L’Italexit: un passo avanti per i lavoratori, o una pericolosa deviazione di percorso?

Sebbene la matrice originaria sia di destra, da anni la prospettiva dell’uscita dell’Italia dall’Unione europea e dall’euro ha conquistato molti militanti e diversi gruppi dell’extra-sinistra. L’adesione ad essa è avvenuta, a seconda dei casi, in nome della sovranità nazionale, della sovranità popolare o della sovranità democratica, tre differenti varianti di una stessa tesi: i lavoratori italiani dall’uscita dall’Ue e dall’euro hanno tutto da guadagnare, niente da perdere. In questa area politica dai confini interni fino a ieri piuttosto labili, la nascita di Italexit, il “partito” di Paragone, ex-direttore della Padania (un nome, una garanzia), ex-deputato dei 5S, estimatore della crociata O. Fallaci (hai detto tutto), ha avuto l’effetto di un detonatore. Alcuni avventurieri si sono precipitati a rotta di collo nel nuovo contenitore: lo impone, dicono, il realismo politico (i sondaggi parlano di 6-8% di voti…), e “sporcarsi le mani” è inevitabile se si vuole “fare politica”, inutile specificare di quale politica si tratti. Altri, Nuova direzione ad esempio, si sono tirati fuori dalla partita di Paragone&Co. perché non ci stanno a sostenere l’Italexit se è “solo una soluzione al problema del rango e della posizione del capitale italiano nel contesto della competizione internazionale, e quindi alla difesa del proprio ruolo sub-imperialista”, magari in stretta combutta con gli Stati Uniti; ci starebbero, invece, se servisse a “superare la condizione di subalternità dei lavoratori” e a “subordinare la logica del mercato (…) alle politiche realmente democratiche” (auguri!). Di altri ancora – Rete dei comunisti, Potere al popolo – si sono quasi perse le tracce, appaiono confusi e indecisi a tutto anche se la retorica nazionalista a sfondo sociale continua a farla da padrona nelle loro fila. Ed infine c’è chi, come D. Moro, animatore del Laboratorio per il Socialismo del XXI secolo, andando al contrattacco rispetto alla deriva di destra, rivendica l’uscita dall’Ue e dall’euro come l’obiettivo da mettere al centro del programma di fase dei comunisti per far avanzare “gli interessi tattici e strategici della classe lavoratrice” in Italia, e addirittura per avanzare verso il socialismoi. Ci concentriamo qui sulla sua posizione perché, tra tutte, è quella che si sforza di legare strettamente la proposta dell’Italexit alla emancipazione della classe lavoratrice. Questo, almeno nelle intenzioni.

Infatti Moro ci tiene molto a presentare la sua come una schietta prospettiva di classe, comunista, e a demarcarla nettamente dalla galassia nazionalista. Inoltre, è l’autore di un pregevole articolo in cui prova che l’Italia non è né una colonia né una semi-colonia della Germania o della Ue; è un paese centrale e imperialista – una messa a punto importante e quasi isolata tra gli Italexitii, che dovrebbe condurre ad un rigetto dell’ipotesi dell’uscita volontaria dall’Ue e dall’euro. Nonostante ciò, però, resta prigioniero di uno schema concettuale, di una visione strategica e tattica, che porta acqua ad un social-nazionalismo che è stato in passato e rimane un avversario del socialismo. Il socialismo internazionalista, il solo che, da Marx in poi, si conosca come autentico.

La “sovranità democratica” del secondo dopoguerra? Un mito.

A questo risultato Moro pensa di poter sfuggire distinguendo la sovranità nazionale dalla sovranità democratica. La quasi totalità degli Italexit sostiene che l’uscita dall’Ue e dall’euro è necessaria per riconquistare la sovranità nazionale perduta. Invece, “ciò davanti a cui ci troviamo non è una perdita della sovranità nazionale, ma una delega di alcune funzioni ad organismi sovranazionali che sono peraltro strettamente controllati dagli esecutivi. La Ue è sostanzialmente un organismo intergovernativo basato sulla competitività economica tra Paesi e imprese, dove contano i rapporti di forza tra gli stati”. Ben detto. Grosso modo, è quanto obiettammo all’eurostoppista Cremaschi ricordandogli che la classe capitalistica italiana è stata protagonista della costruzione dell’Ue fin dagli inizi nel suo proprio interesse, dando ai vertici dei vari organismi europei funzionari del capitale di primo livello, Prodi, Monti, il mammasantissima Draghi, etc. Se “cessione di sovranità” vi è stata, è stata da parte di tutti gli stati, Germania inclusa (negli anni di Draghi alla Bce più volte il tedesco Weidmann è andato in minoranza). Ed è avvenuta per favorire la costruzione di una super-entità capitalistica – Ue/euro – che avesse sul mercato mondiale una forza maggiore di quella dei singoli “capitalismi nazionali” e stati nazionali presi isolatamente, e per la sua stazza quantitativa e la forza della sua moneta potesse fronteggiare meglio di essi l’aggressività della vecchia super-potenza in declino e l’incontenibile esuberanza del giovane colosso cinese. Il capitalismo globale compiuto dei nostri giorni è un’arena di mega-capitali e di stati-giganti. Tanto più lo sarà negli ulteriori svolgimenti della crisi del modo di produzione capitalistico nella quale siamo piombati, la più devastante dell’intera storia del capitalismo.

Sgombrato il campo da questo argomento (la riconquista della sovranità nazionale), qual è, allora, l’argomento chiave avanzato da Moro per porre l’Italexit come un obiettivo fondamentale dei comunisti? È la riconquista della sovranità democratica. Giusta l’art.1 della Costituzione, nota, essa dovrebbe risiedere nel popolo. Ed invece, “grazie ai trattati europei, la sovranità è nelle mani del grande capitale monopolistico e multinazionale a base europea, che la impone grazie agli esecutivi e agli organismi europei che da quelli emanano, molto più di quanto accadrebbe in condizioni “normali”, cioè nelle condizioni ereditate dalla fine del fascismo”. Grazie ai trattati europei? Qui si resta sconcertati. Perché la Costituzione “più bella del mondo” ha tolto fin dal suo primo giorno al “popolo sovrano” il diritto di decidere sulle seguenti materie: la proprietà privata dei mezzi di produzione “riconosciuta e garantita dalla legge” (art. 42) e la libera iniziativa economica privata (art. 41), ovvero i due cardini dell’economia di mercato capitalistica; i trattati internazionali (leggi: le alleanze belliche); le materie “tributarie e di bilancio” (la spesa dello stato, i prelievi fiscali sulle classi proprietarie); i provvedimenti di amnistia e indulto (il trattamento dei detenuti politici) – art. 75; il posto della religione nella società e nelle istituzioni pubbliche, con la ricezione del concordato mussoliniano con la Chiesa, che fa della religione cattolica una sorta di religione di stato – art. 7. Vi sembra poco? Benché dei successivi trattati europei non ci fosse al tempo neppure l’ombra, i confini della “normale” democrazia del capitale erano tracciati in modo inequivocabile, con il determinante apporto del Pci di Togliatti. Supponendo per assurdo che il termine “popolo” stia a indicare il solo “popolo dei lavoratori” (in realtà sta ad indicare l’insieme di tutte le classi della società, per prima e su tutte la classe del capitale), a questo famoso “popolo”, al 1947, di sovrano non era rimasta in testa neppure una corona di cartapesta.

