Le carovane degli emigranti centro-americani sfidano i governi del continente, di D. La Botz

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Strano, ma vero: ben poca attenzione è stata riservata in Italia dalla sinistra “antagonista” alla carovana degli emigranti che, partita il 12-13 ottobre dalla città honduregna di San Pedro Sula, ha ora raggiunto, con i suoi drappelli di avanguardia, il confine tra Messico e Stati Uniti. Sarà per la diffusa indifferenza alle lotte degli sfruttati del Sud del mondo (c’è stata, al contrario, un’attenzione molto maggiore ai loro governi “progressisti”), sarà per la diffusione all’estrema sinistra di un’attitudine salviniana nei confronti degli emigranti/immigrati, come che sia, sta passando quasi inosservata una iniziativa di lotta molto significativa. Che, come dice il testo qui tradotto di Dan La Botz costituisce un atto di sfida al capitalismo e all’imperialismo (non solo a quello nord-americano).

Le informazioni che l’articolo di La Botz fornisce si possono integrare con quelle provenienti da altre fonti, dai quotidiani messicani La Jornada o El Diario, e dal testo di Andrés Alsina, Amérique centrale. D’où viennent-elles et qui composent ces caravanes? Est-ce «les envahisseurs» dénoncés par Trump?

Da parte della popolazione messicana ci sono state diverse manifestazioni di solidarietà, e anche alcune autorità locali messicane hanno aiutato la prosecuzione della marcia. Ora la patata bollente passa nelle mani di Trump, che ha già schierato 5.000 soldati al confine, in aggiunta alle guardie di frontiera e alle pattuglie di volontari più o meno legate ai suprematisti bianchi, pronti a fare fuoco. La complicazione, per loro, è che hanno davanti a sé dimostranti decisi a non fermarsi. Sono iniziati i gesti di sfida, soprattutto dei dimostranti più giovani, verso i soldati statunitensi (nell’imbarazzo di alcuni di questi soldati), mentre in prossimità del confine si può leggere sul costone di una collina la seguente scritta: “Nessun ostacolo ci può impedire di realizzare i nostri sogni. Siamo messicani. Siamo inarrestabili” (El Diario, 15 novembre).

Questa lotta ci riguarda in pieno, la sentiamo pienamente nostra.

***

Dan La Botz*
Viento Sur, 12/11/2018

Gli emigranti centro-americani, sia disperati che coraggiosi, si sono posti al centro della politica messicana e statunitense con la loro richiesta di asilo e rifugio. Come  ha detto il capo dell’Ong Pueblos Sin Fronteras a un giornalista: “Questa non è solo una carovana, è un esodo creato dalla fame e dalla morte”.

Le migliaia di emigranti organizzati in carovane che dall’America centrale, attraverso il Messico, camminano verso il nord e gli Stati Uniti – per circa 3.000 miglia – hanno lanciato una sfida ai governi e alle popolazioni del Nord America. Prodotto della povertà e della violenza, la loro lunga marcia è una critica implicita ai governi centro-americani che non sono riusciti a proteggerli e gli hanno reso impossibile  guadagnarsi da vivere nel loro paese di nascita. Allo stesso tempo, è una denuncia del Messico, dal momento che devono viaggiare in carovane a causa della violenza che gli emigranti affrontano in Messico sia per mano di gang criminali che della polizia corrotta. E quando questa carovana raggiungerà il confine, sarà una sfida per gli Stati Uniti, se aderire o no alle sue leggi e agli accordi internazionali che consentono agli emigranti di presentare richiesta per lo status di rifugiato o di richiedente asilo.

Al di là di tutto ciò, tuttavia, il semplice atto di essersi messi in cammino verso nord è un atto di resistenza coraggioso e provocatorio contro il sistema economico e politico che caratterizza il Nord America, con i suoi “mercati liberi”, i suoi governi autoritari e il suo fallimento nel soddisfare i bisogni umani fondamentali di milioni di esseri umani. [Con questa loro iniziativa] gli emigranti hanno messo alla prova il capitalismo contemporaneo e l’imperialismo.

Sfuggire alla povertà e alle ingiustizie

Questi emigranti – uomini, donne e bambini – hanno formato la loro carovana alla fine di ottobre. Per anni gli emigranti hanno viaggiato in gruppi a causa del pericolo che corrono in America centrale e in Messico di essere picchiati, derubati, violentati, rapiti o uccisi da criminali o dalla polizia, ma le carovane di migliaia di persone rappresentano un fatto nuovo. Di solito gli emigranti pagano migliaia di dollari a contrabbandieri conosciuti come coyotes o polleros che provvedono a fargli passare i confini messicani e statunitensi. Queste nuove carovane migratorie, invece, si sono fatte strada attraverso il confine messicano travolgendo la polizia di frontiera, o attraversando il fiume Suchiate. Hanno costretto il governo messicano a permettere loro di entrare nel paese.

