Guerra civile e rivoluzione sociale negli Stati Uniti del XXI secolo, di Shemon e Arturo


Riprendiamo dal blog Noi non abbiamo patria la traduzione di un testo pubblicato su Ill Will Editions con il titolo Prelude to a New Civil War (testo originale in Inglese).

Si tratta di uno scritto di grande interesse che segnala ancora una volta le profonde linee di frattura che si sono aperte negli scorsi decenni nella società statunitense, e che il grande moto politico nato dall’assassinio di George Floyd ha portato alla luce agli occhi del mondo intero. E’ riemerso, così, che la guerra civile americana degli anni 1861-1865 è rimasta incompiuta e che, nonostante la fine della vecchia schiavitù, il capitalismo a stelle e strisce è rimasto, a distanza di 150 anni, un capitalismo razziale e razzista. Ma molta acqua è passata da allora sotto i ponti, e se ancora nel 1933 Trotsky poteva affermare con ira che “il 99,9% degli operai americani [bianchi] sono sciovinisti, nei confronti dei negri sono dei carnefici e lo sono anche nei confronti dei cinesi”, oggi – in un contesto di profonda crisi dell’imperialismo statunitense e del capitalismo come sistema sociale, e dentro una catastrofe sanitaria dai risvolti drammatici per gli strati più poveri della popolazione – quella contrapposizione frontale prodotto del dominio mondiale degli Stati Uniti, e suo fattore stabilizzante, ha cominciato a venire meno, di sicuro nelle nuove generazioni.

Il nuovo moto di rivolta delle masse nere si è intrecciato con significativi settori delle masse sfruttate latino-americane e bianche, e l’unità tra i due “campi” dello schieramento proletario appare – in prospettiva, a date condizioni – possibile. Il grande interesse di questo scritto sta nel fatto che comincia a discutere alcune questioni-chiave di strategia alle quali l’attuale direzione del movimento BLM sfugge perché resta ancora chiuso nell’ottica di una impossibile riforma del sistema. Le discute esprimendo due tesi distinte con l’ambizione che si possano fondere tra loro: la ripresa della guerra civile è inevitabile, perché il razzismo sistemico può essere demolito solo in modo rivoluzionario; la società statunitense è gravida di rivoluzione socialee si tratterà, allora, di mettere in atto “strategie capaci di minimizzare la guerra civile ed espandere la rivoluzione sociale”. Ed è evidente che non dei soli Stati Uniti si tratta.

In questo scritto, pubblicato dai compagni di Ill Will Editions, Shemon e Arturo tornano sull’argomento alla vigilia della tornata delle elezioni presidenziali. Non si tratta di definire, come gli autori stessi fanno, una traiettoria esplicita, già oggi o domani, di precipitazione rapida verso una nuova guerra civile americana.

Di sicuro, anche la vicenda elettorale degli Stati Uniti d’America sta a dimostrare la crescente difficoltà vissuta dalla democrazia borghese e dallo Stato Costituzionale, anche sul piano politico istituzionale, nel circoscrivere e riassumere la crescente polarizzazione sociale e la ripresa di un antagonismo proletario (al momento tratteggiato da larghissimi strati di proletariato multirazziale giovanile strettosi attorno alla questione della “vita dei neri” e contro il razzismo sistemico) all’interno dei meccanismi della democrazia liberale borghese, nella quale il voto nelle urne è l’alfa e l’omega, e tramite cui il capitalismo sussume, riassume e risolve le diverse contraddizioni di classe (ma su questo si rimanda alla “contro analisi” sul voto americano proposta da questo blog).

Shemon & Arturo ripercorrono i caratteri essenziali della rivolta (di cui potete trovare le puntate precedenti 12, e 3 sul blog dei compagni della Internazionale Vitalista e su Noi non abbiamo patria), e dei suoi orizzonti nel presente, traendo una lezione dalla storia delle rivolte dei neri contro la schiavitù, che fu incubata all’interno della guerra civile americana, e i cui tratti erano anche quelli di un’incipiente guerra rivoluzionaria del proletariato nero ed dei traditori proletari della razza bianca. Per il futuro, Shemon e Arturo, come da tradizione delle varie correnti del black marxism americano, riaffermano che l’intreccio tra abolizionismo, guerra di classe e rivoluzione sociale del proletariato si ripropongono ancora una volta intrecciati in un contesto di fase più avanzato. I nodi irrisolti della prima guerra civile americana, caratterizzata dal fallimento della Black Reconstruction e dall’affermazione delle “leggi di “Jim Crow”, e attraverso la quale il capitalismo in ascesa riusci’ a riassumere la spinta rivoluzionaria degli schiavi neri del XIX secolo all’interno della crescita capitalistica, basata, appunto, sulla supremazia bianca e le linee di oppressione razziale (il capitalismo è capitalismo razziale e non può essere altrimenti): oggi quei nodi tornano al pettine come elemento incendiario per la nuova rivoluzione sociale negli USA e internazionale.


