A colloquio con Marx, Rosa L. e altri maestri sulla questione fiscale: II. La rivendicazione di lotta della million tax 10% sul 10% – TIR

Ora comincia il difficile perché dobbiamo essere noi ad esporre come si presenta oggi la questione fiscale, e motivare la nostra posizione davanti ai maestri.

Partiamo, comunque, da un punto fermo: sostenere l’indifferenza politica in materia fiscale in nome di Marx e degli altri maestri non è possibile. Il fisco è un terreno di lotta tra la classe del capitale e la classe del lavoro salariato. Oggi – Italia, Europa, Occidente 2020 – più importante di ieri. Questa è la nostra tesi, la dichiariamo in premessa. Non sosteniamo che è il principale terreno oggettivo, e tanto meno l’unico terreno, della lotta di classe, come si cerca invano di attribuirci. Ciò che sosteniamo è: questo terreno non va disertato giustificandosi con l’argomento puerile che su di esso intervengono anche forze non proletarie, o anti-proletarie. Va affrontato in linea di continuità con l’impostazione storica del movimento proletario comunista, con i necessari adeguamenti resi obbligatori dall’analisi concreta della situazione concreta del capitalismo di inizio XXI secolo – esattamente ciò da cui rifuggono i nostri critici.

La rivendicazione di lotta, politica, da noi formulata della million tax 10% sul 10% non è altro che un’imposta progressiva straordinaria sulla ricchezza rapportata alla attuale situazione di crisi e di eccezionale polarizzazione della ricchezza socialmente prodotta. La sua critica, se avanzata in nome della tradizione storica del movimento proletario comunista, è – come abbiamo dimostrato nella I parte di questo scritto – inconsistente. Ma si rivela ancor più inconsistente se, invece che al passato, si guarda al presente, al ruolo che la questione fiscale, in particolare la detassazione del capitale e dei capitalisti e l’incremento della tassazione del lavoro, ha nel funzionamento del capitalismo finanziario globale degli ultimi decenni: nel contrasto alla caduta tendenziale del saggio di profitto, nei rapporti di concorrenza tra capitalismi nazionali e tra imprese (perché altrimenti è nata la rete mondiale dei paradisi fiscali?), nel rapporto tra classe capitalistica e proletariato, nei rapporti tra grande capitale e massa dei piccoli e piccolissimi accumulatori – per non parlare dell’uso sistematico dell’arma fiscale da parte dei paesi imperialisti per ribadire i rapporti di dominazione sul Sud del mondo (anche in questo caso troveremo un filo rosso che ci conduce dagli scritti di Marx sull’India e la Cina ad oggi). Vediamo, quindi, cosa è cambiato dai tempi di Marx ed Engels, e da quelli di Rosa Luxemburg e Lenin.

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Questioni geopolitiche internazionali e il riarmo dell’imperialismo francese

Riceviamo da un internazionalista francese e molto volentieri pubblichiamo questa ricca e ben documentata analisi/denuncia del processo di riarmo in cui è impegnato l’imperialismo francese – comparsa nei giorni scorsi sul blog https://pasadoypresentedelmarxismorevolucionario.net

La Francia è oggi, dentro l’Unione europea, il paese capofila della spinta al riarmo, che sta prendendo velocità proprio nel mezzo della crisi pandemica, dal momento che nel semestre tedesco l’Unione europea ha varato, per la prima volta, un piano strategico con 16 miliardi di euro destinati a tank, satelliti e forze armate comuni. Il 9 novembre scorso, su “la Repubblica”, l’organo dell’ultra-atlantismo e dell’ultra-sionismo in Italia, è stato proprio un analista francese, Bernard Guetta, a scrivere il seguente proclama ultra-militarista:

“Non solo l’Unione europea deve accettare di trasformarsi in una grande potenza: se non lo faremo, presto gli Stati Uniti non avranno più alcun motivo di impedire ai legami transatlantici di sfilacciarsi. Perché mantenere un’alleanza se la controparte non vi apporta nulla? I nostri rapporti con gli Stati Uniti saranno più distesi se sviluppiamo un organismo di difesa comunitaria, non se evitiamo di farlo. Solo diventando una grande potenza politica e militare l’Unione europea raddoppierà la forza del suo patto con l’America. (…) Se gli Stati Uniti ci vogliono al loro fianco nel braccio di ferro con la Cina, dovranno abituarsi all’idea che l’Europa abbia un proprio specifico peso”.