In Messico, gli emigranti sono stati sostenuti dalle amministrazioni locali, dalla Chiesa cattolica e da ong come Pueblos Sin Fronteras, che hanno contribuito a fornire loro acqua e cibo e li hanno anche aiutati a scegliere i migliori percorsi e i luoghi per i campeggi. Le ong hanno anche portato soccorso a molti di loro esausti, ammalati o feriti. Irineo Mújica, il direttore di Pueblos Sin Fronteras, ha riferito che la polizia messicana ha malmenato sia uomini che donne della carovana. “Mai nella storia delle carovane abbiamo visto tanta violenza. Capisco che il governo messicano è disperato, ma la violenza non è la soluzione”, ha detto Mújica. A volte i gruppi si sono staccati dalla carovana per trovare la propria strada o per approfittare del passaggio dei camion o affollandosi sui rimorchi. Secondo alcuni rapporti, mentre la carovana si spostava, circa 100 emigranti sono scomparsi, e secondo alcune fonti potrebbero essere stati rapiti dai cartelli criminali.

Mentre gli emigranti stavano arrivando, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, che entrerà in carica il 1° dicembre, ha proposto un programma di sviluppo internazionale per l’America centrale per andare alla radice dei problemi che causano le migrazioni e ha promesso che il suo programma di lavori pubblici creerà 400.000 posti di lavoro per messicani e immigrati. Parlando a fine ottobre, ha detto che in Messico ci saranno posti di lavoro per tutti, sia per i messicani che per i centro-americani. Di fronte alla sfida degli emigranti e sotto la pressione del presidente degli Stati Uniti Trump, il presidente messicano uscente Enrique Peña Nieto ha offerto agli emigranti un programma chiamato “Estás en tu casa” o “Stai a casa”, che fornirebbe asilo, permessi di lavoro, carte d’identità, cure mediche e istruzione. Allo stesso tempo, ha reso questo piano applicabile agli emigranti rimasti negli stati messicani meridionali del Chiapas e di Oaxaca. La carovana ha tenuto riunioni per discutere questa offerta, che è stata respinta dalla massa dei componenti la carovana. La maggior parte ha voluto continuare. Come ha detto uno di loro, “Questi stati sono sopraffatti dalla povertà, in Messico i posti di lavoro sono al nord.” Centinaia, tuttavia, hanno accettato l’offerta e hanno abbandonato la carovana.

In questo momento due carovane, composte nell’insieme da diverse migliaia di persone, hanno ora raggiunto Città del Messico dove il governo messicano ha offerto loro ospitalità nello stadio Jesús Martínez “Palillo”. Sono stati creati servizi igienici portatili, ma inadeguati al numero di persone e visitatori, per cui si sono venute a determinare delle condizioni insalubri. Edgar Corzo Sosa della Commissione nazionale per i diritti umani afferma che “le donne incinte e, soprattutto, i neonati, sono i più vulnerabili. Non c’è nessun censimento, è complicato, ma un terzo della carovana è costituito da bambini, e ci sono complessivamente circa 5.000 persone”.

Trump, facendo una campagna febbrile, partecipando a 17 raduni elettorali per sostenere i candidati al Senato nelle elezioni di medio termine, ha fatto della carovana il centro della sua campagna elettorale. Ha definito la carovana una “invasione”, ha affermato che gli emigranti sono membri di Mara Salvatrucha o del MS-13, “criminali incalliti” e ha sostenuto che tra loro ci sono “mediorientali” (cioè “terroristi”). Ha pure minacciato di inviare 15.000 soldati statunitensi al confine e ha detto che i soldati americani potrebbero sparare agli emigranti se questi lanciassero pietre. Ha minacciato di tagliare gli aiuti ai paesi centro-americani da cui sono venute le carovane e ha anche prospettato di usare il suo potere esecutivo per porre fine al diritto costituzionale alla cittadinanza per tutti coloro che nascono negli Stati Uniti.

Cosa ha causato la crisi delle carovane?

 Alla base dell’attuale crisi migratoria c’è l’imperialismo americano. La storia degli Stati Uniti in America Centrale è una lunga storia che affonda nel diciannovesimo secolo, ma il capitolo più recente inizia nel 1981 quando il presidente degli Stati Uniti Reagan appoggiò i governi di destra in Guatemala e El Salvador e intervenne anche contro una rivoluzione popolare in Nicaragua. Le armi statunitensi si riversarono a fiumi in quei paesi durante le guerre civili che durarono fino agli anni ’90. Quelle guerre hanno prodotto centinaia di migliaia di morti e causato la rovina di intere zone di questi paesi.

