Treviso. We must breathe!

Da uno dei giovani che la scorsa settimana hanno manifestato a Treviso la propria solidarietà con il movimento di lotta anti-razzista negli Stati Uniti e il proprio rifiuto delle prassi e dei discorsi razzisti qui in Italia, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Vergognoso coronamento di pratiche che paiono sempre più una norma consolidata anziché una criminale eccezione, l’assassinio di George Floyd ha suo malgrado avuto il merito di scuotere le coscienze di un mondo che pareva cieco, se non ormai irrimediabilmente assuefatto, alla violenza e alle discriminazioni razziste.

Tra le dichiarazioni di chi a gran voce domanda severe repressioni e inasprimenti delle misure di controllo nei confronti del movimento di protesta e quelle di coloro che fanno autenticamente proprie le rivendicazioni dei dimostranti, la risonanza delle manifestazioni negli Stati Uniti ha fatto il giro del mondo e, attraversato l’Atlantico, è approdata anche in Italia, dove azioni di sostegno di maggiore o minore intensità hanno caratterizzato le ultime settimane.

In una di queste occasioni, una goccia di questa immensa ondata di indignazione e denuncia a livello globale, anch’io ero presente, a far risuonare con altre centinaia di persone la rabbia per uno stato di cose che necessita con risolutezza e decisione di essere combattuto e abbattuto. Tanti giovani – ma non solo – hanno occupato, lo scorso 12 giugno, gli spazi di Piazza Borsa a Treviso, in un evento organizzato da tre studenti di un istituto secondario di secondo grado cittadino. Dalla scalinata della Camera di Commercio una lunga serie di interventi di varia natura: dalle testimonianze di chi il razzismo l’ha vissuto letteralmente sulla propria pelle a quelle di chi, anche nel proprio piccolo, ha tentato di combatterlo; dalle esibizioni di natura artistica alle dichiarazioni di carattere più politicamente definito, in cui non è stato taciuto lo stretto legame che sussiste tra lo sfruttamento capitalistico nelle sue varie forme e i discorsi e le pratiche discriminatorie. Un pomeriggio in cui non solo sono state commemorate le vittime della brutalità e del razzismo negli Stati Uniti, ma anche coloro che hanno pagato con la vita il prezzo della medesima violenza in Italia; una testimonianza che, lungi dal fare da puntello per le bieche argomentazioni dei soliti sovranisti da strapazzo, ancora una volta ha ricordato a tutti come una tale barbarie non conosca confini di sorta e debba essere combattuta con uno spirito e in un’ottica autenticamente internazionalisti.

Nei diversi e tra i diversi interventi ci sono state oscillazioni e contraddizioni. Infatti tra i vari oratori e oratrici (in genere meglio queste di quelli) c’è stato chi ha lasciato trasparire un certo cripto-nazionalismo per il tenore delle proprie rivendicazioni, chi ha denunciato le politiche razziste approvate dal parlamento attribuendo al contempo un carattere a-politico al proprio programma, e chi ha affrontato la questione da una prospettiva schiettamente individualistica, come se la discriminazione razzista si basasse su un rapporto “uno a uno”. Ad ogni modo, in piazza ho avvertito con piacere la genuinità di tutti coloro che hanno voluto condividere il proprio pensiero, capaci di trasmettere una forza che, pur in un quadro per certi versi confuso, ha lasciato trasparire una vitalità carismatica, in grado di innescare, se ben indirizzata, quelle dinamiche di cambiamento che sono state da tutti i partecipanti auspicate.

Il ginocchio che ha ucciso Floyd è il ginocchio del razzismo, mezzo di legittimazione da secoli impiegato per giustificare il colonialismo e l’imperialismo, strumenti dei quali l’accumulazione del capitale si è servita sin dai propri albori. Pertanto la battaglia contro il razzismo sta dentro il quadro della lotta contro la formazione sociale capitalistica, e per tale va combattuta: qualsiasi altra prospettiva sarebbe velleitaria, infruttuosa e, in ultima analisi, del tutto incapace di ottenere risultati concreti e rilevanti in questa direzione.

Questa estensione della lotta ci tocca, se vogliamo finalmente poter urlare a pieni polmoni: I can breathe!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...