Ultime dalla nostra America: il movimento prende forma

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo nuovo aggiornamento sull’evoluzione della situazione negli Stati Uniti dalla seguente pagina Facebook, il cui autore è impegnato a seguire gli avvenimenti con un’ottica e un sentimento internazionalista militante.

Già durante le prime proteste spontanee degli afroamericani, che stanno pagando a doppio i costi delle conseguenze della crisi causata dal virus e le stesse conseguenze sanitarie del virus (in termini di numeri di ammalati e morti), si è vista schierarsi a loro sostegno incondizionato tantissima gioventù proletaria bianca, di quella parte della gioventù che anche essa è senza riserve in questa crisi sistemica e globale del capitalismo.

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NYC Protesters March to Tweed Courthouse today, June 6, headquarters of NYC Department of Education; Class Struggle Education Workers demand: Police Out of the Schools and the Union! (FB MS)

Il movimento degli afroamericani prende atto del fatto che, forse per la prima volta con questa ampiezza, settori di sfruttati bianchi si schierano con loro senza chiedere nulla in cambio, senza chiedere su che cosa, come e dove organizzare ed orientare la lotta.

Già giovedì 4 giugno a Manhattan la manifestazione partecipata da decine di migliaia di ragazzi, ragazze, giovani precari, lavoratori degli ospedali ed essential workers, neri, bianchi e nocciola esprimeva questa consapevolezza.

Un mondo senza polizia significa che tutti hanno ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere e ciò di cui hanno bisogno per vivere una vita sana (K. Montgomery – BLM Mineapolis).

Negli accorati interventi degli afroamericani al comizio tenutosi a Central Park, Terrence Floyd – fratello dell’assassinato George Floyd – ha gridato alla piazza multietnica: “avete sentito cosa ho detto? Avete sentito? Ho detto potere al popolo, al popolo, non il mio popolo, il tuo popolo, ma il popolo di tutti noi”.

Ed il successivo intervento un altro afroamericano ha detto: “questo è un movimento di neri, questo è un movimento di bianchi, questa volta sarà differente”.

Due parti spaiate del campo degli sfruttati che si ritrovano unite nella lotta.

 

Sabato 6 Giugno, 11° giorno consecutivo di proteste

L’onda inarrestabile del movimento ha raggiunto tutti i 50 stati della federazione. Si è manifestato anche nelle città più piccole degli stati del Sud dove si è storicamente radicato il Ku Klux Klan. Ieri, 6 giugno 2020, imponenti manifestazioni si sono svolte a New York (devastata dal Covid-19), a Washington, Minneapolis, Los Angeles, Atlanta, Chicago. Non un unico corteo, ma diversi cortei che partono dai diversi quartieri accerchiando la city. A Washington, ancora una volta la protesta ha circondato i confini, sempre più blindati, della Casa Bianca.

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Washington D.C. 6 giugno – foto da The New York Times

Le manifestazioni si sono svolte per lo più pacificamente, ma non ovunque: a Seattle la polizia ha messo in atto azioni intimidatorie nei confronti dei manifestanti.

Poi nella notte, allo scoccare del coprifuoco, migliaia di manifestanti hanno nuovamente rotto le regole della legge marziale (e ci sono stati ancora gli arresti a New York non appena la polizia ha potuto individuare gruppi isolati di manifestanti). Questo dimostra che sebbene la crescita e l’estensione del movimento a livello nazionale appare avvenire attraverso “proteste pacifiche”, la repressione, la legge marziale, la militarizzazione della società ancora agiscono per soffocare la lotta sul nascere, per quello che ha significato finora e per evitare che si possa sviluppare un fronte unico tra questo movimento e le lotte dei lavoratori degli ospedali, della logistica, degli operai ed operaie degli impianti industriali legati all’agro-industria e alla lavorazione delle carni (che sta facendo migliaia di ammalati di Covid-19 e di morti tra i lavoratori, in nome del profitto di pochi e a danno della maggioranza della popolazione).

 

A Seattle i manifestanti hanno violato il coprifuoco per tutta la notte, e mentre scrivo il corteo protesta davanti ai cordoni della polizia e della Guardia Nazionale.

Amici o nemici?

Durante la giornata di ieri, il movimento nazionale di protesta ha cominciato ad individuare chi sono i nemici o i finti amici:

Il giovane sindaco democratico di Minneapolis Jacob Frame ha provato ad aggregarsi alla manifestazione, con tanto di mascherina nera al volto “I can’t breath”, ma è stato cacciato dal corteo con canti e grida “vergogna vergogna” e “Jacob go home”.