Detto che non ci risulta che dalla detestabile masnada di “sovranisti” di destra e di “sinistra” sia arrivata una sola parola di critica a questo genere di europeismo bellicista e imperialista (che va benissimo a tutti i “sovranisti”, purché lasci adeguato spazio per un “nostro posto al sole”), va precisato che l’amministrazione Macron gioca su due piani: in proprio e in Europa. Ed è specialmente sul primo aspetto che martella questo bel testo. Partendo dalla necessità che ha l’industria degli armamenti d’oltralpe, una delle “eccellenze francesi”, di usare metalli rari non avendone però alcuna produzione in patria, per cui – in mezzo alla più ingannevole delle retoriche intorno al cd. capitalismo verde – si moltiplicano le richieste di far ripartire in Francia e in tutta Europa la ricerca delle “terre rare”, dall’impatto ecologico notoriamente devastante (radioattività, distruzione della vegetazione, degradazione dei suoli, inquinamento perdurante delle acque, etc.), come ben si sa in Cina. Nello stesso tempo si rafforza la necessità di non cedere spazio, anzi di riconquistare spazio in tutta l’Africa, dove l’intervento armato francese già semina ogni giorno morte e distruzione in una serie di paesi.

L’imperativo di consolidare “la remonte en puissance militaire” della Francia è un imperativo che coinvolge in pieno la cosiddetta sinistra di Melenchon, pienamente complice, ad esempio, nella guerra contro la popolazione del Mali, così come un certo “progressismo” che crede, o fa finta di credere, alle “guerre umanitarie”. L’imperialismo “umanitario” è l’imperialismo e basta, nient’altro che imperialismo!, afferma giustamente il compagno. Così come ha ragioni da vendere quando rileva che “disgraziatamente, in Francia, la denuncia di questo stato di fatto [la presenza francese, rapinatrice di super-profitti neo-coloniali nell’Africa occidentale – n.] non è mai stata all’altezza di un vero internazionalismo di classe“. Non diversa è la situazione in Italia, dove tuttora l’internazionalismo proletario coerente, militante è cosa rarissima.

C’è un solo passaggio del testo che ci trova francamente in dissenso, ed è legato proprio a questo tema, quando si afferma che i due fini dichiarati della guerra che l’imperialismo francese sta conducendo nel Sahel, battere la minaccia “jihadista” e difendere gli interessi geo-politici della Francia, sono “in realtà strutturalmente divergenti”: perché il primo passerebbe per un “rafforzamento degli stati africani” ed il secondo per un loro indebolimento e la conservazione della loro dipendenza economica e militare dall’antica potenza coloniale. No! La sola ed unica possibilità che le masse sfruttate di questa area si liberino dall’ipoteca jihadista, che è incapace di portarli alla vittoria nella lotta di liberazione dall’imperialismo e, tanto più, dal capitalismo, non è in un aiuto dato dallo stato francese (e neanche da un eventuale movimento di lotta anti-imperialista in Francia) al rafforzamento degli stati dell’area; è nella lotta coerente in Francia, qui in Italia e in Europa per mettere fine della guerra franco-europea ai popoli dell’Africa, per mettere fine all’infame sfruttamento neo-coloniale in atto; ed è nel sostegno al rafforzamento dei movimenti di lotta degli sfruttati del Mali e dell’Africa occidentale, perché ripartano dall’esempio caro ai più radicali tra gli anti-imperialisti dell’Africa tutta, quello di Thomas Sankara, e vadano oltre di esso. Se questo avverrà, l’attrazione del jihadismo islamista non potrà che inevitabilmente deperire, per la sua organica incapacità a dare battaglia al capitalismo imperialista.