In queste nazioni centroamericane la pace fu negoziata a metà degli anni ’90, proprio mentre i governi degli Stati Uniti e del Centro America stavano negoziando l’Accordo centro-americano di libero scambio, un trattato che apriva le loro economie alla concorrenza straniera. Questo trattato ha devastato le industrie locali e l’agricoltura, causando una vasta disoccupazione. Gli agricoltori hanno perso le loro fattorie; le fabbriche hanno gettato in strada i loro operai.

Lungo più di un decennio e mezzo di guerra la regione è stata invasa da armi pesanti e lo smantellamento dei vari eserciti ha lasciato migliaia di persone senza lavoro e mezzi di sussistenza. Il governo degli Stati Uniti ha varato una catena di operazioni di spaccio di droga che sono state utilizzate per finanziare i Contras in Nicaragua, operazioni che sono continuate anche dopo la fine della guerra. Negli anni ’80, gli Stati Uniti hanno iniziato anche a deportare (dal loro territorio) membri delle gang criminali centro-americane in gruppi come MS-13 e M-18. Molti di questi uomini e donne non avevano mai avuto contatti con i paesi in cui erano stati deportati, e una volta tornati in America centrale, hanno formato dei rami delle bande di cui erano membri negli Stati Uniti. Questo mix tossico di gruppi addestrati alla violenza, armi pesanti facilmente disponibili e attività criminali ha reso il “triangolo settentrionale” del Centro America, i paesi centro-americani dell’Honduras, El Salvador e Guatemala alcuni dei paesi più violenti del mondo, con tassi di omicidi tra i più alti del mondo.

L’intervento imperialista più recente in America centrale è avvenuto quando Obama e il suo segretario di Stato Hillary Clinton hanno sponsorizzato un colpo di stato militare in Honduras contro il presidente di sinistra democraticamente eletto Manuel Zelaya. Da allora, il governo antidemocratico del presidente Juan Orlando Hernández ha istituito un modello neo-liberista che ha approfondito la dipendenza economica del paese dagli Stati Uniti, peggiorando le condizioni di vita di milioni di honduregni. Hernández ha anche criminalizzato gli organizzatori della carovana che hanno tentato di rispondere con la loro iniziativa alla crisi devastante che tanti honduregni hanno vissuto.

Oggi una nuova élite domina l’America centrale. Come hanno scritto Aaron Schneider e Rafael R. Ioris, dopo le straordinarie violenze nelle elezioni honduregne del 2017, c’è stato “un crescente consolidamento del potere di un nuovo tipo di alleanza di destra in Honduras e in tutta l’America Latina: un’alleanza che riunisce il potere delle élite tradizionali e delle élite finanziarie che hanno beneficiato più recentemente del neoliberismo globalizzato. Questa alleanza è emersa tra le ceneri della Guerra Fredda e l’alba del Washington Consensus…”.

Oggi: povertà e violenza

La povertà è stata e rimane endemica nella maggior parte dell’America centrale, dove circa un terzo della popolazione vive in estrema povertà. L’estrema povertà è definita dalle Nazioni Unite come “una condizione caratterizzata da grave privazione dei bisogni umani fondamentali, tra cui cibo, acqua potabile sicura, strutture igienico-sanitarie, salute, alloggi, istruzione e informazione.” La Banca Mondiale ha tradotto di recente questa condizione in termini economici, inserendo in questa condizione gli individui che guadagnano meno di $ 1,90 al giorno.

Come ha affermato l’Organizzazione internazionale del lavoro un anno fa, “Oltre 50 milioni di giovani in America Latina e nei Caraibi affrontano un mercato del lavoro caratterizzato da disoccupazione, informalità e mancanza di opportunità.”. Circa la metà delle persone in America Latina lavorano nell’economia informale, mentre nell’America centrale il tasso è compreso tra il 40 e l’80% – e sono lavoratori che lavorano per padroni che spesso violano le leggi sul lavoro e non offrono alcuna garanzia, oppure sono venditori ambulanti o autonomi con microimprese. La mancanza di posti di lavoro e di una retribuzione dignitosa comporta una vita vissuta in case misere e cattive condizioni di salute, mentre le famiglie devono affrontare l’insicurezza e i bambini sono esposti a un grave rischio di malnutrizione che può influire sul loro sviluppo fisico e mentale.