A New York cresce la richiesta di dimissioni del Governatore Cuomo e del sindaco De Blasio, non solo perché responsabili delle violenze della polizia e degli arresti di questi giorni durante le manifestazioni dei giorni scorsi e per aver imposto il coprifuoco, la legge marziale e dispiegato la Guardia Nazionale. Ma anche perché la protesta in tutta la nazione chiede a viva voce, non la riforma della polizia, bensì l’azzeramento dei fondi e del finanziamento del corpo di polizia.

Tra i finti amici della protesta sono tutti coloro che invocano una riforma della polizia, che dovrebbe rimuovere le cosiddette mele marce tra le fila dei COPS.

Tra questi infami ci sono i bonzi sindacali, veri collaborazionisti dello Stato razzista e criminale. Il presidente nazionale del sindacato dell’auto UAW che invita i manifestanti a distinguere le mele marce della polizia dalla maggioranza di quei “brave men and women in blue” che ci proteggono tutti.

Così come Richard Trumka, presidente del sindacato AFL-CIO, dopo che una delle sedi è stata attaccata alcuni giorni fa durante le proteste di New York, ha dichiarato che “il sindacato è contro tutte le forze dell’odio che cercano di dividere questa nazione…”. In sostanza: bianchi e neri, sfruttati e sfruttatori, siamo tutti americani e dobbiamo restare uniti. Questi capi sindacali invitano il movimento di protesta a fare “pulizia” al proprio interno, isolare e denunciare i cosiddetti “facinorosi” consegnandoli alla giustizia.

Fortunatamente, altri lavoratori rompono spontaneamente le fila, rifiutando ogni tipo di collaborazione con la polizia e con la repressione delle lotte. Stiamo parlando dei lavoratori dei trasporti pubblici, autisti dei bus e addetti alle metropolitane che hanno scioperato, a New York, Los Angeles, Atlanta, Minneapolis, Washington D.C. non appena sono venuti a conoscenza che le aziende di trasporti si erano accordate con i Dipartimenti di Polizia locali per fornire l’accesso e l’utilizzo dei mezzi pubblici per il trasporto dei manifestanti arrestati e per quello delle squadre di polizia e dei battaglioni della Guardia Nazionale. Agli scioperi spontanei dei lavoratori si sono poi aggiunte le prese di posizioni delle Union di base e locali.

Chiamata per lo sciopero generale nazionale venerdì 12 giugno 2020

A Washington, come a Seattle, la protesta è proseguita durante la notte, violando il coprifuoco. Alcune piazze ed organizzazioni del movimento chiamano allo sciopero generale per venerdì prossimo 12 giugno.

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Defund the Police

E’ la parola d’ordine, la rivendicazione che si rafforza nella protesta e che verrà agitata attraverso il passaggio generale di lotta del prossimo 12 giugno 2020.

Anche ieri a New York c’è stato lo sciopero delle scuole (che poi è confluito nella più generale manifestazione di protesta) con l’obiettivo di ottenere la cancellazione di tutti i contratti che le scuole pubbliche fanno con il Dipartimento di Polizia per i vari progetti legati alla sicurezza. In una situazione che ha visto negli ultimi anni il drastico taglio dei finanziamenti per le scuole pubbliche da parte dello Stato di New York e da parte della municipalità di New York, mentre veniva lasciato inalterato il finanziamento per la polizia.

 

Nel 2015 il movimento del “Black Lives Matter” rivendicava la riforma della polizia. Fu un fallimento. La riforma, poi avviata, ha visto aumentare i fondi destinati per finanziare i dipartimenti di polizia, che sarebbero serviti per dotare i COPS di divise meno intimidatrici (t-shirt), corsi di azione di repressione non violenta (uso dei taser) e cose del genere. In sostanza soldi per controllare meglio e reprimere meglio la gente di colore nei quartieri degli afroamericani.

L’obiettivo di lotta del movimento del 2020 all’epoca del Coronavirus è invece quello di tagliare i finanziamenti per i corpi di polizia, portandoli a 0 $. Non riforma della polizia, ma l’inizio del suo smantellamento – o del loro smantellamento, visto che i corpi di polizia negli Stati Uniti sono 17.985 tra dipartimenti di polizia delle singole città, polizie dei singoli stati, sceriffi di contea, polizia stradale, polizia dei parchi, etc. per un totale di oltre 700.000 agenti.

