La spina nel fianco. Generi e capitalismo: una contraddizione non risolvibile (dal capitale)

Questo articolo sulla questione femminile raccoglie e sintetizza alcune delle tematiche affrontate in due incontri sulla questione di genere, organizzati a Genova e a Perugia dalle compagne e dai compagni del Si.Cobas. La contraddizione tra generi e capitalismo è sì universale e irresolvibile dal capitale, ma è necessario anche affrontare le specificità con cui essa si presenta oggi, nei vari contesti sociali, per rendere sempre più efficaci le lotte delle donne, rafforzarle e unificarle in un movimento anticapitalista e rivoluzionario, nella prospettiva dell’unità degli sfruttati e degli oppressi ovunque nel mondo.

Alcuni dati elementari (da tenere presenti)

Sotto tutti i cieli, a tutte le latitudini le donne, o almeno la stragrande maggioranza di esse, sono oggetto di diseguaglianza, discriminazione, oppressione, sfruttamento differenziale, violenza fisica, sessuale  e psicologica. Tutt’altro che una lamentazione vittimistico-ideologica, questa affermazione si basa su precisi dati di fatto. Facciamo solo qualche esempio.

Alle donne, in paesi tra i più popolati al mondo, è negato il diritto a nascere, tramite la pratica degli aborti selettivi, frutto della pressione degli stati, delle tradizioni che considerano le bambine un peso per la famiglia, della consapevolezza delle difficoltà della vita che incontreranno crescendo. Le scarse cure e nutrimento che ricevono nella prima infanzia sono spesso causa della loro morte precoce. Negli ultimi 50 anni l’equilibrio demografico della popolazione mondiale ne è stato compromesso.

Le donne sono più povere: su 10 abitanti del pianeta che vivono in povertà assoluta, 7 sono donne, il 60% di chi soffre di fame cronica è donna; quando lavorano fuori casa, esse guadagnano nella maggior parte dei paesi poco più della metà dei maschi.

Le donne hanno meno accesso all’istruzione, esse costituiscono i 2/3 degli ottocento milioni di analfabeti del mondo.

In molte parti del mondo alle donne è negato il diritto all’autodeterminazione nella vita sessuale e riproduttiva. Ciò è determinato non solo dal controllo di tipo patriarcale sulla loro “moralità”, che permane in molte società, ma anche dalla limitazione del diritto alla contraccezione tramite pressioni politiche, legali, mediche; dall’interferenza degli stati che impongono la regolamentazione delle nascite, o tentano di indurre alla maternità laddove sono presenti problemi di calo demografico. Nella loro esperienza riproduttiva, la salute e la stessa vita delle donne non è protetta: nel mondo si contano ancora 20 milioni di aborti clandestini all’anno, che costano la vita a 47.000 mila donne; mentre 280.000 sono le morti per parto. Fare figli o non farli continua ad essere per molte (troppe) donne un rischio mortale.

Solo la metà delle donne nel mondo hanno un lavoro extradomestico, per lo più in agricoltura, nelle grandi manifatture, nei servizi, nell’insegnamento. E’ un lavoro caratterizzato molto spesso da forte precarietà, bassissimi salari e dalla necessità di combinare il lavoro fuori casa e il lavoro riproduttivo e di cura. Ovunque nel mondo il reddito percepito dalle donne è inferiore a quello dei maschi.

Subire violenze fisiche, a sfondo sessuale o meno, è un connotato universale e trasversale della condizione delle donne: nella sfera privata essa è delegata ai maschi, spesso i mariti, e diventa visibile col femminicidio, punta dell’iceberg di una sequela di minacce, umiliazioni, intimidazioni. Essa è presente su larga scala, con lo stupro di massa come arma di guerra e sottomissione, con la tratta dai paesi del Sud e dell’Est del mondo, senza parlare della violenza generale legata all’aggressione e alla rapina dei beni primari che impoveriscono intere popolazioni colpendo innanzitutto i settori più poveri: le donne appunto.

A controprova della condizione di inferiorità sociale delle donne, basterà osservare come in tutte le situazioni che contano e in tutti gli istituti che gestiscono il potere, la prevalenza dei maschi è debordante quando non assoluta. In tutti i paesi del mondo il potere politico (in modo non proporzionale al grado di sviluppo), il potere economico, come si può costatare dalla composizione degli organismi dirigenti le banche centrali e i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, il potere militare e, ça va sans dire, il potere religioso, sono dominati dalla presenza maschile, come pure il controllo della produzione scientifica e delle redditizie professioni ad essa legata, e l’elaborazione dell’ideologia dominante. I produttori del pensiero (e dei pensieri di tutti), il cui caposaldo è la necessità di presentare l’interesse della classe dominante come interesse di tutti e il maschile come dato universale, sono diretti e guidati da maschi. Evidentemente il genere maschile, dato lo status sociale “superiore” e privilegiato di cui gode (almeno, può sentirsi superiore alle donne), è ritenuto più adatto a trasmettere e imporre gli interessi della classe dominante a livello globale.

