India. Alcuni materiali di documentazione

Lunedì 14 dicembre si è tenuto in India un nuovo sciopero generale dopo quello, riuscitissimo, del 26 novembre. Come la giornata di lotta dell’8 dicembre, esso ha coinvolto soprattutto le grandi masse dei contadini poveri, duramente colpiti dalla sequenza di provvedimenti del governo Modi volti a favorire le grandi imprese dell’agribuness interne e transnazionali. Per dare un primo sguardo alla situazione generale del sub-continente indiano ed in particolare alla situazione nelle campagne, pubblichiamo qui di seguito dei materiali di documentazione. Il primo e più ampio è stato elaborato dal compagno Alessio, che cura il blog Noi non abbiamo patria – Gazzettino rosso sulla lotta di classe all’epoca del coronavirus; il secondo è un testo ripreso dalla rivista indiana “Economic and Political Weekly“, che si può trovare in traduzione francese anche su http://www.alencontre.org – Inde. «L’intervention du gouvernement met l’agriculture indienne sous le joug des grandes firmes». Infine una critica inviataci dal compagno Alessio all’articolo di “Economic and Political Weekly”, che ne decostruisce utilmente il contenuto.

Premessa

L’india ha una popolazione di più di 1 miliardo e 300 milioni di persone, di cui circa il 52% è di età inferiore ai 30 anni, e la popolazione di età al di sotto dei 15 anni è circa il 26% del totale. Viceversa, la popolazione con più di 60 anni è tra il 9% ed il 10%, indicando una aspettativa media di vita bassa.

Almeno la metà della popolazione Indiana vive nelle campagne ed è occupata nel settore primario (agricoltura, allevamento, legname, pesca), quindi parliamo di circa 650 milioni di persone. Alla popolazione che direttamente vive per le attività legate alla economia primaria, deve essere aggiunta tutta quella parte di popolazione indiana che vive per attività collegate alla produzione agricola, di allevamento e pesca, come lo stoccaggio, logistica, intermediazione commerciale e distribuzione, che arriva ad essere più dei due terzi della popolazione complessiva. Quindi per legame diretto ed indiretto sono circa 900 milioni il volume della popolazione indiana che deve al lavoro dei campi e alla pesca il proprio sostentamento ed il proprio reddito.

Gli analfabeti sono circa il 25% della popolazione.

Detto questo, il PIL legato al settore primario dell’economia indiana ammonta tra il 16% ed il 18% del PIL nazionale.

Il PIL legato al settore primario ed in special modo alla produzione agricola è ancora suscettibile alle stagioni dei monsoni che possono determinare ancora oggi stagioni di siccità e stagioni di rigogliosa produzione agricola. Una delle principali conseguenze della dominazione colonia britannica fu proprio smantellare il ministero dei lavori pubblici che aveva come scopo principale la manutenzione a spese dello stato di imponenti opere di canali di irrigazione, ecc.

Karl Marx nell’articolo “i risultati futuri del dominio britannico in India” del 1853 scrive: “gli inglesi nell’India orientale hanno accettato dai loro predecessori il dipartimento delle finanze e della guerra, ma hanno trascurato completamente quello dei lavori pubblici. Da qui il deterioramento di un’agricoltura che non può essere condotta secondo il principio britannico della libera concorrenza, del laissez-faire e del laissez-aller”.

Negli ultimi 30 anni e soprattutto dagli anni ’90 una seconda manomissione imperialista ha agito nel riportare indietro lo sviluppo della agricoltura Indiana attraverso la rapina dell’oro blue, l’acqua, attraverso l’opera di costruzioni di migliaia di dighe (un progetto di 3200 dighe) lungo il corso del fiume Narmada (lungo 1300 Km che corre da est fino al mar arabico), provocando la scomparsa di migliaia di villaggi agricoli, lo spostamento dei corsi d’acqua, l’inondazione di interi villaggi ed aree agricole, mentre altre finivano per essere prive di una struttura di irrigazione ed il tutto per fornire l’oro blu ai colossi occidentali dell’agro business produttori di bibite gassate, succhi di frutta ecc., primi fra tutti Pepsi e Coca Cola. Opera inoltre di stravolgimento dell’ecosistema idrico naturale, delle foreste e degli altipiani indiani. A questo si è affiancato il più recente sviluppo dell’industria mineraria dei metalli rari (cadmio, litio, vanadio, tungsteno, ecc. determinanti per l’industria tecnologica high tech e per la cosiddetta green economy). Questo tipo di attività mineraria già nell’estrazione dei metalli rari ha un enorme impatto ambientale e per la salute umana, perché la quantità notevole di roccia contenente metalli pesanti e con carica atomica è notevole e che viene rilasciata nell’ambiente e generalmente nei corsi d’acqua. Anche per questo tipo di industria mineraria i corsi d’acqua vengono deviati e convogliati nei sistemi di ulteriore separazione e setaccio del metallo raro dal blocco di roccia, le cui scorie vengono poi scaricate nel sistema idrico degli impianti.