Cogliamo questa occasione per invitare le nostre lettrici e i nostri lettori, sempre più numerosi, a inviarci ricognizioni e denunce dell’imperialismo italiano che siano del tipo e della qualità di questa che pubblichiamo. Forza, chi ne ha capacità e animo, si metta al lavoro!

Qui di seguito la precisazione dei compagni di pasadoypresentedelmarxismorevolucionario alla nostra critica.

Lettre à la Rédaction de Il Pungolo Rosso

Chers camarades,

Le 29-12-2020 vous avez publié le travail apparu dans notre blog avec le titre « Les enjeux géopolitiques internationaux et le réarmement de l’impérialisme français ». Nous ne pouvons que nous réjouir que notre irréductible dénonciation de ce dernier trouve un écho parmi les forces qui se réclament de l’internationalisme prolétarien, et donc de l’antiimpérialisme.  

En ce qui concerne votre critique d’un passage de l’article, nous vous prions de publier sur votre blog la précision suivante :

« En aucun cas nous n’avons affirmé ou voulu affirmer que le renforcement des États semi coloniaux africains actuels est la condition nécessaire – ou la voie de passage obligée – de la lutte contre le djahidisme islamiste. L’article « ne fait que » mettre en lumière les tenants et les aboutissants de l’intervention politico-militaire de l’impérialisme français au Sahel et les problèmes que cette intervention lui pose, à savoir, d’une part, essayer de renforcer les structures des États africains de la région pour faire face à l’emprise croissante des mouvements djihadistes sur une partie de leurs territoires ; et, de l’autre, le besoin de maintenir ces États dans une situation de faiblesse qui les rend dépendants de l’impérialisme. A aucun moment le document ne traite des alternatives historiques souhaitables du point de vue prolétarien et révolutionnaire concernant la lutte contre les courants djihadistes et leur emprise en Afrique ».

Salutations internationalistes.

Carlos Svidler, le 2 janvier 2020

https://pasadoypresentedelmarxismorevolucionario.net/

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In risposta ai Carc (Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

È stato messo in circolazione negli scorsi giorni un testo dei Carc – “Il Patto d’Azione smentisce sé stesso e il suo proposito di voler costruire il fronte unico di classe. A chi giovano settarismo e politicantismo?” – che risponde in maniera risentita e sguaiata a tre critiche politiche, del tutto fondate e circostanziate, mosse ai Carc nell’assemblea del Patto d’azione di Milano del 9 dicembre scorso: 1) il P. Carc non può restare nel Patto “perché è alleato del M5S”; 2) non può starci “a causa delle sue posizioni sovraniste”; 3) non può starci in quanto “è interclassista, perché sostiene le rivendicazioni dei commercianti e delle partite Iva”.

La sguaiatezza ci sta (dopotutto, come disse il filosofo, “lo stile è l’uomo”), ma il risentimento è molto strano.

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Lotta contro i licenziamenti, salario garantito, nazionalizzazioni, di R. Luzzi

La discussione avviata sulle rivendicazioni del Patto d’Azione, sulla patrimoniale come sulle nazionalizzazioni deve a mio parere poggiare su basi materialistiche. Certo serve consultare i nostri maestri, ma con lo stesso loro spirito e metodo materialista: partire dal modo di produzione capitalistico come analizzabile con gli strumenti del marxismo per individuare le contraddizioni e le forze su cui fare leva per il suo rovesciamento rivoluzionario, nella società senza classi.

