Stati Uniti: movimento reale ed elezioni (Noi non abbiamo patria)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal compagno che cura il blog Noi non abbiamo patria. Nelle sue battute iniziali questo testo dà l’impressione di considerare quasi ozioso o irrilevante ogni interrogativo relativo alle recenti elezioni statunitensi. Ma se lo si legge fino in fondo, si comprende meglio che questo esordio polemico serve essenzialmente a mettere in primo piano, anche nell’analisi del voto e degli spostamenti elettorali, il grande sommovimento sociale e politico nato dall’uccisione di George Floyd – un movimento che, come ha scritto il New York Times del 3 luglio scorso, nel solo mese di giugno ha coinvolto da 15 a 26 milioni di dimostranti, in più di 4.700 manifestazioni, in circa 2.500 grandi città o piccoli centri, in almeno 1.360 contee, che sono per tre quarti a larga maggioranza (75%) bianche. Un movimento, che può essere considerato “il più vasto movimento nella storia degli Stati Uniti” (è ancora il New York Times a dirlo), e che ha avuto un’eco internazionale perfino qui in Italia. Dopodiché, è evidente, il nesso movimento reale/elezioni ha un suo rovescio nel nesso elezioni/movimento reale non solo per la grande crisi istituzionale in corso a cui le elezioni hanno messo capo; ma anche perché l’avvento dell’amministrazione Biden (salvo imprevisti) porrà una sfida più complessa ed avanzata alle forze e alle masse di sfruttati/e neri, marroni e bianchi che, dopo essersi battuti (anche) per cacciare Trump, non ritorneranno di certo a casa come piacerebbe ai vincitori e all’establishment.

Una contro-analisi del voto elettorale per la presidenza degli Stati Uniti d’America del 2020, che evidenzia la sofferenza della democrazia liberale borghese a contenere e a riassumere le contraddizioni e la crescente polarizzazione sociale e di classe.

In questi giorni diversi compagni hanno cominciato a scornarsi in buonissima fede sull’annoso tema della analisi dei risultati del voto di questa inedita elezione per la nuova Presidenza degli USA del 2020, tentando di argomentarla secondo una analisi di classe.

Alcuni sforzi hanno il pregio di non essere caduti nella trappola, cui tutti gli analisti borghesi (quelli intelligenti del Corriere della Sera o del Sole 24 Ore, o del Financial Times, così come gli inutili commenti del quotidiano il Manifesto) continuano a cadere, finendo ad arrampicarsi sugli specchi di teorie preconcette ed a diffondere bubbole per affamati. L’analista borghese un po’ lo fa anche scientificamente per affogare nel vuoto della rozza sociologia statistica i fatti del movimento reale, delle relazioni e dei rapporti sociali con il capitale e tra le classi.

Non è semplice destreggiarsi tra le domande mal poste, inutili e fuorvianti del tipo: ma gli operai bianchi hanno votato per Trump? Ma i latini hanno votato per Trump? Ma il blocco dei neri ha votato per Trump? Ma il ceto medio educato ha votato per Biden? Ma il ceto medio ignorante ma produttivo (ossia le figure estranee al “lavoro cognitivo”) ha votato per Trump? Le donne hanno votato per Biden? E così via.

Le domande di cui sopra denotano una incapacità strutturale a vedere il movimento reale della società capitalistica, ingarbugliata dalla sua crisi generale. Troppi sono stati i decenni scanditi dal tran-tran riformista (o social imperialista) della fase della crescita diseguale e combinata dell’accumulazione, ma comunque sempre in crescita. In quel tran-tran era normale che le contraddizioni sociali potessero trovare facilmente la loro sintesi e ricomposizione nel quadro della democrazia borghese, di cui il processo elettorale è uno dei momenti decisivi di mobilitazione e sussunzione sotto la dittatura del capitale di tutte le classi sociali, proletariato incluso, e dell’intero insieme delle relazioni con il capitale.

