Cuneo rosso, n. 3: Neocolonialismo e guerra agli immigrati

Non c’è due senza tre. Dopo l’intifada araba ed il numero dedicato a Crisi globale e scontro di classe in Europa, esce il n. 3. Il tema è Neo-colonialismo e guerra agli immigrati – un tema di enorme rilievo sociale e politico, ben al di là dei confini italiani, e una questione chiave per la formazione di un nuovo movimento proletario.

Il n. 3 inquadra le cause delle migrazioni verso Italia e Europa analizzando il fenomeno nella sua complessità; considera le politiche padronali e di stato contro emigranti e immigrati, ed anche le risposte di lotta che queste politiche stanno ricevendo. Critichiamo a 360 gradi le menzogne a sfondo razzista spacciate dai mass media su lavoro, salute, infortuni, welfare, scuola, criminalità e, ancora, sulla violenza (chi fa violenza a chi?), sulla cosiddetta “identità”, sui kampi di detenzione etc. Infatti, già pericolosa prima del governo Lega&Cinquestelle, questa propaganda è oggi lievitata, avvelenando mente e cuore dei lavoratori, e scavando un solco di diffidenza e odio tra proletari autoctoni e immigrati. Potete trovare l’indice completo a questo link.

Criticando la propaganda e, per converso, osservando e spiegando fatti su fatti, il n. 3 vorrebbe dunque essere una piccola “enciclopedia” per la lotta: per l’unità nella lotta tra proletari autoctoni e immigrati, in una prospettiva anti-capitalista e internazionalista.

A breve iniziano le presentazioni, in giro per lo stivale. Questi i primi appuntamenti: sabato 27 aprile a Milano, alla Calusca; giovedì 9 maggio a Pisa presso la sala ARCI; sabato 11 maggio a Lucca, nella sala riunioni di p.zza Aldo Moro Capannor. Per ricevere una copia del n. 3, o magari per presentarlo nella vostra città, scrivete a com.internazionalista@gmail.com

Qui sotto l’editoriale, clicca qui per la versione in arabo , inglese e francese.

La redazione del Cuneo rosso

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Una questione-chiave, per un nuovo movimento proletario

Da almeno due decenni non passa giorno senza che gli emigranti/immigrati siano sbattuti in prima pagina. Sui giornali, le tv, i social media. Una masnada di “esperti” (metà analfabeti, metà falsari, e spesso analfabeti e falsari), di giornalisti, di deputati, etc., li accusa di ogni malefatta. Importano criminalità, droga, prostituzione, malattie, costumi primitivi. Attentano alla nostra identità, alla nostra cultura, ai nostri valori, alle nostre donne, ai nostri anziani, alla nostra razza. Sono dei concorrenti sleali sul mercato del lavoro che rubano il lavoro ai “nostri”. Sono scrocconi venuti qui per campare alla grande sul nostro generoso welfare. Violano sistematicamente le nostre sacre leggi scritte e non scritte. Sono quindi un gravissimo pericolo, una gravissima minaccia da respingere con ogni mezzo a nostra disposizione, con una vera e propria mobilitazione di guerra. E già si trovano emarginati, sbandati, relitti umani o bande organizzate di aguzzini pronti a regolare i conti con loro qui, sul territorio nazionale, armi alla mano, a Macerata, a Firenze, a Rosarno, se non bastano i nostri amici in Libia, i malavitosi al soldo di Minniti e Salvini, a torturarli/e e violentarle/i sul suolo libico, e a inabissarli/le a frotte nel Mediterraneo, dopo averli rapinati dei loro miseri risparmi.

A seconda dei momenti cambia la figura-simbolo presa a bersaglio: negli ultimi tempi vanno per la maggiore i “clandestini” e i richiedenti asilo, specie se provenienti dall’Africa. Prima era toccato in sequenza ad albanesi, rom, rumeni, islamici, cinesi (quanto se ne pentì l’incauta Moratti…). In ogni caso, inferiorizzati, criminalizzati, demonizzati non sono mai solo i singoli gruppi presi di volta in volta a bersaglio; è – con loro – l’insieme degli “stranieri”. Anche quando si fa cenno formalmente alle eccezioni, queste sono usate per confermare la regola.

