Ancora sulle elezioni negli Stati Uniti. Due testi di M. Roberts e J. Rasmus

Riceviamo e pubblichiamo questi due interventi di analisi delle elezioni statunitensi. Le elezioni sono per noi nulla più che una cartina di tornasole, un test (non sempre del tutto veritiero) dei processi e dei movimenti in atto in una data società. Se ci torniamo su con altro materiale di documentazione, è perché tutto ciò che accade di rilevante negli Stati Uniti ha una speciale importanza per la politica mondiale, quindi anche per la politica italiana, nonostante l’evidente declino di questo capobastone storico del capitalismo globale e il periodo caotico che sta attraversando.

Il testo dell’economista M. Roberts ha una sua utilità per l’analisi del voto, ma (oltre a contenere una battuta di pessimo gusto chauvin sull’Albania) ha due evidenti difetti: 1) separa l’esito elettorale dal sommovimento sociale – il movimento per George Floyd – che ha scosso gli States negli scorsi mesi, e ha suscitato contro-movimenti di non poco conto; 2) dà un’interpretazione troppo ottimistica, quanto meno nel titolo, dell’esito elettorale del 3 novembre quando parla, in generale, di donne, giovani, classe operaia, minoranze etniche – che queste forze sociali siano state determinanti (specie nelle grandi città) per la sconfitta di Trump è certo, ma guai a vederle come blocchi compatti, non è affatto così.

Il principale pregio del testo di J. Rasmus è, invece, di sottolineare l’importanza del fattore ideologico-politico, del razzismo bianco, oltre che in queste elezioni, nello scontro sociale che verrà, perché tutto è possibile salvo che il movimento pro-Trump smobiliti – al momento le sue milizie, tanto per dire, stanno dandosi da fare a reclutare veterani di guerra (https://alencontre.org/ameriques/americnord/usa/etats-unis-les-milices-dextreme-droite-recrutent-des-veterans-contre-ce-courant-il-nous-faut-nous-organiser.html). Un buon vaccino, questo, contro ogni lettura economicista/meccanicista degli svolgimenti sociali. Il grosso limite del testo, però, è di considerare l’enorme forza del razzismo come dovuta alla manipolazione di “politici intelligenti almeno nell’ultimo quarto di secolo”. Negli Stati Uniti, al contrario, il razzismo ha un carattere sistemico – è profondamente innervato sia nello stato a tutti i livelli (non semplicemente nelle forze di polizia) che nei rapporti sociali da secoli di riduzione in schiavitù della popolazione afro-americana. Sicché, guardando in prospettiva, è necessario domandarsi quale sarà il nesso tra una nuova guerra civile e la rivoluzione sociale (https://illwilleditions.com/prelude-to-a-new-civil-war/).

Infine, in entrambi i testi qualche speranzella che Biden e i democratici possano cambiare in profondità la politica di Trump c’è. In noi nessuna. Biden, accusato in campagna elettorale dalla sua stessa vice di essere un razzista, e la sua vice, che da procuratrice distrettuale e poi da Attorney general è stata spietata con i più marginali (qualsiasi colore avessero, incluso il nero – come hanno messo in luce i settori più radicali di BLM), apporteranno tutt’al più dei ritocchi cosmetici alle politiche di Trump, come del resto è stato negli 8 anni del premio Nobel per la pace, il bellicista Obama. Questi funzionari devoti del grande capitale statunitense hanno dichiarato a chiare lettere il loro scopo: “far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo” – Make America Great Again, al quadrato.

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Elezioni americane: donne, giovani, classe operaia, le città e le minoranze etniche si liberano di Trump

Di Michael Roberts

Il candidato del partito democratico, Joe Biden, ha battuto Donald Trump, del partito repubblicano in carica, per la presidenza degli Stati Uniti nel 2020. Cosa possiamo dedurre dai risultati delle elezioni negli Stati Uniti d’America, la più grande potenza imperialista del mondo, nel terzo decennio del 21° secolo? Primo, l’affluenza alle urne. Con il conteggio dei voti ancora in corso, sembra abbiano votato circa 150 milioni di americani in età di voto, dato che erano 239 milioni le persone con diritto di voto, ciò significa che affluenza alle urne è stata di circa il 62% (popolazione votante).