Fu lo sciopero generale proletario degli ex schiavi che piantò il chiodo finale nella bara della schiavitù. È precisamente questo lignaggio di una guerra civile emancipatoria, liberatoria, ma nondimeno violenta, che ha bisogno di essere aggiornato per il suo secondo avvento.

– Idris Robinson, “How It Might Should Be Done” (leggi anche la traduzione Italiana da Internazionale Vitalista)

Come indicato in sondaggio dopo sondaggioeditoriale dopo editoriale, sempre più americani pensano al presente in termini di guerra civile. Perché? L’eredità della guerra civile degli Stati Uniti è una ragione ovvia, ma perché lo spettro della guerra civile viene sollevato così vigorosamente oggi? Perché così tante persone vedono l’intensificarsi del conflitto partigiano come inevitabile?

Questo sentimento non può essere separato dagli incendi della rivolta di George Floyd, che a sua volta si è sviluppata nel contesto di decenni di deindustrializzazione, dell’ascesa dell’incarcerazione di massa, della crisi economica del 2007/8, dell’escalation delle tensioni politiche, della presidenza Trump e ora delle devastazioni della pandemia Covid-19, che ha causato un inasprimento della povertà e della disoccupazione, ma anche delle rivolte contro la polizia diffuse in tutto il paese. La congiunzione di tutti questi eventi rivela profonde divisioni all’interno della società americana. Qualsiasi strategia rivoluzionaria dovrà tenere conto dello sfilacciamento e della frattura degli Stati Uniti.

Dall’inizio dell’estate abbiamo visto che i proletari neri non esiteranno a ribellarsi alle azioni omicide della polizia. Le rivolte anti-polizia si fondono in un’insurrezione multirazziale, che, a sua volta, provoca repressione e controinsurrezione – e non solo da parte della polizia, ma anche dei paramilitari di destra, e persino dei moderati e dei liberali. La radicalita’ di questo conflitto si traduce in una scelta tra rivoluzione e controrivoluzione: sei favorevole alla rivolta o contro di essa? Cin riconosciamo o non nell’ordine del giorno? L’approfondirsi di questa tensione fondamentale solleva concretamente la questione della guerra civile. La divisione tra chi e’ favore e chi e’ contro la rivolta non si traduce solo nella frattura del blocco unificato della bianchezza, ma anche in quella degli altri gruppi razzializzati, compresi i neri, come ha dimostrato la divisione tra partigiani neri della rivolta e controinsorgenti neri. Nella lotta per la vita e la dignità, il proletariato nero in movimento divide la società in un modo particolare; cio’ sfocia in una forma di guerra civile che non è solo un’espressione retorica, ne’ una metafora, ma una vera e propria contraddizione materiale che racchiude la forma della guerra di classe americana, guerra inseparabile dalla razza.  

Per ora, la guerra civile rimane latente; non è ancora un evento storico. Tuttavia, i segni della polarizzazione di massa sono visibili ovunque: la politica della paura, della paranoia, del disprezzo e dell’odio si manifesta in comportamenti e opinioni espresse quotidianamente entro vaste aree della società americana. È meno il fatto della guerra civile che la sua minaccia potenziale, che attrae e respinge, si espande e contrae, ispira e spaventa l’immaginario collettivo al momento. Pochi lo dicono in pubblico, ma nella privacy delle loro case gli americani si chiedono: siamo alla vigilia di una guerra civile?

Interpretazioni

Per come la vede l’estrema destra, stanno costruendo le forze che possono intervenire e porre fine al comportamento sfrenato degli anarchici, dei comunisti e dei “terroristi” antifa che si scatenano in questo paese. In effetti, una parte sostanziale della destra crede che la rivolta di George Floyd sia stato uno dei primi episodi di un nuovo scenario da guerra civile, che la maggior parte delle persone non è riuscita a riconoscere, per distrazione o volonta’ di negazione. Tra le forze più militanti della destra che affermano questo punto di vista vi sono formazioni paramilitari come la Michigan Home Guard , i 3 Percenters e i Boogaloo Boys. Inoltre, la destra si vede impegnata non solo in un conflitto paramilitare contro la sinistra radicale, ma in una lotta culturale, politica ed economica in difesa di capitalismo, confini nazionali e legge e ordine, nonche; dello stato-nazione in quanto tale, e quindi contro le orde di immigrati, i criminali, gli abitanti delle città e i pazzi di sinistra.

Al contrario, la sinistra generalmente evita la questione della guerra civile; è il suo modo di rapportarsi ad essa: con paura e terrore. Fatta eccezione per una piccola minoranza (ad esempio, “It Could Happen Here” di Robert Evans , Kali Akuno e il Revolutionary Abolitionist Movement), la maggior parte della sinistra non concepisce il momento presente in termini di guerra civile; i suoi potenziali pericoli rappresentano davvero troppo per lei. Poiché la stragrande maggioranza delle armi è nelle mani di destra, molti a sinistra temono che una guerra civile porterà inevitabilmente al massacro dei più oppressi. Mentre una parte della sinistra crede di poter prevenire una guerra civile con una presidenza Biden, un’altra spera che le rivolte conducano ad una rivoluzione, e che si possa entrare in una situazione di guerra civile. Nel frattempo, l’estrema destra continua a sparare ai manifestanti e a investirli con le auto. Non sorprende che alcune persone di sinistra ne avuto abbiano abbastanza e stiano andando alle proteste armati. Le elezioni presidenziali del 2020 non faranno che esacerbare queste tensioni, indipendentemente dal candidato vincitore.

