No al debito di stato. Sì alla patrimoniale del 10% sul 10% dei più ricchi. Dove prendere le risorse, e come impiegarle

Debate on size of public debt ignores fundamental issues : The ...

In questi giorni volano grandi numeri come fossero coriandoli. Non sono coriandoli, però, sono assegni a scadenza. Assegni che saranno obbligati a onorare tutti/e coloro che debbono lavorare per vivere, se non reagiranno e si batteranno organizzati per imporre la propria soluzione, immediata e di prospettiva, alla colossale crisi nella quale siamo stati precipitati.

Prendiamo l’ultimo numero ufficiale dato dal governo Conte-bis: 440 miliardi di euro di nuovo debito di stato da aggiungere ai 2.443 miliardi di gennaio 2020. Per l’UE nel suo complesso si parla di molte migliaia di miliardi di euro, e così per gli Stati Uniti. Lo stato italiano, dunque, ha deciso di accrescere smisuratamente il proprio debito nei confronti dei suoi creditori interni ed esteri. Che sono le banche, le assicurazioni, i fondi di investimento, il 10% più ricco della popolazione composto da grandi e medio-grandi capitalisti, manager, palazzinari, redditieri, boss della criminalità (si stima che abbiano nelle mani il 25% dei buoni del Tesoro), alti burocrati dei ministeri, generali, star dello spettacolo e dello sport, discendenti di famiglie nobiliari, etc. – insomma la crème del parassitismo sociale, gente abituata a succhiare il sangue di chi lavora a salario in automatico, senza neppure sporcarsi la bocca. La quota del debito di stato in mano a operai e salariati è quasi insignificante, se è vero che al 2018 la quota detenuta dall’insieme delle famiglie di tutte le classi sociali era solo del 5,4%.

Le forme specifiche di questo gigantesco nuovo indebitamento non sono state ancora decise. È in atto una trattativa con gli altri stati europei sul MES (il fondo salva-stati) e su altri strumenti, tra cui il cosiddetto Recovery Fund, fondo per la ripresa. È in atto un dibattito sull’emissione di titoli di stato a 30-50 anni che assicurino ai parassiti di cui sopra un buon tasso di interesse annuo, a crescere nel tempo, e siano totalmente esentasse. Ciò che, invece, è stato già deciso nelle alte sfere, è la parte della società obbligata a pagare questo debito: la classe lavoratrice (in senso lato). Perché, come spiegò Marx a suo tempo, “l’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico”. Vero ieri, ancor più vero oggi che il debito di stato si è moltiplicato, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, nel mondo intero – inclusi i paesi che pretendono di essere socialisti o progressisti. Quando diciamo “pagare”, intendiamo l’incremento dello sfruttamento del lavoro necessario a ripagare interessi e capitale dato in prestito. Perché – insieme alla natura, mai dimenticarlo! – è il lavoro vivo la fonte del valore o, detto volgarmente, della ricchezza sociale. Ed anzitutto dei favolosi patrimoni privati accumulati dai creditori dello stato.

Questo processo di indebitamento deliberato dagli stati, dai governi, dal FMI, dalla BCE, è presentato come inevitabile e benefico per tutti. Solo così, si sostiene, si può rianimare l’economia, salvare i posti di lavoro e tornare a guardare con speranza al futuro (vedi la retorica di Mattarella). Inoltre, una parte di questi fondi servirerebbe per la cassa integrazione e varie forme di sostegno ai più poveri. Cosa potrebbe esserci di meglio?

Noi contestiamo dalla a alla zeta questa narrazione, una droga spacciata dalla classe dominante. E alla soluzione dei poteri forti contrapponiamo la nostra soluzione: una patrimoniale del 10% sul 10% della parte più ricca della popolazione. Una rivendicazione che è un tassello, oggi importante, di un programma di lotta centrato sulle necessità urgenti ed immediate della classe lavoratrice, e finalizzato a colpire e rovesciare le attuali politiche sanitarie, ambientali e della riproduzione sociale, che hanno moltiplicato l’impatto letale del virus.