Del resto a quella data, è curioso doverlo ricordare, gli accordi di Bretton Woods e di Yalta avevano già tracciato il nuovo ordine economico e politico internazionale. E in Italia a scandire i tempi e i modi della vita sociale e politica erano, in stretta alleanza tra loro, le truppe statunitensi, insediate indefinitamente sul suolo italiano a preventiva garanzia dell’adesione alla Nato, e il capitale monopolistico made in Italy rafforzatosi, nonostante la sconfitta del fascismo, grazie al fascismo stesso. Ovvero: la Fiat di Agnelli-Valletta, i magnati del siderurgico e del tessile, la Confindustria potente e ferocemente anti-comunista di Costa. Questa fu la morsa che si strinse sulla classe lavoratrice e la costrinse per un ventennio a bassi salari, lunghi orari, emigrazione forzata, all’interno e verso l’estero. Un ventennio in cui alla Fiat bastava essere scoperti con l’Unità in tasca per essere licenziati, e fuori dalle fabbriche del gruppo nulla accadeva che la Fiat non volesse. Sarebbe questa la condizione di normale sovranità democratica per cui batterci, e addirittura da “mettere al centro” di un programma comunista di fase? Uscire dall’Ue per tornare a quegli anni bui che solo l’eruzione delle lotte del biennio ‘68-’69 riuscì, per un tratto, a cancellare?

Ma no, ci si può obiettare: il riferimento, è agli anni ‘45-’47 dei governi di unità nazionale, con dentro anche il Pci. In quel biennio la classe capitalistica italiana dovette accettare un provvisorio compromesso sociale e istituzionale con il movimento operaio organizzato perché la fine del fascismo con cui si era identificata per un ventennio, l’aveva messa in forte difficoltà, anche per la presenza in scena di alcune decine di migliaia di proletari e antifascisti armati. Parliamone, se si vuole. Ma il termine “normalità” non si addice a quel periodo che è stato invece, nell’arco degli ultimi 75 anni, un’eccezione dovuta a un contingente rapporto di forza tra le classi opposte non esageratamente sfavorevole alla classe lavoratrice (sola altra eccezione sono stati gli anni successivi all’insorgenza operaia e studentesca del 1968-’69). Anche se non si può sfuggire al dato storico inconfutabile fissato da uno studioso che non è certo della nostra tendenza: “La Resistenza non fu mai servile nei confronti degli Alleati, ma non può esservi alcun dubbio sulla sua essenziale subordinazione” (P. Ginsborg). Dunque: quella fase non-normale finì con una secca sconfitta da cui nacque, come lunga e nemica “normalità”, il regime democristiano. L’attuale stato miserevole delle forze di classe non può indurci a idealizzare quel momento. Specie se si ambisce a fissare, come Moro dichiara, “una posizione comunista autonoma” dalle forze del capitale, esattamente quella che allora mancò. Sennonché, rilanciando il mito della “sovranità democratica” post-fascista, anche lui, come quelli da cui vuole distinguersi, finisce con il sognare per il futuro il ritorno a un passato che dovremmo sperare che non ritorni, se è vero che il generoso sacrificio dei nuclei più combattivi del proletariato del centro-nord (35.000 morti, 21.000 mutilati, 9.000 deportati) finì disperso nella lunga era di reazionaria normalità democristiana. Tanto per dirne una, proprio in quel frangente storico che Moro tende a idealizzare, il governo costituente a guida Dc-Pci varò quell’amnistia che permise a un’ampia porzione della vecchia nomenclatura fascista di riciclarsi in alcuni gangli vitali della repubblica “nata dalla resistenza”. Tale riflesso condizionato passatista avvicina, ed è una vicinanza scomoda, ai raccontatori di barzellette che presentano l’uscita dall’euro come la sorgente dei grandi miracoli: “Usciamo dall’euro per tornare ad essere un paese normale”iii. Costoro prescindono da un particolare tutt’altro che insignificante: lo sconquasso globale del sistema sociale capitalistico in cui siamo. E mostrano una paurosa insufficienza proprio in quella “analisi concreta della situazione concreta” dello stato attuale del capitalismo globale, e dell’Ue e dell’Italia al suo interno, che gli Italexit amano rimproverare a noi internazionalisti rivoluzionari. Stolti, straparlano di “ritorno alla normalità” alle soglie di un’era di sconvolgimenti senza precedenti!

L’Unione europea “in concreto”: cioè dentro il capitalismo globale

Dunque, secondo Moro, nell’Europa della Ue e dell’euro la sovranità sarebbe nelle mani del grande capitale monopolistico “grazie ai trattati europei”… un momento! Sarebbero i suddetti trattati, ad impedire “di far fronte alla crisi [tema A] e soprattutto di rispondere al peggioramento delle condizioni del lavoro salariato, a partire dai suoi settori più deboli quali quelli precari e sottoccupati [tema B]”. Un altro momento! Qui si fa una doppia operazione che porta fuori strada, fuori dalla realtà. Si dà un’esagerata importanza ai trattati rispetto alle immodificabili leggi di funzionamento del capitalismo fino al punto che sarebbero i trattati a dettare queste leggi e a determinare i rapporti di forza tra le classi, non queste/i a conformare quelli (un rovesciamento della realtà ricorrente in tutti gli Italexit). In secondo luogo, si isola l’Ue dal resto del capitalismo globale e della sua evoluzione. Indicativo è il modo in cui Moro riferisce del famigerato documento programmatico della Trilateral, La crisi della democrazia. Dal suo testo si può capire che esso abbia stigmatizzato “l’eccesso di democrazia” nella sola Europa; invece la Trilateral si riferisce all’intero Occidente: Stati Uniti, Europa, Giappone. Altrettanto generale è il rimedio suggerito da Huntington&Co.: la restrizione della democrazia – soprattutto della possibilità dei “cittadini” di condizionare gli eletti per avere la garanzia che saranno coerenti con le promesse fatte, dando soddisfazione ai loro bisogni e alle loro aspettative; il predominio degli esecutivi sui parlamenti; la governabilità ottenuta anche a mezzo di nuove normative anti-sciopero, etc. Questo processo di centralizzazione del potere politico in chiave anti-proletaria è un tratto distintivo dell’evoluzione statuale dell’ultimo mezzo secolo che, lungi dal limitarsi all’Ue, riguarda l’intero Occidente ed anche i nuovi capitalismi emergenti, a cominciare dalla Cina, o riemergenti (la Russia). Non a caso, per limitarci al mondo occidentale, questo processo non si è avviato all’interno del perimetro attuale dell’Ue; si è avviato negli Stati Uniti di Reagan con il licenziamento in tronco degli 11.000 controllori di volo in sciopero e il ricorso all’esercito contro di loro, e nel Regno Unito della Thatcher, il più euro-scettico dei paesi europei, con il pugno di ferro dello stato contro il possente sciopero dei minatori. Le radici di questa evoluzione delle regole e dei modi d’azione degli apparati di governo della società a scala europea ed extra-europea stanno nella sotto-struttura economica: nella crisi di metà anni ‘70, nella lunga fase di caduta del saggio di profitto, nella stringente necessità dei vecchi capitalismi di semplificare la sovrastruttura statuale per confrontarsi con i nuovi capitalismi caratterizzati da meccanismi decisionali rapidi e accentrati. Tutti processi che riguardano la “concreta” totalità del capitalismo globale nel suo insieme, come “unità di molteplici determinazioni”.