Non esiste uno scenario immaginabile in cui una soluzione elettorale o politica possa risolvere le contraddizioni dell’economia capitalista, la lunga crisi del capitalismo statunitense, la devastazione causata dalla pandemia, il persistere della violenza razzista della polizia e l’aumento delle tensioni politiche. Ora che un altro giudice della Corte Suprema di destra è al banco, le strade per il cambiamento legale a livello di Corte Suprema sono chiuse. L’annullamento degli avanzamenti degli anni Sessanta è completo. Ciò porterà maggiore divisione e instabilità. L’estrema destra non sarebbe certo meno virulenta se Biden vincesse le elezioni. In molti lo considerarano un marxista abolizionista – analisi sbagliata ed esilarante, che ricorda l’idea che i sudisti avevano di Abe Lincoln.

La struttura della rivoluzione negli Stati Uniti

Se lo spettro della guerra civile tormenta la psiche americana, è perché la guerra civile è stata di gran lunga l’evento più rivoluzionario, più violento e divisivo della storia americana. Tuttavia, poiché i concetti di rivoluzione e guerra civile sono spesso contrapposti l’uno all’altro, dimentichiamo che una rivoluzione sociale ha avuto realmente luogo. I proletari bianchi e neri, uniti per un tratto, hanno condotto una rivoluzione per rovesciare la schiavitù e poi, durante il periodo della ricostruzione, hanno intrapreso una lotta ancora più lunga per costruire una democrazia interrazziale. Mentre le persone appena liberate lottavano con gli ex-proprietari di piantagioni, bianchi e neri crearono qualcosa di simile ad una comune nello Stato libero di Jones nel Mississippi, mentre altre persone liberate prendevano il controllo del loro destino sulle Isole del Mare. Allo stesso tempo, questa corrente rivoluzionaria ha innescato una contro-rivoluzione, che si è dispiegata nel corso dell’era della ricostruzione ed ha portato alla fine alla sconfitta di ogni parvenza di democrazia interrazziale.

Anche se non viene ricordata in questo modo, la guerra civile americana fu rivoluzionaria tanto quanto la Comune di Parigi del 1871, la rivoluzione Russa del 1917, o la rivoluzione Cinese del 1949. Piuttosto che socialismo, anarchismo o liberazione nazionale, tuttavia, la sintesi di razza e classe ha espresso una versione squisitamente americana di rivoluzione, contrassegnata dalla triplice dinamica della guerra civile, dell’abolizione e della ricostruzione. Questa tradizione di emancipazione è essa stessa radicata in secoli di rivolte di schiavi, di “marronage” [Marronage, è il processo storico di auto liberazione dalla schiavitù di gruppi di schiavi in fuga, i cosiddetti “Maroon”, che si stabilirono nelle paludi degli stati meridionali degli USA, e in altri luoghi. Dal francese “marronage” che significa fuggitivo che ritorna alla vita selvaggia – n.d.r.] e resistenza quotidiana alla schiavitù.

Chi cerca una rivoluzione anarchica o comunista in stile europeo non la troverà qui. Siamo un paese che non si è mai avvicinato a una rivoluzione di questo tipo. Tuttavia, abbiamo avuto una rivoluzione sotto forma di una guerra civile, contro la schiavitù capitalista e la supremazia bianca. Perché non c’è mai stata una rivoluzione comunista o anarchica negli Stati Uniti? A nostro avviso, la risposta a questa domanda si trova nella storia della dominazione razziale dei bianchi negli Stati Uniti. Sebbene questa conclusione possa sembrare semplicistica, deriva da un’analisi complessa della storia degli Stati Uniti. I movimenti rivoluzionari hanno costantemente fallito nel superare l’ordine razziale dominato dai bianchi che definisce la struttura di classe degli Stati Uniti, e per questo motivo la struttura del conflitto di classe negli Stati Uniti continua a essere incentrata sulla razza.

La schiavitù venne sconfitta, ma la liberazione dei neri non fu completa. La sconfitta della schiavitù come merce ha preannunciato un secolo di legislazione di Jim Crow, mentre le questioni sociali fondamentali sollevate dalla Guerra Civile – terra, alloggio, istruzione, assistenza sanitaria – hanno continuato a essere pesare sulle spalle della massa dei neri. Il movimento per i diritti civili è riuscito a rimuovere molte barriere legali, ma cio’ ha permesso solo l’ascesa di una classe media nera compatibile con le esigenze del capitalismo e dello stato, lasciando gli altri a loro stessi.

