Portland: la repressione della polizia federale è stata messa all’angolo

Riprendiamo dalla pagina Facebook Noi non abbiamo patria due post dedicati agli ultimi sviluppi della situazione nella città di Portland (Oregon) e al loro forte significato politico – non per caso Trump ha pubblicamente attaccato “l’anarchismo” che in essa impererebbe, e promesso di non ritirare dalla città le truppe federali finché non sarà stato riportato l’ordine. Ma le cose non stanno andando per il meglio per l’amministrazione repubblicana e le sue truppe perché il movimento non arretra, tutt’altro. E non pare affatto, dopo quasi 70 giorni di lotta, che le manovre dei democratici lo abbiano riportato sotto il loro controllo, diretto o indiretto.

Il compagno che cura questa pagina facebook sottolinea ancora una volta il carattere inedito di questo movimento di sfruttati e di sfruttate, ed è esattamente quello che stiamo cercando di fare con i continui aggiornamenti sul suo sviluppo documentando il suo “concreto” svolgimento. Questo movimento è, per noi, una prima espressione di quel nuovo movimento proletario internazionale di tutte le razze, i colori, i generi che è la sola forza sociale capace di portare l’umanità fuori dal caos distruttivo/auto-distruttivo in cui il capitalismo globale l’ha precipitata. Ed è un magnifico segno dei tempi che vengono, che questa espressione abbia preso forma (organizzata) proprio nell’epicentro storico del sistema capitalistico mondiale.

https://www.facebook.com/105427791172454/posts/156881609360405/

LA DETERMINAZIONE E LA LOTTA INTANTO HANNO COSTRETTO ALL’ANGOLO LA REPRESSIONE DELLA POLIZIA FEDERALE.

MA LA LOTTA CONTINUA PERCHE’ IL RAZZISMO SISTEMICO CHE PERVADE LA SOCIETÀ È PIÙ PROFONDO.

Giovani afroamericani e donne afroamericane, giovani colorati, giovani sfruttati bianchi senza riserve, mamme nere, mamme immigrate e mamme bianche, un movimento inedito di sfruttati il 1 agosto è sceso di nuovo in piazza a Portland.

Il movimento a Portland ha chiarito che può contare solo su stesso, sulla sua lotta e sulla sua unità, rispedendo indietro al mittente democratico del sindaco Wheeler e del governatore dell’Oregon l’ipocrisia dei loro piagnistei contro Trump.

Perchè la polizia continua in tutte le città democratiche ad uccidere afroamericani e ispanici, difendendo e rafforzando la supremazia bianca, la supremazia del capitale e del colonialismo bianco.

Perché mentre si spendono centinaia di miliardi di dollari l’anno per finanziare la polizia e le agenzie federali di polizia, costi quel che costi i giovani proletari di colore, immigrati e bianchi devono produrre e rischiare la salute nelle fabbriche, nei magazzini della logistica, negli ospedali, negli impianti di macellazione, in quelli dell’agroindustria, nei quartieri popolari e nei ghetti delle città senza alcuna protezione sanitaria.

Perché circa 40 milioni di sfruttati americani rischiano lo sfratto dai loro appartamenti e finire in strada in mezzo alla pandemia.
La società scricchiola, il moloch scricchiola.
Il crack non è facilmente governabile.

Protests began Saturday afternoon with a rally outside Martin Luther King Jr. School in Northeast Portland, and a march into Peninsula Park.

Secondo post (del 25 luglio)

59 giorni consecutivi di proteste e di lotte in strada a Portland da quando l’assassinio di George Floyd il 25 maggio è stata la scintilla che ha fatto irrompere questo inedito movimento contro la violenza della polizia. Movimento composto di sfruttati neri, latinos e bianchi senza riserve, uniti in un unico sentimento: contro il razzismo della polizia ed il razzismo sistemico che pervade tutta la società.

