L’esplosiva questione contadina dietro lo sciopero generale in India – Noi non abbiamo patria

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo testo sullo sciopero generale del 26 novembre in India in cui la lotta degli operai e dei salariati si è intrecciata in modo più stretto che mai con la lotta dei braccianti e dei contadini piccoli coltivatori colpiti violentemente dalla riforma del mercato agricolo decisa dal governo Modi il tutto sullo sfondo di una pandemia che ha moltiplicato il suo impatto mortale sulla popolazione più povera per la destrutturazione della sanità pubblica e i costi stratosferici di quella privata – v. Yogesh Jain, Privitized Medicine in India Is Accelerating COVID-19 Death Toll – https://www.counterpunch.org/2020/11/27/how-the-privatization-of-medicine-in-india-is-accelerating-its-covid-19-death-toll/

C’è appena stato lo sciopero generale in India contro le politiche del governo Modi. I temi della battaglia di classe sono praticamente identici all’altro sciopero generale del 8 gennaio 2020.
Si parlò di circa 250 milioni di proletari e salariati e di una incredibile partecipazione al Bharat Bandh generale, che tra le varie cose vide l’intrecciarsi con la lotta permanente delle donne indiane ed immigrate (il muro delle donne del 1 gennaio del 2019, che unì per 620 Km più di 3 milioni di donne nella giornata di lotta contro il patriarcato, la violenza di genere ed il divieto imposto alle donne di entrare nei luoghi di culto), e con la lotta di Hindu e Musulmani contro le leggi sulla cittadinanza del governo Modi.

più di 3 milioni di donne si sono unite attraverso 620 Km, formando una catena umana, il 1 gennaio 2019

Pochi giorni fa, il 26 novembre, un nuovo sciopero generale, un nuovo Bharat Bandh, ha attraversato l’intero sub continente indiano, cui la pandemia ha anche qui accelerato la crisi economica, sociale e politica già in atto. La polarizzazione sociale avanza con radicalità e violenza di classe, di cui la violenza sulle donne indiane, stupri e femminicidio in aumento, riflettono la crudezza dei rapporti di classe in India.

Lo sciopero ha confermato tutti i caratteri della giornata generale di lotta dello scorso 8 gennaio, anche quello di pochi giorni fa ha visto l’intrecciarsi alla lotta contro le politiche economiche del governo del BJP, l’esplosività delle contraddizioni di genere, della natura e della terra. È soprattutto sul versante della “terra”, dello sciopero contadino, che l’ultimo Bharat Bandh si è caratterizzato, preoccupando le forze del capitale globale che contano.

nationwide strike on 26th november 2020 – Trade Unions call for Bharat Bandh

L’India, che alcuni ritengono avviarsi nella sua specifica fase imperialista, ha circa la metà della popolazione che vive nelle campagne, circa la metà delle famiglie indiane vivono di agricoltura, sono famiglie contadine. Se a gennaio lo sciopero generale si intrecció con la lotta dei contadini, in questa tornata la mobilitazione dei contadini è stata ancora più estesa. Alla base c’è la riforma del mercato agricolo imposta dal governo Modi. La riforma prevede la liberalizzazione del mercato. Con essa le piccole imprese contadine potranno vendere liberamente i loro prodotti ai buyer delle grandi catene della distribuzione privata, mentre oggi è prevalente la vendita attraverso il sistema “mandis” di mercati e circuiti all’ingrosso controllati dallo Stato, che tutela un sistema di prezzi minimi per i prodotti della terra.  

Questo circuito di mercato calmierato è gestito da comitati composti da burocrazie amministrative degli Stati e delle regioni, da agricoltori, spesso grandi proprietari terrieri, e commercianti o “agenti di commissione” che agiscono come intermediari per le vendite di intermediazione, l’organizzazione di immagazzinamento e trasporto, o anche il finanziamento di accordi.

In sostanza l’attuale sistema garantitebbe una sorta di protezione di prezzo minimo per le merci agricole e per i prodotti della terra. La riforma prevista, che liberalizza il mercato privato spaventa la maggior parte dei contadini che ritengono che il nuovo sistema farà precipitare i prezzi al ribasso, mentre il sistema “mandis” garantito dallo Stato scomparirà perdendo dunque quella sorta di protezione attuale.
“In primo luogo, gli agricoltori si sentiranno attratti da questi attori privati, che offriranno un prezzo migliore per i prodotti. Nel frattempo, il mandato del governo farà le valigie e dopo alcuni anni questi giocatori inizieranno a sfruttare gli agricoltori. Questo è ciò che temiamo”, Multan Singh Rana, un agricoltore nello stato settentrionale del Punjab, ha detto a BBC Punjabi.
“Questa è una condanna a morte per i piccoli agricoltori emarginati. Questo mira a distruggerli consegnando l’agricoltura e il mercato alle grandi aziende. Vogliono strappare via la nostra terra. Ma non glielo permetteremo”, Sukhdev Singh Kokri, un altro agricoltore, ha testimoniato sempre a BBC Punjabi.