Affluenza alle urne della popolazione con diritto di voto (%)

Meglio rispetto al 2016 che era del 59%, questa è stata la migliore affluenza dal 1960, ma non è così alta come veniva avanzato da molte previsioni dei media il giorno delle elezioni. Significa che il 37% degli americani aventi diritto al voto non ha votato e se lo si confronta con il 31,4% che ha votato per Biden e il 29,6% che ha votato per Trump, allora, ancora una volta, il partito dell’astensione ha ottenuto i maggiori consensi alle elezioni statunitensi.

Inoltre, c’erano altri 20 milioni di americani in età di voto che sono stati esclusi dal sondaggio per vari motivi nefasti (avevano commesso un crimine o l’amministrazione statale aveva rifiutato la loro registrazione). Quindi l’affluenza alle urne per età è stata solo del 58%, il che implica che una parte considerevole della classe lavoratrice americana non ha votato e/o non gli è stato consentito. In effetti, la “più grande democrazia del mondo” ha uno dei livelli più bassi di partecipazione degli elettori rispetto alle cosiddette maggiori “democrazie liberali”.

Come si misura l’affluenza alle urne degli Stati Uniti

Quota della popolazione in età di voto che ha votato nelle elezioni nazionali più recenti

Una larga fetta della popolazione che non esercita il diritto di voto è costituita dai giovani americani ed alle elezioni presidenziali del 2016 ha votato meno della metà – solo il 43,4% – degli americani sotto i 30 anni che ne avevano diritto. Una cifra decisamente inferiore a quella del 71,4% degli ultrasessantenni che hanno votato. In queste elezioni è stata ancora più bassa. Trump continua a dichiarare che le elezioni sono state truccate e in un certo senso ha ragione. Sono sempre truccate perché il candidato con la maggioranza dei voti, figuriamoci col solo voto dei grandi, raramente vince. In queste elezioni, Trump ha ottenuto oltre 71 milioni di voti, il numero più alto mai registrato per un repubblicano, ma Biden ha ottenuto 75 milioni di voti, il numero più alto mai ottenuto per un presidente, ma questo perché a queste elezioni hanno votato più persone che mai.

Nelle ultime otto elezioni presidenziali, il vincitore ha ottenuto meno voti rispetto al suo principale avversario, questo perché il vincitore è quello che riceve il maggior numero di voti nel “collegio elettorale” e quei voti vengono registrati da ognuno dei 50 Stati dell’unione. Sono gli Stati Uniti d’America, un’unione federale di stati sovrani formatasi nella rivoluzione americana del XVIII secolo, in cui ogni Stato ha le proprie leggi e procedure elettorali. Quindi per il candidato democratico riuscire ad ottenere un massiccio numero di voti a New York e in California, gli stati più popolosi, non garantisce la vittoria quando in molti piccoli stati vengono raggiunti dal candidato repubblicano stretti margini di vittoria che si sommano alla maggioranza nel collegio elettorale.

Infatti, nel 2016, la democratica Hillary Clinton ha ottenuto 3 milioni di voti in più rispetto a Trump in generale, ma Trump ha ottenuto 306 voti del collegio elettorale perché ha vinto per poco in una serie di stati di piccole e medie dimensioni nel Middle West. Questa volta Biden nei sondaggi ha ancora di più la maggioranza, probabilmente circa 4 milioni, ma il risultato è apparso prossimo a quello dell’avversario a causa dei margini ristretti negli “stati oscillanti” chiave. Ma questa volta Biden si è riconquistato da Trump quegli stati e il 6 gennaio e quando si riunirà il collegio elettorale, otterrà 306 voti elettorali per vincere, gli stessi di Trump nel 2016.

Un altro motivo per cui il risultato elettorale ha mostrato la vicinanza tra i due candidati è che negli stati a conduzione repubblicana, c’è stata una significativa manipolazione dei margini di voto, un blocco deliberato nella registrazione degli elettori e in queste elezioni il tentativo disperato di sventare un massiccio ballottaggio dei voti postali durante la pandemia COVID. La “democrazia” statunitense è una barzelletta e secondo l’Economist, è posizionata in fondo alla classifica come “democrazia liberale”, con solo l’Albania che ottiene un punteggio inferiore!

