La rinnovata persecuzione dei rom

Di seguito potete trovare un altro breve un breve testo centrato sulle nuove forme di persecuzione ai danni dei rom e sul loro significato al di là degli stessi rom: scritto anch’esso qualche anno fa, ma tornato di perfetta attualità.

Di Pietro Basso, già in Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, FrancoAngeli, 2010

«Che strano mondo quello che si autodefinisce civile e democratico: non riuscendo a risolvere i problemi della povertà, ha deciso di fare la guerra ai poveri» (Eduardo Galeano)

Gli immigrati arabi ed “islamici” non sono i soli a subire quotidianamente atti di discriminazioni e insulti razzisti. Anzi. Gli stereotipi negativi diffusi a ciclo continuo non risparmiano una sola nazionalità.

L’immigrazione cinese, ad esempio, è spesso associata alla importazione in Italia di mafia e lavoro nero, che vi sarebbero altrimenti pressoché sconosciuti. Poi, basta aprire un qualsiasi foglio quotidiano per apprendere quanto ampi siano in Italia i domini della criminalità organizzata autoctona, quanto sia impressionante la quota del “sommerso” sul prodotto interno lordo[1]. E basta sfogliare (ma va letta!) la prima seria ricerca sulla immigrazione cinese in Italia per “scoprire” che: 1) non è vero che la diffusione dei laboratori del sommerso o del para-sommerso siano un prodotto di esportazione cinese, poiché essi costituiscono invece, a scala mondiale, “una parte integrante del capitalismo moderno” di ultimissima generazione; 2) non è vero che i laboratori cinesi siano una specializzazione “etnica” delle genti con gli occhi a mandorla, poiché invece essi sono nati e sono presenti nelle regioni e aree d’Italia caratterizzate da distretti industriali esistenti assai prima che vi si impiantassero i laboratori cinesi, che vi operano principalmente come piccole e piccolissime imprese sub-fornitrici di imprese italiane, e solo in subordine producono in proprio; 3) non è vero che questa attività produttiva sia in mano alla mafia cinese che vi investirebbe grossi capitali: si tratta invece, nella quasi totalità dei casi, di ditte individuali che richiedono un basso o bassissimo capitale di avviamento, e sono sostenute da reti parentali o di villaggio e da finanziamenti di banche cinesi; 4) non è vero che queste micro-imprese siano per principio chiuse, in ragione della loro natura “etnica”, a lavoratori non-cinesi, perché al contrario esse risultano, ad esempio in Veneto, tra le imprese a titolarità straniera, quelle con il maggior numero di lavoratori stranieri (anche italiani), così come non è vero che i lavoratori salariati cinesi abbiano la tendenza organica o il vincolo mafioso a lavorare sotto connazionali, perché anzi cresce di continuo la percentuale di lavoratori cinesi alle dipendenze di imprese italiane (sempre in Veneto, nel 2006, solo 15 dei 468 operai cinesi esordienti nel settore metalmeccanico lavoravano per dei connazionali); 5) non è vero che la diffusione dei laboratori cinesi sia dovuta a chissà quali oscuri maneggi: la loro crescita si deve essenzialmente al fatto che rispondono in modo efficace agli imperativi tipici dell’“era neo-liberista” e dell’economia del just in time, costi contenuti, consegne nei tempi richiesti e flessibilità estrema; 6) non è vero che esista una abissale differenza tra i laboratori cinesi e quelli italiani in fatto di tecniche di produzione, condizioni ambientali di lavoro e salari (la media dei salari è tra i 900 e i 1.100 euro al mese, con punte di 1.500-2.000 per chi accetta di lavorare più a lungo): la differenza più pesante è invece negli orari, che vanno dalle 10 alle 14 ore di lavoro al giorno e prevedono una settimana lavorativa di sette giorni, e ulteriori allungamenti di orario quando ci sono consegne immediate da effettuare; 7) non è vero che tali condizioni di super-sfruttamento sono un’esclusiva “etnica” cinese perché anche nei laboratori che non sono di proprietà di cinesi si violano pressoché ovunque e sistematicamente le regole (V. Rieser, già venti anni addietro, vi riscontrò la nona ora di lavoro non pagata come prassi abituale, e si trattava, allora, di lavoratori e di imprenditori italiani d.o.c.); e la soggezione a simili condizioni è dovuta di solito all’indebitamento che grava sugli emigranti cinesi, e arriva talvolta fino a due annualità di salario[2], è dovuta quindi allo stato di particolare ricattabilità in cui si trovano molti immigrati quando sono costretti ad aggirare leggi che scoraggiano l’immigrazione legale.