E’ notizia dell’8 dicembre 2020 la comunicazione ufficiale delle autorità sanitarie della zona dell’Andhra Pradesh del diffondersi di una malattia mortale – che si aggiunge a quella della pandemia da Sars-Cov-2 – causata da un avvelenamento massiccio del sangue da parte di metalli quali piombo e nichel. Vedi link 1 e link 2.

L’economia agricola in numeri

Sono circa 130 milioni le imprese agricole private registrate ufficialmente. Circa l’83% di queste aziende agricole sono di meno di 2 ettari, nel dettaglio le piccole proprietà non superiore ad 1 ettaro sono il 64,77% del terreno agricolo complessivo, il 18.5% non è superiore ai 2 ettari, mentre solo lo 0,85% delle proprietà agricole è costituito da grandi aziende con più di 10 ettari, per un totale di più di 158 milioni di ettari.

Questo 83% possiede intorno al 36% della terra coltivata, mentre le restanti aziende agricole di dimensione intorno ai 5 ettari possiede circa il 60% della terra agricola.

Lo stato che prevede una meccanizzazione più avanzata nella produzione agricola è il Punjab. E’ il piccolo stato situato nel nord ovest del subcontinente indiano, il cui territorio è di 50362 Km2 e di cui il 97% della superficie agreste è irrigata. Il Punjab è considerato il paniere dell’India ed è lo stato indiano che in media contribuisce in misura maggiore al PIL statale (il settore primario contribuisce del 24% al PIL dello stato, di contro al 16%-18% medio dell’intera India).

Il Punjab è lo stato indiano dove la struttura delle proprietà fondiaria ha caratteristiche leggermente più avanzate rispetto all’intero subcontinente indiano. Qui il 60% delle proprietà è composto da aziende di dimensioni maggiori dei 2 ettari ed inferiori ai 10 ettari.

Il Punjab offre anche uno sbocco importante per il mercato della produzione di trattrici ed altri macchinari agricoli per il complesso dell’industria mondiale dei macchinari agricoli. Secondo un censimento del 2009 il Punjab assorbe cica l’8% dell’import delle trattrici e dei macchinari agricoli dell’intera India. La tabella qui di seguito deriva da un censimento eseguito dal governo del Punjab circa l’uso di trattrici, trebbiatrici e di altri macchinari agricoli al 2009.

La tabella è ricavata da uno studio del 2009 da FUCCI e Yes Bank sulla base dei dati censiti dalle autorità del Punjab. Possiamo concludere che nell’intera India, all’anno 2009 il volume delle trattrici potesse essere di circa 5 milioni.

Sempre FederUnocoma in uno studio del 2013 stima che il mercato indiano offre alla produzione mondiale dei macchinari agricoli una domanda di trattrici pari a 450000 l’anno, volume che superiore alla domanda cinese, è 3 volte superiore dell’intera domanda di mercato dell’EU, e 5 volte superiore alla domanda del mercato degli Stati Uniti. Di fatto nel 2012/2013 il mercato indiano è al primo posto sulla scala mondiale per lo sbocco della produzione di macchinari agricoli mondiale.

Questo dato ci dice del livello di saturazione della domanda di macchinari agricoli dalle produzioni tecnologicamente più avanzate dell’Europa comunitaria e del Nord America già al 2013. Ma anche lo stesso raffronto tra il numero di trattrici in ammortamento al 2009 ed il numero di trattori venduti nel 2013 ci descrive anche una contrazione della domanda Indiana.