La guerra civile americana rimane incompiuta. Il fatto che il suo spettro si sia ripresentato non è un caso: la razza continua a mediare la classe, non solo a livello fenomenologico, ma nell’organizzazione specifica della società di classe. Questa tensione è inerente all’America.

E se invece di evitare questa contraddizione, ci impegnassimo e la studiassimo? Gran parte della sinistra radicale riconosce che la razza è centrale e costitutiva del capitalismo, ma non appena questo viene applicato alla lotta di classe e alla rivoluzione, la razza svanisce e il dogma viene in primo piano. Ma se vediamo la razza come centrale nella lotta rivoluzionaria in questo paese, questo cambia la forma che assumono entrambi. Nello spirito di Fanon [Frantz Fanon, psichiatra, teorico politico Martinicano, autore di studi di critica sul post colonialismo, panafricano, marxista ed dello scritto “Black Skins, White Masks” – n.d.r.] dobbiamo “allungare” la nostra analisi di classe per dare un senso alle dinamiche di razza. Quando lo facciamo, possiamo vedere che nel caso degli Stati Uniti, il predominio demografico dei bianchi e il loro razzismo ha modellato i contorni del conflitto di classe. Rivoluzione, decolonizzazione, abolizione e liberazione nera sono apparse sotto forma di guerra civile proprio a causa della specifica configurazione di classe e razza in questo paese.

Allora e adesso

Sebbene la struttura della rivoluzione negli Stati Uniti sia determinata dalle dinamiche della prima guerra civile, è un errore sovrapporre il passato al presente. Gli Stati Uniti sono molto diversi da come erano nel XIX secolo. La prima guerra civile ebbe una nascente borghesia nel Partito Repubblicano e nel Nord. Stavano cavalcando l’espansione del capitalismo, portandoli dentro nel 20° secolo. Non c’è nessuna dinamica prevedibile parallela a quel processo oggi. La borghesia e il capitalismo americani sono in grave crisi. La pandemia ha innescato una nuova recessione e un approfondimento delle tendenze economiche al ribasso iniziate durante la crisi del 2007/8. Non c’era alcun recupero a forma di V allora, e non ci sarà adesso. Inoltre, il Partito Democratico sta continuando il suo corso nel neoliberismo e Biden ha negato ogni richiesta dei movimenti sociali popolari: sanità universale, green new deal, e defund.

Durante e dopo la prima guerra civile americana, il governo federale ha fornito le truppe e le risorse materiali che hanno difeso i neri durante la ricostruzione. Questo certamente ha chiuso molti orizzonti radicali, ma allo stesso tempo era l’unica strategia che i neri liberi potevano perseguire. Finché masse di bianchi poveri non erano disposte a combattere a fianco dei neri liberi, il governo federale era il diavolo con cui i neri dovevano fare alleanze. L’eredità della Ricostruzione ha lasciato dietro di sé una potente tradizione socialdemocratica “nera”, radicata nei movimenti di massa, che deve essere superata. L’unico modo in cui masse di neri possono superare questa tradizione è vedere aprirsi un nuovo orizzonte attraverso la lotta insurrezionale multirazziale. Questo può risolvere simultaneamente la razza, lo stato e la questione economica e politica.

La prima guerra civile fu una contesa tra due distinte regioni degli Stati Uniti che avevano capacità sia industriali che di produzione alimentare. Una guerra civile moderna avrebbe una geografia radicalmente diversa. Non sarebbe Nord contro Sud. Sarebbe un conflitto all’interno di ogni metropoli, ogni città, ogni suburb [area metropolitana fuori e contigua alla città, dotata degli stessi servizi che la città offre, quindi dai caratteri originariamente differenti dalle periferie o borgate europee – n.d.r.], in ogni stato e regione. Ovviamente, è prevedibile un’intensa polarizzazione in luoghi come Portland e Seattle, dove il conflitto politico è stato particolarmente pronunciato negli ultimi tempi. Ma i conflitti emergeranno anche nelle città più piccole, nei paesi e nei sobborghi con pochissima storia recente di ribellione, come abbiamo già visto durante la rivolta di George Floyd. Città più piccole come Kenosha, Rochester, Lancaster, hanno una maggiore concentrazione di bianchi razzisti e dipartimenti di polizia di dimensioni più piccole, rendendoli alcuni dei siti più volatili di potenziale guerra civile. Mentre nelle grandi città le persone di colore sono una parte più ampia della società, e i bianchi razzisti tendono a nascondersi dietro la polizia, nelle piccole città e nei sobborghi il BIPOC può trovarsi circondato da un mare di bianchi che sono spesso pronti a impegnarsi in attività ed azioni extra-legali in difesa del capitalismo e dello Stato. È meno probabile che queste aree geografiche abbiano attraversato la rivoluzione dei diritti civili che ha trasformato la burocrazia, le forze di polizia e il governo delle città più grandi. Inoltre, nelle città più piccole, nei paesi e nei suburb, i bianchi hanno sperimentato un crollo del privilegio dei bianchi, spesso con la conseguenza dei morti per disperazione. Questa crescente immiserimento è matura per il reclutamento nell’estrema destra, che incolpa gli immigrati e le persone di colore delle città per la caduta della società. Una strategia rivoluzionaria per la guerra civile dovrà dividere il proletariato bianco in queste aree e convincere una parte di loro a un programma rivoluzionario per la presa di possesso dei mezzi di produzione.