Sono cose ripetute di quando in quando pure da alcuni Italexit che poi, però, d’improvviso, perdono per strada questi elementari elementi di analisi quando vengono a presentarci le loro ricette “socialiste” o “progressiste” declinandole sempre al chiuso dei confini nazionali, cioè in modo nazionalista. Nello scritto che stiamo commentando, poi, sorprende che si parli di “grande capitale monopolistico e multinazionale a base europea”, quando non si può non avere presente che negli ultimi 50 anni si è affermato ovunque, dunque anche all’interno e al di sopra dell’Ue, il potere dittatoriale del capitale finanziario, più apolide e, se possibile, dispotico del capitale industriale. Quel capitale finanziario che ha nelle sue mani gli stati anche attraverso i titoli del debito pubblico, che gli Italexit si illudono di poter moltiplicare all’infinito senza alcuna conseguenza politica – ed accade invece l’esatto contrario: più cresce il debito di stato, maggiore è il potere del capitale finanziario, maggiore l’alienazione dello stato a favore dei suoi creditori. È la situazione attuale degli stati dell’Ue e dell’Italia, specie dopo il varo di Recovery Fund, Mes, Sure, etc., una catena di montagne di nuovi debiti accollati alle next generations della classe lavoratrice.

Insomma: pur con le differenze già indicate, anche Moro si rifugia nel mito di un passato molto romanticizzato, un passato che non può tornare, e non guarda in faccia il presente in cui siamo immersi per quello che realmente è. L’aspetto più clamoroso di questa fuga dall’analisi concreta della situazione concreta contemporanea è proprio l’analisi a dir poco monca e scivolosa che si fa dell’Ue. Perché anche in questo scritto l’Ue ci appare nelle sue istituzioni, odiosissime anche per noi; nei suoi odiosissimi trattati (a cominciare dal securitario, razzista accordo di Schengen); nelle sue infinite raccomandazioni anti-proletarie in materia di pensioni, spesa sanitaria, sussidi di disoccupazione, blocco degli aumenti salariali, etc. – tutto vero e denunciato pure da noi che riteniamo l’Ue immodificabile, una istituzione nemica della classe lavoratrice da abbattere insieme con l’apparato di potere del capitalismo nazionale che ad essa è intricato. Il punto è che si guarda alla realtà dei paesi appartenenti all’Ue con due ottiche completamente diverse; quando si rimane nei confini italiani, si colgono oltre la classe capitalistica e il suo stato, anche gli antagonismi sociali, il lavoro salariato, i precari, i sottoccupati, i disabili, etc.; mentre non appena si varca con la mente i confini nazionali, i rapporti sociali evaporano con le rispettive società, e davanti agli occhi restano soltanto gli stati e i capitalisti. E non ci si domanda mai: e i proletari, i salariati, i precari, i sottoccupati, i disabili tedeschi, francesi, olandesi, etc., maschi, femmine o altrimenti diversi, come sono stati trattati dai loro governi e dalle istituzioni europee negli ultimi venti, trenta, quaranta anni?

L’Unione europea “in concreto”: ovvero, come se la passa il lavoro salariato in Germania?

Nel testo di Moro non c’è traccia di una questione di così vitale importanza. E allora ci sembra quanto mai opportuno ripercorrere alcuni passaggi storici concreti di quanto è successo in Germania per verificare se per i proletari tedeschi l’internità del loro paese all’Ue sia stata per caso benevola. Limitandoci all’ultimo ventennio, l’era dell’euro, troviamo: l’erosione e la frammentazione della contrattazione collettiva con un crescente numero di imprese uscite dai contratti nazionali e una copertura sindacale quasi insignificante nei settori dei servizi in maggior espansione (alberghiero, ristorazione, comunicazioni, etc.); la moltiplicazione a livello aziendale delle cosiddette “clausole di apertura” (Öffnungsklauseln), peggiorative rispetto ai contratti nazionali. Una crescente flessibilità degli orari di lavoro, con compensazione salariale parziale o nulla, e in molti casi la cancellazione di fatto delle 35 ore strappate a metà anni ‘80; una costante espansione dell’area del lavoro precario e la contemporanea restrizione del lavoro restato tutto sommato garantito; il ricorso sistemico agli appalti e alla creazione da parte delle imprese maggiori, di società figlie coperte da accordi diversi da quelli vigenti nelle società capofila; la diffusione del lavoro interinale e a progetto anche nel cuore dell’industria più sindacalizzata, la metalmeccanica, dove nel 2013 i contratti di questo tipo coinvolgevano più del 30% degli occupati.

E su scala generale, la riduzione di circa 10 punti percentuali della quota-salari rispetto alla quota-profitti, i salari medi reali in flessione, l’imponente allargamento dell’area dei bassi salari (anche sotto i 4 euro l’ora), con quasi l’80% degli 8 milioni di mini-jobber coinvolta – non a caso i sindacati hanno salutato come una loro vittoria l’introduzione, nel gennaio 2015, del salario minimo di 8,50 euro l’ora, salito nel 2020 a 9,35 euro lordi, un livello comunque inferiore a quello di Lussemburgo, Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito. Con l’introduzione dell’Hartz IV sono stati fusi i due sistemi di sostegno alla disoccupazione (Arbeitslosengeld, Arbeitlosenhilfe) e l’assistenza sociale (Sozialhilfe), con pesanti tagli ai benefici, specie per i disoccupati di lungo periodo e per coloro che in precedenza ricevevano aiuti tramite il Sozialhilfe, l’inasprimento dei requisiti di accesso ai versamenti, la riduzione secca dei periodi di copertura, la moltiplicazione di controlli personali asfissianti (gli assistenti sociali frugano anche nei frigoriferi), l’introduzione di dure sanzioni – “un nuovo sistema attraverso il quale i disoccupati vengono disciplinati e puniti”, sono le parole sincere di Hartz, l’architetto n. 1 di tutto ciò. Le altre leggi ispirate alla benemerita Commissione Hartz (I, II, III) hanno de-regolamentato il lavoro interinale e ristretto la protezione dai licenziamenti.