I fatti di questi giorni – senza contare quelli dei giorni precedenti – sono stati rapidi, immediati, veloci e pieni di contraddizioni. Non devono sfuggire alla analisi proprio perché rapidi. Ed è proprio per la loro velocità che si rischia di vederli come aspetti estemporanei, poco significativi e trarne conclusioni approssimative o sottostimare alcuni aspetti davvero inediti e fondamentali.

Quando questo blog scrisse un primo articolo di riflessione sul movimento nato in nome di George Floyd (che è sbagliato e limitativo definire “anti razzista”, perché è qualche cosa di più anche da un punto di vista della consapevolezza di gran parte dei giovani proletari neri, bianchi e marroni che lo hanno animato), veniva annotato che un conto è rispondere colpo su colpo alla violenza legale dello Stato, altro è rispondere nei confronti di quella extra legale dei suprematisti bianchi (macchine lanciate a tutta velocità contro i manifestanti, giovani neri trovati impiccati nei parchi nei centri delle città, sparatorie di diverso tipo contro il Chaz di Seattle, ed infine le vere e proprie manifestazioni dei suprematisti nelle downtown delle città grandi e piccole e a Portland).

Lo stesso vale per gli stessi settori sociali della middle class (bianca e non solo) che rappresentano l’ala più militante del partito di Trump: un conto è scagliarsi contro gli “anarchici” e contro i “comunisti” a Portland, Seattle, Kenosha e in tutte le grandi o piccole contee del paese, un altro è doversi confrontare con lo Stato di cui essi, a differenza dei “sostenitori della vita dei neri”, si sentono gli autentici figli prediletti. Un conto è scendere in piazza armati contro i proletari e le mobilitazioni in nome del “black lives matter”, sapendo che la polizia locale e quella federale gli dà un sostegno complice, altro è doversi confrontare con gli apparati militari dello Stato che si vuole sostenere e rafforzare contro la minaccia dei “rossi”.

Ma intanto, se Trump ha perso la sfida elettorale e la sua base militante non ha ringhiato forte nelle piazze come precedentemente temuto, il Trumpismo 2.0. ha ottenuto un grosso successo. Non solo perché è cresciuto di 7 milioni nel consenso elettorale (che non è poco), ma anche perché il Partito Repubblicano appare sempre più decisamente modellato all’insegna del partito di Trump versione 2.0, con le conseguenti ricadute anche sulle politiche del Partito Democratico e per l’agenda di Biden. Ma questo, se volete, è solo un dato di riflesso.

Anche il fascismo avrebbe potuto essere una bagatella, la marcia su Roma una spacconata di “quattro ignoranti e cialtroni”, dove le camicie nere fermate dall’alt dell’esercito regio sulla Via Emilia si sarebbero sciolte se i fedeli al Re avessero sparato due colpi di artiglieria in aria. Ma gli ufficiali sul campo chiesero agli alti comandi dell’esercito cosa fare e questi risposero di lasciarli passare. Il grande capitale, che non è mai un monolite o un mono blocco, decise e scelse definitivamente per l’opzione fascista in luogo di quella liberale e social democratica come modo per sistemare la faccenda con il proletariato interno e per riavviarsi nella contesa imperialistica mondiale.

Quanto è successo nei giorni della contesa delle elezioni presidenziali degli USA e sullo spoglio dei voti, ha tutto il sapore di essere una traiettoria di impasse simile, che affonda nelle stesse radici materiali di un tempo, sebbene i tempi non siano ancora del tutto maturi (dal punto di vista della crisi e della ricomposizione maggioritaria delle classi in lotta), e che ripresenta i nodi irrisolti del capitalismo razziale, della lotta abolizionista contro il lavoro servile e della guerra civile, che non solo è fattore costituente del capitalismo a stelle e strisce, ma anche perno fondante del dominio del capitalismo globale, del colonialismo storico e dell’imperialismo.