Le rappresentazioni correnti associano inoltre l’immigrazione nigeriana all’importazione di droga e di prostituzione. Terreni su cui le fanno concorrenza gli albanesi, specializzatisi nelle medesime sublimi attività fino a pochissimi anni fa ignote, a quanto pare, alle società europee. Ai romeni spetterebbe invece il primato nella violenza sessuale, e vari altri primati nel campo delle attività criminali. Ecco un loro memorabile ritratto:

«È considerata la razza più violenta, pericolosa, prepotente, capace di uccidere per una manciata di spiccioli. È capace di compiere truffe milionarie grazie all’alta conoscenza delle tecnologie. Non ha paura di nulla, disprezza anche la vita di donne e bambini che non raggiungono i dieci anni di età. E si appresta addirittura ad entrare nell’Unione europea. Sono i rumeni, i cittadini della Romania che da anni terrorizzano il nostro Paese. Persone che vendono sogni che poi si trasformano in schiavitù. Agiscono sempre in gruppi per riuscire a portare a termine le loro innumerevoli attività criminali: dalla prostituzione alle rapine in villa, dalla clonazione di carte di credito all’immigrazione clandestina. E la loro capacità di compiere traffici illegali in Italia tanto redditizi ha fatto accendere le antenne ai “nostri” criminali [fino alla loro venuta erano infatti spente…], facendo nascere sul territorio nazionale veri e propri sodalizi italo-rumeni. La maggior parte dei rumeni che sono giunti in Italia in maniera clandestina sono capaci di compiere sequestri di persona, rapine in villa, di vivere nell’ombra per gestire le prostitute connazionali fatte arrivare nelle più grandi metropoli con la promessa spesso e volentieri di fare la badante. È chiamato la ‘peste’, e si pronuncia ‘pesce’, il malvivente che sfrutta le ragazze dell’Est, le picchia, le violenta e le riduce in schiavitù. I rumeni sono anche degli ottimi acrobati, riescono a entrare nelle abitazioni arrampicandosi sulle pareti più difficili da scalare, con indosso spesso armi bianche: solo nei primi sette mesi di questo anno sono stati infatti arrestati dalle forze dell’ordine 38 rumeni responsabili di rapine in villa. La mente criminale di questi banditi è però in grado di inventarsi sistemi tecnologici capaci di succhiare denaro dai conti correnti degli italiani. (…) La donna rumena, quando invece riesce a non finire nelle mani dei ‘padroni’, con la sua bellezza dell’Est riesce ad incantare anziani ricchi e farsi sposare per ottenere la cittadinanza, e perché no, il conto in banca»[3].

A questo cammeo di rara eleganza e veridicità mancano solo alcuni dati di contorno che mi affretto a fornire. La criminalità organizzata italiana ha avuto la sua massima espansione, diventando transnazionale, nei primi 45 anni del dopoguerra[4], quelli in cui l’Italia era ancora paese di emigrazione o di modesta immigrazione, e di romene “prostitute-maliarde” o di romeni “delinquenti nati” in Italia ce n’era punti. Al 9 febbraio 2009 i romeni in carcere erano 1.773 su una popolazione immigrata dalla Romania stimata in oltre 800.000 unità (poco più del 2 per mille, ossia lo 0,2%), ma “in compenso” si trovava in Italia il 40% dei latitanti romeni inseguiti da un mandato di cattura internazionale[5]. Come mai? c’entrano forse qualcosa le specialissime condizioni di libertà d’azione di cui godono qui le bande della malavita organizzata e la molteplicità di lucrosissimi affari illegali che è possibile concludere in Italia? Un altro particolare sfuggito all’eccellente giornalista appena citato è il seguente: i romeni sono la nazionalità che detiene in Italia il triste record dei morti sul lavoro: 35 nel 2004, 29 nel 2005, 30 nel 2006 e che in quel triennio “vanta”, oltre i 94 morti, anche  più di 44.000 infortunati sul lavoro (parliamo solo dei casi accertati dall’Inail). I romeni detengono anche il record delle discriminazioni subite sul posto di lavoro[6], e le giovani donne romene sono tra quelle più violate sulle strade e nelle case da “nostri” bravi concittadini. Niente altro da aggiungere.