 Non facciamoci illusioni: le divisioni politiche e demografiche che metropoli, città, suburb e campagne l’una contro l’altra sarebbero profondamente difficili da orientare in uno scenario di guerra civile. In questo contesto, un movimento rivoluzionario dovrebbe conquistare i lavoratori delle industrie alimentari e manifatturiere. Molti di questi lavoratori non si trovano nelle grandi città, dove le persone tendono a lavorare nei settori della vendita al dettaglio, dei servizi e della logistica, ma nelle città più piccole, nei paesi, e nei centri suburbani e nelle campagne. Mentre questi territori tendono ad essere prevalentemente bianchi, c’è un numero significativo di persone di colore concentrate nella forza lavoro agricola e manifatturiera in questi luoghi. La forza lavoro delle grandi aziende agricole in cui si produce la maggior parte del cibo in questo paese, ad esempio, è in gran parte costituita da Lavoratori Latino. Questi lavoratori sarebbero fondamentali per collegare le città gentrificate a un processo di produzione socialmente coordinato. La rivoluzione non può avere successo conquistando solo piazze, condomini, le sedi centrali delle banche, ecc.

Il rapporto classico tra città e campagna era lo scambio di beni industriali in cambio di cibo. Poiché le città sono diventate bastioni del settore immobiliare, della finanza, del turismo e di altri beni inutili, non possono più partecipare a quella relazione. La rimanente base industriale che circonda le città nelle aree suburbane e in altri spazi molto probabilmente non produce tutti i beni esatti di cui le aziende agricole hanno bisogno. Perché una rivoluzione abbia successo, dovremmo coordinare la produzione a livello internazionale tra il proletariato internazionale e il vasto proletariato degli Stati Uniti.

Man mano che la geografia della lotta rivoluzionaria si diffonde oltre le grandi città, cosa collegherà insieme questi vasti territori? Saranno organizzazioni, social media, automobili, crisi o la marea crescente di lotte di massa? Probabilmente ci vorrà una combinazione di tutte queste forze ed elementi in modi nuovi e creativi, tessendo fili forti e lunghi che coprono centinaia di miglia. La vastità di questo paese gioca certamente un potente ruolo politico nel mantenere separati i proletari gli uni dagli altri. È possibile che i militanti utilizzino le automobili e il sistema autostradale per coordinare e organizzare le forze insurrezionali a livello regionale e nazionale?

Il proletariato Latino

Mentre la prima guerra civile era fondamentalmente un affare bianco e nero, la seconda guerra civile sarà molto più complessa. La più grande differenza demografica tra la prima e la seconda guerra civile è la crescita del proletariato latino. Ad oggi, le persone Latine rappresentano il 18,5% della popolazione e ci sono più persone Latine nel paese che persone nere. Nella misura in cui i proletari latini costituiscono una parte sproporzionata del settore agricolo, ciò che fanno in una crisi rivoluzionaria sarà decisivo, poiché hanno il potenziale per controbilanciare il razzismo delle campagne prevalentemente bianche. Il proletariato Latino potrebbe svolgere un ruolo vitale nel dare il via a una forma rivoluzionaria di riproduzione sociale perché si trovano esattamente in quelle industrie che saranno necessarie per alimentare la rivoluzione.

Masse di proletari dall’America Latina sono emigrate nei cosiddetti Stati Uniti e sono diventate una forza lavoro a basso costo per il capitalismo americano, lavorando nelle occupazioni meno pagate. Sono braccati dall’ICE e sotto la costante minaccia di deportazione. Il quadro abolizionista della rivolta è maturo per resistere all’ICE e ad altri apparati di deportazione. L’antagonismo con l’ICE è stato una caratteristica della rivolta generale, come abbiamo visto in California e Oregon . Anche prima dello scoppio della rivolta di George Floyd, i prigionieri privi di documenti stavano già protestando in risposta alle cattive condizioni igieniche nei centri di detenzione ICE.

Eppure, mentre occupano una posizione altamente precaria all’interno della struttura di classe statunitense, i proletari latini sono contemporaneamente corteggiati dal bianco e possono mostrare forti tendenze anti-nere. Nessuno vuole essere nero in America. A ogni immigrato vengono insegnati tutti i tipi di spazzatura anti-nera. Gran parte del movimento per i diritti degli immigrati e la sua enfasi sul fatto che gli immigrati siano buoni, rispettosi della legge, lavoratori duri scivola facilmente nell’anti-blackness.