A leggere i report di Feder UnaComa (la federazione nazionale italiana dei costruttori di macchinari agricoli), l’India costituisce un target fondamentale della produzione mondiale di trattrici e macchinari per l’agricoltura intensiva (soprattutto di fronte allo sfumare delle possibilità di sbocco per le merci meccanizzate nel mercato iraniano, di nuovo stretto dall’embargo imposto dagli USA). Le analisi suggeriscono anche che la già attuale produzione agricola indiana potrebbe, se dotata degli opportuni macchinari agricoli, passare per esempio raddoppiare. È stato infatti rilevato che, ad esempio, il raccolto di riso potrebbe passare dalle attuali 2,9 a 5,0 tonnellate per ettaro, quello di grano da 3,8 a 5,5, quello di civaie da 0,7 a 1,5 e quello di patate da 19,3 a 35. Quindi in teoria la produzione agricola indiana contiene una potenziale espansione. Eppure, nonostante che la maggior parte della produzione e degli ettari coltivati è basata su trazione animale, già nel 2006 UnoComa stabiliva che la produzione agricola dell’India copriva il fabbisogno alimentare del 17,6% della popolazione mondiale. In sostanza, nonostante il ritardo della produzione agricola nella meccanizzazione nel 2006 l’India aveva raggiunto abbondantemente la autosufficienza alimentare consentendole anche di accantonare scorte utili a non subire danni o ripercussioni a fronte di una “annata sfortunata”.

Ma l’espansione del mercato indiano agricolo si è inceppata. Negli ultimi due anni c’è stata una ulteriore contrazione del 10% della domanda indiana per il mercato delle trattrici ed altri macchinari rispetto al periodo 2013/2017. Il motivo della contrazione appare evidente, ed è legato con il limite strutturale della proprietà della terra indiana che non consente a quel 36% della terra agricola composta da possedimenti di 2 ettari e di quel 60% composta da proprietà inferiori ai 5 ettari di accumulare il capitale finanziario per l’investimento in capitale tecnico fisso per la produzione. E questo anche perché gran parte dei piccoli contadini che hanno investito si sono anche al tempo stesso esposti ad un pericoloso crescente indebitamento. Infatti, mentre il Punjab registra una struttura della proprietà fondiaria della terra più vicina ai caratteri di molte aziende agricole dei paesi capitalisti più avanzati, anche in questa regione la capacità di investimento per una continua innovazione del capitale fisso e tecnico rallenta.

L’attuale assetto di arretratezza della produzione agricola indiana, seppure virtuosamente autosufficiente, espone alla fame contadina e del proletariato delle città. La produzione agricola indiana, in termini di valori commerciali, rappresenta solo l’11% dell’export commerciale indiano ed è in termini di valore di PIL della produzione mondiale solo il 2,5%. Questo significa che la produzione agricola indiana è già scambiata sul mercato mondiale delle merci agricole davvero ad un prezzo basso: nonostante la produzione agricola copra il 17,6% del fabbisogno mondiale, in termini di valori di ricavi e fatturato questa produzione rappresenta il 2,5%. Come contraltare, il mercato interno soffre enormemente nelle grandi città indiane la penetrazione delle catene commerciali globali nel mercato dei fast food, dei supermarket store, ecc. che mettono in costante difficoltà la rete commerciale dei mercati di strada, inondando il mercato alimentare delle città indiane con prodotti dell’industria agroalimentare estera. Questo non ha consentito alle famiglie contadini di migliorare la propria condizione e di accumulare un certo reddito da rimettere in circolo sotto forma di capitali fissi nelle loro produzioni. Mentre la concorrenza internazionale sul mercato interno dei beni legati al cibo, spinge al ribasso dei prezzi, nonostante il sistema “mandis” protegga il ribasso eccessivo.

In sostanza la penetrazione relativa della meccanizzazione nella agricoltura indiana non ha visto una crescita economica, bensì una graduale ed inesorabile lenta caduta, che diventa drammatica quando si entra nel merito al di là delle medie generali su una popolazione che coinvolge la metà della popolazione indiana.

A fronte della acuita concorrenza globale dell’agrobusiness, il sistema “mandis”, ossia il circuito dei magazzini di stato, intermediazione e commercio all’ingrosso, regolato dalla burocrazia statale, gruppi di grossi proprietari ed alcuni buyer commerciali, consente che la concorrenza sul mercato interno della produzione agroalimentare mondiale impedisca il ribasso dei prodotti indiani al di sotto di certe soglie prestabilite. In sostanza il sistema “mandis” protegge nelle annate di cattivi raccolti sia il contadino e consumatore proletario della città attraverso le scorte accumulate durante le annate di raccolti buoni, ed evitando le conseguenti speculazioni che le oscillazioni della produzione agricola espongono piccolo produttore e consumatore. Al tempo stesso il sistema “mandis” previene il giochetto di “occultare” parte del prodotto da parte dei medi e grandi produttori agricoli sia nelle annate buone che in quelle cattive per imporre un rialzo dei prezzi, essendo annualmente le eccedenze della produzione già concentrate nei magazzini dello Stato.