Mentre di giorno migliaia di giovani sfruttati manifestano, ogni notte in strada si ripete la battaglia contro la polizia e contro i simboli di questo razzismo rappresentato dalle statue degli “eroi” della supremazia bianca e dai palazzi del governo federale.
Giornate di scontri intorno ai palazzi della Corte Federale di Giustizia, di bandiere a stelle e strisce date alle fiamme, di tentativi di ripetere il CHOZ di Seattle, contro cui la polizia locale non ha lesinato il pugno duro.

Dai primi di luglio la repressione dello Stato è diventata ancora più cruenta, ma il movimento di lotta non intende indietreggiare. Un battaglione delle forze della polizia del Dipartimento di Sicurezza nazionale (quel perfido corpo addestrato alle operazioni antiterrorismo ed alla difesa armata del confine con il Messico e contro gli immigrati “clandestini”) è stato inviato da Trump per cercare di terrorizzare il movimento e gli sfruttati tutti di Portland.

Le azioni violente di queste forze di polizia federali avvengono in modo brutale. Giovani vengono catturati e portati via usando auto a noleggio, quindi non registrate, senza costituire un arresto ufficiale: quanti di questi “arresti” sono stati compiuti ai danni di immigrati musulmani o di afroamericani di fede musulmana e condotti in carceri speciali e segrete a causa della guerra di rapina continua agli oppressi del mondo arabo islamico innescata dalla falsa guerra di civiltà contro il terrorismo?
Il movimento di protesta non si arrende. Le mobilitazioni che stavano via via scemando hanno trovato così rinnovata linfa e una nuova determinazione proprio per rispondere colpo su colpo all’escalation della repressione razzista dello Stato. Le manifestazioni hanno ricominciato a riempirsi della voglia di battersi da parte dei giovani sfruttati. A queste, come aspetto di una ricomposizione di un fronte di classe al di là della razza, si è aggiunto anche un aspetto di una ricomposizione generazionale di questi settori di proletari e sfruttati. Le piazze si sono riempite delle mamme in divisa gialla, schierate alla testa dei cortei ed al grido “federali attenti, le mamme sono qui”.

Tutto questo accade a Portland proprio perché è una delle espressioni più alte di questo sentimento di lotta contro il razzismo sistemico e per il “black lives matter” unitario degli sfruttati colorati e dei proletari bianchi incondizionatamente al fianco dei propri fratelli afroamericani e latinoamericani.
Portland è una delle grandi città americane dove il razzismo e l’oppressione del popolo afroamericano storicamente si è caratterizzato non attraverso la segregazione ma attraverso la pulizia etnica dello Stato che ha cacciato i “neri” dalle città. In Oregon è rimasta in vigore fino al 1926 una legge che impediva agli afroamericani di entrarvi e di risiedervi, mentre sempre per legge lo Stato dell’Oregon vietava i matrimoni interraziali fino agli anni cinquanta. Non è caso, dunque che la popolazione afroamericana a Portland e nell’Oregon è la più bassa degli USA: gli afroamericani a risiedervi sono solo il 2% in tutto lo Stato ed il 5% a Portland. Questa inedita unità di lotta tra sfruttati di ogni colore spaventa le forze sociali del capitale, la repressione qui è brutale ed è necessaria per spezzare sul nascere questo embrionale antagonismo che è di razza e di classe.

Il Sindaco di Portland Ted Wheeler ha richiesto ufficialmente al governo di Washington di ritirare la polizia federale aggiungendo che il consiglio della città non le vuole. Altri esponenti dello Stato dell’Oregon si riferiscono alla presenza della polizia federale in strada a Portland come la presenza di “truppe di occupazione”.

Più che guardare a questi conflitti e contraddizioni tra le istituzioni come espressione di una America che vede da una parte una componente democratica e liberale, contrapposta al bieco autoritarismo di Trump sceso da Marte, ne va capita la reale dinamica. La crisi economica e sociale inarrestabile, aggravata ed accelerata dalla pandemia, il profondo smottamento di tutte le relazioni sociali stanno contrapponendo forze sociali e classi sociali tra di loro, arriva a scuotere anche la sovrastruttura dello Stato centrale.