Le dimostrazioni fuori e a ridosso dei vote centre della base militante del partito di Trump sono state diffuse e per certi aspetti spontanee appena the Donald ha twittato. Sono avvenute spontaneamente ed in maniera militante non solo a Detroit, Atlanta, Philadelphia e Phoenix dove il risultato era in bilico, ma anche dove esso era già acquisito, pro o contro Trump: a Portland, a New York, a Washington e Miami.

La middle class bianca e latina si è subito organizzata. Su Facebook una pagina chiamata “Stop the Steal” (ferma la rapina) è venuta fuori dal nulla, e in meno di un’ora ha raccolto 360 mila sottoscrittori e sostenitori, con l’obiettivo di coordinare e virtualmente collegare le piazze trumpiste davanti ai centri di voto e tentare di bloccare il conteggio delle schede. 

Facebook ha immediatamente sospeso ed oscurata la pagina dello “Stop the Steal”, così come nei confronti di altri tentativi simili.

Che dire? Che il suggerimento strategico dell’ex consigliere di Trump, Roger Stone, di eseguire arresti preventivi di alcuni big del capitale in caso di sconfitta elettorale, tra cui Zuckerberg, il padrone di Facebook, era un consiglio azzeccato.

Poi Trump è stato oscurato anche dai media nazionali e la trasmissione in diretta della sua conferenza stampa interrotta dai principali network televisivi. In sostanza c’è stato un certo regolamento di conti all’interno della grande borghesia, del grande capitale, che ha preferito non procedere e bloccare Trump. Ma non è stata una decisione unanime, le linee di divaricazioni tra interessi contrastanti su come regolare i conti con il proletariato interno, con quello esterno e con i concorrenti internazionali sono ancora tutti lì sul terreno della contesa inter borghese e tra differenti settori del grande capitale [vedi su questo blog la riflessione su Trump versione 2.0: origini e natura].

Tant’è che Trump, annunciato ufficialmente sconfitto, torna alla Casa Bianca e via twitter licenzia Mark Esper capo del Pentagono (colui che rifiutò il dispiegamento dell’esercito federale nelle città in rivolta durante i primi giorni di giugno 2020) e pianifica la rimozione ed il licenziamento del capo della CIA e del FBI.

Il ceto medio suprematista, il popolo e il partito di Trump, non è in grado di esercitare il suo “push” senza il sostegno di pezzi importanti dello stato e dell’esercito (lo può fare attraverso esso, utilizzando le infiltrazioni all’interno degli apparati dello Stato che contano) e senza che la parte più oltranzista del capitale impersonale regoli i suoi conti interni. Il ceto medio bianco (ma anche latino ed afroamericano) che si è mobilitato contro il presunto broglio elettorale non è abituato a doversi confrontare con la polizia e la guardia nazionale di cui si sente il più fiero sostenitore.

Al momento, l’esito immediato è che la mobilitazione democratica del partito Trumpista per annullare la sconfitta elettorale è stata temporaneamente bloccata e boicottata da una sorte di “golpe” [mediatico] contro Trump e contro la “libera contestazione democratica” della sua base popolare.

Perché?

Perché nel frattempo la contro risposta sempre dalla piazza è stata immediata, scavalcando la risposta democratica del ceto medio liberal e democratico per il “count every vote”. Mobilitazione di settori sociali democratici e liberali, che mai si erano avvicinati alle proteste e rivolte dei mesi precedenti (mentre è certificato che nei mesi precedenti sono scesi in piazza, a seconda delle rilevazioni, da 15 a 26 milioni di persone, una minoranza ma che minoranza!), i quali hanno dovuto confrontarsi con l’aggiungersi di migliaia di giovani che viceversa erano stati parte integrante della mobilitazione generale e militante per il “black lives matter” di questi ultimi 6 mesi. Le reazioni del popolo democratico e bipartisan del “count every vote” e del ceto medio liberale nei confronti dei sostenitori giovani e giovanissimi (per lo più di giovani proletari precari) del “BLM” sono state di tipo conflittuale, e niente affatto di unità popolare: “questa protesta non deve essere contro Trump ma bipartisan per la difesa del processo democratico elettorale”. Così i settori del “count every vote” hanno rimproverato i manifestanti più accesi che gridavano contro Trump e “no justice, no peace”.

