Impoverimento reale e cause immaginarie, di M. Donato

Trovate qui di seguito un articolo dell’economista Maurizio Donato dell’università di Teramo sull’impoverimento della popolazione lavoratrice e la questione dell’euro. Quest’articolo sferra un bel colpo alla tesi dei “sovranisti di sinistra” secondo cui è stato l’euro a far impoverire i lavoratori abbassando il potere d’acquisto dei salari. Dati alla mano, Donato mostra come il fatto dell’impoverimento relativo e assoluto di chi vive e lavora in Italia sia cominciato ben prima dell’introduzione dell’euro nel 1999. L’impoverimento e’ iniziato nella seconda meta’ degli anni Settanta ed e’ stato particolarmente forte proprio nel periodo che va dalla meta’ degli anni Settanta fino al 1999, con la lira come moneta. In altri termini, Donato mostra come additare l’euro come causa dell’impoverimento “serv[a] a nascondere l’aumento dello sfruttamento” da parte della classe capitalistica: questa e’ la causa del peggioramento delle condizioni di vita e lavoro,  non il cambio della moneta. Non all’euro bisogna guardare, ma alla necessità del capitale, italiano e globale, di contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto, e in particolare alla necessità dei capitalisti italiani di restare competitivi in un mercato mondiale in cui si è fatta insidiosa la concorrenza della Cina e altri colossi, puntando molto sulla riduzione dei salari.

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Impoverimento reale e cause immaginarie. L’euro come capro espiatorio che serve a nascondere l’aumento dello sfruttamento

Maurizio Donato

3 ottobre 2018

L’impoverimento assoluto e relativo di chi vive e lavora in Italia è un fenomeno reale, evidenziabile da numerosi indicatori relativi alla dinamica del reddito pro-capite, dei salari nominali, dei salari reali in riferimento alla produttività del lavoro, della quota del lavoro sul PIL. Non emergono, al contrario, evidenze empiriche che possano mettere tali dinamiche in rapporto all’introduzione dell’euro, dal momento che la compressione dei redditi da lavoro è cominciata molto tempo prima del 1999.

Fig. 1 La crescita del reddito pro-capite in Italia (1951-2011)

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Il reddito pro-capite è uno degli indicatori economici più semplici da interpretare per consentirci di rispondere a questa domanda: da quando il reddito pro-capite in Italia cresce di meno? La risposta semplice: dalla fine degli anni ’60. Non da pochi anni, ma da molto tempo, anche se non ce ne accorgevamo, o almeno non tutti, per ragioni diverse. Ci sono stati e ci sono ancora cicli, ossia periodi brevi, di cinque, sei o sette anni in cui il reddito pro-capite cresce un poco di più e altri in cui cresce di meno, ma esiste un trend, una tendenza di lungo periodo, rappresentata nella Fig. 1 da quella semiretta a pendenza negativa che attraversa tutti i cicli e che sta a significare che, al di là delle oscillazioni di breve periodo, che sono certamente importanti e sono quelle che le persone notano e ricordano di più proprio perché influenzano la nostra memoria a breve termine, il reddito pro-capite di chi vive in Italia aumenta sempre meno da quasi 60 anni, e dunque per ragioni che non hanno e non possono avere niente a fare con l’euro. Tuttavia, nonostante si tratti di un indicatore importante, il reddito pro-capite soffre – come molte altre variabili economiche – di un ‘difetto’: trattandosi di una media, ha un significato statisticamente significativo solo se le differenze dalla media, le ‘diseguaglianze’, sono piccole, altrimenti conviene utilizzare aggregazioni diverse, rispetto alle quali le diseguaglianze – pur presenti – sono meno significative.

Il reddito delle famiglie dei lavoratori, il salario

Per chi ritiene che le classi sociali esistano e possano ancora costituire un fondamento teorico rilevante per l’economia politica, il salario è una di queste categorie, utile per analizzare le diseguaglianze economiche che possono riguardare donne e uomini, giovani e anziani, Nord e Sud, ma anche – ovviamente – le persone che vivono esclusivamente di redditi da lavoro e le famiglie che possono disporre anche di qualche forma di ricchezza derivante dal capitale. Come si è modificato nel tempo il salario reale, cioè il potere di acquisto dei lavoratori, in Italia? Siamo diventati – come lavoratori – più ricchi o più poveri? E, soprattutto ancora per quello che ci riguarda in questo contesto, da quando?

Fig. 2 Labour compensation per hour worked (Italy and USA, 1971-2016)  [Source OECD: https://data.oecd.org/lprdty/labour-compensation-per-hour-worked.htm%5D

labor compensation.PNG

Con l’ausilio di dati di fonte OECD, è possibile mettere a confronto la dinamica dei salari orari di due o più paesi; nel nostro caso abbiamo scelto Usa e Italia per mostrare come sia evidente che la tendenza alla compressione salariale dati da molto tempo e che, particolarmente durante gli anni ’80, i saggi di variazione dei salari di chi lavora in Italia abbiano conosciuto un crollo che ha poi portato nel tempo alla stagnazione e financo alla diminuzione in livelli.