Lo Stato degli USA, quel moloch indiscutibilmente centralizzato, militarizzato e coeso dall’acciaio fuso, scricchiola paurosamente. La crisi profonda, che è anche globale, richiede l’uso di politiche inedite per governare e traghettare la società americana verso più violenti scontri nella acuita concorrenza internazionale del capitalismo globale. A farlo scricchiolare è l’azione combinata di questa crisi e di questo insorgente movimento che essa stessa ha prodotto. Questi fatti ci devono dire che tornare indietro non è più possibile.

In questo scricchiolio anche l’intero liberalismo democratico viene messo all’angolo, è costretto a retrocedere ed infine a lasciare il passo alle politiche che richiamano la necessità di una repressione più dura.
La repressione a Portland federalmente diretta dalla Casa Bianca arriva dopo che la repressione democratica condotta dal governo democratico dello Stato dell’Oregon e della città di Portland non è riuscita ad arrestare e a soffocare il movimento. Tant’è che Trump si appresta a mandare altre truppe federali della polizia del Dipartimento di Sicurezza Nazionale a Chicago, Washington, Seattle e New York, dove il 20 luglio l’azione nazionale dello sciopero per la vita dei neri – “strike for the black lives” – mostra ancora scenari di vitalità di questo inedito movimento di lotta di giovani proletari neri, latini, bianchi ed immigrati.

Molti video degli scontri di Portland di questi giorni ci mostrano le azioni dei federali contro le proteste che non evidenziano truppe militari addestrate e disciplinate, bensì delle scorribande isteriche tipiche dei branchi animali: cariche scoordinate e rapide ritirate disordinate; attacchi isterici che colpiscono alla cieca, urla incomprensibili. Sembrano delle truppe drogate, forze di polizia sotto l’effetto di stupefacenti e di droghe allucinogeni. Cosa che non stupisce in quanto la storia dell’esercito americano ci racconta del largo uso della somministrazione di eroina, LSD e crack alle truppe, per infondere coraggio alle truppe mandate sui fronti di guerra in Vietnam, in Iraq ed in Afghanistan.

Altrettanti video ci mostrano che le mamme di Portland non si lasciano intimidire facilmente e con coraggio ancora questa notte la lotta continua.

P. S. – Va notato, anche, che dopo la repressione del 20 luglio a Portland ed in occasione dei due mesi dall’uccisione di George Floyd, c’è stata una reazione in diverse grandi città: Seattle, Los Angeles, Washington, New York, Austin, ecc., con cariche, scontri e centinaia di arresti. Le manifestazioni non sono state oceaniche, ma a Seattle, come a Los Angeles, e ovunque si assiste a ritirate da ambo le parti: cariche della polizia e contro avanzate dei dimostranti che costringono la polizia ad indietreggiare. In ogni caso Portland non è stata lasciata affatto sola. A Chicago c’è stata una grande manifestazione notturna sotto la casa del sindaco democratico (anche qui) Lori Lightfoot che dopo tanti proclami ha mediato con Trump e accettato alcuni federali.
A New York una transgender è stata prelevata (in stile feds a Portland) e portata via durante un corteo. Ma quelli che l’hanno prelevata non erano federali, era una squadra “anonima” del dipartimento di polizia come poi è stato dichiarato (il corteo del movimento LGBT di New York del giugno scorso vide la partecipazione di 45 mila persone GLBT tutte a sostegno della lotta contro il razzismo e la polizia e con le tipiche parole d’ordine Black Lives Matter). In sostanza violenza dei federali o violenza della polizia delle città democratiche, la differenza è solo relativa, o quasi nulla.

2 pensieri su “Portland: la repressione della polizia federale è stata messa all’angolo

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