Anche il cambiamento climatico sta giocando un ruolo nella migrazione centro-americana. Secondo Scientific American, quest’anno la siccità ha privato del loro cibo circa 2,8 milioni di abitanti della regione. La siccità ha colpito il cosiddetto “corridoio secco” dell’America centrale, che attraversa il sud del Guatemala, l’Honduras settentrionale e il Salvador occidentale. Olman Funez, un giovane agricoltore di Orocuina nel sud dell’Honduras, ha dichiarato: “La siccità ci ha uccisi. Abbiamo perso tutto il nostro grano e i fagioli.”

Le scelte fatte a Washington e a New York, le decisioni di promuovere i cosiddetti “mercati liberi” o di continuare a consentire l’espansione di carburanti come carbone e petrolio, hanno portato miseria all’America centrale, esacerbando la povertà e hanno messo in moto le persone, spingendole ad andare fuori, a mettersi in movimento verso nord, ad andare dove possono trovare lavoro.

Nelle nazioni centro-americane la violenza è anche uno stile di vita, e recentemente il tasso di violenza è aumentato. Il Guatemala è stato violento per anni, ma il terrore è aumentato di recente. Se è vero che chiunque potrebbe essere ucciso in qualsiasi momento (in modo accidentale), gli attivisti contadini e operai sono spesso vittime di violenze. Tra il 9 maggio e l’8 giugno, sette leader di organizzazioni contadine sono stati uccisi in Guatemala.

Come scrive Simon Granovsky-Larsen, “I dati raccolti dalle organizzazioni per i diritti umani nel corso degli anni mostrano il seguente quadro relativamente stabile: al di fuori delle sparatorie della polizia o dei militari nel corso delle proteste di massa, in Guatemala un difensore dei diritti (dei lavoratori) è stato ucciso ogni mese o due fino al 2000. Ma gli omicidi dei campesinos avvenuti nel 2018 cancellano ogni previsione basata su queste medie, con lo scatenamento di una violenza scioccante. Il Guatemala non ha visto nulla di simile dalla fine ufficiale della sua guerra civile nel 1996”. La violenza contro i leader dei contadini è finalizzata non solo a fermare la loro organizzazione sindacale, ma anche a dissuadere i contadini dallo sfidare il governo con iniziative politiche.

Una ribellione democratica popolare contro il regime autoritario di Daniel Ortega in Nicaragua è stata violentemente repressa dal suo governo con arresti, torture e centinaia di morti, portando decine di migliaia di nicaraguensi a fuggire nella vicina Costa Rica. In alcuni stati centro-americani la violenza politica si è combinata con la violenza criminale diffusa in tutta la regione, producendo un bagno di sangue in via di espansione. I sopravvissuti al massacro si sono uniti alla marcia attraverso il Messico verso gli Stati Uniti per sfuggire alla miseria e alla violenza che li circondano.

La sfida che affronta la carovana negli Stati Uniti

 Le carovane degli emigranti affrontano la loro sfida più grande al confine tra Stati Uniti e Messico quando cercano di presentare le loro domande di status di rifugiato o di richiedente asilo. Gli immigranti devono presentare la loro domanda di asilo a un giudice dell’immigrazione, il che significa che devono ottenere un’udienza di immigrazione. Gli immigranti negli Stati Uniti per ragioni economiche, quelli che vengono semplicemente perché vogliono lavorare e guadagnarsi da vivere, non hanno diritto allo status di rifugiato o di richiedente asilo. La legge statunitense definisce il rifugiato o colui che chiede asilo come “una persona che non è in grado o non vuole tornare nel suo paese di nascita a causa di persecuzioni o di un fondato timore di persecuzione per ragione di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o opinione politica”.

Oggi gli Stati Uniti offrono una speranza a pochi rifugiati. Sotto George H.W. Bush il governo statunitense accettò tra 125.000 e 142.000 rifugiati. Negli anni 2000, gli anni di George W. Bush e Obama, gli Stati Uniti ammettevano circa 80.000 persone ogni anno. Tuttavia, ai sensi del Refugee Act del 1980, il presidente ha la responsabilità, in consultazione con il Congresso, di fissare per ogni anno fiscale un numero massimo di rifugiati da ammettere negli Stati Uniti. Quest’anno sono stati ammessi solo circa 22.000 rifugiati. Trump ha detto che quel numero sarà di 30.000 per il 2019.

