce la macchinazione pro-sionista che c’è dietro la partenza dello stesso da Gerusalemme.

Comitato permanente contro le guerre e il razzismo
Piazzale Redaelli 3 – Marghera
comitatopermanente@gmail.com

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