Pian piano i settori sociali democratici “moderati” si sono ritirati dalle strade, mentre nelle piazze contro la mobilitazione della base trumpista e del suo partito rimanevano solo quelli che appunto avevano votato Biden, ma come voto contro Trump, oppure tanti di quelli che non avevano neanche votato. Le contro immediate manifestazioni caratterizzatesi come bipartisan e per il “count every vote”, hanno velocemente cominciato a connotarsi di altre parole d’ordine, sempre più allineate a quelle delle proteste e rivolte di questi mesi, registrando ed esprimendo che l’America come la conosciamo “is over”, è finita.

Manifestazione a Minneapolis la notte del 4 novembre 2020

Contro risposte della piazza che hanno in alcuni casi anche accentuato i toni verso un senso più schiettamente anticapitalista. In queste notti di Washington, New York, Philadelphia, Portland, Seattle, Chicago, Detroit, insieme ai cori abolizionisti delle rivolte di questi mesi, si è udito chiaro e forte il coro “fuck Biden, fuck Trump burn down the American Plantations”, le piantagioni, ossia il simbolo della struttura razziale del Capitalismo moderno e globale.

Qui riportiamo alcuni link con immagini e video da Washington D.C (4 novembre) e da Chicago (6 novembre) delle piazze animate da quei giovani proletari di tutti i colori, definiti dai supporter democratici a difesa dell’imparzialità elettorale e della santificazione democratica come “gruppi di pazzi”.

L’impasse cui il processo democratico si è inaspettatamente trovato doveva essere sbloccato immediatamente, e “golpe” contro Trump fu, constantando anche la non prontezza militante della base trumpista a scontrarsi con le forze dello Stato e di un’altra parte della middle class bianca che si era già abbondantemente rifugiata sotto l’ala protettiva e rassicurante del capitale democratico.

Ora, i numeri di queste contrapposte proteste potrebbero suggerire esagerate le considerazioni di questo blog. In realtà non è ai numeri che bisogna guardare, ma all’impasse reale superata attraverso delle forzature interpretative del meccanismo elettorale, che indica per il futuro non lontano un segnale incredibile: il capitalismo ha una evidente difficoltà a riassumere e ricomporre le contraddizioni sociali all’interno del quadro consueto della democrazia borghese e liberale, all’interno delle sue istituzioni e regole democratiche, all’interno del consueto processo pacifico elettorale.

Nessuno dei settori sociali direttamente auto attivizzatisi in piazza si è sognato di rivolgersi alle istituzioni dello stato democratico per far pendere la decisione su come risolvere l’impasse elettorale. Nessuno si è sognato di rivolgersi ai tribunali dello stato o federali attraverso petizioni popolari o “class actions” legali.

La prima istintiva reazione è stata quella di far risolvere il groviglio elettorale attraverso la piazza e la forza di classe che ciascuna compagine poteva esercitare. Questo sia per i settori sociali del ceto medio borghese, ma diviso tra il partito di Trump e quello bipartisan della classe media democratica, entrambi forze sociali che guardano al rafforzamento dello Stato e del Capitale (perché è questa la sostanza di queste iniziative piuttosto che la sua mera fotografia sociologica).

Ed è valso anche per il campo più proletario, dei giovani senza riserve già scesi in campo in questi mesi 8 mesi (inclusi i due mesi precedenti all’assassinio di George Floyd scossi dai primi scioperi spontanei degli essential workers e degli operai latini dell’agrobusiness e della macellazione delle carni), che immediatamente ha tracimato le iniziative bipartisan del “count every vote”, costringendo di fatto al ripiegamento il ceto medio democratico, perché le due differenti istanze erano incompatibili a convivere nella stessa piazza.