Quanto poi alla ‘riforma’ del sistema pensionistico, nulla è stato risparmiato ai lavoratori tedeschi: è stata innalzata l’età pensionistica che arriverà nel 2029 a 67 anni (per i nati dopo il 1964), sono stati eliminati i regimi speciali, è stato ristretto l’accesso al godimento delle pensioni di invalidità. Come sorprendersi se in questo contesto il tasso di occupazione delle persone tra i 55 e i 64 anni è passato, in Germania, tra il 2000 e il 2012, dal 37% al 61,5%, un balzo senza pari in Europa? Con una anomalia che dice tutto, a chi vuol capire: in Germania nel 2012, per la prima volta, il numero delle persone attive tra i 60 e 65 anni è stato superiore a quello dei pensionati. Il danno è stato maggiore per le donne, svantaggiate anche nelle fasce di età giovanili dove si sono estesi a macchia d’olio i contratti atipici – le donne se ne ‘accaparrano’ più del 70%, un quasi-monopolio di cui farebbero volentieri a meno. Il che ha portato la stessa Dgb a sottolineare come, se le misure di “modernizzazione” del mercato del lavoro in Germania hanno comportato la relativa tenuta dei livelli occupazionali, hanno però peggiorato di molto il ‘livello qualitativo’ dei lavori (l’Index Gute Arbeit), che si è degradato fino al punto che il pacchetto dei provvedimenti Hartz ha introdotto nella legislazione tedesca gli Ein-Euro-Jobs, i lavoretti da 1 euro l’ora, offerti dalle amministrazioni pubbliche e dalle associazioni come delle buone “opportunità” per rientrare nel mercato del lavoro (vi viene in mente qualcosa di ‘italiano’?). Pure in Germania, quindi, lo spostamento complessivo dei rapporti di forza tra capitale e lavoro salariato è stato, negli ultimi decenni, massiccio. Lo si può misurare dal dimezzamento del tasso di sindacalizzazione, passato dal 36% del 1991 al 18% del 2011, con timidi segnali di ripresa settoriale negli anni successivi, oppure dall’abbattimento della percentuale dei lavoratori coperti da accordi collettivi, tracollata dal 76% del 1998 al 46% all’ovest, e dal 63% al 39% all’est (al 2017).

Insomma il test tedesco, fatto guardando alla condizione della classe del lavoro salariato, non lascia dubbi: le politiche sponsorizzate dall’Ue – attenzione, però: decise dagli esecutivi tedeschi – si sono abbattute con tutta la loro durezza anche sul proletariato tedesco. Ed è indicativo che nel dibattito pubblico innescato nei primi anni duemila dai socialdemocratici di Schroeder e Clement si siano chiamate in causa, oltre le stringenti raccomandazioni dell’Ue (“l’Europa ce lo chiede”), anche quelle dell’Ocse dei primi anni ‘90 particolarmente sanguinarie in materia di tagli alle indennità di disoccupazione (“è la competitività sul mercato mondiale che lo richiede”). Nel che si evidenzia una volta ancora che separare le vicende e le decisioni dell’Ue dal contesto globale in cui l’Ue e i singoli “capitalismi nazionali” europei sono chiamati a competere (poiché non c’è solo una competizione dentro l’Ue), è operare una cattiva astrazione che porta a proposte politiche pericolose proprio per quella autonomia di classe che, nelle intenzioni, si vuole favorire.

O nazione e nazionalismo, o classe e internazionalismo: una terza via non c’è.

Per la quasi totalità degli Italexit le politiche europee sono il frutto avvelenato di un “ordoliberismo tedesco” punitivo verso i capitalismi dell’Europa del Sud, e quindi anche verso i lavoratori italiani. Questa presentazione delle politiche europee in chiave nazionalista è mistificante perché:

1) le politiche “neo-liberiste” non hanno nulla di specificamente tedesco. Sono state adottate anche fuori dell’Ue e molto fuori il perimetro occidentale per una necessità del capitale globale (e non solo di quello europeo) di incrementare la sua valorizzazione abbassando, se non abbattendo, il valore della forza-lavoro – chi conosce i dati reali della Cina sa che questa è la tendenza che si sta affermando sul lungo periodo anche lì, conflittualità operaia permettendo, si capisce. È perciò una colossale balla che l’attacco al salario diretto, indiretto e tutto il resto sia un’esclusiva dell’Ue dovuta all’euro e ai trattati – chiedete ad un tale Luttwak che oltre vent’anni fa, in La dittatura del capitalismo, constatava che i salari statunitensi stavano iniziando a “convergere lentamente con quelli del Terzo Mondo”.

2) Con tempi e modalità differenti, le politiche raccomandate dalle istituzioni dell’Ue hanno colpito l’intera classe lavoratrice europea – la loro funzione è anche quella di creare un tessuto normativo comune per lo sfruttamento della forza lavoro, unificando, almeno fino ad un certo punto, il mercato unico anche da questo punto di vista, ciò che crea delle precondizioni oggettive più favorevoli ad una risposta comune dei lavoratori dei 27 stati. Se questa risposta finora è mancata, non è perché sia impossibile, ma per il basso livello di conflittualità operaia e sociale che ha caratterizzato gli ultimi due decenni in pressoché tutti i paesi europei.

3) Il meccanismo centralizzatore/polarizzante dello sviluppo disuguale/combinato che opera tra i capitali e gli stati dell’Ue a favore dei più forti, opera nello stesso tempo anche dentro i singoli paesi. Opera quindi pure in Italia a favore dei capitali e dei territori più attrezzati per la produzione di valore. Negli ultimi vent’anni si è attenuato o allargato il divario tra il Nord e il Sud? Chiedetelo alla Svimez, e vi alluvionerà di prove sull’allargamento della forbice (perché allora non pensare ad una Sudexit?).

4) Non è affatto vero che i trattati europei impongano politiche “neo-liberiste” a senso unico: l’Ue e la Bce, davanti allo scoppio di una crisi di proporzioni incognite, hanno dato corso a piani di spesa straordinari (superiori ai 1.000 miliardi di euro per l’Ue), alla sospensione dei vincoli del Fiscal Compact, e ad una creazione di moneta pressoché illimitata, sia istituzionale che privata. Il 4 giugno il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) della Bce è stato portato a 1.350 miliardi di euro per acquisti di titoli da effettuare entro giugno 2021. E già si era mossa in questo senso la Bce con Draghi.