Ha dichiarato: “Gli Stati Uniti non saranno un territorio per gli emigranti e non ci sarà una struttura per la detenzione di rifugiati”. Ha minacciato di chiudere del tutto il confine meridionale degli Stati Uniti, anche se per ragioni economiche sembra improbabile che lo faccia. La Homeland Security di Trump ha usato la polizia di frontiera degli Stati Uniti per “negare sistematicamente l’ingresso ai richiedenti asilo”. La politica dell’amministrazione Trump è che tutti gli adulti che attraversano il confine senza previo controllo o senza documenti di immigrazione devono essere arrestati. Quando vengono arrestati, i bambini sono ora sistematicamente separati dai loro genitori, e questo è già accaduto a migliaia di persone, tra cui centinaia di bambini piccoli. La settimana scorsa Trump, invocando la necessità di difendersi da una minaccia alla sicurezza nazionale proveniente dall’estero, ha ordinato che a qualsiasi immigrato che attraversa la frontiera (senza regolare permesso) sia negato l’asilo. I gruppi per i diritti civili sostengono che molte delle politiche di immigrazione di Trump sono illegali e le stanno sfidando nei tribunali.

Il confine degli Stati Uniti è ora in gran parte militarizzato, con migliaia di agenti della polizia di frontiera sostenuti dalla Guardia Nazionale e anche da reparti dell’esercito. Tranne che lungo il Rio Grande, c’è un muro di confine quasi continuo tra gli Stati Uniti e il Messico. È possibile scalare il muro o attraversare gli spazi vuoti, anche se telecamere e radar controllano l’area; molti di quelli che tentano di attraversare il confine, vengono catturati, e centinaia di loro muoiono nel deserto ogni anno. Migliaia di emigranti riescono tuttavia ad arrivare dall’altra parte, e iniziano una vita nell’ombra, sotto la costante minaccia dell’arresto e della deportazione.

Nonostante ciò, la carovana va avanti, e ora sta dirigendosi verso le pericolose regioni aride del Messico settentrionale dominate dai cartelli della droga e dalla polizia corrotta che è in combutta con loro. Nel frattempo, in tutti gli Stati Uniti gruppi di attivisti per i diritti umani – religiosi e politici – si sono organizzati per andare al confine a salutare gli emigranti e portargli la loro solidarietà. Protesteranno contro le politiche del governo e tenteranno di accogliere coloro che vengono come rifugiati e richiedenti asilo.

La migrazione come lotta di classe

Questa carovana non è la prima e non sarà l’ultima. Come ha scritto recentemente Laura Weiss, “L’uso delle carovane come strategia per l’attivismo e la sopravvivenza è diventato popolare in America centrale. Dal 2008 in poi le madri centro-americane i cui figli sono scomparsi mentre attraversavano il Messico, effettuano una carovana annuale attraverso il Messico per creare consapevolezza intorno alla loro lotta. Nel 2012 il poeta Javier Sicilia, in seguito all’uccisione di un suo figlio, e il Movimiento Por La Paz con Dignidad y Justicia (il Movimento per la Pace con dignità) hanno organizzato una carovana attraverso il Messico e negli Stati Uniti per attirare l’attenzione sulla violenza della droga, e un certo numero di simili carovane si sono  messe in marcia negli anni successivi per protestare contro le violenze e gli abusi legati alle guerre di droga.” In Messico la pratica delle carovane risale a decenni addietro: ci sono state carovane di contadini, di insegnanti, di minatori. Sono nuove versioni dei pellegrinaggi religiosi che fanno parte della cultura centro-americana e messicana: persone che camminano per la loro fede, verso il luogo in cui una volta la Vergine visitò la terra, o un santo aiutò i poveri e gli oppressi. Camminando con Dio.

Di solito noi non pensiamo alla marcia come ad una forma di ribellione o di lotta di classe, ma in realtà spesso lo è. La carovana è stata definita un esodo, come l’esodo degli ebrei dalla schiavitù in Egitto. I neri in schiavitù negli Stati Uniti raccolsero la storia dell’esodo, vedendo se stessi come gli ebrei dell’Egitto, vivendo in schiavitù, sognando la libertà, e cantarono nel loro famoso inno: “Lascia andare la mia gente!”. Oggi gli emigranti sono impegnati nel loro esodo, camminando verso la libertà, anche se stanno scoprendo che il faraone non è solo in Egitto, non è solo in America centrale, ma anche in Messico e negli Stati Uniti. Tuttavia la carovana continua a procedere, tenendo gli emigranti nell’abbraccio della speranza, ispirandoli a lottare, motivandoci a solidarizzare con loro. Dopo tutto, siamo tutti implicati in questa carovana, in questo cammino verso la libertà.

L’autore di questo articolo, Dan La Botz, è il direttore di Mexican Labor News e coeditore di New Politics

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