La ragione per cui questa volta l’affluenza è stata più alta è dovuta in parte all’intensa polarizzazione verificatasi in America durante la pandemia COVID e il crollo economico; alimentato dalle invettive demagogiche di Trump. Ma anche i lockdown della pandemia COVID hanno portato ad un massiccio aumento del voto per corrispondenza, un meccanismo più semplice per gli elettori che recarsi ai centri elettorali. Nelle grandi città ci sono state anche campagne significative portate avanti dalla base per far registrare e votare le persone. Possiamo imparare qualcosa dai dati  demografici e dalla composizione economica di coloro che hanno votato? Il sondaggio Votecast tra gli elettori ci fornisce alcuni indizi. Secondo il sondaggio, gli elettori maschi (47%) si sono divisi 46-52 per Trump, ma le donne (53%) si sono divise 55-45 per Biden. Così le donne hanno assicurato la vittoria a Biden.

Elezioni 2020 composizione di voto (%)

Il voto dei giovani, come al solito, è stato basso, appena il 13% sul totale dei voti, ma quelli sotto i 29 anni hanno votato secondo la percentuale 61-36 per Biden che è stato sostenuto anche da quelli di età compresa tra 30 e 44 anni (23% dei voti) con la percentuale di 54-43. Quelli di età compresa tra 45 e 64 anni (un notevole 36% dei voti) hanno scelto Trump con la percentuale di 51-48, come quelli con più di 65 anni (un’altra fetta considerevole del 27%) che hanno votato per Trump con la percentuale di 51-48. Quindi il 63% dei votanti avevano più di 44 anni e hanno sostenuto Trump (in misura ristretta); mentre gli under 45 (appena il 37% dei voti) hanno fortemente appoggiato Biden. Questo è stato sufficiente per superare le maggioranze molto ristrette a favore di Trump nei gruppi di età più avanzata.

E i gruppi etnici? Ebbene, il sondaggio ha rilevato che il 74% degli elettori erano bianchi ed hanno sostenuto Trump secondo la percentuale di 55-43. Ma tutti gli altri gruppi etnici hanno sostenuto Biden in modo schiacciante. I neri americani costituivano solo l’11% di coloro che hanno votato, ma hanno sostenuto Biden con la percentuale di 90-8. Gli elettori ispanici erano solo il 10% del totale, ma hanno sostenuto Biden con la percentuale di 63-35. Gli elettori asiatici rappresentavano solo il 2% dei votanti, ma hanno sostenuto Biden con il 70-28. Questo 25% degli elettori (che vanno aumentando ad ogni elezione) ha appoggiato Biden in modo così schiacciante che è stato sufficiente per superare la minoranza di coloro che hanno votato per Trump tra gli elettori bianchi.

Questa volta si è parlato molto del presunto aumento dei voti a favore di Trump rispetto al 2016 da parte dei neri e degli ispanici, ma le prove di ciò sono dubbie e, anche se fosse vero, il cambiamento è minimo. Secondo il sondaggio fatto da Edison, c’è stato un calo nel sostegno degli uomini bianchi per Trump rispetto al 2012 dal 62% al 57% e un piccolo aumento delle donne bianche dal 52% al 54%. Il presunto aumento del sostegno a Trump da parte degli uomini di colore è passato dal 13% al 17% e dalle donne di colore dal 4% all’8%. Ma considerando che gli elettori bianchi erano il 75% dei voti totali e gli elettori neri solo l’11%, il presunto passaggio a Trump degli elettori neri è meno della metà della perdita di Trump tra gli elettori bianchi. Questa volta, si afferma, sono stati di più gli elettori ispanici a sostenere Trump, ma circa due terzi non lo hanno fatto.