Se si sceglie un intervallo temporale adeguato, l’interpretazione della dinamica dei salari non sembra lasciar spazio ad equivoci: il salario reale di chi lavora in Italia cresce sempre meno dagli anni ’70 e, se da qualche anno a questa parte diminuisce, si tratta solo della coda di una tendenza di lungo periodo, dunque di carattere strutturale. Chi lavora in Italia è effettivamente sempre più povero, ma non da quando è stato introdotto l’euro e dunque non per ‘colpa dell’euro’, ma per ragioni evidentemente diverse.

Fig. 3 Andamento del salario reale in Italia, 1958-1998 (elaborazioni dell’autore su dati ISTAT) [Industria blu, Commercio viola]3.jpg

E’ forse la produttività la causa dell’impoverimento dei lavoratori? E – se sì – in che senso?

Produttività del lavoro e salari in Italia e negli USA [Fonte: Ernesto felli, https://sofiaeconomics.wordpress.com/]

Fig. 4

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Fig. 5

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La produttività del lavoro ha continuato a crescere in Italia, e a crescere molto, fino alla seconda metà degli anni ’90, con una forbice crescente rispetto ai salari reali, che indica come guadagni derivanti dalla produttività ci siano stati, e molto significativi, ma non sono andati al lavoro. E’ dunque sicuramente vero che la produttività in Italia ha smesso di crescere da 20 anni, ma non è possibile sostenere che i salari siano bassi o crescano poco per effetto della diminuzione della produttività, perché durante tutti i lunghi anni in cui la produttività cresceva, questo non migliorava la condizione economica dei lavoratori.

Il salario relativo e la quota dei redditi da lavoro sul PIL (o sul valore aggiunto)

Come gli scrittori classici di economia politica sapevano bene, e come è saggio tenere a mente, in un’ottica che tenga conto dell’esistenza delle classi sociali non è importante solo sapere se, quanto e da quando si sia modificato il reddito da lavoro, o il salario reale in termini assoluti, ma quanto sia aumentato o diminuito rispetto ad altri redditi, tipicamente i redditi da capitale.

La quota dei redditi da lavoro sul PIL [Fonti: Fig. 6 Ernesto Felli, https:/ /sofiaeconomics.wordpress.com/ – Fig. 7 Stefano Perri http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/lavoro-e-sindacato/quota-salari-e-investimenti-alcuni-effetti-delle-riforme-del-lavoro/%5D

Fig. 6

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Fig. 7

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Una conferma e una sorpresa. La conferma è che la quota del reddito che spetta al lavoro – che era cresciuta durante gli anni ’60 – è crollata a partire dalla seconda metà degli anni ’70: se ipotizziamo pari a 100 il PIL in Italia, da più di 40 anni la fetta di questa torta che va ai redditi da lavoro – tralasciando in questo caso i noti e rilevanti problemi di imputazione del lavoro autonomo – è sempre più piccola; era più del 70%, adesso è più o meno il 55%. Questo non solo conferma la ‘sensazione’ dei lavoratori di essersi impoveriti ma ci indica che, mentre i lavoratori si impoverivano, i percettori di redditi da capitale vedevano aumentare la grandezza della propria fetta indipendentemente dalla valuta di riferimento.

Nel periodo che va dal 1960 al 2014 la produttività del lavoro è aumentata in Italia del 235% (un saggio annuo del 2,5%) e il salario reale è cresciuto del 137% (1,8% l’anno in media): quello che ne risulta usualmente viene definito come un aumento delle diseguaglianze e può altresì essere considerato come aumento dello sfruttamento.

La ‘sorpresa’ è che, da quando è stato introdotto l’euro, sebbene di poco, la fetta di reddito che va ai lavoratori è diventata maggiore, non minore: la dinamica negativa della produttività del lavoro ha danneggiato la profittabilità, ossia ha danneggiato alcuni capitalisti, tipicamente minori, e questo ha temporaneamente ridotto la dinamica negativa del salario relativo che, peraltro, non è un fenomeno unicamente italiano.

Conclusioni

Hanno torto i leader politici che si ostinano a negare o sottovalutare una importante evidenza economica: i lavoratori si sono impoveriti, e insistere sulla circostanza per cui – in un ridotto orizzonte temporale – uno zero virgola qualcosa in più è meglio di uno zero virgola qualcosa in meno è allo stesso tempo vero, ma banale e tragicamente inutile perché nasconde una dinamica strutturale di segno assolutamente contrario. Hanno ancora più torto coloro che, pur riconoscendolo, attribuiscono tale impoverimento a fenomeni esterni come l’immigrazione o l’introduzione dell’euro: le cause dell’impoverimento e del blocco della crescita vanno cercate altrove.

Come ci ha mostrato nei suoi lavori l’antropologo René Girard, un capro espiatorio è un espediente tragico per scaricare sentimenti di violenza su vittime innocenti.

 

 

 

 

 

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