Ma da decenni non passa giorno senza che gli emigranti/immigrati sbattuti in prima pagina sui giornali, le tv, i social media, facciano sentire, come possono, la propria voce e le proprie ragioni con mille forme di resistenza individuali e collettive: proteste e rivolte nei campi, nei Cie, nei Cas, dimostrazioni, lotte sindacali, organizzazioni, associazioni, appelli, interviste, libri, canzoni, suicìdi. La componente più attiva e cosciente dei proletari immigrati non accetta di essere il capro espiatorio dei mali sociali che affliggono le classi lavoratrici autoctone, perché di questi stessi mali, super-sfruttamento, precarietà, insicurezza, assenza di futuro, soffrono anche loro. E a doppio.

Questa guerra di classe a intensità variabile, scatenata dai poteri capitalistici contro le lavoratrici e i lavoratori emigranti/immigrati è una delle questioni-chiave del nostro tempo, davanti a cui non si può restare neutrali. La posta in gioco è altissima, e non riguarda solo le lavoratrici e i lavoratori immigrati. Ne va della schiavitù o dell’emancipazione di tutti coloro che vivono del proprio lavoro. Padroni e governi ricorrono a ogni mezzo, aperto e coperto, per scagliare i proletari autoctoni contro quelli immigrati, per creare barriere di incomprensione e odio tra loro, tra le differenti nazionalità dell’immigrazione e anche dentro le singole nazionalità. Tale spaccatura è il segreto della stabilità del potere del capitale, sui luoghi di lavoro e nella società, non meno della contrapposizione tra occupati e disoccupati.

Questo segreto va svelato e fatto a pezzi. E va portata in luce la sostanziale coincidenza di bisogni e di interessi tra l’umanità lavoratrice autoctona e immigrata. È un’operazione urgente. Perché nella società italiana, come nel resto d’Europa, la presa di massa del razzismo di stato è crescente. Grazie al lavoro sporco compiuto dai governi e dagli apparati istituzionali negli ultimi decenni, dalla Lega, dalle destre vecchie e nuove e, in modo più subdolo ma altrettanto metodico, dal M5S. Senza nessuna forte opposizione di classe in campo. L’anti-razzismo a sfondo umanitario, con le sue petizioni a tutela dei diversi, dei poveri, dei deboli, dei disperati, o l’anti-razzismo a sfondo liberale che si esaurisce nella difesa della libertà di migrare e nella denuncia dei confini, sono argini fragili davanti ai cingolati della propaganda capitalista e agl’interventi repressivi degli stati.

Lo stato italiano, l’Unione europea, i capitalisti hanno dichiarato agli emigranti e agli immigrati una vera e propria guerra. Allora, à la guerre comme à la guerre! Il che significa, per noi, andare alle radici, alle cause di fondo permanenti, strutturali delle migrazioni internazionali, ai meccanismi del dominio colonialista-imperialista di ieri e di oggi, e dunque ai promotori di questa guerra. Significa demolire i concetti di “emergenza” migratoria e di “invasione” migratoria. Denunciare l’uso capitalistico anti-operaio della forza-lavoro coatta all’emigrazione, e la vera funzione delle politiche poliziesche di “chiusura” dell’Europa-fortezza e di esternalizzazione delle frontiere europee, di cui il governo Lega-Cinquestelle è campione (sulla scia, comunque, dei governi del Pd). Al tempo stesso, significa illustrare, per il presente e per il passato, il ruolo di avanguardie di lotta svolto spesso dai proletari immigrati, e dimostrare quanto l’ostilità e l’odio nei loro confronti sia un veleno che paralizza e uccide ogni capacità di resistenza dei proletari autoctoni.