5) Le politiche dell’Ue si abbattono con una particolare violenza (leggi: guerre a ripetizione, a bassa o alta intensità, sostegno incondizionato ai regimi anti-operai più efferati) non sui capitalismi del Sud Europa, ma sulle masse sfruttate di Medio Oriente, Africa nera e del Sud del mondo in generale – ecco un’altra cosuccia da cui gli Italexit da nazionalisti e neo-colonialisti quali sono, prescindono.

Moro non intende accodarsi ai portatori (insani) di questa visione e della relativa propaganda nazionalista. Lo ripete più volte. Ma sta di fatto che, posto davanti a due possibili alternative: o una “via di uscita” per i soli lavoratori italiani, o una “via di uscita” comune per i lavoratori di tutta l’Unione europea, la sua scelta cade sulla prima delle alternative, allo stesso modo di tutti gli altri Italexit. Una tale scelta contiene almeno implicitamente la tesi che l’Ue e l’euro sarebbero utili al capitalismo germanico, non a quello italiano, per cui bisognerebbe far leva sull’interesse (nazionale o democratico, cambia ben poco) schiacciato e sacrificato per… avviare la lotta per il socialismo. Altrimenti perché porre l’Italexit come passaggio obbligato? Ma in questa maniera rientra dalla finestra la tesi dell’Italia colonia/semi-colonia scacciata dalla porta. Il che si deve anche alla non sciolta sovrapposizione tra le categorie di nazione e classe. Quando traccia una sua “via d’uscita”, infatti, non è chiaro a cosa Moro si riferisca esattamente: al “far fronte alla crisi” [tema A] oppure al “rispondere al peggioramento delle condizioni del lavoro salariato, a partire dai suoi settori più deboli quali quelli precari e sottoccupati” [tema B]? I due temi, e i relativi obiettivi, non coincidono. Segnano anzi due direzioni opposte: l’una la nazione, la difesa degli interessi nazionali in un fronte interclassista con la massa non proprio filo-operaia dei piccoli accumulatori di capitali scontenti, un fronte nel quale i salariati fanno da portatori d’acqua ai piccoli/medi accumulatori di capitali – è la via sostenuta da “strateghi” tipo Rizzo, ripresa pari pari dalla tradizione togliattiana del blocco con i ceti medi e della “democrazia progressiva”; l’altra la classe, la difesa degli interessi della classe lavoratrice in un fronte di classe, da costruire, con i lavoratori di tutta l’Unione europea. Infatti il soggetto del “far fronte alla crisi” [tema A] non può che essere il capitalismo nazionale, che per Moro e per noi è imperialista; e questo soggetto ha già scelto, d’intesa con l’asse franco-tedesco, per l’inflazione del debito degli stati e la creazione di un debito unitario europeo (proprio quello che secondo i più fessi Italexit non ci sarebbe mai stato), con l’impegno di tornare il prima possibile alle regole del Fiscal Compact. Aiutarlo a “far fronte alla [sua] crisi” non è affar nostro. Ciò che deve preoccuparci è come rispondere al “peggioramento delle condizioni del lavoro salariato”. Questo è il nostro problema. Ed è esattamente in relazione a tale compito che chiediamo: perché mai oggi la battaglia per uscire dall’Ue e dall’euro sarebbe un passaggio obbligato della nostra lotta?

Tra le classi sociali di cui è composta la società italiana, la maggiore agitazione anti-euro e anti-Ue è stata in questi anni nei settori di piccola borghesia accumulativa, i quali però sono lungi dal saper/voler andare fino in fondo. Quindi, con il grande capitale contrario (almeno per il momento) e il magma dei piccoli capitalisti oscillante, l’onere di questa battaglia anti-Ue per l’Italexit spetterebbe per intero sulla classe lavoratrice italiana, che dovrebbe prepararsi ad uno scontro all’ultimo sangue, data la contrarietà della classe dominante, del suo stato e delle istituzioni europee. Poiché non c’è stato negli ultimi 40 anni un solo momento di lotta spontanea della classe operaia italiana contro l’Ue, per avere qualche chance di vincere una simile battaglia, bisognerebbe mettere in piedi una lunga azione di ‘coscientizzazione’ dei lavoratori, che dovrebbe avere al suo centro il seguente messaggio: il primo nemico dei lavoratori italiani non è in Italia, è fuori dall’Italia, è l’Ue, con la sua arma di annientamento euro. Automaticamente, è inutile girarci intorno, la denuncia della classe capitalistica nazionale, quella così ben rappresentata oggi dal nuovo presidente di Confindustria Bonomi, passa in secondo piano – accade così in tutte le varianti dell’Italexit, anche quelle a parole socialisteggianti (come Nuova direzione). Questo, ancora una volta, fa a cazzotti con la definizione dell’Italia come paese imperialista – qualifica corretta, che impone ai comunisti, categoricamente, da sempre, la consegna: il nemico principale è nel nostro paese!

Ecco perché il D. Moro che ricerca una prospettiva di classe, comunista, e l’identifica nell’attuale contingenza con l’Italexit, appare prigioniero di uno schema strategico-tattico che è in stridente contraddizione con alcuni suoi validi convincimenti, a cominciare da quelli sulla natura dell’Ue come organismo di coordinamento tra nazioni e sulla natura imperialista del capitalismo italiano. Infatti se si sostiene, come in altri testi, che l’uscita dall’euro sarebbe positiva perché consentirebbe una “seria politica economica anticiclica”, utili svalutazioni competitive, la fine dell’autonomia della Banca d’Italia, attribuendole il ruolo di prestatore di ultima istanza, etc. – viene da chiedersi: a cosa si mira, alla salvezza e al rilancio del capitalismo nazionale (imperialista) con le mitiche politiche keynesiane, o alla difesa immediata dei lavoratori collocata dentro una prospettiva anti-capitalista, socialista, rivoluzionaria? E se non ci si vuole confondere con i nazionalisti, come mai, in un orizzonte che si vuole di classe, è assente qualsiasi parola d’ordine che valga come appello al proletariato di tutto il continente a lottare insieme contro i fondamenti della costruzione europea? Insomma: o nazione e nazionalismo, o classe e internazionalismo, una terza via non c’è.

Il “caso Grecia”, e l’ipotesi di un’uscita obbligata dall’UE

A suo tempo l’eurostoppista Cremaschi (che deve ancora una risposta “approfondita” alle nostre critiche) pensò di poter liquidare la nostra posizione classista raffigurando gli internazionalisti come dei bambocci che stanno, cronometro alla mano, in attesa dell’ora x in cui, è sicuro, tutto salterà in aria in simultanea. Se non ricordiamo male, si offrì di regalarci 1.000 orologi per stare sincronizzati sull’ora decisiva, e non ha mantenuto neppure questa promessa. Anche Moro commette l’errore di rappresentare la posizione internazionalista in modo caricaturale: “chi pensa che il problema è il capitalismo e non l’Ue si condanna alla irrilevanza politica, perché rimane su una posizione astrattamente teorica che non tiene conto dei rapporti economici e politici reali, cioè della situazione concreta. Infatti, oggi il capitalismo europeo ha nella Ue e nell’euro un elemento costitutivo decisivo”.