E per quanto riguarda le classi e i redditi? Ebbene, per livello di istruzione, i diplomati (27% degli elettori) hanno sostenuto Trump con una percentuale di 52-46; e quelli con qualche qualifica (34% degli elettori) hanno di nuovo sostenuto Trump ma di poco con 50-48. I laureati (un notevole 24% degli elettori) hanno sostenuto fortemente Biden con un 56-42 e gli elettori post-laureati (circa il 14%) sono stati ancora più fortemente favorevoli a Biden con 58-40. Più uno è istruito, più è favorevole a Biden. Ma ciò non significava che la classe operaia americana sostenesse Trump più di Biden. Gli elettori che guadagnano 50.000 $ all’anno (la media del reddito medio) o meno hanno sostenuto in modo significativo Biden con 53-45, ed erano il 38% degli elettori. Quelli nella fascia di reddito medio di 50-99 mila $ all’anno (36% degli elettori) hanno sostenuto di poco Trump con 50-48, mentre quelli che guadagnano oltre 100mila $ all’anno (25% degli elettori) hanno effettivamente sostenuto Biden con 51-47. Gli americani peggio pagati, il gruppo più numeroso degli elettori, hanno votato per Biden con un buon margine, mentre coloro che lavorano nelle piccole imprese e con redditi medi hanno sostenuto Trump. Quelli che godono di condizioni finanziarie migliori hanno sostenuto Biden (ma sospettiamo che più in alto si va nella scala dei redditi, più aumentano i voti per Trump, poiché altri sondaggi mostrano che i milionari hanno sostenuto fortemente Trump).

In effetti, c’è una considerevole minoranza di americani della classe operaia che ha sostenuto Trump, principalmente nelle piccole città e nelle aree rurali, ma la maggior parte degli operai americani ha rifiutato il Trumpismo. Le aree urbane (65% dei voti) hanno fortemente sostenuto Biden mentre le piccole città e le aree rurali hanno sostenuto fortemente Trump ed è in queste aree che la polarizzazione nel voto è stata maggiore. Anche la religione ha avuto un ruolo. I protestanti e gli evangelici (45% degli elettori) hanno votato in maniera pesante per Trump mentre i cattolici (22%) si sono divisi 50-50 e musulmani, ebrei e atei dichiarati (25% degli elettori) hanno sostenuto enormemente Biden.

Quali sono stati i temi principali della campagna elettorale? Se ne distinguono due: la pandemia COVID-19 e lo stato dell’economia. La pandemia è stata considerata la più importante dal 41% degli elettori e coloro che la pensavano così hanno sostenuto pesantemente Biden. L’economia e il lavoro sono stati considerati il problema politico più importante dal 28% degli elettori che hanno fortemente sostenuto Trump. Ecco un’altra causa evidente della polarizzazione in America: lockdown per salvare vite umane; o nessun lockdown e salvare posti di lavoro è stato ciò che hanno vissuto molti americani nel 2020. Per riassumere, gli americani si sono presentati a queste elezioni in numero leggermente maggiore, ma l’affluenza è stata ancora molto bassa rispetto ad altre “democrazie liberali”. Si è votato in maniera maggiore per il candidato democratico rispetto al 2016, ma le particolarità costituzionali del sistema elettorale hanno reso gli esiti del voto abbastanza vicini, anche se, più o meno, in linea con le previsioni dei sondaggisti. Biden ha vinto perché le minoranze etniche americane hanno superato la maggioranza bianca. Biden ha vinto perché i giovani americani hanno votato per lui abbastanza da superare le maggioranze di Trump tra gli elettori più anziani. Biden ha vinto perché la classe operaia americana ha votato per lui in numero sufficiente da superare i voti degli imprenditori delle piccole città e delle aree rurali.

Le elezioni americane sono state un disastro e rispecchiano il caos in cui si trova ora l’imperialismo statunitense, con la pandemia COVID che si scatena in tutto il paese e l’economia in ginocchio con milioni di disoccupati, salari ridotti e servizi pubblici paralizzati.

Biden ha ricevuto il sostegno della maggioranza dei lavoratori, delle minoranze etniche, dei giovani e degli abitanti delle città. Hanno votato per sbarazzarsi di Trump: ma potrebbero non aspettarsi molto da Biden e avranno ragione.