Sfogliando l’Atlas mondiale des femmes, che esamina la condizione delle donne nel mondo considerandone 35 diversi aspetti, e la illustra attraverso cartine e grafici, alcune cose appaiono del tutto evidenti: la prima è l’assoluta diffusione su scala globale delle molteplici forme della subordinazione femminile al patriarcalismo. Non c’è un solo paese, una sola situazione sociale o ambientale, nessun remoto villaggio o addensata metropoli in cui essa non sia presente.

La seconda è la non omogeneità di questa condizione nella varie aree del mondo, dove l’attenuazione di alcune diseguaglianze si accompagna al mutare di segno dell’oppressione delle donne, dell’uso della loro immagine, del loro corpo e anche alla differente capacità di cooptazione che il sistema può esercitare dividendo e contrapponendo i destini delle donne stesse.

La terza, il sovrapporsi del patriarcalismo con altre forme di oppressione e sfruttamento, in modo differenziato e comune insieme, con le classi sfruttate e i popoli depredati dall’imperialismo.

Sulle cause

L’oppressione di genere è un dato di fatto  più o meno scontato; sulle sue cause, invece, c’è uno sbizzarrirsi di “teorie” che mescolano luoghi comuni, quali il permanere di tradizioni che la nostra civiltà non è ancora riuscita a sradicare, la resistenza al progresso dei popoli “arretrati”; l’esistenza di una supposta legge di natura (spiegazione “scientifica”) o pseudo religiosa (l’ordine voluto da Dio al momento della creazione) o fatalistica (è sempre stato così fin dalla notte dei tempi), una brodaglia ideologica che ben si accoppia con la necessità di far accettare come eterno, naturale e immutabile l’intero ordine mondiale, con i suoi rapporti di potere, abusi e ingiustizie.

Ora la “natura”, come si sa, è un concetto astratto, specialmente se riferito agli umani, sarebbe vana la ricerca dell’uomo o la donna “Bio”, ed è indissolubile dalla storia dei rapporti individuali, sociali e tra classi che con essa interagisce da milioni di anni – la condizione della donna è stata nei più svariati modi determinata dalla sua funzione nell’ambito della riproduzione della specie – e non è per nulla “naturale”, altrimenti non ci sarebbe bisogno di tanta violenza per mantenerla….

Quanto alla storia, il patriarcato non è stato (e il patriarcalismo non è) una istituzione eterna, al contrario ha una sua precisa data di nascita: la costituzione della famiglia monogamica a difesa e trasmissione della proprietà privata al suo interno, e una altrettanto precisa funzione sociale, quella di garantire la divisione sociale del lavoro (la prima divisione di classe) all’interno della famiglia.

Ad essa è seguita una lotta secolare per modellare il ruolo delle donne, relegandole sempre più nell’ambito del lavoro domestico e espropriandole del loro rapporto con la natura, con la medicina, con le religioni alternative al cristianesimo, espropriazione necessaria alla costituzione dello stato e del sapere centralizzati e all’imposizione della divisione sessuale del lavoro e al controllo della sessualità dentro e fuori la famiglia. Questo controllo ha previsto fin dall’antichità l’esistenza di relazioni non etero sessuali, le ha accettate e normate, prevedendo in seguito per alcune fasce della popolazione sia maschile che femminile vite fuori dal matrimonio, negli affollatissimi conventi, non del tutto caste, si può supporre, per arrivare in tempi più recenti alla stigmatizzazione e alla discriminazione delle persone LGTBQ, nel tentativo di rafforzare e mantenere un istituto familiare eterosessuale già da tempo in crisi profonda…

Sgombrato il campo dalle spiegazioni mainstream, più in voga di quanto si possa pensare, si può affermare che la condizione di subordinazione, sfruttamento differenziale, povertà, violenza subìta dalle donne, è un dato sistemico e permanente, un pilastro del sistema capitalistico mondiale: il patriarcalismo, che assieme allo sfruttamento del lavoro salariato e alla sistematica  rapina neo-coloniale delle risorse e dei popoli del sud del mondo, costituisce la triade necessaria alla sopravvivenza del sistema su scala globale. Le cause di questa condizione globale delle donne sono anch’esse globali, e risiedono nelle politiche attuate da questo sistema, nella crisi economica, politica, sociale, climatica, ideologica, nella militarizzazione, nell’appropriazione capitalistica della terra, dell’acqua e del sapere, nell’imposizione delle leggi del mercato, nel sistema degli aiuti internazionali. La domanda è: in che modo questo sistema, queste cause generali colpiscono particolarmente le donne, attraverso quali meccanismi le donne sono ad esso subordinate con un di più di sfruttamento, di discriminazione e di violenza? E la risposta si può intravedere nelle masse di donne contadine dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina che lavorano piegate sulla terra loro sottratta dalle multinazionali, dai milioni di salariate a due euro al giorno che sgobbano nelle fatiscenti o modernizzate manifatture dell’India o della Cina, nelle masse di donne dell’Est, del Sudamerica, del Sud Est Asiatico, che emigrano lacerando le loro famiglie per farle sopravvivere, nelle masse di donne che fuggono dalla guerra lasciando per sempre le loro case in pasto dei cani di guerra in medio oriente, dei milioni di donne nel “ricco occidente” che cercano di tenere insieme le mille incombenze e cure che cascano loro addosso con un salario sempre più precario, guadagnato dovendo schivare e affrontare soprusi e molestie sul posto di lavoro…