Non c’è dubbio, infatti, che il primo effetto della grande crisi economica innescata dalla crisi sanitaria sarà un enorme incremento della disoccupazione, della precarietà, della povertà. Già oggi, anche per chi ha conservato il lavoro, c’è spesso un ritardo nel pagamento dei salari e/o della cassa integrazione, ci sono decine di migliaia di famiglie proletarie, popolari scaraventate sul lastrico dalla morte di un/a congiunto/a, dall’impossibilità di pagare affitti, mutui, rate, assicurazioni, studi universitari, dalla rovina delle proprie piccole attività autonome – tutti fenomeni sociali che hanno fatto ricomparire in molte aree del Sud lo spettro della fame, e appesantito l’indebitamento dei singoli e dei nuclei familiari più disagiati. Per coprire le necessità più urgenti di sopravvivenza e di tutela della vita e della dignità di larghi strati sociali (pensiamo al salario di quarantena e al salario garantito per tutti i disoccupati), serve un’ingente massa di risorse.

Ne serve una altrettanto cospicua per mettere in atto una politica sanitaria di segno opposto a quella centrata in modo criminale sul profitto (e sulla riduzione dei costi) prima di tutto e al di sopra di tutto, che ha dato in questi mesi una prova disastrosa di sé. Non si tratta soltanto di far partire da subito un piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato che ricostituisca l’organico delle strutture sanitarie, e assorba per intero l’ampia fascia di lavoro precario esplosa nell’ultimo ventennio, consentendo al contempo la secca riduzione di carichi e orari di lavoro spesso divenuti insostenibili. Né si tratta solo di attrezzare le strutture sanitarie pubbliche (incorporando in esse senza indennizzo, quelle private) in modo tale che sappiano portare a termine (ancora non ci siamo affatto) lo sradicamento dell’epidemia, e siano preparate al ritorno di questa epidemia in autunno, o all’arrivo di una nuova epidemia a distanza di qualche tempo. Si tratta di dare il via a un completo rovesciamento delle politiche sanitarie mettendo al primo posto la prevenzione primaria, il massimo sviluppo della tutela della salute nei luoghi di lavoro attraverso la sanificazione degli ambienti e delle condizioni di lavoro (in Italia muoiono tuttora 4 lavoratori al giorno per “incidenti”!), dando forza e mezzi alla medicina del lavoro, alla medicina del territorio e di prossimità, colpite a morte dalle politiche di “austerità” dettate dai creditori dello stato. Si tratta, poi, di potenziare il sistema dei consultori, cacciando dalle Asl le lugubri associazioni “pro-life”. Si tratta, insomma, di realizzare in concreto, nei fatti, il principio che anche nei tempi migliori è rimasto in parte sulla carta: un’assistenza sanitaria effettivamente universale e gratuita per tutti e tutte – senza nessuna forma di discriminazione per le popolazioni immigrate. E, se si eccettuano le pedate nel sedere ai galoppini di Comunione e liberazione, quelle sono gratuite, l’affermazione del bisogno di salute della classe lavoratrice, incluso naturalmente il personale sanitario, ha un costo che i padroni del debito non intendono pagare. A meno che non siamo noi a costringerli con la lotta organizzata, con un mutato rapporto di forza.

La devastante crisi sanitaria esplosa – non a caso – soprattutto in Padania, ha messo in luce ciò che da decenni era stato denunciato dal nostro fronte (pensiamo a G. Maccacaro e a Medicina democratica): l’inquinamento ambientale è una fabbrica di malattie. Per quanto si sia cercato truffaldinamente di insabbiare questa verità, essa è venuta a galla. E la lotta reale all’inquinamento ambientale è un altro di quei compiti che, da un piano generale di trasporti pubblici su rotaia fino ad un piano generale di riforestazione, da una sistematica bonifica dei corsi d’acqua, dei laghi, delle terre, dei mari, alla riconversione produttiva degli impianti inquinanti, esige una mobilitazione straordinaria di risorse per fini sociali che uno stato sempre più nelle mani dei propri creditori assatanati di guadagni stratosferici a breve, medio e lungo termine, non può neppure concepire.

Per non dire, poi, dell’emersione della speciale violenza che l’attuale meccanismo di riproduzione sociale impone alle donne nei tempi normali e tanto più nelle emergenze – tra lavoro extra-domestico malpagato, accudimento dei figli e cura degli anziani, se va bene. Una condizione che l’estensione del lavoro da casa potrebbe solo aggravare, e che può cominciare ad esser superata esclusivamente con la radicale messa in crisi della divisione sessuale e capitalistica del lavoro, a cominciare dal “poco”: un piano per la costruzione su vasta scala di asili e nidi. Altre ingenti risorse! Per non dire di quelle che sarebbero necessarie per una vera messa in sicurezza dei territori, per un autentico piano-casa risolutivo dell’attuale crescente emergenza abitativa, e per una rielaborazione degli spazi urbani a finalità sociali (e non di rendita).