Comunque, non si tratta dei soli cinesi o dei soli romeni; ce n’è per tutti, “extra-comunitari e “comunitari”, a dosi da cavallo. E uno stigma rimanda all’altro con un effetto moltiplicatore che tocca, macchia ed espone agli arbitrii istituzionali e alla violenza tutte, senza eccezione, le nazionalità degli immigrati.

Nessun “gruppo etnico”, però, subisce i colpi che vengono inflitti ai rom. Parliamo dunque, ora, di loro perché la campagna di denigrazione e di ordine pubblico contro i rom è, dopo l’islamofobia, il secondo dei temi fissi del razzismo istituzionale europeo dell’ultimo decennio.

La criminalizzazione e la persecuzione delle popolazioni rom vengono da molto lontano, e sono state oggetto di incredibile rimozione. Una rimozione che riguarda anche il Porrajmos, il loro sterminio per mano del regime nazista ad Auschwitz-Birkenau, Sobibor, Treblinka e in altri campi di concentramento[7]. Eppure nulla gli è stato risparmiato. A cominciare dalla seconda metà del quindicesimo secolo, i bandi contro di loro sono stati innumerevoli, e quasi sempre si sono accompagnati a delizie collaterali: ammende, pene corporali, rapature, amputazioni di orecchi, ove il sinistro, ove il destro, taglio della lingua, cavatura degli occhi, e così via. A molti di loro toccò il lavoro forzato, la riduzione in schiavitù come braccianti (lo storico rumeno Barbu dice: “lavoravano nei campi come i neri d’America coltivando grano anziché cotone”), la deportazione nelle colonie. Ad altri, avessero o meno contravvenuto a qualcuno degli infiniti divieti loro imposti, toccò l’impiccagione, con e senza processo, la fucilazione, la caccia all’uomo, la pulizia “etnica”, l’esperienza del terrore di stato, o anche privato, perché non di rado a chi “eliminava” gli zingari accorrendo al suono spiegato delle campane, veniva accordato un premio in talleri o quant’altro. Ad altri ancora toccò in sorte, come avvenne in Austria-Ungheria o in Spagna, l’assimilazione forzata, il divieto di fuga, il furto dei figli, affidati d’autorità a famiglie cristiane perché li riscattassero dalla paganità[8].

In quanto gens du voyage, i rom condivisero la sorte delle popolazioni espulse a forza dalle terre, coatte prima al vagabondaggio e alla mendicità, e poi «con leggi tra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato» (Marx). La sola differenza è che i rom non erano coltivatori, bensì artigiani di tutti i metalli, costruttori di carri, allevatori, musicisti, commercianti. Alle principali, più diffuse tra queste attività produttive il capitalismo nascente tolse il terreno sotto i piedi, imponendo ai rom di “scegliere tra la schiavitù salariata, la marginalità sociale e lo sterminio”[9]. Impossibile dire quanta parte di tali popolazioni di origini indo-europee accettò/subì il processo di proletarizzazione finendo per fondersi con le popolazioni autoctone. La sola cosa certa è che se oggi la presenza dei rom nell’Europa occidentale è enormemente più limitata che nell’Europa orientale, ciò si deve –a prescindere dalle persecuzioni– alla differenza di sviluppo tra le due parti del continente. Ad Occidente la proletarizzazione-assimilazione di larga parte di queste popolazioni è avvenuta prima, e può dirsi quasi completamente compiuta già nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale. Nelle regioni danubiane e carpatiche il processo di sedentarizzazione, più lento e tardivo, si è esteso invece al secondo dopo-guerra. Tuttavia una parte dei rom ne è rimasta esclusa, vuoi per i terribili pregiudizi diffusi nei loro confronti, simili a quelli accollati agli ebrei, che ne hanno resa difficile perfino l’assimilazione; vuoi per le abitudini consolidate al nomadismo e l’attaccamento alle proprie tradizioni e alla propria libertà di “figli del vento senza paese”.