Rispetto a questo insieme di situazioni le donne, a livello individuale, collettivo e di movimento, possono o considerare la disuguaglianza e l’oppressione di genere quasi fossero dei “difetti” del sistema da correggere con l’obiettivo di essere incluse in esso a titolo individuale, oppure cogliere la specificità della propria condizione e inquadrarla in un contesto generale, in una prospettiva di lotta che combatta in toto un’oppressione che è insieme di sesso, di classe e di razza, un sistema che è insieme patriarcale, sfruttatore e neo-coloniale, un sistema che si è formato grazie alla rapina dei popoli del sud del mondo, con il colonialismo e che si mantiene oggi con le guerre imperialiste, guerre “umanitarie”, naturalmente, indotte dalla necessità di “liberare le donne dall’oppressione dei loro uomini”…

Le lotte delle donne, un’eredità che non è affatto “obsoleta”.

Da almeno due secoli le donne non solo resistono a livello individuale ma lottano in modo organizzato. Dall’ottocento le operaie e le lavoratrici a servizio nelle case si sono battute per la parità di salario e migliori condizioni di lavoro, mentre il consolidamento della famiglia borghese, e il ruolo totalmente subordinato delle donne al suo interno, ha visto il sorgere delle lotte per i diritti civili: il diritto al voto, all’istruzione, all’accesso alle molte professioni a loro precluse; per la parità giuridica nel matrimonio, il divorzio, il diritto (non scomodissimo per molti maschi) alla custodia dei figli. Una lotta che anche negli “avanzati” paesi occidentali ha ottenuto risultati significativi solo pochi decenni fa, nonostante la partecipazione delle donne, al fianco dei loro compagni, a tutte le grandi rivoluzioni sociali, dalla rivoluzione francese (secondo la quale i “diritti dell’uomo” si riferivano, fondamentalmente, agli uomini in senso stretto, purchè bianchi e borghesi), alla Comune di Parigi, alla rivoluzione di Ottobre.

Negli anni 60/70 il movimento delle donne ha sviluppato un’aspra critica alla ipocrita morale sessuale borghese, rivendicando l’autodeterminazione della propria vita sessuale e il diritto all’interruzione di gravidanza assistita, la critica della famiglia e la lotta contro l’omofobia, le discriminazioni e le aggressioni verbali e fisiche alle persone LGTBQ.

Da tempo la lotta delle donne ha assunto una dimensione internazionale, mondiale, su specifici obiettivi che tendono inevitabilmente ad allargarsi: dall’Argentina, dove solo da poche settimane è iniziato l’iter parlamentare che riconosce il diritto di interruzione di gravidanza, e dove la lotta contro il femminicidio si unisce alla denuncia della repressione statale e del debito di stato, causa principale della recente crisi che attanaglia il paese; alla Polonia, dove è in corso un braccio di ferro per ridurre ulteriormente le già scarse possibilità di interrompere le gravidanze indesiderate in sicurezza; dall’Irlanda dove a giugno di quest’anno un referendum a schiacciante maggioranza ha ribadito la necessità di una legge per l’aborto assistito; all’India dove un movimento delle donne esiste dagli anni venti del secolo scorso, e lotta contro l’istituto della dote, causa di molti occulti femminicidi tra le mura domestiche, per il divieto di matrimonio per le bambine, la denuncia degli stupri, fino ai movimenti eco-femministi per salvare la terra dalle deforestazioni (famosa la lotta delle donne che si sono incatenate agli alberi per impedirla, raccontata da Vandana Shiva). In Tunisia e in Egitto le donne sono state protagoniste nelle intifade arabe, testimoniando la presenza di un femminismo organizzato nonostante le durissime repressioni e le tradizioni restrittive della loro libertà di movimento (nelle quali l’eredità del colonialismo ha non poche responsabilità), negli Usa l’elezione di Trump ha suscitato grandi manifestazioni di massa delle donne, in spontanea convergenza col movimento dei neri (Black lives matters) e dei giovanissimi vittime delle aggressioni armate nelle scuole, con una esplicita denuncia del sistema capitalistico come nemico da battere. Nel Chiapas le donne hanno dato vita ad un affollatissimo incontro internazionale “delle donne in lotta”, mentre le donne della Marcia Mondiale hanno richiamato dal Canada, in occasione dell’8 marzo, la denuncia delle politiche del capitalismo globale come causa principale della condizione di povertà e violenza propria della condizione femminile a livello mondiale. E infine, le grandi, oceaniche manifestazioni dell’8 marzo in Spagna, il movimento delle studentesse in Cile contro le molestie, e last but not least, la ripresa del movimento in Italia con NUDM, movimento impegnato nella lotta contro la violenza di genere, e a partire da questo allargato ad altre tematiche, che ha rilanciato anche in Italia lo sciopero internazionale “produttivo e riproduttivo” dell’8 marzo (unico caso, al momento, di sciopero internazionale), e che ha visto momenti di partecipazione di massa a assemblee e mobilitazioni (tra cui quella, imponente, del novembre 2016). Un movimento, o piuttosto una pluralità di movimenti che risorgono continuamente, una vera spina nel fianco del capitale globale, che con la loro varietà testimoniano della molteplicità di contesti e di forme di oppressione, della irriducibilità della contraddizione legata alla discriminazione di sesso e alla divisione del lavoro che su di essa si fonda.