La crisi di sovrapproduzione dell’industria mondiale dei macchinari agricoli e trattrici, combinata con la necessità delle poche grandi aziende agricole di sostenere la concorrenza internazionale dell’agro industria impongono una riforma, una rivoluzione, nell’assetto della proprietà della terra agricola indiana.

Se negli ultimi due anni il mercato di trattrici ed altri macchinari è sceso del 10%, questo non è avvenuto perché ci sia stato uno stallo della produzione agricola. Il motivo è che le aziende agricole di medie o grandi dimensioni, che dispongono del capitale utile per gli investimenti nella produzione, possono continuare a farlo solo nella misura che si proceda verso una decisa concentrazione della proprietà delle terre. Dunque, i margini di crescita della produzione agricola e dunque di maggiore competitività di contro al mercato internazionale, richiedono la trasformazione forzosa dell’universo dalla piccola proprietà contadina in evolute aziende agricole “cooperative” capitalistiche di medie o più grandi dimensioni. E solo attraverso questo passaggio l’industria italiana e mondiale dei macchini agricoli può trovare uno sfogo di mercato e uscire da una prospettiva di crescenti perdite nel volume dei profitti derivanti dalla sovrapproduzione dei macchinari agricoli.

Per capire quanto il mercato indiano della terra, e dunque la riforma/abolizione del sistema “mandis” a favore della liberalizzazione proposta dal governo Modi, sia legata alla crisi di valorizzazione complessiva del capitale, alla crisi di sovrapproduzione ed alla caduta tendenziale del saggio di profitto, basta fare riferimento alla capacità di assorbimento del mercato interno italiano della produzione dei macchinari agricoli, il cui calo non è solo in India ma anche nella evoluta Europa ed Italia. Per esempio, FederUnacoma registra che l’Italia per il 2019 si ferma a 18579 unità, mentre la vendita delle macchine usate è volata a 39800 unità. Sul rapporto si legge “i mezzi nuovi di fabbrica crescono nell’anno dello 0,7% a fronte di un incremento per quelli d’occasione del 5,3%. Il calo dei redditi agricoli (diminuiti nel 2019 del 2,6%) riduce la capacità d’investimento delle imprese, alimentando un mercato di ripiego che peggiora la qualità e l’impatto ambientale delle lavorazioni agricole”.

E’ in questo contesto che si inserisce la riforma del governo Modi di totale liberalizzazione del mercato agricolo, dove di fianco al sistema “mandis” (che oltretutto tutela attraverso il suo sistema di scorte la popolazione delle città dall’improvviso aumento dei prezzi in caso di una stagione di siccità e di medio raccolto), il sistema privato delle grandi catene internazionali e dei gruppi finanziari interni della mercato dell’agro business. All’immediato questo circuito potrà proporre prezzi più vantaggiosi per il piccolo contadino indiano, che già oggi per giorni è chino sul suo pezzetto di terra mentre in altri giorni lavora come bracciante agricolo nelle aziende agricole più grandi. Ma non appena questo sistema di circolazione avrà preso il sopravvento, a fronte di una annata andata a male o di un aumento della produzione comporterà una oscillazione dei prezzi tali o da affamare la città, o il produttore della terra, o entrambi. Lo scambio prodotto della terra futuro in equivalenti di sementi o fertilizzanti comporterà un sicuro peggioramento dell’indebitamento dei piccoli contadini indiani, che sempre più saranno costretti, per ripagare il debito, ad aumentare il loro lavoro bracciantile trascurando il proprio piccolo appezzamento che andrà velocemente in rovina. Insomma, è un processo di liberalizzazione del mercato dei prodotti agricoli funzionale al processo di spopolamento e di spoliazione – violenta per mezzo dell’indebitamento – della terra a vantaggio del grande capitale agricolo locale, dell’industria dell’agrobusiness internazionale e di quella industriale del mercato delle trattrici e dei macchinari agricoli.

Come tutte le “rivoluzioni” borghesi del passato, queste si sono imposte attraverso la distruzione della vecchia economia agricola, l’esproprio, la riduzione alla fame nelle campagne e conseguentemente delle città. Questo è quanto prospetta la riforma Modi.