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Come è possibile che ci siano ancora 70 milioni di voti per Trump?

Di Jack Rasmus (7 novembre 2020)

Gli esperti dei media e altri sono rimasti profondamente perplessi sul motivo per cui in queste elezioni un numero così elevato di americani – in effetti 70 milioni – abbiano comunque votato per Trump. Ma non è poi così difficile da capire. Ci sono 3 spiegazioni principali: una economica, una sanitaria e la terza, e più importante, una questione di cultura e razzismo manipolata da politici intelligenti almeno nell’ultimo quarto di secolo.

La prima spiegazione – l’economia – è che gli stati rossi (la base di Trump) non hanno “sofferto” economicamente della recessione tanto quanto (e sono) gli stati blu e le grandi aree urbane. Gli stati rossi hanno chiuso solo in parte e solo per un paio di settimane, poi già a maggio sono stati rapidamente riaperti. Alcuni punti caldi come New Orleans e la Florida sono stati rapidamente richiusi. Riaprendo rapidamente hanno minimizzato economicamente gli effetti negativi delle chiusure e delle quarantene. Alla fine hanno pagato il prezzo in termini di salute per la riapertura anticipata, ma hanno chiaramente scelto di scambiare i successivi problemi di salute con i primi guadagni economici. Allo stesso tempo hanno rapidamente riaperto, gli stati rossi pro-Trump hanno ricevuto nuovamente i benefit economici di salvataggio del Cares Act di marzo-aprile che ha pompato nell’economia più di un trilione di dollari a beneficio diretto delle famiglie – si trattava di 670 miliardi di dollari in sovvenzioni PPP per le piccole imprese, di 350 miliardi di dollari in sussidi di disoccupazione extra, degli assegni da 1.200 dollari e di altre spese dirette per ospedali e operatori sanitari. Gli stati di Trump hanno ricevuto totalmente la loro quota di salvataggio, anche se non ne avevano bisogno così tanto dopo aver riaperto in anticipo. Infine, se i sostenitori di Trump vivevano nel settore della cintura agricola del Red State America, hanno ottenuto anche 70 miliardi di dollari in più in sussidi diretti e pagamenti da Trump, progettati per placare la cintura agricola durante la disastrosa guerra commerciale di Trump contro la Cina. Queste sono le 3 principali fonti di reddito aggiunto che in generale hanno ricevuto gli stati rossi mentre non hanno ottenuto nulla gli stati blu, le zone costiere e le grandi città. In breve, l’impatto economico di questa recessione è stato quindi molto meno grave nelle aree geografiche in cui vi era maggiore concentrazione dei sostenitori di Trump.

In secondo luogo, il Covid non ha avuto un impatto negativo sugli stati rossi tanto quanto gli stati blu e le principali aree urbane dell’America, almeno non fino alla fine di settembre-ottobre, dopo che molte votazioni erano già iniziate e le posizioni politiche si erano rafforzate. In seguito, quando il Covid ha raggiunto gli stati rossi, ha avuto un impatto relativamente maggiore sulle maggiori città e inizialmente non tanto nelle piccole città e nelle aree rurali degli stati rossi di Trump. L’impatto economico del Covid è stato quindi relativamente peggiore nelle grandi aree urbane, specialmente sulle coste. Ma ancora più importante di questi effetti economici e sulla salute, il continuo supporto per Trump che continua a persistere nella sua base degli stati rossi, cioè nelle piccole città, nelle aree rurali, nelle piccole imprese e nelle aree della destra religiosa, è radicato nella composizione “etnica” dei suoi seguaci rappresentata per lo più dai Bianchi Europei i quali temono che la “loro” cultura bianca venga sopraffatta dal numero sempre crescente e dalla diversità della gente di colore in America.

Questa paura è il fondamento del suo – e del loro – nazionalismo bianco che è veramente una forma di razzismo, come lo è anche l’opposizione all’immigrazione che è diretta contro le persone di colore, siano essi latini, neri, musulmani o chiunque altro. L’eredità degli Europei Bianchi, le piccole città, le campagne, le chiese evangeliche, le piccole imprese “cuore pulsante” del sud e del midwest americano vedono la “loro America” scomparire o almeno che deve condividere più equamente con le persone di colore d’America che in termini di popolazione sono attualmente in numero quasi uguale agli europei bianchi, ma non sono uguali politicamente o economicamente. Bussano alla porta e vogliono entrare. Vogliono avere loro parte uguale.