Dove prenderle queste risorse? Rispondono alcuni, anche nel sindacalismo di base e nella extra-sinistra: facendo debito, sforando i parametri del Fiscal Compact, chi se ne frega. Ma, stolti, non vi accorgete che è esattamente quello che stanno facendo il governo Conte e l’UE, e che voi non ritenevate possibile? E non sapete che il debito di stato è un debito di classe che comporta il sempre più radicale assoggettamento dei poteri statali alla classe dei creditori? Dicono altri, in questi stessi ambienti: a noi non interessa dove lo stato andrà a prendere le risorse necessarie, cavoli loro, l’importante è che li trovino. Un ragionamento puerile, dal momento che è noto dove si preparano a prenderle (e per ben altri fini): dal fondo-salari di questa e delle due-tre successive generazioni di proletari.

Diciamo invece noi: imposta patrimoniale del 10% sul 10% dei ricchi sfondati – quelli che tengono nelle loro grinfie il 40% e più della “ricchezza nazionale”. La cifra risultante è intorno ai 400 miliardi. Non si tratta, per noi, di redistribuire in modo più equo questa ricchezza per avere una società capitalistica “più giusta”. Tanto meno si tratta di una misura per far ripartire l’accumulazione su basi di maggiori consumi interni, creando una domanda aggiuntiva “dal basso”. No. Per noi questa patrimoniale mirata esclusivamente alla parte della società più gonfia di profitti, proprietà terriere e immobiliari, interessi, si motiva con l’emergenza sanitaria ed economica nella quale siamo stati precipitati proprio dalla classe capitalistica, dal sistema capitalistico – non ripetiamo qui che la genesi del Covid-19 è perfettamente capitalistica, lo diamo per assodato. La classe che vive del proprio lavoro non deve pagare per una catastrofe di cui non ha alcuna responsabilità. La patrimoniale così come da noi indicata, è una misura indispensabile per soddisfare le esigenze vitali immediate dei lavoratori e degli strati più deprivati, e per rivendicare – contro gli interessi capitalistici – una politica sanitaria, ambientale, della riproduzione sociale, della casa subordinata ai bisogni sociali generali di salute e risanamento ambientale, e all’effettivo sostegno dell’occupazione femminile e dei servizi sociali che per primi saranno messi in discussione dallo sprofondare della crisi. Ecco perché riteniamo minimalista l’idea di patrimoniale integralmente “redditista” avanzata da Potere al popolo – non tanto per i numeri, quanto per la sua concezione politica, che resta rinchiusa dentro il perimetro di questa società.

Naturalmente, come detto, questa rivendicazione politica – che riguarda, cioè, l’intera classe lavoratrice e il suo rapporto con la classe capitalistica, lo stato e le altre classi – è solo un tassello del nostro programma di lotta. Che è strettamente connesso ad una generale battaglia politico-sindacale per la difesa dei salari e per la riduzione drastica e generalizzata degli orari di lavoro a parità di salario per contrastare l’aggressione al salario diretto e la caduta del monte-salari da un lato, il dilagare della disoccupazione dall’altro. In una crisi di sistema come quella che si è aperta, il nesso tra lotta di difesa degli interessi e della forza dei lavoratori e contrattacco è strettissimo, dal momento che è oggettivamente esclusa l’ipotesi di un miglioramento progressivo e duraturo della condizione media della massa dei lavoratori. Al contrario, questa crisi potrà essere superata in senso capitalistico solo con il catastrofico peggioramento di tale condizione. Ecco perché la lotta per la patrimoniale 10% sul 10% e per gli obiettivi ad essa legati, se risponde a bisogni immediati e unificanti, è al tempo stesso parte integrante di una prospettiva rivoluzionaria di abbattimento di questo sistema, di storica espropriazione degli espropriatori.

Non a caso dal fronte di classe opposto al nostro, si leva furioso un coro unanime.