Estremamente frammentate, disperse, mobili, le popolazioni rom non hanno mai intrapreso la strada verso la formazione di uno stato nazionale, e neppure verso qualcosa di simile ad una coscienza nazionale[10]. E anche questa particolarità della loro storia ha esposto, ha vincolato vasti gruppi familiari rom ad una pesante marginalità. Una marginalità che negli ultimi decenni è stata sempre più contigua ai grandi aggregati urbani, con nuovi mestieri improvvisati e ben poco remunerativi quali i raccoglitori di cartone e di carta, gli sfasciacarrozze, i gommisti, alternati e combinati con micro-attività illegali, in una esistenza da “classico” sotto-proletariato fatta di espedienti, miseria, degrado. Secondo una metodica che conosciamo, questa componente minoritaria dei popoli rom è stata poi trasformata dalla propaganda di stato, alla bisogna, nella tipica popolazione rom che realizza nel non-lavoro, nell’accattonaggio, nel piccolo furto, nella divinazione, le proprie naturali inclinazioni, la propria atavica cultura. Ed è stata esposta alla facile riprovazione, all’odio, alla furia popolare come i “nati per delinquere” di lombrosiana memoria, e perciò il più indifeso dei capri espiatori.

La campagna anti-rom, mai sospesa del tutto, è ripartita con una speciale virulenza dopo il crollo dei regimi del “socialismo reale”. Ha scritto A. Bíró:

«Durante i memorabili 40 anni di ‘socialismo’, i Rom dell’Europa centrale e orientale che erano stati sedentari per decenni, se non per secoli, sono stati integrati d’autorità nell’economia ufficiale, anche se al livello più basso di competenze e di retribuzione. Questo fenomeno è stato accompagnato da un alto grado di acculturazione, che ha comportamento un cambiamento radicale nelle abitudini e nello stile di vita. È aumentata l’alfabetizzazione, ed elementi come case moderne, previdenza sociale e assistenza sanitaria sono entrati a far parte della vita quotidiana. La garanzia di un introito mensile fisso, fino ad allora percepita come uno stato di sicurezza inimmaginabile, ha rappresentato il cambiamento più evidente, rompendo abitudini e atteggiamenti secolari.

«Viceversa, alle prime avvisaglie della crisi economica, la forza lavoro rom è stata estromessa dal mondo produttivo, ritrovando la dimensione familiare dell’emarginazione e dell’esclusione. Solo un gruppo ridotto di uomini di affari è stato in grado di approfittare dell’economia del nuovo mercato.»[11]

Nell’Europa dell’Est, sull’onda delle “rivoluzioni di velluto” (una metafora quanto mai ingannevole), si è realizzato un passaggio al “libero mercato” in forme così accelerate e devastanti che l’esistenza della maggioranza dei salariati ne è stata letteralmente sconvolta. Le privatizzazioni e le altre riforme imposte da Occidente hanno falciato almeno un milione di vite umane[12], gettando sul lastrico altri milioni. I governi che hanno messo in opera tali politiche, per mettersi al riparo dalla possibile reazione dei lavoratori, hanno pensato bene di ri-acutizzare vecchi antagonismi sub-nazionali ed “etnici” sopiti così da scaricare su queste sfortunate “minoranze nazionali” il malcontento sociale. I rom sono entrati di nuovo quasi dovunque nel mirino dei poteri costituiti. Gruppi di rom da tempo sedentarizzati sono stati afferrati per il collo, spiantati dalle proprie case, costretti dall’oggi al domani a emigrare verso ovest. Costretti a emigrare nelle peggiori condizioni possibili, in quanto componente fragile, se non fragilissima di un mercato del lavoro immigrato proveniente dall’Est già sovrabbondante e sotto-remunerato. I soli lavori a cui hanno potuto avere accesso i nuovi rom emigrati in Europa occidentale dalla ex-Jugoslavia, dalla Romania, dalla Bulgaria sono stati perciò i lavori saltuari di pura manovalanza, in edilizia, nelle ditte di pulizia, nei piccoli trasporti, che non sono in grado di garantire loro neppure una pur misera sopravvivenza.