Ma politici intelligenti hanno convinto l’America bianca europea che si tratta di un gioco a somma zero: ciò che potrebbe ottenere la gente di colore d’America sarà solo a loro spese! La condivisione non è possibile. Trump e gli altri, che stanno manipolando questa paura e questo malcontento per le loro carriere politiche, li hanno convinti che si tratta di un gioco a somma zero “Noi contro loro”. In questo modo coloro che hanno ricchezza e potere reindirizzano il malcontento dai loro quarant’anni di oscena accumulazione di ricchezza a spese di tutti gli altri, americani bianchi o non. Montare e reindirizzare il malcontento verso temi di identità e identità razziale significa che i superricchi non dovranno condividere né coi bianchi europei né coi non bianchi europei di colore.

Metti l’uno contro l’altro, mentre loro – i ricconi e i potenti – continuano a “pulire le tasche” di entrambi. Questa, in poche parole, era, e rimane, la strategia di Trump, ma anche la strategia dei suoi sostenitori pieni di soldi. È il vecchio “gioco della carta” del razzismo da parte della classe dirigente americana che ora viene riproposto sotto forma di “vino vecchio in bottiglie nuove”, come si suol dire. “America First” significa in effetti che viene prima l’America bianca costituita dalla sua base politica. Trump, i sostenitori finanziari e gli intermediari del potere – come Adelsons, Mercers, Singers e i loro alleati – hanno convinto l’America degli Europei Bianchi dei territori interni ad avere paura e ad opporsi all’uguaglianza per gli americani di colore che vivono altrove. Ecco perché Trump suona molto come un “nazionalista bianco”, e anche a volte come filo-fascista, perché questo è anche il messaggio dell’estrema destra. Il suo slogan “Make America Great Again” può, una volta realizzato, veramente rendere di nuovo sicura l’America degli Europei Bianchi e fermare le orde di persone di colore che si portano via la “loro America”.

Ecco perché lo sostengono fino in fondo: Trump è diventato il loro “baluardo” contro questo cambiamento demografico che temono sopra ogni altra cosa. Questo è il motivo per cui Trump poteva fare o dire quello che voleva e spostarsi sempre più verso posizioni estreme, tanto lo avrebbero sostenuto comunque. Lo sosterrebbero anche se dovesse smantellare ciò che resta di una democrazia tronca in America, se fosse a loro avviso necessario. E continueranno comunque a sostenerlo. Né Trump né il Trumpismo se ne andranno, egli ha messo radici profonde nei 70 milioni, in attesa di una resurrezione nel 2024 o addirittura nel 2022.

Tutto questo non è diverso da quanto è accaduto negli Stati Uniti nel decennio 1850. Gli Stati Uniti, in termini di tempi ed eventi storici, sono rimasti circa al 1854. Le elezioni del 2024 potrebbero quindi essere ancora più “controverse”, se Biden e i Democratici non riuscissero a risolvere in modo aggressivo la duplice crisi economica e sanitaria che in America dovrebbe aggravarsi nel prossimo inverno. Se Biden adottasse un programma e una soluzione minimalisti, in nome di una rinnovata strategia di “bipartitismo” volta a placare il Senato repubblicano di Mitch McConnell, la “Bidenomics” è condannata. Si tradurrà in un ritorno delle forze di Trump alle elezioni di metà mandato del 2022, forse sotto la guida di Trump, o forse di un Ted Cruz, o forse di un Marco Rubio. O forse qualche nuova faccia intelligente. Un programma Biden minimalista subirà il destino del programma di stimolo economico minimalista di Obama del gennaio 2009, che ha prodotto una perdita massiccia del sostegno elettorale per i democratici nelle elezioni di medio termine del 2010 e, a sua volta, ha portato alla perdita della maggioranza democratica nella Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti e subito dopo in Senato. Le conseguenze economiche di quel particolare ingorgo successivo sono tutte ben note, il rischio che lo stesso accada nel 2021-22 è piuttosto probabile.