A questi giovanissimi proletari senza riserve la risposta è arrivata subito dalle forze di polizia dello stato democratico, comportando almeno 700 arresti e scontri con la polizia tra il giovedì sera e la domenica. Mentre la guardia federale già schierata dai governatori dei vari Stati fin dal weekend precedente al 3 novembre, preallertata, è rimasta chiusa nelle caserme ma pronta ad intervenire nelle strade in tumulto qualora fosse richiesto. 

Si dirà ancora: i numeri di queste contro iniziative proletarie erano scarsi. Si, certamente, ma ci si deve confrontare non con i numeri della “gente” in strada di questi giorni, ma con i numeri degli scenari di rivolta di questi ultimi 8 mesi, determinati da una profonda polarizzazione sociale e di classe che si riflette a tutti i livelli delle relazioni sociali e politiche tra le classi. E la cui crescente polarizzazione ha determinato un primo piccolo segnale che settori di avanguardia dei vari fronti di classe in ricomposizione (e per avanguardia non si intende il riferimento al ceto politico, bensì al senso profondo e materiale di classi composite ed articolate a loro interno) escono fuori dai limiti imposti dal perimetro elettorale borghese. 

Il processo elettorale degli USA evidenzia la profonda crisi che comincia ad attanagliare anche l’assetto della democrazia borghese colpita da quella più generale del capitalismo globale. Sicuramente si tratta di piccoli assaggi, dove la maggioranza dei giovani proletari giustamente festeggiano la sconfitta di Trump, perché la loro lotta è stata un elemento soggettivo che ha contato parecchio nei rapporti di forza nella società. Perché c’è tanta contaminazione di questa rivolta anche fin dentro alcune union territoriali della AFL-CIO (di cui sappiamo abbondantemente il ruolo di protettore degli interessi dei padroni e dello stato nazionale) che hanno dovuto in alcune città e zone industriali, Seattle, Rochester e nel Western Massachusetts allertare la chiamata per uno sciopero generale qualora Trump avesse provato a fare scherzi e a non riconoscere l’esito elettorale (proclami, appunto, che poi noi si sono tradotti in fatti). Prese di posizione che in ogni caso denotano quanto la determinazione del proletariato giovanile e senza riserve stia iniziando, qua e là, a contaminare anche alcuni pezzi della tradizionale classe operaia bianca e garantita di cui tanto si blatera senza senso e senza consapevolezza circa la materialità dei sommovimenti sociali in atto.

Pittsburgh, 7 novembre 2020

Intanto, quel proletariato giovanile e senza riserve festeggia in piazza, ma senza accodarsi al vincitore Biden. Mantiene certamente – all’interno della maggioranza di esso – forti illusioni che questo sistema collassante possa ancora essere riformato radicalmente, senza dover ricorrere alla necessaria e generale resa dei conti rivoluzionaria generale ed internazionale.

Ma già in questi giorni la mobilitazione diretta in piazza per sfrattare l’uomo dai capelli arancioni dalla Casa Bianca, è diventato un coro forte per la richiesta per la moratoria degli sfratti dei lavoratori e il blocco degli affitti, consegnando ai democratici vittoriosi grosse, ma davvero grosse patate bollenti.

Questo è il processo reale che emerge, di cui non possiamo prevedere gli esiti, che non sono scontati.


Nota a margine sulla cosiddetta analisi del voto

A premessa di questo inutile esercizio se non si tiene conto del processo reale di polarizzazione sociale, economica e di classe che la crisi generale del capitale, di cui la pandemia è figlia e precipitatore, devono essere tenute in conto un paio di evidenze.

Chi è stato innanzitutto colpito in questi mesi dalla crisi economica generale? Principalmente le nuove generazioni: più di 10 milioni dei nuovi disoccupati ha meno di 34 anni, mentre più di 5 milioni ha meno di 24 anni. Ossia la crisi ha investito il giovane proletariato senza riserve né diritti, quello delle generazioni dei cosiddetti millennials e della generazione Z ed ovviamente in proporzione ha riguardato di più i neri, gli ispanici, gli asiatici e poi i bianchi.

