Immagini, commenti e lezioni dal movimento USA contro razzismo di sistema e violenza della polizia

Non chiamiamola “protesta”. Perché quando la protesta di massa si dà parole d’ordine e rivendicazioni comuni, e persegue i suoi obiettivi con pratiche altrettanto di massa, non e’ più una protesta senza “idee”. E’ un movimento che si organizza per realizzare delle rivendicazioni e che comincia a mettere a nudo cosa c’è sotto la punta dell’iceberg del razzismo della polizia, fino a esprimere momenti di lotta radicale contro quel lascito colonialista che è indissolubilmente legato alle origini e allo sviluppo del capitalismo e dello sfruttamento di classe.

La principale rivendicazione del movimento è, ora, “DEFUND THE POLICE” (togliere fondi alla polizia), condivisa dalla gioventù proletaria afroamericana, bianca e ispanica, che a dispetto della pandemia sta sfidando lo Stato americano.

chaz entrance

Prima ancora che si chiarisca nei dibattiti pubblici chi sono, per il movimento, gli amici veri amici e quelli  finti (quelli del campo del partito democratico che vorrebbero ridurre il razzismo sistemico ad un problema di “mele marce” nella polizia, e ricondurre il movimento nell’alveo del processo democratico-elettorale), certi chiarimenti fondamentali stanno avvenendo nel vivo della lotta.

Sarebbe complicato ricondurre la richiesta di DEFUND THE POLICE ad una neo-obamiana riforma della polizia. Questa nuova rivendicazione, che nasce proprio dalla delusione per le ‘riforme’ della polizia, è un attacco ad una istituzione chiave dello stato capitalistico statunitense. Un attacco radicale, tant’è che si chiede alla AFL-CIO e agli altri organismi sindacali di espellere i sindacati di polizia dalla “casa comune” dei lavoratori americani.

New York zona di guerra

Ne sono consapevoli i sindacati di polizia, che il 10 giugno, attraverso Ed Mullins, leader di una delle principali organizzazioni del sindacato di polizia, dichiarano alla stampa e a Fox News che la città di New York è zona di guerra, ed invocano un immediato intervento delle istituzioni federali.

La stampa “liberal” e democratica critica questa richiesta sostenendo che la rappresentazione data dai sindacati di polizia su quanto accade a New York non corrisponde alla realtà – le proteste sono pacifiche. Ma la polizia, per mezzo dei suoi sindacati, avverte chiaramente di essere sotto attacco da parte del movimento di massa che richiede il suo smantellamento (sia pure progressivo) in quanto istituzione coercitiva e repressiva dello Stato di classe.

DEFUND THE POLICE non si attarda dietro le illusioni di un nuovo New Deal democratico e riformatore, marcia attraverso il CHAZ

Sebbene nel movimento di massa viva la speranza, e l’illusione, di poter raggiungere i propri obiettivi condizionando con la lotta la contesa elettorale di autunno, esso non sembra paralizzato da questa speranza. E sta cominciando a mettere in atto, attraverso azioni concrete e di massa, la cacciata della polizia dalle città – obiettivo che il movimento si prefigge attraverso la rivendicazione DEFUND THE POLICE. Cancellare i finanziamenti ai dipartimenti di polizia non è semplicemente richiedere una diversa destinazione dei soldi “pubblici”, toglierli alla polizia per destinarli ai “servizi sociali”. Significa immaginare una società dove la polizia sia estromessa dai quartieri proletari e dalle scuole perché la sua unica funzione è quella della repressione. Il messaggio è: le comunità degli sfruttati debbono e possono salvaguardarsi da sé.

A Seattle da alcuni giorni il movimento ha circondato il Dipartimento dipPolizia del distretto orientale. Ha chiuso l’edificio con barricate e ha costretto il corpo di polizia ad evacuare lo stabile. Ha occupato tutta l’area Est intorno, e l’ha dichiarata Capitol Hill Autonomous Zone (CHAZ), “zona libera”, libera dalla polizia.

Decisamente qualcosa di più della riedizione dell’assedio dei no global americani al WTO del 1999 o degli “Occupy Wall Street” del 2011,

Non è solo una azione simbolica; è la messa sotto scacco di un’istituzione chiave dello Stato (non certo solo negli States, ma lì in modo tutto speciale) da parte di un movimento che avverte il bisogno di sfrattarla dalla vita sociale.