Che il capitalismo europeo abbia nella Ue e nell’euro un elemento costitutivo decisivo è un dato di fatto talmente evidente da risultare banale. Vorremmo sapere dove e chi lo ha negato, per farci insieme una risata. Così come ci piacerebbe sapere cos’è una posizione “astrattamente teorica” dal momento che il concetto ci è ostico. Ma andiamo al dunque: ciò di cui abbiamo parlato finora è il concreto accodamento di tanti elementi della extra-sinistra italiana alla proposta forgiata qualche decennio fa dalle destre europee più accesamente nazionaliste di un’uscita volontaria dall’Ue (e poi dall’euro) come via per la rinascita delle singole nazioni “oppresse” dalle istituzioni europee, per riconquistare la sovranità nazionale e monetaria perduta – primatista nel tempo e nei contenuti schiettamente reazionari il Front National di Le Pen padre. Abbiamo da svariati anni denunciato questo accodamento e il suo camuffamento “progressista” o “socialista”, ma ci siamo al contempo confrontati con un’altra ipotesi: quella di un’uscita obbligata, forzata, dall’Ue e dall’euro, che abbiamo legato allo sviluppo e alla radicalizzazione della lotta delle classi lavoratrici. Lo abbiamo fatto nel 2014 in relazione al caso greco, quando ancora non c’era stato il clamoroso voltafaccia di Tsipras, ed era ancora in piedi il movimento di lotta proletario e popolare contro la brutale austerity imposta dalla Trojka a nome e nell’interesse degli stessi capitalisti greci. In quella circostanza abbiamo ragionato su una prospettiva strettamente collegata alla “situazione concreta” esistente in Grecia, in un modo tutt’altro che “astrattamente teorico”, questo:

«In assenza – e così è, al momento – di significativi movimenti di lotta nel centro-nord d’Europa, è comprensibile la tentazione che ha preso, ad esempio, i compagni di Antarsya in Grecia, di mettere assieme un obiettivo di lotta sacrosanto da un punto di vista di classe come la cancellazione del debito di stato con la proposta di “uscire dall’Unione europea e dall’euro, e tornare alla dracma svalutandola del 50%“. In una situazione di terribile isolamento, è comprensibile che si cerchino delle soluzioni “particolari”, “greche”, ma resta egualmente sbagliato. Immaginare che i lavoratori e i giovani greci possano venir fuori dagli attuali tormenti imbarcandosi (con salari tagliati del 50 o poco meno percento) dentro una scialuppetta-dracma in oceani in tempesta come quelli d’oggi, e ancor più di domani, è del tutto illusorio. Il nostro compito non è quello di far esplodere l’euro in mille pezzi per metterci al riparo dalle “nostre” vecchie monete che il tempo ha affondato; è quello di lavorare a ricomporre i “mille pezzi” in cui è scomposto oggi il nostro campo, il nostro fronte. E il maggior contributo all’intero movimento di classe in Europa (e fuori) è venuto dalle lotte in Grecia quando hanno saputo sollevare problemi comuni e indicare nemici comuni con l’assedio al proprio parlamento, con la lotta ai propri governi, con la denuncia di massa dei crimini della Trojka e del sistema bancario internazionale, con il rifiuto del Fiscal Compact, con la forte rivendicazione dell’annullamento del debito e l’avvio di un processo di audit di massa, con le risposte militanti al risorgente neo-fascismo e la solidarietà ai lavoratori immigrati aggrediti…

«Se in Grecia o altrove il movimento proletario e popolare diventerà così forte da imporre al governo nazionale misure di politica economica e sociale ritenute incompatibili dai poteri forti che dettano legge in Europa perché antagoniste agli interessi del capitale; e tanto più se in Grecia o altrove il movimento proletario acquisterà tanta forza e tanta autonomia politica da prendere il potere per sé, annullare i diktat europei, decidere misure di emergenza a tutela dei lavoratori, prendere misure coercitive contro le forze borghesi interne, possiamo dare pressoché per certo che tra le misure di ritorsione di Bruxelles e della Bce ci sarebbe la minaccia o la decisione di espulsione dall’euro e dall’Unione, nel tentativo di circoscrivere e stroncare l’effetto-contagio della ribellione proletaria e popolare. Ma una simile cacciata dall’euro, avverrebbe in un contesto di scontro di classe infuocato in cui una tale decisione degli odiati super-poteri europei potrebbe diventare, per il suo segno di classe, un boomerang che si ritorce contro chi l’ha lanciato. E la resistenza ad essa, in Grecia o altrove, lungi dall’avere un segno nazionalista, assumerebbe una chiara valenza internazionalista, sarebbe davvero un’altra storia…».

Non abbiamo nulla da aggiungere a quanto scrivemmo allora se non l’invito a non sparare contro le posizioni internazionaliste, almeno le nostre, senza conoscerle, senza studiarle, come noi facciamo per quelle altrui. Non abbiamo mai detto: “il problema vero è il capitalismo, e non l’Ue”, una simile opposizione sarebbe insensata. Ci siamo, invece, occupati da molto sia dell’Ue che dell’euro. Senza scansare le enormi difficoltà che si dovranno affrontare perché l’internazionalismo classista torni ad essere, come un secolo fa, la linea politica d’azione dell’intero movimento proletario. E le abbiamo inquadrate così:

«I lavoratori di tutti i paesi europei, in misura molto differenziata e al tempo stesso comune, stanno soffrendo dentro l’euro e dentro l’Unione per le politiche anti-proletarie delle istituzioni europee, della Bce e del Fmi (la giustamente stramaledetta Trojka). E soffrirebbero altrettanto nel caso in cui avessero successo le prospettive di uscita volontaria dall’euro di Anguita&C., della Rete euro-afro-mediterranea, della Le Pen o di Salvini/Grillo.

«L’alternativa tra “morire per l’euro” o “tutto pur di sfasciare l’euro” è un’alternativa tra due soluzioni entrambe capitalistiche, entrambe fondate sullo schiacciamento dei/delle proletari/e di tutti i paesi europei, e a maggior ragione di quelli dei paesi extra-europei dominati dai capitali europei. Noi la rifiutiamo. E contrapponiamo ad essa la prospettiva della lotta comune tra i lavoratori del Sud, dell’Est e del Nord dell’Europa alle politiche anti-proletarie di Bruxelles, della Bce, del Fmi e dei governi europei.