Come tutti i settori della classe operaia, il proletariato latino ha molte tendenze contraddittorie. Il termine stesso “Latino” è un termine sciolto e abbastanza ampio, che non riesce a cogliere le dinamiche interne e le contraddizioni di qualsiasi comunità che possa essere definita come tale. Accanto alle divisioni di genere e classe, le divisioni nazionali si traducono in relazioni politiche ed economiche abbastanza diverse con il capitale e lo stato. Un’altra importante contraddizione è il modo in cui i cittadini statunitensi Latini vedono gli immigrati privi di documenti. C’è una porzione di cittadini latini con documenti che vede gli immigrati privi di documenti come criminali che hanno saltato la fila. Queste e altre contraddizioni dovranno essere risolte dal processo di attività rivoluzionaria di massa.

Sebbene gran parte della nostra analisi si concentri sulle relazioni tra bianco e nero all’interno del proletariato, è innegabile che il proletariato Latino sarebbe una forza decisiva in uno scenario di guerra civile, in particolare perché così tanti lavoratori Latini lavorano attualmente in alcune delle industrie più importanti del paese, in particolare aziende agricole e centri di trasformazione alimentare. Mentre siamo ispirati dal fatto che uno strato di proletari latini ha partecipato e combattuto a fianco dei proletari bianchi e neri nella rivolta di George Floyd, la continuazione di questa lotta condivisa e l’approfondimento della loro reciprocità non è affatto garantita. Iniziare con il presupposto che il colore della pelle più scuro si traduca automaticamente in unità politica è una grossolana semplificazione. Né l’oppressione condivisa significa sempre unità. Come tutti i proletari, il proletariato Latino si trova di fronte a una scelta: unisciti alla rivolta, astieniti dalla rivolta o attacca la rivolta. Questa scelta sarà inevitabilmente inquadrata in termini di bianchezza, solidarietà con la liberazione dei neri, cittadinanza, confini e lavoro. Il modo in cui il movimento nero attraversa ciascuno di questi specifici campi di lotta avrà una forte influenza su ciò che i proletari latini decideranno di fare.

La rivoluzione sociale 

In che modo la crisi influisce sullo sviluppo di un movimento rivoluzionario? L’attuale escalation delle tensioni politiche è destinata a diventare una guerra per procura per diverse fazioni della borghesia o una sparatoria tra eserciti giganti? O possiamo trasformare l’attuale crisi in una guerra rivoluzionaria per rovesciare il capitalismo? Come cambieranno le cose quando decine di milioni non avranno abbastanza reddito, cibo da mangiare e soldi per l’affitto? Qual è il rapporto tra guerra civile e rivoluzione?

Nel corso della sua lotta contro la classe dominante, qualsiasi movimento rivoluzionario è costretto a difendersi dallo stato e dalle forze controrivoluzionarie che cercano di proteggere la società della classe dominante. Ogni tentativo di sfidare il potere sarà sempre affrontato con repressione e violenza, che devono essere contrastate per intensificare ed espandere ulteriormente la lotta rivoluzionaria. Come possiamo vedere oggi e nel corso della storia, la tensione tra rivoluzione e controrivoluzione dà origine a una guerra civile latente che rischia alla fine di esplodere in una guerra aperta. La domanda è come impegnarsi con queste dinamiche polarizzanti in un modo che rovesci il capitale e lo stato espandendo lo spazio della partecipazione di massa alla rivoluzione sociale.

La rivoluzione sociale, sebbene inseparabile dalla guerra civile, è il suo processo distinto. La forma che prende la rivoluzione sociale è determinata dai metodi con cui combattono i proletari, dalla loro selezione di obiettivi e dalla loro immaginazione politica. In concreto, questo significa distruggere le relazioni con le merci rilevando le istituzioni e i siti di produzione necessari e creando un sistema di riproduzione sociale senza classi per tutti i soggetti coinvolti, e in cui la ricchezza non è più indicizzata al tempo di lavoro. La rivoluzione sociale comporta non solo l’autoattività di massa del proletariato nella sua lotta per conquistare l’infrastruttura della società, ma anche il modo in cui cattura l’immaginazione delle persone e conquista la stragrande maggioranza delle persone per l’obiettivo finale che immagina per sé: la fine del capitalismo. Coinvolgendo quante più persone possibile nel processo di conquista della società, la rivoluzione sociale riduce la portata e la portata di una potenziale guerra civile. In questo modo, il destino della guerra civile e della rivoluzione sociale sono collegati inversamente.