Non è un caso che la lotta dei contadini contro la riforma è più forte proprio nella zona del Punjab, dove i livelli medi di sviluppo in senso industriale dell’agricoltura sono maggiori che nel resto del paese, e, come contro altare, il processo di polarizzazione sociale nelle campagne è maggiormente visibile, così come la strisciante concentrazione della proprietà delle terre.

Questo non è un processo dell’oggi, ma segue un graduale percorso di polarizzazione sociale all’interno delle relazioni capitalistiche della agricoltura indiana. Nel 1970 la dimensione media del possedimento contadino era di 5,63 acri, per poi diventare dieci anni dopo di 4,55 acri, fino agli attuali 1,57 acri attuali. Inoltre, dall’indipendenza ad oggi circa 50 milioni di acri di terra coltivabile (il 6% del totale della terra coltivabile) è stato sottratto ai contadini e riconvertito per usi non agricoli (costruzioni di infrastrutture, dighe, ecc. – vedi l’opera di spopolamento delle campagne per la rapina dell’oro blu, dell’acqua). Già oggi si stima che per gli effetti degli espropri forzosi c’è una popolazione di 60 milioni di contadini senza terra alcuna, andando a costituire forza lavoro proletaria bracciantile delle campagne.

Anche il 2018 ed il 2019 sono stati caratterizzati da scioperi dei contadini, piccoli proprietari e contadini senza terra, che richiedevano un ritocco dei prezzi minimi adeguati al costo della vita e dell’inflazione, la protezione delle famiglie a fronte di siccità ed altre calamità naturali e soprattutto contro l’acquisizione delle terre destinate a grandi progetti industriali svendute dallo Stato a grandi aziende soprattutto straniere. Le principali terre espropriate e svendute sono state le cosiddette “terre in comune”, principalmente utilizzate dai contadini senza terra e da quelli più poveri, denominate “common property resources” (CPRs). Le CPRs costituiscono circa l’11% del terreno agricolo, ma gli ultimi censimenti dello Stato Indiano ne hanno riconosciuto solo lo 0,4% quindi facilitando la privatizzazione senza alcun indennizzo per migliaia di villaggi e di milioni di contadini. L’esistenza delle common property resources proviene dall’epoca precedente alla dominazione coloniale britannica.

Nel contesto dei villaggi indiani, le risorse di proprietà comuni includono foreste comunitarie, pascoli comuni, serbatoi e loro letti, spiagge, aie, fiumi e alvei, dove un regime di proprietà ben definito potrebbe non esistere. Le risorse di proprietà comune sono quelle risorse che sono accessibili all’intera comunità o villaggio e per le quali nessun individuo ha proprietà o diritti di proprietà esclusivi. Nell’India pre-britannica, gran parte delle risorse naturali del paese era liberamente disponibile per la popolazione rurale. Queste risorse erano in gran parte sotto il controllo delle comunità locali. A poco a poco, l’estensione del controllo statale su queste risorse ha portato al decadimento del sistema di gestione della comunità e in questo processo, le risorse di proprietà comune a disposizione degli abitanti dei villaggi sono diminuite sostanzialmente nel corso degli anni. Tuttavia, è stato ampiamente riconosciuto e concordato che le risorse di proprietà comune svolgono ancora un ruolo importante nella vita e nell’economia della popolazione rurale. Ancora oggi l’esistenza delle CPR è determinante per il mantenimento della biodiversità dell’ecosistema agricolo. Nel dicembre 1999, il dipartimento di statistica del governo indiano ha pubblicato i dati relativi ad un censimento e sondaggio condotto nelle comunità e nei villaggi agricoli indiani circa la struttura, l’economia e l’utilizzo delle “common property resources”, le quali non solo prevedevano fino ad un 28% del territorio del villaggio gestito secondo questa caratteristica di proprietà comunitaria “primitiva”, ma anche altri elementi per il sostentamento del villaggio era in gruppi comuni più allargati, quali l’abitazione ed il consumo e preparazione del cibo, chiamati “households” [la pubblicazione del censimento in inglese sulle CPRs può essere trovato a questo link].

