Usa: le bande del razzismo bianco cominciano a sparare

Mentre continuano, seppur con minor ampiezza, le dimostrazioni del movimento nato dall’assassinio di George Floyd, dando vita anche a plateali manifestazioni di disprezzo verso la bandiera a stelle-strisce, bruciata a Portland, le bande del suprematismo e del razzismo bianco cominciano a sparare, agendo da forza ausiliaria della polizia, che tra il 2017 e oggi ha comunque fatto la sua parte, trucidando 755 neri, e apparendo agli occhi della popolazione nera come una vera e propria forza di occupazione nei territori da essa più abitati.

Il fenomeno dei pogrom razzisti ad opera di bande di bianchi (a cominciare dai linciaggi) non è certo nuovo negli Stati Uniti; li attraversa, anzi, da Sud a Nord e da Est a Ovest, già dagli ultimi anni dell’Ottocento (per limitarci al periodo successivo all’abolizione della schiavitù). Per quanto questi attacchi abbiano quasi sempre avuto le spalle coperte dalle istituzioni dello stato, non sono mai rimasti senza risposte; risposte affidate per ora prevalentemente all’azione di massa. Da decenni, però, l’ala più radicale del movimento nero e il Black Panther Party hanno messo all’odg l’auto-difesa armata da queste proditorie aggressioni. È dovuto anche a questo se la funzione repressiva è stata sempre più fortemente avocata a sé dalla polizia. Ma da qualche anno, come sottoprodotto dell’attivismo del Tea Party e di una congerie di formazioni suprematiste, sono tornate in campo le squadracce private bianche, galvanizzate anche dai messaggi trumpiani.

Questo grande movimento di lotta deve perciò mettere in conto anche il concreto fronteggiamento di questa minaccia. Altro che gli happening da sballo con cui una certa sub-cultura da fine anni ’70 crede, in Italia e negli Usa, di poter aiutare il moto giovanile afro-americano e bianco/brown a portare a termine il suo compito!

Qui di seguito un aggiornamento sull’evoluzione della situazione tratto (con qualche modifica editoriale) da questa pagina facebook

Elementi strutturali dell’insieme delle relazioni del capitale che nella sua crisi amplificano le differenze e le contrapposizioni tra chi sta più in basso, ma che l’unità di lotta di chi sta più in basso (quel proletariato “nero” e “bianco”) può ostacolare e contrastare.

Che le radici del razzismo siano profonde e affondino nella struttura sociale complessiva del moderno capitalismo sorto dalle ceneri del vecchio mondo attraverso l’oppressione coloniale, l’espropriazione delle terre e lo schiavismo; che il razzismo non sia semplicemente una escrescenza intricata di leggi, polizia e discriminazione degli Stati, lo stanno dimostrando le lotte contro la violenza della polizia ed il razzismo sistemico negli USA esplose ed estesesi durante questo ultimo mese, mentre il COVID-19 fa soprattutto vittime nei quartieri poveri (quelli abitati dalle comunità afroamericane, latine e di immigrati), nelle favelas di Rio de Janeiro e di San Paolo in Brasile, nei campi del moderno schiavismo del caporalato vicino Mondragone, nelle fabbriche della macellazione della carne in Germania e negli stabilimenti della logistica.

L’ideologia politica e l’azione politica degli “orchi” alla Trump o dei “populisti” alla Salvini sono l’ultimo dei problemi. Va denunciata, contrastata, spazzata via anche quella immensa quantità di spazzatura democratica e liberale che continuamente nasconde le origini strutturali e sistemiche del razzismo, e che a differenza dei bruti appena nominati, a parte i calci in culo del movimento degli sfruttati, non merita nemmeno menzione dei loro nomi.

In questi giorni il razzismo bianco, di quanti vogliono affermare e difendere questo sistema neocoloniale, interno ed esterno, sta mettendo in scena prove tecniche di guerra sociale. Lo squadrismo bianco sfida le proteste di massa negli USA. Si ripetono sempre più di frequente attacchi armati alle manifestazioni contro il razzismo, con i loro strascichi di ulteriori morti (ben 4 tra Louisville e Chicago due giorni fa) che si aggiungono agli omicidi a sfondo razziale della polizia – mentre sto chiudendo il post, apprendo che a Washington D.C. durante le proteste di ieri è rimasto ucciso “in una sparatoria” un giovane di 16 anni.

La stampa borghese, democratica e liberal descrive le azioni armate dello squadrismo bianco come “sparatorie” durante le manifestazioni: così, nel recente caso di Louisville di due giorni fa, quando raffiche di colpi sono state esplose da uno o più uomini uccidendo un giovane afroamericano e ferendone altri.

Perché usano il termine “sparatorie”, in inglese shooting? Non solo per celare il carattere squadristico di queste aggressioni, ma anche per seminare nell’opinione pubblica l’idea che all’interno delle manifestazioni di protesta la violenza sia sempre in agguato e le “sparatorie” non sono altro che l’inevitabile riflesso della violenza dei manifestanti.

Sparatoria, però, è il termine abitualmente usato per descrivere atti di violenza tra gang che finiscono in malo modo. I mass media di regime ricorrono a questo termine per insinuare: ecco cosa succede se gli sfruttati si auto-organizzano e lottano contro la polizia, se la generosa e coraggiosa mobilitazione di questo movimento di massa di giovani neri, marroni e bianchi scaccia i cops dalle strade e dai quartieri: emerge la violenza incontrollata, e nessuno è più al sicuro (com’era prima…) sotto l’ala protettrice dello Stato.

Buffoni, ideologi da quattro soldi, servi del capitale!

Chiamate “sparatorie” gli attacchi armati notturni al CHAZ di Seattle della settimana scorsa, e gli ulteriori attacchi armati razzisti di questo ultimo fine settimana?

Si potrebbe pensare che questo è quanto produce la stampa statunitense, mentre da noi, invece, la realtà del razzismo è raccontata con obiettività. Le foto che seguono sono una carrellata della stessa melassa democratico-razzista che la stampa democratica e liberale italiana riporta: “Spari sui manifestanti”, “spari durante la protesta …”

Da parte di chi, e perché? Non è dato saperlo. Potrebbero essere stati commercianti a difesa dei loro esercizi, o per “giustizia personale” dopo che i rivoltosi neri hanno sfasciato (saccheggiato) i loro negozi? Questo è ciò che lascia intendere la stampa razzista democratica italiana.

Emblematico del lancio di questo tipo di messaggio è la Repubblica, quando correda la notizia degli “spari” con un trafiletto sulla coppia di ricchi avvocati di Saint Louis che si apposta armi in pugno nel giardino della loro lussuosa villetta, minacciando il corteo che passa di lì a non avvicinarsi. Direte: e dov’è il miserabile razzismo democratico di Repubblica? E’ nel contesto che descrive riportando la notizia: “Poco prima i manifestanti avevano sfondato un cancello nel quartiere, secondo quanto riportato dalla NBC… La casa della coppia era finita sulla rivista Saint Louis nell’agosto 2018 dopo che avevano completato un’importante ristrutturazione”.

Dunque la idilliaca coppietta di avvocati con mitra e pistola si premuniva armi in pugno di impedire che la loro proprietà divenisse oggetto di vandalismo. Perfettamente legittimo, no?

Che la rabbia dei bulgari di Mondragone o dei lavoratori immigrati della logistica possano un giorno dare la destinazione che si conviene a tutta questa stampa civile e democratica: i cassonetti della spazzatura!

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