Nel corso dei decenni in cui questi movimenti si sono sviluppati, si sono confrontate e date battaglia le più diverse impostazioni.

Per darne un esempio, negli anni ’70 l’idea della sorellanza universale tra donne ha dovuto fare i conti con la denuncia, da parte delle donne afro-americane, delle posizioni del femminismo bianco, che ancora una volta, come era successo durante le lotte contro lo schiavismo nell’ottocento e per il voto alle donne nel secolo scorso, non includevano nelle loro rivendicazioni e nelle loro organizzazioni le donne nere, non riconoscendone la specifica oppressione e la necessità della lotta al razzismo, obiettivo che queste avevano in comune col movimento antisegregazionista e antirazzista nel suo insieme. Del resto anche la partecipazione delle donne nere al movimento di lotta contro la segregazione razziale  degli anni ’50 e ’60 era portatore di profonde contraddizioni, poiché era incentrato sul riscatto dei neri e il recupero del loro ruolo maschile, con la ricostituzione della famiglia nera a chiaro sfondo patriarcale, dove il ruolo delle donne era quello di rafforzare la perduta dignità del maschio accettando un ruolo subordinato e ancillare.

Anche le lotte delle donne lavoratrici spingevano alla convergenza con le lotte di classe di tutto il movimento operaio, ma dovevano scontrarsi con la scarsa attenzione del movimento nel suo insieme e i pochi spazi riservati alle lotte legate alla condizione femminile dal movimento sindacale, come è avvenuto con l’esperienza dei Coordinamenti donne negli anni ’70 in Italia.  Al tempo stesso la lotta al sessismo accomunava trasversalmente la maggioranza delle donne (quel 99% di cui si parla, cifra non del tutto simbolica), ma veniva inclusa solo a fior di labbra nelle lotte politiche e sociali.

In questo percorso ricco di contraddizioni, praticare l’intersezionalità, tenere insieme questi elementi è la sfida cui anche oggi dobbiamo rispondere, non solo come movimento femminista, ma come movimento anticapitalista, contro un sistema sociale che si ingrassa sull’incapacità dei movimenti di unificare gli obiettivi e sull’alternativa che da sempre si è posta per il movimento delle donne (e non solo): la prospettiva di avere uno spazio nel sistema, di essere incluse, ammesse a fare quello che fanno gli uomini, di godere delle stesse “libertà”, oppure lo sviluppo di una critica radicale al sistema, che non ci piace non solo perchè esclude o discrimina le donne e i soggetti LGTBQ, ma per tutto il resto, per la sua opera di sfruttamento degli esseri umani e la distruzione del pianeta, per le guerre e carestie che semina ovunque, per la sopraffazione su cui si regge e di cui non vogliamo essere partecipi e complici, neanche con pari diritti!

La lotta, qui e ora

Stabilito che la sorellanza universale non esiste (ma l’oppressione universale delle donne sì) e che le donne non sono (quasi) mai oppresse solo in quanto donne, è essenziale prendere atto delle  specificità della condizione delle donne nei diversi contesti in cui vivono. E’ inutile negarlo: cosa abbiamo in comune noi qui con una contadina del Sudamerica che lotta per non farsi strappare la terra dalla Monsanto, o con un’operaia supersfruttata del Bangladesh che rischia di morire bruciata ogni volta che varca la soglia della mega-manifattura per cui lavora? Cosa abbiamo in comune con le donne siriane che si aggirano per le macerie delle loro città, di cui siamo spinti a notare solo se portano o meno il fazzoletto in testa? Chi di noi come le donne di Gaza, tira con la fionda le pietre al di là del confine del carcere a cielo aperto in cui muore ogni giorno, o è costretta a fare figli a ripetizione per evitare che la sua comunità venga annientata una volta e per tutte? Né, essendo chiare di pelle, rischiamo che i nostri figli/mariti/sorelle o amiche vengano presi di mira nelle periferie di qualche slum degli Stati Uniti, o finiscano affogati nell’azzurro mare, più accogliente finora dei nostri democraticissimi governi…