«Ci sono fondamentali obiettivi comuni da propagandare e perseguire dovunque con la lotta. Contro le politiche della Trojka. Contro il debito di stato, per il suo annullamento. Contro la ‘regola di piombo’ di Draghi. Contro il taglio dei salari, diretti e indiretti, la disoccupazione, la precarietà, l’allungamento degli orari di lavoro, l’intensificazione del lavoro, la distruzione dei contratti nazionali di lavoro e della organizzazione operaia nei luogi di lavoro. Contro il Fiscal Compact. Contro il risorgente militarismo europeo e la Nato. Contro lo sfruttamento differenziale, le bestiali discriminazioni, il razzismo di stato e fascistoide nei confronti dei lavoratori immigrati. E potete aggiungere senza sforzo, naturalmente, tutti i corrispettivi “per”…

«Non ci sfugge che esiste nell’Unione europea, e va accentuandosi, una polarizzazione territoriale tra capitali che si ripercuote anche sulle condizioni di esistenza e di lavoro dei salariati e sugli indici di disoccupazione e di povertà. Non ci sfugge che i colpi subìti dai proletari dell’Est Europa sono più violenti di quelli subìti dai proletari dei PIIGS; né che all’interno stesso dei PIIGS i colpi subìti dai proletari e dai giovani greci sono più violenti di quelli abbattutisi sui proletari e i giovani italiani. Vediamo bene che i colpi subìti dai proletari dei PIIGS sono più violenti di quelli subìti dai proletari tedeschi o olandesi. Ma quando leggiamo che i “lavoratori dei paesi centrali più forti del Nord Europa (…) per ora sembrano fuori dalla crisi sociale che attanaglia il resto del continente”iv, ci chiediamo se si tratti solo di (colpevolissima) disinformazione, e/o anche di quel velenoso spirito anti-tedesco diffuso nella sinistra, anche “radicale”, che serve esclusivamente a rafforzare le distanze, l’estraneità e la contrapposizione tra i proletari e le proletarie del Nord e del Sud dell’Europa. Né più né meno di quella propaganda sciovinista tipica dei mass media e dei governanti del Nord Europa secondo cui nel Sud dell’Europa non si farebbe altro che prendere il sole mangiando a sbafo dello stato e dell’Europa-che-lavora.

«C’è una stratificazione materiale storica dentro il proletariato europeo che ha prodotto stratificazioni ideologiche e psicologiche profonde. Ma proprio perché questo problema è reale, ci vuole a nostro avviso il massimo dell’impegno nel tessere i fili unitari dentro il nostro campo di classe, rifuggendo da tutte le “facili” soluzioni che, invece, approfondiscono delle distanze già di per sé, allo stato attuale, ampie e molto pericolose. Sappiamo che è estremamente arduo far sentire ai proletari di casa nostra, ad esempio, le lotte in Grecia, in Spagna, in Slovenia, in Francia, in Bulgaria come lotte integralmente nostre, ma questo ci tocca fare se crediamo, e noi lo crediamo, che non c’è soluzione possibile a questa crisi all’interno del capitalismo globalizzato che non sia l’accentuazione della concorrenza e la guerra fratricida tra proletari.»

E in Italia?

Dunque noi puntiamo tutto sulla ripresa della lotta di classe del proletariato e degli sfruttati, qui in Italia, in Europa e nel mondo – e sul fatto che il pieno dispiegamento delle conseguenze della crisi la incentiverà. Non siamo noi che possiamo determinarla. Possiamo, con percentuali infinitesime allo stato attuale, favorirla o ostacolarla. La proposta di mettere al centro del programma “di fase” la battaglia per l’uscita dall’euro senza dubbio la ostacola, perché immette nella classe lavoratrice veleni nazionalisti, e favorisce la subalternità del lavoro salariato agli interessi nazionali. Questi elementi di nazionalismo anti-tedescov sono particolarmente perniciosi in un paese come l’Italia che è parte da più di un secolo della gang dei paesi imperialisti, e tuttavia, non essendo tra quelli al vertice, si serve dell’eterno ritorno dei piagnistei alla Giovanni Pascoli sulla “grande proletaria” defraudata dalle nazioni più potenti, per lucrare qualche libbra in più di carne viva libica, o serba, o arabo-islamica, o etiope, albanese o sud-africana, sud-americana o cinese, o bielorussa, o quel che sia. Inoltre la propaganda per l’Italexit immette nella classe lavoratrice una suicìda fiducia nello stato capitalistico nazionale come l’attore buono, attento alle necessità sociali, a differenza del capitale ‘privato’ insaziabile e anti-sociale. Questo accade da decenni. E nessuna declinazione ‘alternativa’, di sinistra, può neutralizzarla. L’escamotage della riconquista della “sovranità democratica” non risolve il problema. Anzi. Perché si tratta comunque dello stato democratico, lo stato del capitale, lo stato borghese. E non si può invocare l’autorità di Lenin, specie del Lenin di Stato e rivoluzione, per incartarvi qualche verità di nuovo conio del XXI secolo che in un modo o nell’altro ne attenui il carattere di classe, e gli attribuisca una qualche veste di neutralità.

Certo, lo stato del capitale deve tener conto della forza delle altre classi, del rapporto di forza esistente tra la classe che lo comanda, la classe lavoratrice e le mezze classi. Ma visto che si parla di “materialismo” (storico, crediamo), c’è da prender atto che la tendenza storica della democrazia capitalistica è alla sua blindatura, e nell’ultimo ventennio a ricorrere sempre più spesso allo “stato di eccezione”. O no? L’abbiamo davanti agli occhi in questa crisi del covid-19, come abbiamo in mente la stretta repressiva operata dallo stato contro le lotte proletarie lungo l’intero corso della “prima repubblica”. Per cui, fermo restando che nei paesi del ‘centro’ qual è l’Italia non verrà mai meno del tutto la funzione di integrazione dello stato borghese verso settori della classe lavoratrice, non è però il caso di almanaccare troppo intorno allo stato come “luogo di mediazione tra le classi sociali”. Meglio prendere atto che o si realizzerà sul campo un radicale cambiamento dei rapporti di forza tra classe del capitale e classe lavoratrice, o ci aspetta (i lavoratori della logistica ne sanno qualcosa) un incremento della repressione statale. La potente ripresa della lotta di classe è la chiave di tutto. Rispetto ad essa l’Italexit volontaria è un escamotage controproducente sotto ogni aspetto, perché veicola in una classe lavoratrice dai livelli di attività e di coscienza già molto bassi, l’illusione di poter venire fuori dalla sua attuale condizione chiudendosi entro i propri confini nazionali e rifugiandosi nelle braccia del “proprio” stato borghese – tutto, insomma, fuorché l’auto-attivazione, l’auto-organizzazione, la lotta per i propri distinti obiettivi, per la propria liberazione.