Questo loro forzato rimettersi in movimento da est verso ovest ha fornito ai governi dell’Italia, della Francia, etc. il pretesto per ripresentare i rom, gli “zingari” come nomadi per natura, e predisporgli delle strutture ad hoc coerenti con questa loro (presunta) “vocazione”: i campi nomadi. Ora, i campi nomadi, è noto, sono strutture di segregazione che nella quasi totalità dei casi servono solo ad escludere i rom dalla vita sociale e a degradarne ulteriormente l’esistenza. In questi campi situati spesso in zone malsane, almeno in Italia manca tutto, a cominciare dall’acqua e dalla luce. E quel che è peggio, questi insediamenti hanno quasi sempre un carattere provvisorio in quanto i comuni coinvolti scalpitano per smantellarli ancor più rapidamente di quanto li abbiano apprestati. Ciò significa che per i nuovi rom non c’è alcuna possibilità di mandare a scuola i propri figli, di trovare un lavoro stabile, di accedere ad una casa degna di questo nome. In condizioni del genere l’accattonaggio, il furto ed altre attività illegali restano la sola possibilità per sfamarsi e tirare in qualche modo a campare fin che ci si riesce (in Italia appena il 3% dei rom rinchiusi nei campi ce la fa a superare la soglia dei 60 anni). Può esistere un bersaglio più facile di questo per la campagna razzista anti-immigrati?

Nella parte occidentale dell’Europa l’Italia è la maglia nera anche in questo ambito[13]; e l’elenco, il mero elenco, dei luoghi in cui sono avvenuti attacchi ai campi rom o a gruppi di rom nel biennio 2007-2008 con incendi, distruzione di tende, minacce a mano armata, colpi d’arma da fuoco, violenze, morti, è da brividi: Opera (Milano), Chiari (Brescia), Quartu S. Elena (Cagliari), via Dionigi (Milano), periferia di Torino, Appignano del Tronto (Ascoli Piceno), San Donato (Milano), Arcella (Padova), Sesto San Giovanni (Milano), Trensasco e Molassana (Genova), Livorno (qui il 12 agosto del 2007 restano carbonizzati quattro bambini), Pavia, Ponte Mammolo (Roma), Ceggia (Venezia), Casalotti (Roma), capannoni ex-Mira Lanza (Roma), Ponticelli (Napoli), Novara, Marcaria (Mantova), Brescia (qui l’aggressione è ad una bambina di 8 anni perché vada via dalla scuola), Mestre (Venezia), Rimini (aggredita una giovane di 16 anni incinta), Zia Lisa (Catania), Ponte della Cittadella (Pisa), Cerreto Guidi (Livorno), Pesaro, Fano, Bussolengo (Verona, dove alcuni rom vengono picchiati selvaggiamente dai carabinieri), Firenze (qui sono i vigili urbani ad impegnarsi nella doverosa pulizia etnica, su ordine di una amministrazione comunale di centro-sinistra), Bologna[14].

Non si tratta solo dell’Italia. Anche laddove di rom ce n’è ancor meno, come a Ginevra, dove sono appena 200 sull’intero territorio cantonale, lo 0,04 della popolazione, è ripartita la caccia a loro “lungo il tracciato dell’eugenetica sociale di inizio diciannovesimo secolo”. Una caccia preceduta e accompagnata, scrive in questo libro D. Lopreno, da un dibattito ufficiale davvero entusiasmante, pieno zeppo di slittamenti semantici e discorsi “pieni di livore” che passano con grande facilità “dal povero al delinquente, dal rom al criminale” sulla base di consolidati pregiudizi di stampo, a mio avviso, schiettamente razzista[15].

Del resto è cosa pacifica per tutti che la più grande minoranza “nazionale” d’Europa, quali i rom sono, sia la più discriminata e vilipesa. Questa discriminazione serve a due scopi in uno: inferiorizzare attraverso i rom, presentati quasi sempre nel dibattito pubblico come genti dell’Est, l’intera gamma delle popolazioni slave dell’Est Europa (i “popoli concime” di hitleriana memoria), e criminalizzare la povertà, quella povertà che il neo-liberismo e la crisi stanno facendo crescere a vista d’occhio anche nella opulenta Europa. Proprio per le miserevoli condizioni in cui è stato ridotto nei secoli dal binomio mercato-stato/i, nessun gruppo di immigrati si presta altrettanto all’importazione in Europa della logica della “tolleranza zero” collaudata negli Stati Uniti, a quel processo di “soppressione dello stato economico [dell’intervento dello stato in economia], contrazione dello stato sociale, rafforzamento e glorificazione dello stato penale” di cui ha parlato L. Wacquant. Un processo che ha nel mirino l’intero mondo del lavoro, e non solo i rom o gli immigrati.