L’intero distretto orientale di Seattle è stato dichiarato off limits alle forze di polizia, mettendo in pratica una auto-organizzazione della “società” che dichiara di non aver bisogno delle forze armate dello Stato per tutelarsi. Anzi, sostiene che la vita in sicurezza delle proprie comunità necessità proprio della messa al bando delle forze di polizia.

Si discute su come la società possa organizzare da sé per la “sicurezza” di tutti e di ciascuno. La difesa degli sfruttati afroamericani, bianchi e di ogni colore viene presa in mano da loro stessi, contro chi opera la “sicurezza” (dell’ordine del capitale) contro di loro.

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Quindi non è la messa in scacco simbolica (comunque significativa, sia chiaro) delle istituzioni sovranazionali del capitalismo (WTO, G8, banche e borse), è la diretta presa di possesso di una parte di territorio metropolitano che, al di là di quello che pensano i giovani di tutti i colori che animano l’iniziativa, rappresenta una sfida al potere dello Stato. Non una zona autorganizzata nelle periferie desolate, ma una zona auto-organizzata nel cuore della città, costringendo all’inazione uno degli organi di repressione dello Stato del capitale.

La stampa democratica e liberal critica la presa di posizione dei sindacati di polizia che dipingono queste azioni come la creazione di “zone di guerra”, convinti di poter disinnescare dall’interno la “protesta”. In realtà i sindacati della polizia hanno colto la carica di esplosiva pericolosità sociale che questo movimento sta incubando.

E lo Stato di classe, lo stato del capitale?

In che cosa potrà tradursi questo ulteriore passo in avanti del movimento nato dall’assassioni di George Floyd non è facile da prevedere. Ma una cosa è certa: oltre la polizia – attraverso le dichiarazioni dei suoi sindacati – sono lo Stato federale, la Casa Bianca a lanciare l’allarme e dichiarare che questo esperimento va estirpato ora, subito. Si tratta di terrorismo all’interno del paese, che richiede azioni militari immediate di risposta.

Trump, infatti, continua ad invocare il dispiegamento dell’esercito per riportare la legge e l’ordine, riprendere possesso delle 6 “zone liberate”  e, con esse, il pieno controllo della città.

Gli Stati Uniti d’America, leader del capitalismo e dello sfruttamento mondiale, per la prima volta nella loro storia, si confrontano con un movimento di massa, di fatto radicale, che pone, inconsapevolmente si dirà (e ci può stare), le premesse per una più generale battaglia, a venire, sulla questione del potere (Nel febbraio e nel novembre 1919 sempre la città di Seattle fu il teatro di potenti scioperi e manifestazioni di solidarietà con la rivoluzione russa; allora, però, la locomotiva era altrove, oggi è qui).

Ci saremmo aspettati che gli apparati statali statunitensi, con il proprio esercito, polizia e corpi di intelligence facessero piazza pulita in un battibaleno. E invece questi stessi apparati sono scossi da acute contraddizioni, e varie istituzioni sfuggono alle direttive del comandante in capo.

Il fatto più clamoroso è la polemica tra la Casa Bianca e i capi del Pentagono sull’impiego dell’esercito per sedare le rivolte. Una polemica che ha prodotto una (parziale) impasse dello Stato ad esercitare la repressione. Sappiamo bene che questo non fermerà la controffensiva del capitale, che potrà essere “legale” e democratica, o anche “illegale”, con le squadracce bianche che abbiamo visto agire nelle città americane durante le prime settimane della pandemia.

Questi scricchiolii cominciano a farsi sentire oltre oceano, e speriamo anche tra le sterminate masse sfruttate dall’imperialismo, in Africa e in Medio Oriente. E la cosa sta complicando maledettamente tutti i piani di azione e di ordine che il capitale USA stava prospettando per uscire dalla crisi: compattare un ampio fronte sociale nazional-popolare contro la Cina e gli “alleati” europei filo-cinesi. Questo movimento si erge anche come un ostacolo insormontabile contro i tentativi della destra trumpista di accorpare i proletari bianchi in un nuovo slancio nazionalista e popolare.

