Lotta di classe negli Stati Uniti. Nespole, non mammole

Per molti gli Stati Uniti sono soltanto Trump, Bill Gates, il padrone di Amazon, il Pentagono, Wall Street, Obama, insomma l’élite super-capitalistica del potere, quella capace di ogni nefandezza. Per noi, invece, c’è anche un’altra faccia degli Stati Uniti, costituita dalla classe lavoratrice. E per quanto fatichi a far sentire la propria voce e a muoversi in autonomia, prestiamo la massima attenzione ai suoi passi e ai suoi movimenti. La società statunitense è profondamente spaccata, e l’avvento di questa devastante crisi (oltre 26 milioni di disoccupati in sole 5 settimane) renderà questa spaccatura ancora più insopportabile. Il testo che qui pubblichiamo dà solo una pallida idea di quel che sta arrivando, ma testimonia una volta di più che i proletari e le proletarie statunitensi non solo quella massa di sfegatati fan di Trump descritta con malizia professionale dalla stampa clintoniana (qui in Italia da Repubblica).

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Da Labor Notes, 22 aprile 2020

In questo momento di crisi senza precedenti, come possiamo garantire la sicurezza fisica e la condizione economica dei lavoratori statunitensi? Secondo un recente editoriale di quattro dirigenti nazionali dei sindacati pubblicato su USA Today  – “Il coronavirus è uno stress test per il capitalismo, e vediamo segnali incoraggianti” – la risposta sarebbe la collaborazione con “società ben gestite” che possono “guidare la ripresa procedendo insieme alla ricerca di nuovi modi per proteggere, pagare e trattenere i propri dipendenti”.

Con tutto il rispetto, noi siamo in disaccordo. Di fronte al coronavirus, l’unico modo per proteggere la vita e il sostentamento dei lavoratori è attraverso la lotta di classe, e non le coccole tra le classi [è un gioco di parole: “class struggle, not class snuggle”].

È vero: alcuni imprenditori, in risposta a COVID-19, hanno adottato misure che sono in certo modo a favore dei lavoratori. Ma è sorprendente che un editoriale scritto da dirigenti sindacali non riesca a notare l’ovvia ragione di questa benevolenza: queste aziende sono state costrette a farlo dall’azione dei lavoratori, inclusa la presenza dei sindacati.

Tutte le aziende, anche quelle con i CEO più illuminati, sono spinte dalla concorrenza del mercato a privilegiare i profitti sopra ogni altra cosa. Ecco perché gli appartenenti alla classe operaia non possono chiedere di salvarci alle società “buone”. Dobbiamo salvarci con le nostre proprie mani.

Ciò è vero nei luoghi di lavoro sindacalizzati, come dimostrato dall’impennata nazionale di infermieri che chiedono alle loro imprese di mettere le esigenze della sicurezza al di sopra dei loro profitti. Ed è vero nei luoghi di lavoro non sindacalizzati, come Amazon e Whole Foods, in cui i lavoratori hanno condotto nelle ultime settimane un’eroica ondata di scioperi per ottenere misure essenziali di protezione della loro salute.

Molte di queste lotte hanno già ottenuto importanti risultati. Amazon è stata spinta dalle proteste ad iniziare finalmente a fornire mascherine ai lavoratori dei magazzini e a misurare la temperatura dei dipendenti prima dell’inizio dei loro turni. E dopo lo scoppio dello sciopero, Instacart ha annunciato che avrebbe soddisfatto le richieste dei suoi dipendenti quanto ai kit di salute e sicurezza.

Ma ci vorrà molta più lotta e molta più organizzazione sui posti di lavoro per ottenere le urgenti misure economiche e sanitarie di cui i lavoratori hanno così disperatamente bisogno per superare la peggiore crisi delle ultime generazioni.

I lavoratori addetti alle produzioni essenziali in tutto il paese continuano a rischiare la loro vita in cambio di salari da povertà, a causa dell’avidità dei loro padroni. Sulle donne e sui lavoratori di colore questi oneri cadono in modo sproporzionato. Non è solo la nostra salute fisica ad essere a rischio oggi. Di fronte alla crisi del coronavirus, le tutele economiche di emergenza garantite negli Stati Uniti impallidiscono rispetto a quelle esistenti nella maggior parte dei paesi industrializzati.