«Deregolamentazione sociale, crescita della precarietà (su uno sfondo di disoccupazione di massa in Europa e di working poor negli Stati Uniti) e ritorno dello stato repressore vanno di pari passo: la ‘mano visibile’ del mercato del lavoro precario trova il suo complemento istituzionale nel ‘pugno di ferro’ dello stato che si ridispiega in modo da soffocare i disordini prodotti dalla diffusione dell’insicurezza sociale. Alla regolazione delle classi popolari per mezzo di quella che Pierre Bourdieu chiama la ‘mano sinistra’ dello stato (l’istruzione, la sanità, l’assistenza e gli alloggi sociali), si sostituisce  (negli Stati Uniti) o si aggiunge (in Europa) la regolazione per mezzo della sua ‘mano destra’ (la polizia, la giustizia, il carcere), sempre più attiva e intrusiva nelle zone ‘inferiori’ dello spazio sociale. La riaffermazione ossessiva del ‘diritto alla sicurezza’, l’interesse e i mezzi accresciuti accordati al mantenimento dell’ordine cadono a pennello per colmare il deficit di legittimità di cui soffrono le autorità politiche proprio per avere abdicato ai compiti dello stato in campo economico e sociale»[16].

Le new entry in Europa non vogliono essere da meno di Italia, Francia, Germania, Spagna, Grecia e così via[17]. Ed ecco il sanguinario pogrom dei nazionalisti kosovari del 16 e 17 giugno 1999, il più terribile di una catena di pogrom che a mezzo di assassini, incendi, sevizie, stupri ha espulso dal Kosovo, sotto lo sguardo complice dell’Occidente, la quasi totalità del 100.000 rom ivi residenti da tempo. A sua volta la Romania, infastidita dall’imbarazzante assonanza tra rom e romeni così abilmente sfruttata contro questi ultimi, ha messo in cantiere di cambiare d’autorità nome ai rom per ridenominarli tzigan, termine che equivale a un insulto. In Slovenia è nato perfino un conflitto istituzionale a seguito di una rivolta anti-rom ad Ambrus, che si è trasformata in un attacco contro il presidente della repubblica Drnovsek, ritenuto troppo debole verso gli indesiderati. In Turchia nel maggio 2009 le ruspe di stato hanno spianato l’antichissimo insediamento rom di Sukulule, un quartiere di musicanti e artisti abitato dai rom da mille anni: anche lì i rom poveri e chiassosi danno fastidio, servono nuovi hotel e uffici di lusso. Un bel biglietto da visita per l’ingresso in Europa, dove negli stessi giorni, a Belfast, giovani neonazisti si allenavano contro un centinaio di rom di origine rumena con bastoni, bottiglie e minacce di tagliare la gola ai bambini [18]

Note

[1] Secondo le ultime stime in Italia il fatturato annuale dell’economia in nero e dell’economia del crimine organizzato è stato pari, nel 2008, a 419,4 miliardi di euro, più del 25% del pil italiano (“il sole – 24 ore”, 6 luglio 2009). Un altro miracolo cinese?

[2] Zanin V.-Wu B., Profili e dinamiche della migrazione cinese in Italia e nel Veneto, editing a cura del COSES, Venezia, 2009.

[3] “Il Tempo”, quotidiano romano, 3 ottobre 2006, chi scrive si chiama Augusto Parboni (i corsivi sono miei).

[4] Di una letteratura ormai ampia mi limito a segnalare qui lo studio di Arlacchi P., La mafia imprenditrice, Il Mulino, Bologna, 1983, che innovò il paradigma interpretativo dell’attività mafiosa inquadrandola in modo scientifico come un’attività essenzialmente imprenditoriale, e perciò volta al profitto (al sovra-profitto, anzi, consentito dallo scoraggiamento violento della concorrenza, dalla speciali compressione dei salari e dalla larga disponibilità di mezzi finanziari) e l’ampia, dettagliatissima ricostruzione di Forgione F., Mafia export. Come ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra hanno colonizzato il mondo, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2009. È anche il caso di prendere in considerazione almeno il IX Rapporto redatto da SOS Impresa per la Confesercenti, Le mani della criminalità sulle imprese, Roma, 24 luglio 2006, nel quale il fatturato della Mafia Spa italiana è stimato essere “il doppio di quello della Fiat e dell’Enel, dieci volte più grande di quello della Telecom” (p. 4).

[5] “la Repubblica”, 24 febbraio 2009.

[6] Cfr. il comunicato dell’UNAR (Ufficio anti-discriminazioni razziali della presidenza del Consiglio dei ministri) del 5 novembre 2007.