Noi della Tendenza internazionalista rivoluzionaria rivendichiamo di avere contribuito a tracciare una prospettiva politica “concreta” alternativa a quella dell’Italexit centrata – lo ripetiamo – sulla ripresa in grande dell’iniziativa di classe, che ha iniziato a prendere corpo nel Patto d’azione per un fronte di classe anticapitalista promosso dal SI Cobas. Questa iniziativa ha formulato un programma di lotta che ha al centro tematiche di fondamentale ed esclusivo interesse della classe lavoratrice. La lotta per la riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di salario, sulla linea del “lavorare tutti, lavorare meno, lavorare meno, lavorare tutti, per il (solo) lavoro socialmente necessario”, che è una risposta non solo all’aumento della disoccupazione ma anche alla necessità impellente di mettere in discussione l’enorme massa di produzione inutile e dannosa che ci appesta (e favorisce ogni genere di malattie). La lotta per aumenti salariali sganciati dalla presenza, dalla produttività e dalla competitività, e per il salario garantito ai disoccupati, se non verranno attuate misure di riduzione drastica degli orari di lavoro. La lotta per imporre la patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della società per finanziare le priorità di spesa sociale più urgenti, che ammontano a centinaia di miliardi solo in Italia, con un prelievo forzoso sugli espropriatori e i profittatori del lavoro salariato, invece di scaricare sulle schiene di chi lavora altre centinaia di miliardi di debito di stato. Inutile, adesso, richiamare tutti i singoli punti della piattaforma che si sforza di raccogliere e unificare le spinte di lotta, all’oggi estremamente tenui e circoscritte, rivolgendosi all’enorme massa delle sfruttate e degli sfruttati, autoctoni e immigrati. Questo è niente più che un inizio, con forze assai modeste, ma ci teniamo a sottolineare che la prospettiva e le rivendicazioni-chiave formulate hanno tutte un respiro almeno europeo, e un bersaglio europeo – l’Ue.

Per noi la lotta al padronato, al governo, allo stato italiani va assieme alla lotta contro le istituzioni europee. La prospettiva, il programma, il piano di lotta in cui ci riconosciamo servono a svelare ai milioni di lavoratori, precari, disoccupati, oppressi di ogni genere che il capitalismo italiano, il governo italiano, lo stato italiano, non sono vittime dell’Ue, ma sono a tutti gli effetti artefici e protagonisti di questa istituzione ultra-capitalistica. L’opposizione e la lotta alle politiche dell’Ue passa quindi necessariamente attraverso la lotta al nemico che è “in casa nostra”, non attraverso l’assoluzione, esplicita o implicita, dello stato nazionale in quanto presunta vittima dello “strapotere di Bruxelles” o di Berlino. L’alternativa al nazionalismo o al social-nazionalismo delle tante versioni dell’Italexit è la lotta comune dei lavoratori europei contro i propri governi e le istituzioni europee, per buttarli giù tutti. E stiamo lavorando intensamente per arrivare a prime iniziative di propaganda e di lotta a questa scala anche contro la politica estera guerrafondaia e colonialista dell’Ue. Se non fosse esplosa la crisi sanitaria, ne avremmo già realizzata una, a fine marzo scorso, a sostegno delle nuove sollevazioni arabe in corso, la cui vittoria indebolirebbe molto i nostri nemici.

Conosciamo l’obiezione a questo programma d’azione: campa caval che l’erba cresce. Per intanto, illustri inventori di scorciatoie, la sola cosa certa è che tutta l’agitazione Italexit “di sinistra” degli ultimi anni, con le aperture di credito ai “compagni di strada” 5S e leghisti, ha solo accentuato la paralisi e la decomposizione ideologica e organizzativa delle sezioni dell’extra-sinistra che l’hanno adottata, a esclusivo vantaggio del polo “rosso”-bruno che ne sta raccogliendo i frutti. E per quanto la si voglia condire di intenzioni socialiste o comuniste, non potrà portare alcun beneficio alla causa della rinascita del movimento autonomo della classe. Questa rinascita dipende, al 99%, da fattori che non siamo noi a controllare. Si darà per esplosioni improvvise (preparate da un lungo lavoro sotterraneo, spesso solo di piccoli gruppi o perfino soltanto teorico) come le sollevazioni arabe del 2011-2012 e del 2018-2020, i movimenti sociali che hanno scosso l’America del Sud lo scorso anno, o il movimento del giovane proletariato statunitense nero, bruno, bianco nato dall’assassinio di George Floyd, esplosioni che incideranno anche sui programmi e sui piani di lotta. Finora in Italia e in Europa abbiamo visto poco. E in assenza di un’esplosione generale del conflitto di classe nulla di rilevante è possibile. Ma ci si può e ci si deve preparare a quando le esplosioni avverranno, incardinando i piccoli contingenti di militanti e le avanguardie di lotta già oggi disponibili a farlo su una prospettiva politica che nulla conceda al nazionalismo, e tutto impegni per la globalizzazione delle lotte e dell’organizzazione di classe.

29 agosto, Tendenza internazionalista rivoluzionaria

P.S. – Ci sarebbe da discutere almeno un altro paio di questioni.

La prima è molto spinosa per tutti gli Italexit, e riguarda le prevedibili, o scontate, conseguenze concrete di un’eventuale uscita dall’euro, con l’immediata e violenta svalutazione della moneta nazionale, anche a prescindere dalla ‘volontà’ di dar vita a svalutazioni competitive, l’immediato rincaro dell’import (a cominciare dalle fonti di energia), la svalutazione dei salari, etc. Per ora ci limitiamo a registrare il silenzio di tomba di tutti gli Italexit sulle conseguenze della Brexit, che avrebbe dovuto far decollare il Regno Unito con l’aiuto fraterno degli Stati Uniti ed invece…

La seconda è la tesi implicita/esplicita presente in tutte le argomentazioni Italexit secondo cui l’ambito politico nazionale italiano sarebbe in sé più “progressivo”, più favorevole alle necessità dei proletari, non solo dell’ambito europeo, ma anche dei singoli contesti nazionali francese, tedesco, spagnolo, etc. Il che è tutto da dimostrare.

Ci risentiamo presto.

Note

i Ci riferiamo all’articolo La collocazione dell’uscita dall’UE nella strategia per il socialismo, pubblicato su “L’Ordine Nuovo” e su “Sinistra in rete”.

ii Cfr. L’Italia paese centrale e imperialista, pubblicato su “L’Ordine Nuovo” e su “Sinistra in rete”.

iii È il titolo di un pezzo di Thomas Fazi, comparso su “Il Paragone”.

iv È scritto testualmente questo nel documento della Rete dei comunisti intitolato “Fuori dall’Unione Europea. Una proposta politica per il cambiamento” – Forum euromediterraneo, Roma 30 novembre/1 dicembre 2013.

v Cfr. D. Barontini, Da oggi in poi ci governa Berlino, comparso su “Contropiano”.

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