Nulla, cioè tutto. In verità siamo sommerse dal lavoro di tutte queste donne, mangiamo il cibo che loro coltivano, gustiamo gli ananas che loro raccolgono per le multinazionali, che fanno benissimo alla nostra salute (gli ananas, non le multinazionali), ci vestiamo con le magliette che loro tessono e cuciono, invidiamo le borse Prada che non possiamo permetterci, e che loro fabbricano per due lire, usiamo il benedetto cellulare che loro assemblano. Interi continenti di donne, solo a pensarci un attimo, lavorano per noi: anche se noi non le vediamo, dovremmo sentirci rimbombare nelle orecchie il suono dei loro telai e delle loro zappe. Anche la repressione e le distruzioni che subiscono, si ripercuotono sulle nostre vite, tramite le politiche dei nostri governi. Eppoi, non da ieri, la loro presenza è proprio concreta e visibile, anche se spesso silenziosa, a risolvere il problema del progresso, che ci consente di vivere, ancorchè rimbambiti, fino a cent’anni, senza che nessuno però si possa prendere cura di noi, se non le donne di quei paesi, che noi, per mantenere il conquistato “tenore e aspettativa di vita”, abbiamo rapinato e depredato per secoli. Sono qui e lavorano, e si arrabattano per riprodurre la forza lavoro dei mariti, per fare figli e risolvere così il problema demografico che tanto affligge i nostri governanti… Beh, non è per fare sentire in colpa qualcuno, ma pensiamoci almeno.

D’altra parte anche nel ricco occidente il capitalismo globalizzato regala alle donne, a una grande maggioranza di esse, la sua buona quota di oppressione, supersfruttamento e discriminazione.

In Italia, per esempio. Il 43% delle donne dichiara di aver subito molestie in vita sua, il 9% di essere stata sottoposta a molestie e ricatti a sfondo sessuale sul posto di lavoro, abbiamo la nostra brava statistica di femminicidi (130/140 all’anno, quasi uno ogni due giorni), sintomo di una violenza che è trasversale, non legata a situazioni di degrado o povertà particolari, una violenza non denunciata, non riconosciuta, non ammessa molte volte, per molteplici ragioni che hanno a che fare con la paura di aggravare una situazione già precaria, di provocare reazioni sui figli, per non riconoscere il fallimento di un rapporto affettivo su cui si è fortemente investito, ma anche per mancanza di indipendenza economica e di solidarietà dell’ambiente circostante e delle forze dell’ordine, in una spirale di colpevolizzazione, perdita di autostima, autolesionismo contro cui si impegnano a lottare i centri antiviolenza, favorendo un percorso di fuoriuscita dalla violenza autonomo e non delegato alle istituzioni. In questo percorso, come si legge nel piano di Nudm, “L’orientamento e l’inserimento lavorativo sono fondamentali per i percorsi di liberazione e autonomia delle donne che fuoriescono dalla violenza, in quanto consentono la rottura dell’isolamento, la riacquisizione di autostima, la capacità di riconoscere le proprie competenze, abilità e limiti per assicurarsi una reale indipendenza, soprattutto dal punto di vista economico”. Anche l’accesso al lavoro (elemento necessario anche se non sufficiente a garantire un minimo di autodeterminazione economica e di vita) è tutt’altro che realizzato per le donne italiane: meno del 60% di esse ha un lavoro extradomestico e il loro salario è del 24% inferiore a quello dei maschi, come è generalmente inferiore la qualità delle mansioni svolte (vedi ad esempio la consistente presenza nel settore dell’informatica, ma non nei ruoli di programmatori o apicali). L’accesso e la continuazione del lavoro sono compromessi dalla necessità di conciliare lavoro domestico e di cura, cui le donne dedicano 1000 ore all’anno più dei loro compagni, che spesso induce all’auto-licenziamento (il 78% degli abbandoni volontari del lavoro è fatto da lavoratrici madri, mentre il 30% delle donne che lavorano lascia il suo impiego dopo il primo figlio). Così il “lavoro” diventa sempre più un concetto astratto: si dovrebbe parlare di super-lavoro, per chi ce l’ha, o di sotto-lavoro, o di pseudo-lavoro, o di lavoro completamente gratuito (una contraddizione in termini, purtuttavia reale), di non lavoro eccetera eccetera.

Quanto alla povertà, crescente anche in Italia, l’85% delle famiglie monoparentali in povertà assoluta ha per capofamiglia una donna. I molteplici assalti al welfare e i tagli alla sanità e ai consultori rendono sempre più difficile la cura della propria salute riproduttiva e l’accesso alla contraccezione, mentre il dilagare dell’obiezione di coscienza ha compromesso grandemente l’attuazione della legge 194: in molte regioni d’Italia è praticamente impossibile abortire in ospedale (e ne fanno le spese più di tutte le ragazze molto giovani e le donne immigrate). Questa situazione non certo ottimale peggiorerà nel prossimo futuro grazie ai programmi del nuovo governo, sia per quel che riguarda il welfare (la promessa flat tax e le spese militari in programma avranno come diretta conseguenza la diminuzione delle spese per i servizi), sia per quel che riguarda l’autodeterminazione, con il ministero “per la famiglia” affidato ad un campione dei movimenti pro-life, per non parlare della stretta sicuritaria e razzista (una promessa già mantenuta) che andrà a colpire ancora di più le immigrate e gli immigrati, contro cui il movimento delle donne ha già preso posizione convocando una manifestazione nazionale a Ventimiglia per il prossimo 14 luglio.