Mentre la guerra civile degli Stati Uniti ha comportato una rivolta contro la proprietà (sotto forma di umani neri) contro il potere degli schiavi, oggi il soggetto rivoluzionario è un proletariato braccato dalla polizia e che affronta la più grave disuguaglianza da generazioni, che dovrà affrontare lo spettacolo di una società completamente mercificata. Che il preambolo di quella che potrebbe diventare la seconda guerra civile iniziata con una rivolta anti-poliziotto ha senso in un momento in cui i servizi di assistenza sociale dello stato si sono ritirati, mentre il suo apparato repressivo si è gonfiato negli ultimi cinquant’anni. Allo stesso tempo, molti partecipanti hanno partecipato alla rivolta a causa degli effetti economici della pandemia, del loro odio per Donald Trump e perché questa ha dato loro un modo per combattere finalmente contro questo sistema. Queste e altri torti si sono tutte riversate nel contenitore della rivolta di George Floyd. Il contenitore non può contenere tutti questi problemi, ed è per questo che le cose continueranno a esplodere. Il modo in cui il contenitore esplode è importante. In un modo le richieste per la liberazione dei neri – abolizione della polizia, delle prigioni, delle carceri e del resto dell’apparato carcerario – saranno dimenticate o annacquate e messe da parte. Nel secondo modo tutti i movimenti che portano avanti una prospettiva abolizionista potranno causare un approfondimento del processo di rivoluzione sociale. In questa versione, l’abolizione non è un insieme di riforme per disinvestire la polizia, le prigioni e l’esercito. L’abolizione rivoluzionaria è una guerra di classe contro tutte le parti della società che cercano di monitorare, disciplinare e controllare la vita proletaria. L’abolizione non può avvenire senza una rivoluzione sociale che distrugge il capitalismo e lo Stato. Questa connessione non è difficile da immaginare, poiché la polizia continua a sfrattare le persone dalle case, proteggere i negozi di alimentari ei magazzini dai proletari affamati e uccidere i proletari neri e altre persone della classe operaia. Tuttavia, i gruppi BLM ufficiali non hanno colto affatto questa dinamica di classe e generalmente cercano di contenere il movimento in un sistema di patronato etnico.

La rivolta vera e propria, dove colpisce, i disordini, la presa di possesso di hotel e la creazione di zone autonome: questa è la via da seguire. In questo senso, l’embrione della rivoluzione esiste già nel presente, e il nostro compito è collegarci con esso e impegnarci in forme di azione diretta che possano aiutarlo a crescere in una direzione più strategica. O queste lotte si diffonderanno in nuove forme di azione di massa come scioperi generali, blocchi, sequestro di mezzi di produzione, ecc., oppure il movimento si isolerà e sarà sconfitto. Riteniamo che i comunisti e gli anarchici di estrema sinistra possano svolgere un ruolo importante in questo processo, anche se il movimento più ampio molto probabilmente non riconoscerà se stesso nei termini di anarchismo o comunismo. Invece, è più probabile che il movimento rivoluzionario si considererà come la fine della guerra civile, sotto la bandiera, l’insegna resuscitata dell’abolizione.

“Non abbiamo le pistole, non siamo pronti”

Gli Stati Uniti sono la società più pesantemente armata al mondo. Il numero di armi da fuoco possedute da privati ​​cittadini supera in modo schiacciante quelle possedute dalla polizia e dai militari. Questa passione per le armi da fuoco deriva dall’eredità del colonialismo dei coloni e della schiavitù su cui è stata fondata questa nazione. Oggi, la maggior parte delle armi non è nelle mani di persone che considereremmo amici o compagni. Questo è un fatto difficile. Sulla carta, una sparatoria si tradurrebbe in una rapida sconfitta della nostra parte. Ma il successo dei movimenti rivoluzionari non può essere calcolato da un semplice resoconto di chi ha più armi. Se così fosse, i vietnamiti non avrebbero mai sconfitto l’esercito statunitense, né gli schiavi di Haiti avrebbero avuto una possibilità contro l’esercito di Napoleone. Nessuna dittatura sarebbe mai stata rovesciata nella storia. Eppure, è innegabile che queste cose siano accadute e continuino ad accadere.

Le rivoluzioni non sono sparatorie tra buoni e cattivi. Una rivoluzione di successo non verrà da un’avanguardia di rivoluzionari armati, ma da milioni di persone comuni impegnate in rivolte, scioperi, occupazioni e altre forme di lotta di massa. Non compreremo all’improvviso più armi di quelli di destra. Invece, sono le divisioni politiche che il movimento può causare nella società che possono cambiare radicalmente la matematica sulle armi. Ciò significa dividere la popolazione bianca, sì, ma soprattutto, significa dividere la Guardia Nazionale e le forze armate e vincere una parte di loro dalla parte della rivoluzione. Queste forze non solo avranno le armi, ma sapranno come usarle e sapranno addestrare gli altri. A tal fine, dovremmo sfruttare le aperture all’interno dei ranghi dei militari. Durante la guerra del Vietnam, soldati, soldati neri in particolare, si ribellarono contro i loro ufficiali. Più recentemente, durante la rivolta di quest’estate, le unità della Guardia Nazionale hanno rifiutato l’ordine di attaccare i manifestanti e invece hanno deposto le armi. Momenti come questi devono essere approcciati e considerati seriamente. Creare alleanze con i ranghi delle truppe può destabilizzare il potere repressivo dello stato e sarà cruciale nel determinare l’esito di un conflitto rivoluzionario.