Patrimoniale? Mai! È un esproprio proletario!, strepitano editorialisti e influencer al soldo del mondo padronale. Semmai bisogna tagliare le tasse, introdurre la flat tax al 15%, dare soldi a fondo perduto alle imprese, realizzare la pace fiscale (eterna) con evasori di ogni rango, etc. – cioè ingigantire ancor più il debito di stato. Comprare il futuro, è il loro motto: il futuro di chi lavora, s’intende. Nell’attacco alla patrimoniale la destra è stata subito raggiunta da M5S e dai maggiorenti del Pd. Patrimoniale mai! L’ha spiegato il mammasantissima Draghi, e il discorso è chiuso. Al più, biascica qualche Pd, si potrebbe fare una mini patrimoniale sul… ceto medio più abbiente, o al modo di Amato e Monti, una “patrimoniale” che colpisca anche una buona fetta del proletariato, e lasci invece al sicuro le grandi fortune, i grandi finanzieri e capitalisti. Al più, mormora qualche dirigente di Cgil-Cisl-Uil (facendo capire che non ci crede neanche lui) facciamo una seria lotta all’evasione fiscale – lasciando ancora una volta al sicuro le grandi fortune costruite con l’elusione fiscale, l’esportazione dei capitali, etc., e facendo fare al “movimento operaio organizzato” la truppa di complemento al servizio dei grandi capitalisti, quelli che si cuciono le leggi addosso e hanno in pugno governo e parlamento, per punire i piccoli zaraffa che per crescere hanno bisogno di truffare il fisco. Quella lotta all’evasione fiscale che anche quando è stata condotta con una certa serietà e con metodo (borghese), per esempio da Visco, ha dato solo pochi spiccioli rispetto a quelli oggi indispensabili in questa drammatica emergenza.

No! Patrimoniale del 10% sul 10%. Per impedire a milioni di proletari di precipitare nella povertà, garantirgli il salario medio operaio e la copertura dei debiti contratti, e di poter restare a casa se non ci sono le necessarie garanzie sui posti di lavoro. Quindi, come mezzo di difesa. Ma anche come mezzo di attacco. Attacco alla classe che ci ha fatti piombare in questo disastro, per cominciare a rimuovere le cause del disastro, quelle che ci si vuole impedire perfino di discutere; e che già ora stanno fucinando nuovi virus e nuove crisi sociali. Un mezzo di attacco anche ideologico: perché va infranto il tabù che “la ricchezza dei ricchi, dei capitalisti non si tocca”, ed anche e soprattutto per affermare la necessità e l’idea di un’altra forma di società, di un altro sistema sociale. Nel quale il lavoro non sia più una merce da comprare e vendere, e all’occorrenza gettare nella spazzatura, e la natura non sia più uno scrigno da saccheggiare brutalmente a fini di profitto.

Ecco perché ci fa sorridere la lezioncina che hanno voluto darci alcuni economisti “sovranisti”: la patrimoniale sarebbe giusta, sostengono, ma non si può fare perché l’UE europea protegge la mobilità dei capitali. A parte che la mobilità dei capitali, e, specie per i pescecani di “casa nostra”, l’esportazione dei capitali era conosciuta da molto tempo prima della nascita dell’UE, è evidente che la nostra è una proposta di mobilitazione, di lotta anti-capitalista, di lotta al capitalismo. Non facciamo certo una supplica al governo Conte-bis perché ci ascolti. È una rivendicazione contro il governo Conte, contro il sistema bancario, contro la Confindustria, e i loro soci europei e statunitensi che presentiamo ai proletari e ai ceti impoveriti, che dovranno mettersi in moto se vorranno salvare la pelle e la dignità. Il nostro interlocutore è questo. A cominciare dai proletari delle grandi fabbriche che spontaneamente si sono rifiutati di restare al lavoro e dai proletari della logistica organizzati nel SI Cobas che hanno dato battaglia in tanti magazzini per difendere la propria salute (avendo dei caduti sul campo). E andando oltre, molto oltre.

Oltre i confini nazionali, ovviamente. Perché una rivendicazione come questa, un programma di lotta come il nostro, che include tra i suoi punti fondamentali l’abbattimento delle spese militari e il ritiro delle truppe italiane sparse in mezzo mondo a seminare guerre e devastazione, parla anche fuori dai confini nazionali a quanti si trovano nella nostra stessa condizione. La concentrazione e centralizzazione della ricchezza sociale, i sistemi fiscali regressivi – nei quali i più ricchi pagano meno dei lavoratori salariali – non sono certo né una privativa italiana, né una privativa europea. Anche questa nostra battaglia difensiva, offensiva, politica, ideologica è, perciò, un appello all’unità dei proletari di tutto il mondo nella prospettiva della lotta comune per il disconoscimento, l’annullamento del debito di stato, interno ed estero! Nella prospettiva internazionalista rivoluzionaria del superamento di questo decrepito modo di produzione e riproduzione della vita sociale che riesce ad “avanzare” sul suo tracciato solo attraverso catene di disastri e montagne di macerie.

28 aprile – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

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