Continuità e cambiamenti

“La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente tutti i rapporti sociali”, così affermavano Marx ed Engels nel Manifesto un bel po’ di tempo fa, e ciò è vero anche per quel che riguarda la condizione delle donne, che non è rimasta uguale a se stessa nel tempo, e non è uguale oggi nello spazio. Il capitale globalizzato mantiene ben ferma la necessità del patriarcato, col neo colonialismo, e del patriarcalismo nei paesi occidentali, per garantire la sua sopravvivenza alimentando la divisione del lavoro, la differenziazione e la contrapposizione ovunque: tra i sessi, tra le classi, tra popoli e nazioni, tra etnie e religioni, ed è evidente che, per quanto strettamente connessi siano i destini delle donne nel mondo, l’oppressione che subiscono non è identica né nella forma né nell’intensità.

Le lotte delle donne e le necessità del capitale hanno mutato almeno in parte la funzione della famiglia in occidente: essa non è più solo il luogo di riproduzione degli esseri umani, incoraggiata a parole (per fronteggiare l’invasione degli alieni extracomunitari), ma anche un luogo di mancata riproduzione, poiché le devastazioni ambientali, l’assenza di sicurezza del futuro, lo stress di una vita convulsa hanno aumentato esponenzialmente l’infertilità delle coppie, proprio quando l’atrofia della vita sociale spinge molte donne e molte coppie a vedere come sbocco fondamentale della propria vita la nascita di un figlio. Di fronte a milioni di bambini abbandonati nel mondo, si rende difficile e costosa l’adozione, e al tempo stesso si esaspera il valore della genitorialità biologica, a spese del senso di maternità e genitorialità sociale secondo la quale gli adulti si dovrebbero far carico dei piccoli indipendentemente dai geni che questi portano in corpo. Ma si sa, ciò che sa di sociale fa poco business, mentre il giro d’affari legato alle fecondazioni più o meno assistite, agli espianti e vendita di ovuli (solo in India, ci sono 3.000 cliniche che fanno questo) e la pratica aberrante dell’utero in affitto tocca cifre vertiginose. Il tutto sulla pelle delle donne, consenzienti, vero? Di essere riportate all’età della pietra (all’età del bronzo, per la precisione), dei miti greci secondo i quali una giuria di dei dell’Olimpo stabilì una volta per tutte che le donne erano incubatrici dei figli dell’uomo, ragion per cui il matricida Oreste fu assolto…

Allo stesso tempo la famiglia è sempre meno luogo di produzione di beni di consumo, ma sempre più luogo di erogazione di servizi e di cura alle persone e di organizzazione dei rapporti di queste con la società, ed è tutt’ora fondamento e luogo della divisione sociale del lavoro e di gerarchia tra i suoi membri. Non è più luogo di reclusione e controllo della sessualità delle donne (merci che acquistavano di valore se “l’onore” era rispettato, e garantito dal “patriarca”), ma è ancora modello univoco di rapporto interpersonale riconosciuto legalmente e socialmente, da cui la resistenza a riconoscere ogni altro tipo di rapporto, anche se teso a riprodurre un contesto “familiare”.

La crescente richiesta/necessità di uscire dall’ambito domestico dettata dalla maggiore istruzione, il maggiore desiderio di relazioni sociali, le maggiori aspettative che le donne hanno rispetto al proprio futuro, la caduta dei tabù “morali” legati alle unioni non santificate dal matrimonio e delle leggi che penalizzavano i figli nati fuori dal matrimonio, non hanno annullato l’esigenza della convivenza, che è affettiva, di sostegno, di vera condivisione, di socialità in una società sempre più avara di momenti collettivi, ma è anche legata ad una necessità economica, di unire i redditi per garantirsi una vita minimamente decente.

E tra i cambiamenti sociali in atto che ci pongono nuove problematiche e nuove sfide, dobbiamo includere (ma meriterebbe una trattazione a parte) la presenza sempre più significativa delle immigrate e degli immigrati, con cui è necessario stabilire un rapporto di conoscenza non paternalistica, che rifugga dall’idea di una solidarietà “condizionata” all’assunzione dei “nostri” valori e si impegni a lottare contro ogni forma di razzismo più o meno istituzionale e ad appoggiare le loro lotte e rivendicazioni non solo contro la militarizzazione del territorio e le vecchie e nuove misure di vessazione nei loro confronti quando si presentano alle frontiere, ma anche e soprattutto con la denuncia e la lotta contro le politiche imperialiste dei nostri governi che distruggono i loro territori di provenienza e li costringono ad abbandonarli.

Anche il tradizionale ruolo maschile è in parte travolto dalla crisi, dalla precarietà, dall’insicurezza, che rendono sempre più difficile il mantenere le prerogative di capo famiglia, di bread winner. ( su questo tema, rinviamo a “Donne, torniamo protagoniste”, un articolo delle compagne del Si.Cobas di Messina, che trovate sul blog Il Pungolo rosso). La maggiore autonomia delle donne mina la sicurezza dell’esclusiva del possesso del loro corpo, mentre permangono tutti gli stereotipi legati ai modelli ideologici e comportamentali della mascolinità, tra cui il mito della virilità e della forza fisica, a livello individuale, da cui deriva l’esercizio della violenza come soluzione dei conflitti  tra i sessi, in una logica di sottomissione delle donne che si estende anche ai rapporti tra individui e tra nazioni.