La discussione non può risolversi in una esegesi dei testi più o meno sacri. Il principio cui dobbiamo ricorrere non è quello di autorità, ma quello della capacità di orientare il movimento reale nel ginepraio della società capitalistica, nello scontro sul piano economico, sociale e politico con il capitale, con la borghesia, con il suo stato, nel contesto del mercato mondiale.

Il compagno Marco Ferrando sostiene la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo delle proprietà capitalistiche che chiudono; i compagni di Classe contro Classe sostengono la loro espropriazione. La discussione verte quindi sulle imprese, aziende, unità locali CHE CHIUDONO.

Non si parla di nazionalizzare o comunque espropriare le aziende che vanno bene. Si tratta quindi di azioni DIFENSIVE, in situazioni in cui i lavoratori sono minacciati di licenziamento. Un aspetto su cui la discussione ha fin qui sorvolato.

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Solidarietà ai minatori di Touissit (Marocco) che occupano la loro miniera!

Una nuova riunione per riprendere la trattativa dovrebbe cominciare il 24 dicembre per discutere le richieste di aumento dei salari, di miglioramento delle condizioni di lavoro nella miniera, dei lavoratori contrattualizzati e interinali, e di un impegno della direzione a rispettare il diritto di associazione e a non licenziare gli scioperanti.

I minatori hanno dato dimostrazione di coraggio e di una forza esemplare, occupando la loro miniera a 700 metri sottoterra, in condizioni pericolose per la loro salute.

Speriamo che non saranno nuovamente traditi dai sindacati durante la trattativa.

In attesa, apportiamo loro il massimo del sostegno possibile.

Per esempio, inviando delle email alla direzione CMT per domandare:

  • Rispetto della dignità dei minatori, che sono i soli creatori di ricchezza dentro CMT.
  • Salari dignitosi che permettano di vivere, per tutti i salariati, quale che sia il loro status.
  • Condizioni di lavoro dignitoso, conformi alle norme internazionali di sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente.
  • Rispetto della libertà di associazione e di espressione, e del diritto di sciopero.

I compagni solidali delle due sponde del Mediterraneo – per contattare la direzione dell’azienda:
Fax Direction générale: ° + 212 (0) 5 22 78 68 71
E-mail: siege.cmt@cmt.ma Téléphone: +212 (0) 6 61 31 32 95 / (0) 5 22 78 68 61

In questo video, i minatori in sciopero dentro la miniera di Touissit spiegano le ragioni e gli obiettivi della loro lotta:


SOLIDARITÉ AVEC LES MINEURS DE TOUISSIT (MAROC) QUI OCCUPENT LEUR MINE!

Une nouvelle réunion pour reprendre les négociations devrait commencer le 24 décembre pour discuter des demandes d’augmentation des salaires, de l’amélioration des conditions de travail dans la mine, de la question des travailleurs contractuels et intérimaires, et d’un engagement de la direction à respecter le droit d’association et à ne pas licencier le grévistes.

Les mineurs ont fait preuve d’un courage et d’une force exemplaires en occupant leur mine à 700 mètres sous terre, dans des conditions dangereuses pour leur santé. Espérons qu’ils ne seront pas à nouveau trahis par les syndicats lors des négociations.

En attendant, apportons-leur le plus de soutien possible. Par exemple en envoyant des emails à la direction CMT pour demander:

  • Le respect et la dignité des mineurs, qui sont les seuls créateurs de richesse dans la CMT.
  • Des salaires dignes permettant de vivre, pour tous les salariés quel que soit leur statut
  • Conditions de travail dignes, conformes aux normes internationales de sécurité des travailleurs et d’environnement
  • Respect de la liberté d’association et d’expression, ainsi que du droit de grève.

Compagnons de solidarité des deux côtés de la Méditerranée
Pour contacter la direction de l’entreprise:
Fax Direction générale: + 212 (0) 5 22 78 68 71
E-mail: siege.cmt@cmt.ma Téléphone: + 212 (0) 6 61 31 32 95 / (0) 5 22 78 68 61

www.lignesdeforce.wordpress.com