Pur prendendo il possesso dei mezzi di produzione cruciali necessari per nutrire, vestire e prendersi cura di tutti, sarà anche necessario difendere queste unità di produzione dalle forze della controrivoluzione, che ovviamente include la polizia, ma anche un nocciolo duro di civili razzisti che difenderanno il capitalismo fino alla fine. Questo nucleo razzista deve essere superato e distrutto nel processo di una rivoluzione sociale che divide i militari, divide la società bianca. In questo senso ci sarà bisogno di pistole, ma l’equilibrio delle forze non dipende da chi ha più pistole. Se quest’ultimo non dovesse essere la base per le decisioni politiche è perché quel tipo di matematica può portare solo a una conclusione: non abbiamo molte pistole, quindi dovremmo raffreddarlo. Al contrario, l’equilibrio delle forze sarà fondamentalmente deciso dal carattere di massa del nostro movimento, dalla nostra capacità di cogliere i punti chiave della produzione e dalla nostra capacità di proiettare l’insieme di politiche più emancipatrici che possiamo immaginare. Difendere le conquiste della rivoluzione richiederà che alcuni proletari si organizzino come raggruppamenti armati. Le forze di sicurezza armate sono state una caratteristica della rivolta di George Floyd, quindi questo sta già accadendo in una certa misura. Ma se questi raggruppamenti diventano raggruppamenti armati specializzati, rischiano di isolarsi e di istituire una nuova forma di controllo sociale e, nel peggiore dei casi, rischiano di diventare una forza di polizia “rivoluzionaria”, un esercito di “popolo” e uno “stato operaio” [si vuole intendere separati, estraniati dalla massa?? – n.d.r.]. Ciò porterebbe alla fine di qualsiasi processo rivoluzionario.

Conclusione

La storia che fa più luce sul momento attuale è l’era della Guerra Civile. Questa storia informa con forza la traiettoria del presente. La guerra civile, l’abolizione e la ricostruzione sono gli affari incompiuti di questa terra. Questa è “Amerikkka”: il nostro destino è sempre stato la guerra civile. Le rivoluzioni in generale sono inseparabili dalle guerre civili e non vediamo alcun motivo per cui ciò sarà diverso in futuro. Scappare dall’imminente guerra civile significa correre verso il liberalismo e la socialdemocrazia, cioè verso la supremazia bianca. Non ci illudiamo che la maggior parte di noi esiterà a ciò che diciamo, ma proprio come per la prima guerra civile, non hai scelta. La struttura della razza e della classe negli Stati Uniti rende la guerra civile un aspetto inevitabile di qualsiasi movimento rivoluzionario. Più siamo consapevoli di questo fenomeno, meglio possiamo navigare e collegarlo a un processo di rivoluzione sociale. A questo punto, tuttavia, è l’estrema destra che sta determinando i termini di questo conflitto protratto. Una presidenza Biden non cambierà questa dinamica fondamentale. Non è ancora chiaro se l’estrema sinistra svilupperà o meno una propria strategia coerente di escalation. Fortunatamente, domani non ci sarà una guerra civile in piena regola. C’è ancora tempo per prepararsi.

Molti diranno che la guerra civile non è sul tavolo perché da nessuna parte tra le classi dominanti vediamo una fazione seria o grande che spinge per questo. Al momento questo è corretto. Le divisioni sono apparse per prime sul campo. Ma questo non sarebbe diverso dalla prima guerra civile. Fu l’autoattività degli schiavi che scappavano, gli abolizionisti che prendevano parte ad azioni dirette decisive e la questione più ampia dell’espansione dei territori degli schiavi che determinarono la dinamica. Solo a fine partita le rispettive classi dirigenti accettarono finalmente la realtà della guerra civile. In questo senso, cercare le radici della seconda guerra civile al livello della borghesia è un errore. I semi della Seconda Guerra Civile cresceranno dal suolo verso l’alto, come accadde la prima volta. Infatti, la borghesia sarà probabilmente l’ultima classe ad accettare che la rivoluzione e la guerra civile sono alle porte. Questo perché ha più da perdere.

La nostra convinzione fondamentale è che affinché qualsiasi rivoluzione proletaria abbia luogo negli Stati Uniti, la supremazia bianca e l’ordine razziale devono essere completamente sconfitti. Questa lotta minaccia di innescare una guerra civile che divide l’intera società. Resta da determinare se i bianchi che si uccidono a vicenda per il Black Lives Matter abbiano iniziato a far cambiare idea. Per quanto riguarda la questione della razza, i proletari neri non si fidano necessariamente né dei proletari bianchi né dei proletari di colore non neri. Solo intensificando e approfondendo il processo dinamico che lega inevitabilmente la questione della rivoluzione a quella della guerra civile le contraddizioni che circondano la razza possono essere risolte una volta per tutte.

Abbiamo definito in termini generali le strategie che possono ridurre al minimo la guerra civile ed espandere la rivoluzione sociale. Ampie sezioni del proletariato dovrebbero sviluppare una risposta organizzata alla crisi del capitalismo: questo dipenderà in gran parte dalla nostra capacità di cogliere, difendere e trasformare le industrie necessarie alla riproduzione sociale. I dettagli esatti di come ciò avverrà possono essere risolti solo dai proletari che agiscono e pensano sul campo e di propria iniziativa.

Shemon e Arturo, 2 novembre 2020.

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