Nel censimento e nella ricerca si legge: “In generale, le risorse di proprietà comune si riferiscono a tutte le risorse che sono accessibile a tutta la comunità e per la quale nessun individuo ha diritti di proprietà esclusiva. I diritti e le pratiche che determinano l’accesso a queste risorse sono generalmente convenzionali. In India, i CPR includono pascoli e pascoli nei villaggi, foreste del villaggio e aree boschive, aree protette e foreste governative non classificate, terreni incolti, aie comuni, drenaggio di bacini idrografici, stagni e cisterne, fiumi, ruscelli, serbatoi d’acqua, canali e canali di irrigazione. I CPR tradizionalmente sono stati una fonte di sostentamento economico dei poveri delle campagne e hanno svolto un ruolo importante di integrazione delle risorse nel sistema agricolo basato sulla proprietà privata. Sono anche la principale fonte di biomassa combustibile per la popolazione rurale. Nella presente inchiesta, i dati sulle dimensioni e tutte le forme e l’uso dei CPR sono stati raccolti utilizzando due diversi approcci concettuali. Delle tre principali categorie di CPR, vale a dire: terra, acqua e foreste, la presente inchiesta tenta di stimare l’entità delle CPR solo alla terra”.

Per quanto riguarda le dimensioni delle common property resources e la loro distribuzione circa la destinazione d’uso, il censimento produsse questi dati:

Data la dimensione del 67% delle proprietà agricole che sono al di sotto di 1 ettaro, l’importanza della tabella qui sopra evidenzia due elementi importanti:

  • Che il 15% dell’area agricola indiana complessiva è costituita da CPR
  • Che per ogni household (gruppo familiare più allargato) mediamente c’è uno 0,31 di ettaro in più che si aggiunge alla dimensione del terreno agricolo formalmente posseduto come proprietà privata.

Quel 15% di fatto include il villaggio stesso ed altre aree comuni, aie o terreni incolti. Al netto di queste differenze la risultante del terreno di tipo CPR per la coltivazione o per il pascolo è mostrato dalla tabella seguente:

La successiva tabella riporta il rapporto della dimensione in ettari delle risorse CPR e la dimensione dei villaggi agricoli indiani.

Il rapporto pone l’attenzione sulla diminuzione, esaurimento e decadimento delle “common property resources” – che è detto per inciso l’altra faccia della lunga espropriazione e manomissione imperialista nella lunga e trentennale rapina dell’oro blu, dell’acqua:

Ci sono prove che indicano un rapido declino delle CPR, sia in termini di dimensioni che di produttività. Nella presente indagine, è stato fatto un tentativo di valutare il tasso di esaurimento nella dimensione della terra CPR.

La tabella T6 fornisce il tasso di esaurimento calcolato secondo l’attuale disponibilità di common property resource per household in ciascuna zona geografica. È importante notare che le stime del tasso di esaurimento si basano sui dati dell’attuale dimensione delle CPR e sulla dimensione che esisteva cinque anni fa prima di questo sondaggio. I dati su entrambi sono stati raccolti con un approccio de jure durante la presente indagine.

La tabella T6 indica che l’area del terreno delle common property resource nell’India rurale sta diminuendo a un ritmo quinquennale dell’1,9%. I due tassi di declino più rapidi sono stati osservati nelle zone A-C del Gange medio (7,2%) e Trans-Gangetic (7,1%), dove l’attuale disponibilità di terreno per CPR per famiglia è pari a 0,07 ettari. La diminuzione percentuale relativamente alta è stati segnalata anche nelle zone A-C Eastern Plateau & Hills (5%) e Altopiano meridionale e colline (4,3%)”.

L’importanza delle common property resources per l’economia e la produzione agricola è notata dallo stesso censimento che nota:

La tabella T7 fornisce le stime di alcuni parametri di base che indicano l’entità dell’uso delle CPR dalle famiglie rurali. Circa la metà delle famiglie rurali raccoglie materiale o materiale altro dalle common property resources. Il valore medio delle raccolte annuali per famiglia a 693 rupie, che equivale al 3% della spesa media per consumi di una famiglia rurale.

Oltre alla raccolta di materiali, la popolazione rurale trae benefici dalle CPR in molte altre forme. Per esempio, si è scoperto che un quinto delle famiglie utilizza la CPR per pascolare il bestiame. L’utilizzo in comune delle risorse idriche di proprietà comune (CPWR) sono utilizzate anche da un’ampia parte della popolazione rurale per vari scopi. L’uso più importante della CPWR è, senza dubbio, per l’irrigazione della terra coltivata.

Circa il 23% delle famiglie utilizza le risorse idriche come cisterne, pozzi e pozzi tubolari di proprietà dal villaggio panchayat o da una comunità del villaggio o da quelli forniti dal governo e canali, fiumi e sorgenti del governo, per l’irrigazione della loro terra.

Ciò dimostra l’importante ruolo di integrazione delle risorse della CPR per l’agricoltura basata sulla proprietà privata.