Le elezioni del 2020 assomigliavano sotto alcuni aspetti fondamentali a quelle del 2016, con le differenze che oggi le classi lavoratrici e medie negli stati oscillanti del Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, nel 2020 sono tornate ai Democratici dopo aver votato per Trump nel 2016. Ci sono stati 3 flip states. Questo capovolgimento è dovuto al fatto che Trump semplicemente non ha mantenuto le promesse fatte nel 2016 di riportare in quegli stati posti di lavoro ben remunerati nell’industria dopo 20 anni di libero scambio, offshoring e deindustrializzazione della regione. Un buon esempio delle promesse fallite di Trump è stata l’asiatica Foxconn Corp., che produce componenti per iPhone della Apple. Trump e Foxconn hanno promesso di portare 5000 posti di lavoro nel Midwest Superiore degli Stati Uniti. Non è mai successo. Oggi l’attività di Foxconn negli Stati Uniti è limitata a soli 250 posti di lavoro in un magazzino. Così i voti nel Midwest Superiore sono scivolati nuovamente verso i Democratici ma con margini ristretti. Ma se nemmeno i Democratici possono ora dare lavoro, torneranno altrettanto facilmente indietro nel 2022 e nel 2024.

L’altra differenza nel 2020 rispetto al 2016 è l’emergere di veri movimenti di base in Georgia e nel sud-ovest dell’Arizona-Nevada; I neri e i loro alleati in Georgia, i latinos e i nativi americani nel sud-ovest. Si è manifestata anche una nuova organizzazione e mobilitazione di persone di colore e di lavoratori in località come Filadelfia, Detroit, Erie, Pittsburg e altrove.

Questi nuovi movimenti di base in crescita sono le vere forze politiche che hanno determinato la vittoria di Biden, insieme al disincanto della classe operaia e della classe media per le promesse fallite di Trump. La vittoria di Biden aveva quindi ben poco a che fare con la strategia di Nancy Pelosi di prendere di mira donne bianche, veterinari, professionisti e indipendenti di periferia. Quella strategia non è riuscita a produrre alcuna “onda blu”. In effetti, ha provocato la perdita di seggi democratici alla Camera dei Rappresentanti, mentre ha sprecato decine di milioni di dollari in futili competizioni al Senato come quella in Kentucky contro Mitch McConnell. Pensate se quei soldi fossero stati spesi in Georgia. Se lo fossero, potrebbe non essere necessario tenere le elezioni di ballottaggio nel prossimo gennaio per i due seggi del Senato.

No, la grande strategia della leadership dei democratici è stata un vero fallimento; la strategia di mobilitare la base in Georgia e nel sud-ovest, una strategia non molto supportata finanziariamente dalla leadership del partito democratico, è ciò che ha fatto arrivare Biden alla Casa Bianca. Ciò che resta da vedere è se Pelosi, Shumer e le imprese che finanziano il loro partito capiranno cosa è realmente accaduto in questa tornata elettorale e perché Biden ha vinto (e le campagne della Camera e del Senato sono largamente fallite). Se i leader del partito ora dovessero seguire un programma minimalista nel 2020, come ha fatto Obama nel 2009, senza dubbio arriveranno nel 2022 e subiranno un destino simile a quello di Obama nel 2010. Allora saremo tutti di nuovo in piazza con una rinascita di Trump e di un nuovo trumpismo.

I Democratici sono ad un bivio storico. Possono capire quali siano le vere forze che stanno dietro i 70 milioni di sostenitori che hanno votato per Trump, oppure possono ignorare la storia e ripetere ciò che è accaduto in passato nel 2009-10 per poi subire le stesse conseguenze successivamente nel 2022 e certamente nel 2024. Non mi aspetto che gli esperti dei media capiscano tutto questo, non più di quanto possano capire anche adesso perché i seguaci di Trump siano decine di milioni nonostante abbia perso. Trump e i suoi sostenitori non sono ancora stati sconfitti. Sono stati semplicemente “frenati” per un po ‘.

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