Quali settori del proletariato e della working class è stato maggiormente colpito dalla crisi? Il grosso della disoccupazione, in ogni caso, si è concentrato soprattutto tra i proletari con paghe orarie medio basse e tra quelli con contratti a zero ore. Il 37% dei nuovi disoccupati del periodo marzo-aprile-maggio ha riguardato proletari con paghe medie orarie intorno ai 15 dollari, mentre solo il 10% dei nuovi disoccupati è rappresentato da lavoratori con paghe orarie intorno ai 35 dollari.

E da quali settori industriali e produttivi la disoccupazione ha morso nei prima mesi della pandemia per poi attenuarsi nei mesi di maggio e giugno?

Numero di disoccupati per settore espresso in migliaia (1000 = 1 milione)

Le quote di disoccupazione immediatamente riassorbite parzialmente con le riaperture del mese di giugno, sono principalmente avvenute nei settori produttivi che prevedono le paghe più basse, mentre molti posti di lavoro di alcuni comparti tradizionali dell’industria e dell’estrazione mineraria, la cui crisi era preesistente al coronavirus, sembrano definitivamente persi.

Quali sono le condizioni sociali ed economiche per i cittadini ed i bianchi che posseggono un titolo di studio di secondo livello (high school) ma che non hanno conseguito il diploma del college, post graduate o il diploma universitario?

Se negli anni ‘50 e ‘60 i giovani proletari neodiplomati delle scuole inferiori (quelli che completano il percorso dell’high school) trovavano impiego nelle fabbriche della Ford o della Caterpillar; oggi trovano una opportunità occupazionale soprattutto nelle mega warehouse [magazzini] e fabbriche della logistica. Qui la paga oraria è generalmente in media inferiore del 30% a quella dell’operaio tradizionale di fabbrica. Ma anche nella grande industria il divario tra la paga oraria dei giovani operai e quelli con anzianità superiore ai 12 anni è aumentato notevolmente. Le chances di un miglioramento salariale con gli anni nelle nuove fabbriche della logistica sono comunque misere, mentre gli operi giovani della FCA, Ford e GM possono sperare di migliorare solo dopo 12 anni di anzianità (sempre se l’accumulazione del capitale tiene e si espande). Quindi i cosiddetti bianchi con un livello di educazione e formazione scolastica vanno considerati sulla base della loro età e generazione, quando si vuole trarre una indicazione su come questi settori sociali acculturati hanno votato.

Considerando poi la povertà culturale e lo stato di abbandono delle scuole pubbliche dell’high school [scuole superiori] il dato statistico sul possesso di questo o quel titolo di studio ha davvero poco senso.

E quali sono in generale le condizioni di vita dei proletari e della working class degli Stati Uniti? il Financial Times riporta come oggi negli Stati Uniti il 44% dei lavoratori (circa 53 milioni di lavoratori) percepiscono in media paghe orarie intorno ai 10,22 dollari, ossia circa 18.000 dollari l’anno. Qui durante i mesi del coronavirus in poche settimane il numero degli iscritti alle liste di disoccupazione e per i sussidi ha raggiunto i 47 milioni [3].

E sempre dalle analisi del Financial Times è emerso che negli USA e in Gran Bretagna nell’ultimo triennio è diminuito del 26% il numero degli occupati nella grande industria, mentre nei settori della logistica il numero di occupati nello stesso periodo è cresciuto del 141%. In termini assoluti, il numero degli occupati nell’industria rimane dieci volte superiore a quello della logistica. Però i giovani proletari – che hanno solo un titolo di studio della scuola inferiore – è in questi settori che trovano impiego, dove le paghe orarie sono decisamente più basse. C’è dunque una nuova generazione operaia di fabbrica che percepisce paghe decisamente inferiori rispetto alla generazione operaia dei 40enni e dei 50enni, i quali hanno raggiunto condizioni di vita simili a quelle del ceto medio (sia per lo stile di vita confortevole raggiunto, ma soprattutto per il livello di indebitamento del nucleo familiare raggiunto, per cui l’aggravarsi della crisi assume contorni ancora più drammatici che per i giovani operai “senza riserve”).