La crisi innescata dal nuovo coronavirus ha accelerato le dinamiche di polarizzazione sociale negli USA. La crisi  economica è precipitata disastrosamente, evidenziando l’oppressione di classe che il trumpismo e l’obamismo avevano tentato di nascondere sotto il tappeto. I giovani bianchi senza riserve e/o certezze hanno deciso di rompere il lock down a dispetto della pandemia. E non perché abbiano raccolto l’invito di Trump a difendere la propria “libertà individuale” sottomettendosi all’imperativo della produzione: il profitto. Tutto al contrario: hanno raccolto l’invito ad unirsi con gli afroamericani nella lotta contro un regime oppressivo e razzista, che colpisce doppiamente gli afroamericani, ma non offre alcuna salvezza nemmeno ai proletari bianchi. Un regime che di fatto è neo-colonialista anche al suo interno, perche’ le genti di colore e le nuove generazioni di latino americani immigrate negli USA subiscono tutti i giorni i meccanismi di un razzismo sistemico e di classe che ne fa carne da macello per i profitti del capitale. Una lezione che gli operai dell’agro-industria e della lavorazione delle carni, prevalentemente latino-americani, stanno imparando attraverso 20 giorni di scioperi e battaglie per la difesa della salute loro e delle famiglie, contro un sistema di produzione che non può essere fermato, costi quel che costi.

Il movimento di lotta contro il razzismo della polizia torna alle origini del razzismo, e rimette in discussione la storia e i suoi segni

Durante queste ultime giornate di lotta abbiamo assistito all’abbattimento delle statue dei mercanti di schiavi e dei generali confederali in tante città degli Stati Uniti. Con una partecipazione, questa volta, davvero di massa (non come il teatrino inscenato a suo tempo con l’abbattimento della statua di Saddam, dai commedianti del Pentagono e della CIA).

Questa azione è stata emulata in tante piazze della Gran Bretagna. Ed è tutt’altro che meramente simbolica. Esprime la convinzione che sotto la punta dell’iceberg della violenza razzista della polizia, c’è un’intera impalcatura politica, sociale ed economica che la riproduce di continuo. E viene da lontano: dal colonialismo storico, appunto. Non basta dunque fare piazza pulita ai vertici della polizia; è necessario riprendere le fila di una lotta radicale contro la società di classe e razzista, che ha prodotto e produce colonialismo e razzismo – schiavitù con catene metalliche e moderna schiavitù salariata -, e continua ad onorare i propri progenitori razzisti.

Viene ridiscussa e rivista la storia con gli occhi degli sfruttati, che si rifiutano di onorare i simboli dello schiavismo e del colonialismo.

Anche Cristoforo Colombo, il mercante di schiavi genovese che Leone XIII voleva beatificare e il cardinale Bagnasco addirittura, se possibile, santificare, il celebre “scopritore” del nuovo mondo, viene preso a bersaglio dalla molto razionale collera del movimento anti-razzista, come espressione di un sistema sociale che, sin dalle sue origini, ha fatto progressi  sulla rapina, sulla violenza, sull’oppressione e sulla più bestiale schiavitù delle popolazioni native e nere da parte di una minoranza di avidi colonizzatori bianchi (non singoli uomini “avventurosi”, ma pedine di ben identificabili stati e centri di interessi bancari e commerciali).

La critica di massa non risparmia nessuno, nemmeno gli “eroici” condottieri delle nazioni democratiche durante il macello del secondo conflitto mondiale imperialista: tutti strumenti di un comune sistema di classe e razzista.

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In pochi giorni, questo movimento sta mettendo all’indice l’infame storia scritta dall’ideologia dominante. Churchill non è più “l’eroe” che “ha difeso il mondo libero” (come la propaganda borghese ufficiale pretende farci credere), ma un razzista a capo di uno dei più brutali Stati colonialisti della storia.

I simulacri dell’ideologia capitalista vengono giustamente profanati. Questa iconoclastia del movimento è già ora un’espressione radicale di opposizione al capitalismo mondiale, che le lotte negli USA stanno diffondendo al resto del mondo.

Potranno queste prime espressioni di radicale denuncia del colonialismo, come causa prima del razzismo sistemico che domina nelle cittadelle occidentali dell’imperialismo, rappresentare anche un primo passaggio verso il sostegno delle lotte nei pasi da esso dominati, dall’Africa al Medio Oriente all’estremo Oriente?

Certo governi borghesi e servi del capitale non dormono sonni tranquilli. E non gli sarà facile continuare le manovre di manomissione che Washington, Londra, Parigi, Roma, Berlino e Tokyo hanno potuto condurre “indisturbati” negli ultimi anni, ai danni di tutti gli sfruttati dall’imperialismo.

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