Questo mix di malessere sociale e di pressione ideologica  scatena contraddizioni nei rapporti tra i sessi e al tempo stesso mette in luce l’incapacità di affrontarle; ad essa gli uomini reagiscono con la deresponsabilizzazione, un atteggiamento parassitario, la non condivisione del lavoro domestico (quando magari la famiglia si regge sul solo reddito portato a casa dalla donna), un senso di frustrazione e paura dell’abbandono che scatenano reazioni violente, con una resistenza accanita nei confronti di ogni concezione paritaria del rapporto di coppia. Quanto più si impoverisce la vita sociale, tanto più si investono e si scaricano sulla coppia le proprie aspettative di realizzazione; quanto più viene meno la possibilità di controllo e di possesso, tanto più si è alla ricerca di rapporti asimmetrici, in cui si possa ribadire nei fatti la centralità del progetto di vita del maschio.

La necessità del sistema capitalistico globale di fagocitare ogni minimo segmento dell’attività umana inserendolo nel processo produttivo, e di controllare ogni singolo possibile venditore di forza lavoro, ha allargato le maglie dell’autonomia delle donne e la propria percezione di sé, così da rendere almeno in parte inefficaci gli stereotipi tradizionali. Per le giovani generazioni i tabù della repressione sessuale appartengono, se va bene, al paleolitico. L’idea del matrimonio come possibilità di farsi mantenere, sistemarsi, è nei fatti una chimera (neanche lavorando in due ce la si fa, di solito). Il bricolage, lavori e lavoretti fai da te, è giustamente cosa da vecchie signore in pensione. Perfino cucinare sta diventando sempre più un’“arte” maschile (ricorda, in modo certamente meno cruento, l’esproprio del sapere medico delle streghe…). Insomma, anche se sgobbano a casa e fuori da mattina a sera e sono fondamentalmente soggette alle ferree leggi del capitale e del mercato, anche quando non lo percepiscono soggettivamente, le donne sono sempre meno disponibili a farsi ingabbiare in ruoli e soggezioni predeterminate, a rinunciare a ciò che storicamente hanno duramente conquistato. Magari in una chiara e netta divisione dei ruoli di un tempo, quando andava bene, la donna era più garantita e anche rispettata, ma…no, grazie.

Questi cambiamenti parziali, questa limitata autonomia costituiscono comunque un pericolo mortale per il capitale, una contraddizione da lui stesso, in parte, creata, che si acutizza sempre più. Un’altra spina nel fianco da neutralizzare  sul piano pratico, economico, dove non ci sono concessioni da fare per alleggerire il carico del lavoro domestico o ridurre l’orario di lavoro (per chi ce l’ha): per dirla alla Endrigo/Salvini: la pacchia, che non è mai cominciata, è già finita…

E’ necessario ribadire con nuovi/vecchi mezzi la sottomissione delle donne a livello globale: con guerre, distruzioni e devastazioni economiche che impediscano loro di alzare la testa, e qui, con una ripresa in grande stile dell’attacco ideologico e culturale, del sessismo, della riaffermazione della rigida divisione di generi e ruoli, a cominciare dalla primissima infanzia, nelle scuole, primi luoghi di socializzazione dei bambini. Ciò si accompagna con la trasmissione di valori propri del neoliberismo; individualismo, concorrenza, autoreferenzialità, condito con qualche pizzico di razzismo, che non fa mai male. E’ tutta una visione del mondo che dovrebbe essere  criticata e combattuta, ben al di là dell’“accettare il diverso”, impostando una educazione che spinga a cercare le cause delle cose e a prendere posizione rispetto ad esse.

Il contrattacco capitalistico sul piano ideologico si è sviluppato in questi anni per cercare di stravolgere gli obiettivi del movimento degli anni 60/70 in particolare la lotta alla repressione sessuale e la spinta all’autodeterminazione, e annullare così le acquisizioni del movimento stesso. L’indebolimento della struttura familiare e la tendenziale uscita delle donne dalle case ha trasformato l’asservimento delle donne nella famiglia nell’asservimento all’uomo sociale, complice ed esecutore dei dettami e delle necessità della classe al potere. E’ necessario che non solo la forza lavoro delle donne divenga merce sul mercato, ma anche il loro stesso corpo. Questo deve essere esposto e usufruito socialmente, deve essere lo specchio della loro capacità/disponibilità ad entrare sul mercato del lavoro, a svolgere le funzioni richieste, non solo come lavoratrici, ma come donne. Si costruiscono stereotipi, canoni di bellezza per renderlo una merce che serve a vendere altre merci, come premio immaginario per chi le acquisterà. Per muoversi nella società, devi essere accettabile non come persona ma come essere sessuato (l’uomo invece è l’essere per eccellenza). Le donne sono messe in perenne conflitto col proprio corpo, in perenne concorrenza con le altre donne, eternamente giovani e attraenti. Raggiungere questo obiettivo alimenta un business miliardario, fatto di diete, chirurgia estetica, stili di vita costruiti e imposti dai furboni dell’alternativo. L’azione specifica sulle donne comporta la svalorizzazione permanente del loro corpo e delle loro persone, l’annullamento della loro dignità (questa parola che serpeggia ovunque sorgono le lotte degli sfruttati nel mondo), l’introiezione dell’universalità della merce fino a concepire se stesse come una merce da “autogestire” sul mercato globale. Le donne sono chiamate a diventare complici di questo mercato, fanno continua violenza su se stesse e sulle loro figlie. E’ il trionfo dell’ideologia dell’inclusione: l’idea che si possa autodeterminarsi diventando merce, che la merce possa essere gestita “in proprio”, senza sottostare alle generali e inflessibili leggi di mercato. E’ la condivisione dell’ideologia neoliberista, la rinuncia alla lotta contro gli imperativi fondamentali del capitale, a cui si chiede un po’ di spazio per coltivare la propria individualità. In sostanza la etero determinazione al posto dell’autodeterminazione.