Ed indubbiamente come il peggioramento delle condizioni di vita proletarie e della pandemia si è riflettuta secondo le linee del colore? Evidentemente la crisi e la pandemia hanno colpito maggiormente i neri, i latini ed ispanici, gli asiatici ed infine i bianchi? E come all’interno di queste comunità etniche? Polarizzando sempre di più le classi proletarie e dei lavoratori da quelle del ceto medio black, brown e bianco.

Allora cosa riflettono i risultati del voto, se presi separatamente da questo contesto e soprattutto dal processo reale della polarizzazione sociale di cui i movimenti di rivolta dei mesi precedenti ne sono espressione?

Ma ancora una piccola premessa deve essere aggiunta. Il processo elettorale ha segnato un certo record di partecipazione al voto: il 67%, registrando che il partito Repubblicano e di Trump ha ottenuto un aumento di almeno 7 milioni di voti, mentre quello Democratico di almeno 11 milioni di voti rispetto al 2016, per un totale di circa 150 milioni di voti espressi. Ma in realtà quanti sono gli aventi diritto al voto negli Stati Uniti? Gli Stati Uniti hanno una popolazione di circa 330 milioni di abitanti, di cui almeno 215 milioni hanno la maggiore età e sono dunque eleggibili al diritto di voto. Perché eleggibili al diritto al voto? Perché non vi è automatismo tra diritto di voto e compimento della maggiore età. Il cittadino deve prima iscriversi alle liste elettorali. Per la legge costituzionale tutti coloro che sono stati condannati per qualche reato perdono il diritto al voto e per riacquistarlo debbono ottenere una successiva sentenza da parte di un tribunale che riassegni il diritto di voto al cittadino che ha la fedina penale “sporca”.

In un paese che ha un sistema sociale di incarcerazione di massa incredibile, che secondo vecchie statistiche del 2006 circa 7 milioni di persone erano incarcerate [o colpite da misure penali], di cui circa il 70% per reati connessi al traffico di stupefacenti o per rapine, prevalentemente di etnia afroamericana ed ispanica, c’è un volume di proletari afroamericani ed ispanici che sebbene abbiano scontato la pena, non dispongono del diritto all’iscrizione alle liste elettorali, previa sentenza di un tribunale. Inoltre, lo stesso meccanismo procedurale e legislativo che regola l’iscrizione alla lista elettorale, storicamente ha agito per tenere lontani dall’esercizio del voto settori considerevoli del proletariato afroamericano ed ispanico e parte dei ceti più poveri bianchi. Sappiamo da dati rilevati a posteriori nel 2018 che per esempio lo Stato della Georgia escluse e respinse la domanda di iscrizione alle liste elettorali più di 1 milione e 500 mila richiedenti, 750 mila in più rispetto alla tornata elettorale precedente. Il tasso di invalidazione per gli elettori asiatico-latinoamericani e per quelli afroamericani è stato, rispettivamente, quattro volte e tre volte più alto rispetto a quello dei bianchi.

Elementi caratteristici della democrazia borghese del capitalismo razziale, che dunque deve essere tenuto bene a mente prima di astrattamente analizzare come abbia votato la classe operaia e la classe operaia bianca. Quindi quando parliamo di percentuale dei votanti a queste elezioni, bisogna considerare che la partecipazione percentuale deve essere rapportata al numero effettivo degli iscritti eleggibili al voto (voting eligible population o VEP).

Riguardo ai non votanti, una larga fetta della popolazione che non esercita il diritto di voto sono i giovani americani. Per esempio, nel 2016 meno della metà – solo il 43,4% – degli americani idonei sotto i 30 anni ha votato alle elezioni presidenziali. Che è un dato decisamente inferiore rispetto al 71,4% degli ultrasessantenni che hanno votato.