Questa richiesta vive e si rafforza attraverso il bilancio delle esperienze e delle lotte del passato. Anche la protesta attualmente in corso mantiene l’illusione che il movimento possa raggiungere i suoi obiettivi attraverso il processo democratico, supportato e condizionato – a differenza che in passato – dalla pressione e dalla lotta dal basso che vede ora uniti sfruttati neri, bianchi e latinos. Questa volta, però, ha formulato una rivendicazione più avanzata, e ha cominciato a fare piazza pulita dei “presunti amici” del partito democratico. Magari per cercarne, più o meno ai margini dello stesso partito democratico, alcuni più “veri” e genuini. Ma come che sia, ora nelle mani dei neo-obamiani, fautori delle varie riforme trappola della polizia, c’è davvero una patata bollente. E anche per coloro che si candidano a farsi carico delle istanze di questo movimento, svicolare e tradire le promesse fatte non sarà cosa agevole.

In specie i giovani militanti del movimento afroamericano, sulla base della esperienza dei fatti, stanno maturando la convinzione che ogni riforma della polizia ha comportato più repressione, bilanci più cospicui per i Dipartimenti di Polizia, e ancora meno soldi per i servizi sociali nei ghetti razziali delle città americane.

Alla domanda del giornalista sulle differenze tra il movimento scoppiato nel 2015, quando la polizia di Minneapolis uccise Jamar Clark, e quello di oggi, lei risponde:

nel 2015 io pensavo che noi eravamo giustamente arrabbiati e che avessimo chiaro il problema. Ora noi abbiamo chiaro quale sia la soluzione. Penso che sia questa la differenza. Ora, nel 2020, sappiamo che la giustizia non è semplicemente arrestare i poliziotti. La giustizia va molto oltre. Perché noi siamo interessati a non dover più tornare nelle strade arrabbiati e in lutto, a protestare perché abbiamo perso un’altra vita. Noi sappiamo che non possiamo più investire in strategie che puntano alla riforma della polizia. La sola prospettiva che ci consente di fare passi in avanti è quella di andare oltre il Dipartimento di Polizia di Minneapolis qui e monitorare la situazione in tutto il paese e in tutto il globo”.

Il ragionamento ha la seguente premessa: “Un mondo senza polizia dovrebbe basarsi su una sicurezza che è guidata e controllata dalla nostra comunità, che si focalizzi sulla trasformazione [sociale] e su una giustizia corrispondente. Un mondo senza polizia significa che tutti hanno ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere e ciò di cui hanno bisogno per vivere una vita sana. Significa che abbiamo i soldi di cui abbiamo bisogno per l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’alloggio, i diritti dei lavoratori. È una trasformazione totale da un sistema razzista e violento a un sistema che promuove veramente la nostra sicurezza e il nostro benessere. Quando parliamo di riforma della polizia, ciò di cui non stiamo parlando è il fatto che le comunità nere hanno effettivamente bisogno di risorse per mantenerci tutti al sicuro. Si fa invece la scelta di dare risorse ai sistemi punitivi, invece di stabilizzare e alimentare quelli che rendono le comunità più sicure.

Un mondo senza polizia… un non piccolo e modesto programma. Saprà questo movimento spingersi ancora più avanti e passare dall’obiettivo sacrosanto di mettere la polizia fuori dalle sue città, quartieri, territori, alla messa in discussione dell’intero sistema sociale che di questa polizia ha assoluto bisogno per reprimere le classi sfruttate? Saprà passare, come traluce in questa intervista, dalla contestazione e dalla lotta contro i dipartimenti di polizia, le guardie nazionali, le corti di giustizia, alla messa in chiaro della funzione svolta dall’intera macchina di classe dello Stato? Saprà passare dalla giusta intuizione che la polizia non è riformabile, alla comprensione che non è possibile riformare lo Stato, e che quindi è necessario “pensare” anche ad un mondo senza stato borghese, alla soppressione di questo stato?

Vedremo. Ma per intanto sarebbe gran cosa se anche qui in Italia si muovesse, contro il razzismo di stato, contro la repressione di polizia e carabinieri, qualcosa di minimamente paragonabile al movimento che sta scuotendo in profondità l’Amerika e rianimando le piazze di mezzo mondo. Le manifestazioni in solidarietà a Black Lives Matter che si stanno tenendo in varie città italiane vanno bene, purché non ci si volti dall’altra parte quando nei magazzini della logistica gli scioperi dei facchini e dei rider organizzati dal SI Cobas sono affrontati spesso con violenza dalle forze di polizia tricolori, o quando, a livello più spicciolo, qualche immigrato/a viene trattato in modo brutale e discriminatorio dalle suddette agenzie umanitarie… Perché di “blacks” sono piene anche le nostre città, così come di polizie statali e private, o no?

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