Al tempo stesso la permanenza accanita del patriarcalismo a livello sociale, non solo nei gangli del potere, ma in tutte le forme associative, sindacali, partitiche, anche nelle forme più spontanee, nei movimenti di massa più “alternativi”, nei gruppi più “rivoluzionari”, rende estremamente ardua la partecipazione delle donne alla vita sociale e alla lotta. Quando queste si battono per i loro obiettivi, non ricevono un sostegno solidale ma vengono sistematicamente messe in secondo piano nelle azioni collettive, grazie alla teoria dei due tempi e delle contraddizioni principali e secondarie. (Su questo tema, rinviamo all’articolo “L’anatra zoppa – i comunisti e la questione di genere”, che si trova nel blog Il pungolo rosso). I movimenti effettivi delle donne, auto-organizzati dal basso a partire dalla propria specifica condizione, sono destinati a incontrarsi e arricchire le proprie rivendicazioni ed obiettivi facendo leva sugli elementi comuni, per un movimento di massa che abbia la forza di superare e il richiamo alla soggettività, alla individualità, alla irriducibilità delle differenze, che favorisce la frammentazione e la concorrenza tanto cara al neoliberismo, e spinge ad essere ancora più individui di quello che si è. Tutto può includere lo stato capitalista, purchè non vi sia rivendicazione, unità, lotta collettiva all’intero sistema sociale di sfruttamento e di oppressione. Purchè non vi sia tensione verso la convergenza (non la dissolvenza in essi) con gli altri movimenti di lotta, nei quali  far vivere la specificità dell’oppressione femminile e la lotta contro ogni discriminazione sessista. Purchè non si denuncino le vere cause, sistemiche, globali, dello stato in cui si trovano la grande maggioranza degli abitanti del pianeta.

Il sistema impersonale del capitalismo mostra oggi, in Italia e non solo, il suo volto più becero e aggressivo, dando fiato ad una propaganda in cui sono sempre più espliciti i riferimenti al nazionalismo, al razzismo, alla difesa dei “valori” dell’occidente. Questo attacco ideologico e le misure concrete che l’accompagnano fa leva sulle paure e le incertezze  causate da una crisi che non si risolve e mira a frammentare, sminuzzare, indebolire e infine compattare dietro di sé la stragrande maggioranza delle donne, gli sfruttati, i giovani senza futuro,  dietro le bandiere della difesa dell’interesse nazionale a spese nostre, degli sfruttati delle altre nazioni e dei popoli depredati e oppressi.

Una propaganda che ha qualcosa da dire, in specifico, anche alle donne (occidentali), ed è la contrapposizione intrisa di razzismo, con le donne dei paesi oppressi, in particolare con le donne mussulmane, presentate come vittime da salvare, a cui proporre (imporre) il modello occidentale di “liberazione”, un messaggio che si appella ai diritti delle donne per preparare il terreno a nuove guerre e aggressioni. Un messaggio da respingere in toto e contro cui lottare, come sono da respingere tutte le misure che taglieranno ulteriormente il welfare e la riproposizione di spinte familiste e anti-abortiste. Così, mentre dobbiamo fronteggiare l’assalto a diritti acquisiti da battaglie di mezzo secolo fa, diritti erosi nella realtà da decenni, ma ora sempre più aggressivamente contestati, dobbiamo anche individuare e fronteggiare le nuove sfide che ci derivano dai cambiamenti e dalle articolazioni della condizione femminile.

La realtà ci supera, mostrandoci il continuo sorgere di movimenti e lotte delle donne a livello mondiale. E’ necessario quindi uscire da un’ottica difensiva, necessariamente perdente, e guardare avanti, guardare oltre la partecipazione alle lotte in corso e i loro limitati obiettivi. L’aggressività del potere che avanza toglierà sempre di più spazi ed illusioni a soluzioni individuali. Il movimento mondiale delle donne e le contraddizioni che esso manifesta sono una fondamentale spina nel fianco del sistema capitalista, e un enorme potenziale per la lotta di tutti gli sfruttati. Raccogliere questa potenzialità, riannodare i fili, spetta a tutti noi.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...