Anche l’uso della CPWR per l’allevamento del bestiame è risultato abbastanza comune – il 30% delle famiglie utilizza le risorse idriche di proprietà comune per questo scopo. Per le altre attività domestiche, circa il 3% le famiglie utilizza le risorse idriche di proprietà comune.”.

Facendo una gretta contabilità capitalistica, la tabella di seguito mostra il rapporto tra quanto l’economia della proprietà comuni dà in confronto alla spesa media per il consumo.

Relativamente all’uso delle risorse di proprietà comune da parte delle famiglie contadine, lo studio ha eseguito un raggruppamento delle stesse nelle seguenti 5 categorie:

  1. famiglie con la quota maggiore di reddito familiare in arrivo dal lavoro salariato retribuito
  2. famiglie che posseggono terra privata inferiore ai 0,2 ettari
  3. famiglie che posseggono terra privata tra 0,2 ettari e 0,5 ettari
  4. famiglie che posseggono terra privata tra 0,5 ettari e 1 ettaro
  5. famiglie che posseggono terra privata >= 1 ettaro.
Fuelwood è legna da ardere, fodder è foraggio, other è altro.

Nel mentre procede inesorabile la polarizzazione sociale nelle campagne, l’esproprio delle common property resources, l’indebitamento delle comunità contadine e l’aumento di contadini senza terra, lo sciopero di questi giorni non nasce improvviso ed è la continuazione di quello del 30 novembre del 2018 quando sempre dal Punjub circa 100 mila contadini marciarono su New Delhi. Oggi la dimensione della compressione dei contadini si fa ancora più drammatica, in quanto la legge Modi intende accelerare il processo di spopolamento ed esproprio forzato (per mezzo del debito e della concorrenza capitalistica), perché il compromesso sociale nelle campagne appare impossibile per il livello della crisi generale e mondiale del capitale, ulteriormente aggravata dalla pandemia.

Note:

  1. Tra il 1995 ed il 2015, circa 300 mila contadini indiani si sono tolti la vita per evitare che le loro famiglie venissero soffocate e strozzate dal debito.
  2. Esempio del processo di concentrazione della proprietà privata capitalistica della terra negli USA

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Indian State and the Future of Agriculture

The government intervention puts Indian agriculture in the grip of corporates.

Surinder S. Jodhka writes:

At the time of independence, Indian agriculture was an example of everything that was wrong with the economy of an “underdeveloped” country. Even when nearly three-fourths of its working population worked on its vast farmlands, served by an extensive spread of rivers and a wide range of climatic conditions, India could not produce enough food for its population. The newly independent country had to import a considerable amount of foodgrains from the “developed” countries of the First World, with the United States being the chief supplier. While the food-surplus countries of the Western world eagerly agreed to sell, or even give away food as aid, their supplies came with “conditions,” unfavourable to a nation trying to restore its lost dignity after a long history of colonisation.

Though confined to a few promising pockets, the state investment in agriculture provided an accelerator and within a short period of around a decade, the country was producing enough food for its rapidly growing population. The green revolution was made possible not only by the enterprising farmers but also by the kind of investments the Indian state made in building agricultural infrastructure. From the construction of dams and canal networks to setting up agricultural universities, marketing networks and provision of cheap credit from institutional sources on a “priority” basis, the Indian state played a critical role in enabling its farmers to pursue the path of intensifying production. The idea of green revolution has since spread to other “less-developed” pockets as well, though the required investments in building agricultural infrastructure are no longer coming forth from any agency of the central or state governments.

The neo-liberal reforms of the early 1990s fundamentally changed the orientation of the Indian state towards agriculture and its farming populations. The broader orientation of the Indian economy also began to change. Once unleashed, the private corporate sector began to grow rapidly. Thus, the size of national economy expanded. But the corporate economy was largely focused on the high-end service sector, which did not generate many jobs. Unlike the “classical” growth trajectories of the industrialised nations of the global North, even when the share of ­India’s agriculture declined rather rapidly, a much larger proportion of the workforce remained employed in agriculture. Such a decline in the relative size of agrarian economy in terms of its value addition has produced many imbalances, going beyond the sphere of income and employment. The growing size and power of the urban and corporate economy marginalised its agrarian economy in the national imagination, the effects of which began to also be felt by those working in the sector. For example, the earlier growth in agriculture had given enough incomes and aspiration to the landowning classes/castes to educate their wards, hoping that they would find employment outside the village. However, those who controlled the corporate capital preferred their own, those from the urban upper castes and urban educated individuals with the required cultural capital, leaving those coming from agrarian backgrounds in the lurch.