Non siamo tra quelli che vanno alla ricerca perpetua dei soggetti proletari “puri” da esaltare contro quelli andati d’aceto. Non consideriamo le popolazioni immigrate come un unico blocco indistinto di sfruttati pronti alla lotta di classe anticapitalista. Ci è ben presente la loro crescente stratificazione sociale e la crescente esposizione ad assorbire i decadenti ‘valori’ individualistici propri delle società occidentali. Parliamo anche di queste complicazioni, ovviamente. Resta il dato di fatto che questa nuova, giovane componente del lavoro salariato ha portato qui le ardenti aspettative di riscatto di centinaia di milioni di sfruttati e sfruttate di colore, la loro voglia di scrollarsi di dosso il peso secolare della dominazione coloniale e neo-coloniale: nei propri paesi e in quell’Europa che si è arricchita nei secoli sulla loro pelle e le loro ossa. Per questo anche là dove vedi cenere, c’è il fuoco che cova. E di piccoli fuochi accesi dai lavoratori e dalle lavoratrici immigrate ne abbiamo visti in Italia nella logistica, nelle campagne, nei loro luoghi di reclusione!

Contro lo spirito cupo dei tempi, abbiamo fiducia anzitutto nell’oggettività dei processi in corso. Le migrazioni internazionali stanno rivoluzionando la composizione della nostra classe nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini, negli stessi uffici. Sta nascendo in Italia e in Europa un proletariato multinazionale, multirazziale, multiculturale. Quali che siano i pregiudizi ad arte diffusi e le discriminazioni, questo processo epocale indebolisce inesorabilmente le barriere nazionali. È un processo molecolare, vitale che sta andando avanti, in profondità. Ed è proprio la paura della sua grande forza che spinge le formazioni più aggressivamente razziste ad uscire allo scoperto, e aprire la caccia agli immigrati. Hanno fretta, sentono che il tempo non lavora per loro. Dietro di esse la mano del grande capitale e degli stati, anche se i personaggetti di primo piano sono quasi sempre fanatici (o finti fanatici) piccolo-borghesi, e la manovalanza è spesso composta di marginali.

Contro lo spirito cupo dei tempi, sulla base della fiducia nell’oggettività dei processi in corso e del progressivo, esplosivo incasinarsi delle contraddizioni aperte dalla grande crisi del 2008, diciamo: nulla è già deciso. Anche i lavoratori autoctoni sono sotto attacco da decenni in Italia e in Europa. Nelle borse, nelle banche, nei governi, nei parlamenti che li stanno massacrando, non sono certo gli immigrati “clandestini” o i richiedenti asilo a dettare legge! Un solco di sfiducia e di risentimento si va scavando tra i poteri costituiti e una massa crescente di salariati, e di cittadini comuni che non sfruttano il lavoro altrui. Ecco perché la prospettiva della solidarietà, dell’unità tra lavoratrici e lavoratori autoctoni e immigrati non è un programma donchisciottesco. La guerra del capitale al lavoro salariato è unitaria; tale può e deve essere anche la resistenza e la riscossa del lavoro salariato contro il capitale. In questa guerra dei nostri giorni l’internazionalismo proletario non è un vecchio cimelio da tirar fuori dalla cantina e spolverare, è l’espressione naturale e viva di una realtà di classe contemporanea che internazionale è già. In ogni singolo paese, in ogni singola città, in un gran numero di posti di lavoro. È contro questa dura realtà dei fatti che si romperà le corna la masnada dei “sovranisti di sinistra” dedita a riciclare con una tinta di “sociale” le tematiche anti-proletarie delle destre ultra-nazionaliste e razziste.

Una rivista è una rivista, ovviamente. Per quanto sognatori, non possiamo ambire a un pubblico di massa. Ma speriamo di avere apprestato per le nostre centinaia di lettori un’arma affilata di lotta da usare a livello di massa. Il resto verrà.

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