[7] Günter Grass, fondatore insieme alla moglie dello Stiftung zugunsten des Romavolkes, ricorda che quando si discusse a Berlino di erigere un monumento alle vittime del razzismo, si decise di dedicarlo esclusivamente alle vittime ebraiche. I rom ne furono esclusi, lasciati “in una sorta di lista di attesa”. Perché? Perché, suppone lo scrittore, anche la gente bene intenzionata li considera tuttora, almeno in modo implicito, “una razza inferiore” (Grass G., Un popolo europeo, “Lettera internazionale”, n. 65/2000, p. 44).

[8] Cfr. de Vaux de Foletier F., Mille ans d’histoire des Tsiganes, Fayard, Paris, 1970; Kenrick D.-Puxon G., Il destino degli zingari, Rizzoli, Milano, 1975; Huonker T.–Ludi R., Roms, Sintis et Yéniches. La politique tsigane suisse à l’époque du national–socialisme, Page Deux, Lausanne, 2009. Nel recensire il testo di Huonker e Ludi, Alain Bihr ricorda che la Svizzera è stata nel XX secolo una pioniera della politica anti-rom con la creazione, nel 1911, di un registro antropometrico in cui erano registrati tutti i rom entrati in Svizzera o soggiornanti in territorio svizzero, con l’internamento in campi di rom cittadini svizzeri, con l’adozione di pratiche di sterilizzazione forzata, con la sottrazione di centinaia di minori ai propri genitori rom per poi affidarli a famiglie svizzere cosiddette “normali” o ad istituzioni per malati di mente, con la piena collaborazione assicurata anche sotto questo profilo al regime nazista: cfr. Une Suisse pionnière dans la politique anti-tsigane, “Interrogations”, n. 10/2010.

[9] Cfr. Piasere L., I rom d’Europa. Una storia moderna, Laterza, Bari, 2007; Calabrò A.R., Il vento non soffia più. Gli zingari ai margini di una grande città, Marsilio, Venezia, 1992; e il saggio di L. Di Noia, Rom, il bersaglio più facile, pubblicato nella seconda parte del volume, il cui filo di ragionamento riprendo qui di seguito.

[10] Solo molto di recente è emerso in esse una sorta di “etno-nazionalismo”.

[11] Cfr. Bíró A., Il futuro di un popolo, “Lettera internazionale”, n. 65/2000, p. 42.

[12] Cfr. l’importante studio di Stuckler D. et alii, Mass Privatisation and the Post-Communist Mortality Crisis: a Cross-National Analysis, pubblicato on line, January, 15, 2009, www.thelancet.com Questo studio mette opportunamente in relazione l’esponenziale incremento della disoccupazione avvenuto nei paesi dell’Est negli anni ‘ 90 per effetto dell’avvento del “libero mercato” (da un minimo di +50% ad un massimo di +300% nel giro di pochissimi anni) con il verticale balzo all’in su dell’indice di mortalità in questi paesi, quasi tutto concentrato tra i maschi in età lavorativa.

[13] Lo è pure nel trattamento dei rom e dei sinti che da decenni risiedono nel territorio italiano, perché molti di loro non hanno la cittadinanza, sicché migliaia di loro bambini risultano apolidi e non possono accedere né alla scuola, né ai servizi. Il Consiglio d’Europa ha prodotto quintali di risoluzioni su queste discriminazioni senza alcun effetto.

[14] Cfr. Lunaria (a cura di), Libro bianco sul razzismo in Italia, Roma, 2009, pp. 115-154.

[15] Dico “a mio avviso”, perché D. Lopreno preferisce usare invece il termine “essenzialista”.

[16] Così L. Wacquant ha sintetizzato in una intervista il suo scritto Les prisons de la misère, Éditions Raisons d’Agir, Paris, 1999.

[17] Cfr. European Agency for Fundamental Rights, Data in Focus Report – The Roma, 2009; Commission européenne, La situation des Roms dans une Union européenne élargie, Bruxelles, 2004; Cienski J.-Escritt T., Europa centrale, la crisi la pagano i Rom, sul sito www.sucardrom.blogspot.com dove si legge che nell’Europa orientale di oggi “i rom sono gli ultimi ad essere assunti e i primi ad essere licenziati”.

[18]   Cfr. “Il Sole 24 ore”, 18 giugno 2009.

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