Tant’è che probabilmente anche in queste ultime elezioni del 2020 circa 20 milioni di americani con età di voto sono stati esclusi dall’esercizio del diritto di voto per vari motivi (avevano commesso un crimine o l’amministrazione statale aveva rifiutato la loro registrazione), che si aggiungono ai rimanenti che poi o volontariamente non si sono iscritti a votare oppure, pur avendolo fatto, non hanno votato. E di questi 20 milioni una parte considerevole del proletariato americano ancora una volta o non ha votato o è stata esclusa dal diritto a votare.

Quindi alla fine cosa ci dice lo specchietto statistico del risultato del voto delle presidenziali 2020 negli Stati Uniti? Di seguito ci sono alcune tabelle prodotte secondo la sondaggistica borghese che riflettono bene la profonda ed accresciuta polarizzazione sociale secondo le linee di classe, di razza e di genere combinate tra loro. Il risultato elettorale lo evidenzia, ma come semplice aspetto fotografico di un percorso ed un movimento reale ancor più profondo e complicato.

Sondaggio eseguito sui votanti del 2020 – fonte NPR

E cosa ci dice la sondaggistica riguardo la preferenza del voto suddivisa per classi di reddito?

Una fotografia contraffatta (e figuriamoci dunque il film del movimento reale che ne viene fuori) se non si tiene in conto che circa il 44% dei lavoratori americani percepiscono paghe orarie medie intorno ai $10 o $12, dunque intorno ai $18.000/20.000 dollari l’anno (stiamo parlando di circa la metà della classe operaia e dei lavoratori negli USA).

Quindi per chi ha votato la massa critica del proletariato americano che ha deciso o ha potuto andare a votare? E la maggior parte dei milionari affogati nella terza fascia di reddito o i ricconi bianchi delle libere professioni? Ci pare questi ultimi abbiano votato in abbondanza per Trump.

Ovviamente il comunista non ha nulla di cui essere felice nel constatare che molta parte della classe operaia abbia votato per Biden, soprattutto nei grandi centri urbani. Così come sarebbe una stupida conclusione asserire che la classe media bianca abbia votato prevalentemente per Trump. Così come la ricomposizione del proletariato, di tutti i colori e bianco, non avviene attraverso una spinta omogenea, che nondimeno parte di esso è sfiduciato dalle politiche democratiche e abbia rinnovato il voto a Trump. E’ altrettanto evidente che si fa sempre più complicato per il trumpismo prima maniera il compito di contenere il suo “intero popolo” attraverso il suo programma populista.

Il voto proletario ha risentito anche degli effetti derivanti dalla sua distribuzione geografica e per linee di demarcazione tra grossi centri e piccoli centri urbani. La polarizzazione sociale che la crisi e il dipanarsi dello scontro sociale di classe agisce in profondità all’interno di tutte le classi sociali (incluso il proletariato in ricomposizione per effetto dell’auto attività di quello giovanile, multirazziale e senza riserve) e di tutti i gruppi “etnici”, allontanando i destini all’interno degli stessi afroamericani e latini tra giovani proletari senza riserve e middle class nera e brown.


Ulteriori riferimenti
  • Interessante contro analisi del voto Trumpista: da Jackrasmus.com
  • Understanding forecast vote da NPR
  • Possono i repubblicani diventare un partito multirazziale e della classe operaia? Da the New Yorker
  • La presa di Donald Trump sulla sua base operaia bianca sta diminuendo. Analisi basata sugli elettori che non possiedono un livello di istruzione pari o superiore al College. Dal NewStatesman    
  • USA: la più grande popolazione carceraria nel mondo. Dal universal.org
  • Il diritto al voto diventa un punto critico per la corsa al governatore della Georgia. Da wabe.org
  • The US economy some facts. Dall’interessante blog The Next Recession di Michael Roberts.

2 pensieri su “Stati Uniti: movimento reale ed elezioni (Noi non abbiamo patria)

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