La stampa borghese internazionale in maniera velata dipinge la protesta contadina come reazionaria e diretta dai settori della burocrazia dello Stato e di chi ha posizioni di privilegio all’interno del mercato “mandi”, mentre i contadini non si avvedono, sostengono i media borghesi, che la liberalizzazione del mercato migliorerà gli investimenti privati nella agricoltura, faciliterà verso lo sviluppo della tecnica nella produzione nelle campagne, favorirà la produttività delle terra e comporterà la crescita del reddito delle famiglie contadine. 

Di sicuro una parte dei contadini, quelli meglio attrezzati e con già qualche piccola scorta di capitale alle spalle ne trarranno ulteriore vantaggio. Ma questa liberalizzazione del mercato aprirà la strada ad una maggiore polarizzazione sociale selvaggia nelle campagne, che approfondirà un processo di impoverimento, sfruttamento e divisorio che le politiche nazionaliste ghandiane e post ghandiane hanno mantenuto sotto traccia per 50 anni.

Una polarizzazione sociale nelle campagne che già prese avvio decisamente con l’opera di sradicamento di milioni di contadini dalle loro terre e la scomparsa di interi villaggi provocati dall’opera liberista degli anni ’90 operata dalle multinazionali occidentali predatorie dell’acqua, del nuovo oro blu. Una spoliazione delle terre che è avvenuta attraverso la costruzione di migliaia di gigantesche dighe, che ha spostato il corso naturale millennario dei fiumi, inondato vallate e desertificato altre aree prima fertili. A questa offensiva della globalizzazione liberista (che giustamente Arundathy Roy chiese di chiamarla con il suo nome giusto nome: rapina imperialista), gli anni 2000 sono stati caratterizzati dalle lotte contro la costruzione di queste imponenti dighe, di cui è famosa la lotta nella lunga valle del Narmada. Nonostante la difesa ad oltranza delle terre e della natura, la polarizzazione sociale è cresciuta e con essa l’affamamento, l’impoverimento e l’indebitamento di centinaia di miglia di famiglie contadine, e con esso è ripresa diffusamente la pratica del suicidio da parte del capo famiglia nei villaggi di campagna, così come nelle comunità costiere dedite alla pesca. È una usanza antica, la famiglia indebitata ottiene lo sconto del proprio debito attraverso il suicidio del padre, che si suicida per aiutare moglie e figli a campare.

Le mobilitazioni delle donne del 2019, la ripresa di conflittualità sociale di classe nelle città e nelle campagne, soprattutto nel sud del paese ha rappresentato primi momenti in controtendenza alla disperazione sociale cui le comunità contadine e di pescatori poveri vengono schiacciati. Soprattutto nella regione del Kerala, che negli ultimi anni ha visto crescere le lotte dei lavoratori e degli sfruttati, la pratica del suicidio è dimininuita rispetto al resto del paese.

L’emergente capitalista India, ma all’interno della crisi generale del capitalismo mondiale, non potrà assicurare la pace sociale, non potrà evitare che la polarizzazione sociale nelle campagne vada ad acuirsi, creando le condizioni per la ripresa di lotte fragorose della massa dei contadini poveri e poverissimi, gettendo sul piatto dello scontro generale di classe internazionale un esercito di minuti lavoratori della terra, proprietari dei loro piccoli appezzamenti. Mentre pochi “farmers” potranno arricchirsi attraverso la liberalizzazione del mercato, la maggioranza ne subirà le conseguenze peggiori: i loro campi andranno in rovina e per coprire i debiti in molti saranno braccianti a mezzo servizio per le aziende agricole più grandi che nel frattempo concentreranno nelle loro mani la proprietà delle terre e degli appezzamenti. Questo fragoroso processo di polarizzazione sociale andrà a costituire un potenziale alleato del proletariato internazionale, un incendiario esercito rivoluzionario.

La questione della terra torna spinosa e complicata nel rapporto città campagna, tra proletariato e contadini, che aspirano a difendere la loro piccola proprietà privata e che rivendicano la terra. Così torna all’ordine del giorno il motto rivoluzionario dell’Ottobre 1917, in India, nel Sud Est dell’Asia, in Africa, nell’America Latina perfino nelle campagne dell’evoluta Europa e del Nord America, in una maniera esplosiva ed a tutto vantaggio del rafforzamento delle condizioni materiali della rivoluzione sociale mondiale.

Decine di migliaia di contadini hanno marciato verso New Delhi, si sono scontrati con la polizia e non è attualmente chiaro se siano tornati nelle loro campagne o rimasti intorno alla principali vie di accesso alla megalopoli indiana. Il governo Modi nel frattempo ha autorizzato l’uso degli stadi come carceri provvisori.

L’India è un paese di 1 miliardo e 300 milioni di persone. Almeno la metà sono contadini.

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