Gli operai statunitensi in aziende con oltre 500 dipendenti o con meno di 50 anni hanno ancora un congedo per malattia pagato. Un assegno una tantum da 1.200 dollari dato dal governo non sarà affatto sufficiente a difenderci di fronte a quella che probabilmente sarà la peggiore crisi economica dal tempo della Grande Depressione, e lascia completamente fuori milioni di lavoratori privi di documenti. Infine, restiamo l’unico grande Paese al mondo a non garantire l’assistenza sanitaria universale come un diritto; quindi molti degli oltre 22 milioni di persone che hanno perso il lavoro nell’ultimo mese ora rischiano, oltre il virus, anche il fallimento [negli Stati Uniti, infatti, possono dichiarare fallimento, oltre le aziende, anche i singoli individui, e l’insostenibilità delle spese per la salute è la prima causa dei fallimenti individuali – n. n.].

Il capitalismo sta fallendo lo stress test di COVID-19 e certo non lo cambieremo facendo appello alla moralità dei leader aziendali. Gli imprenditori comprendono che la concessione di solide protezioni sociali e il riconoscimento dei sindacati ridurrebbe significativamente i loro profitti e il loro potere: ecco perché Amazon sta licenziando i lavoratori che hanno il coraggio di organizzarsi, perché il Trader Joe’s si sta dando da fare per spezzare il sindacato, e perché gli esponenti politici di entrambi gli schieramenti (repubblicani e democratici) supportati dalle imprese non hanno sostenuto l’ambizioso “People’s Bailout” [salvataggio del popolo] che questo momento richiede.

I sindacati oggi hanno l’opportunità politica e la responsabilità morale di aiutare a organizzare un movimento di tutta la classe lavoratrice, insieme organizzati e non organizzati, per lottare per la protezione della sicurezza e del benessere di cui tutti abbiamo bisogno. Come i lavoratori del mercato agricolo di Sprouts a McAllen, in Texas, che hanno ottenuto una maggiore distanza sociale nel loro impianto, costruendo una super maggioranza di supporto con i loro colleghi per chiedere al padrone condizioni di lavoro più sicure, non possiamo aspettare che le aziende facciano la cosa giusta, dobbiamo costringerli a farla.

Sottoscrivono:

Carl Rosen, President, United Electrical, Radio & Machine Workers of America (UE)
Sal Rosselli, President, National Union of Healthcare Workers
Maria Svart, National Director, Democratic Socialists of America
Jed Dodd, Vice President, Brotherhood of Maintenance of Way Employees Division-International Brotherhood of Teamsters
Dan Russell, Executive Vice President, UPTE-CWA 9119
C. Robert McDevitt, President, Unite Here! Local 54
John Pearson, President, AHS Chapter SEIU 1021
Ashley Payne, Vice President, Contra Costa County Chapter SEIU 1021
Richard Hooker, Secretary-Treasurer, Teamsters Local 623
Keon Liberato, President, Pennsylvania Federation-Brotherhood of Maintenance of Way Employees Division-International Brotherhood of Teamsters Local 3012
Dave Bernt, Teamsters Local 705 and Co-Chair, Teamsters for a Democratic Union
Rand Wilson, Chief of Staff, SEIU Local 888
Matt Taibi, Secretary-Treasurer of Rhode Island Teamsters Local 251
Peter Hart, Puget Sound Regional Director, Inlandboatmen’s Union of the Pacific/Marine Division of the ILWU
Cherrene Horazuk, President, AFSCME 3800, University of Minnesota Clerical Workers
Josh Armstead, Vice President, UNITE HERE! Local 23, DC Chapter
Sheigh Freeberg, Secretary-Treasurer, UNITE HERE! Local 17
Brenda Rodrigues, President, SEIU Local 888
Rebecca Garelli, Co-founder & Lead Organizer for Arizona Educators United
Laura Gabby, Trustee, Carpenters Union Local 157
Erin O’Callaghan & Sagen Cocklin, Co-Presidents, UIC Graduate Employees Organization, AFT Local 6297
Merrie Najimy, President, Massachusetts Teachers Association
Max Page, Vice President, Massachusetts Teachers Association
Adam Pelletier, Local President, AFGE Local 3343
Kelly Collings, Co-Chair, Caucus of Working Educators in the Philadelphia Federation of Teachers Local 32035, the DSA Unit of the WBNG

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