However, as the power and influence of the corporate capital grew, it also began to diversify its economic enterprises. Beyond the traditional manufacturing and business outsourcing in software, agriculture and food processing began to attract them as avenues of possible investments and incomes. The growing size of the urban middle class and its increasing aptitude for consumption provided a sure source of demand for processed food. Processed food products could also be exported to emerging markets abroad. To the neo-liberal policymakers of the Indian state, this appeared to be the most desirable solution for an agricultural sector complaining of crises for a long time.

Given the diversity of legal frameworks governing agricultural lands and restrictions on corporates buying or leasing in agricultural lands, they could not easily enter the agricultural economy. The only mode available for their entry into agriculture was through contract farming. Post-liberalisation India also saw global agro and food processing corporates expanding their operations. While they were already invested in supplying seeds and pesticides, they began to expand their operations to consumer goods, ranging from potato chips and tomato sauce to processed cereals and dairy products.

Contract farming operations are thus not new to India. They are legalised by the state governments under their Agricultural Produce Market Committees (APMC) or Agricultural Produce and Livestock Market Committees (APLMC). Beginning with the production of seeds to procurements of tomatoes and potatoes, a good number of corporates have been working in different parts of the country. Ranging from global companies like Nestle, Monsanto and Pepsi to the Indian corporate houses such as ITC, Reliance, Tata Rallis, Mahindra, Hindustan Unilever and Adani Group, many companies have been slowly expanding their operations. Profit in the food business has spurred an expansion of their operations in the agricultural sector.

Knowing the eagerness of the Indian state for corporate investment in agriculture, they have also been lobbying with the government for doing the required groundwork for them to enable this expansion. The new agricultural laws must be seen in this context. However, the farmers’ experience of contract farming has at best been mixed. The available evidence tends to suggest that while it is easier for big farmers to work with corporate entities, the smaller farmers find it hard to benefit from contract farming and are often at the mercy of bureaucratic business arrangements. The farmers perhaps also see the new laws disturbing the existing marketing ecosystem, with which they are familiar and have easy access. That all this is done without any active consultation with the primary stakeholders creates even more anxiety and mistrust.

Updated On : 12th Dec, 2020

Critica dell’articolo di Surinder S. Jodhkadi Alessio Galluppi

Faccio notare che la nota analitica in oggetto da me scritta contiene, seppure nel freddo dei dati, alcune tesi di fondo che si possono leggere evidenti nel testo stesso. Così come la pubblicazione della stessa nel blog di “Noi non abbiamo patria” (https://noinonabbiamopatria.blog/2020/12/18/il-modo-di-produzione-capitalistico-e-la-questione-contadina-ieri-oggi-e-domani/) è presentata come un ulteriore contributo al precedente articolo più decisamente “politico”/”agitatorio” circa gli scioperi in India (https://noinonabbiamopatria.blog/2020/12/04/lesplosiva-questione-contadina-dietro-lo-sciopero-generale-in-india/). Nella nota sul mio blog c’è però una tesi di fondo nella doppia presentazione: il compromesso sociale nelle campagne indiane, instaurato dal gandhismo e neo gandhismo per porre rimedio alla manomissione colonialista e poi imperialista è finito, la crisi mondiale dell’accumulazione capitalista nega la possibilità di procedere in questo senso e procede verso un rivolgimento dell’assetto di proprietà e di concentrazione delle terre creando le premesse per una situazione incendiaria (più altri frammenti utili su abolizionismo, rivolte degli schiavi, guerra civile americana e tentativi primordiali di rivoluzione sociale nelle campagne delle piantagioni, e concentrazione della proprietà della terra oggi negli States).
Dopo di che l’articolo, privo di commento, proposto è in ogni caso interessante. Ma qui tuttavia la tesi che c’è dietro è decisamente opposta. 
Vi riporto alcuni passaggi dell’articolo tradotto dall’inglese all’italiano.
La rivoluzione verde è stata resa possibile non solo dagli agricoltori intraprendenti, ma anche dal tipo di investimenti che lo stato indiano ha fatto nella costruzione di infrastrutture agricole. Dalla costruzione di dighe e reti di canali alla creazione di università agricole, reti di marketing e fornitura di credito a basso costo da fonti istituzionali su base “prioritaria”, lo stato indiano ha svolto un ruolo fondamentale nel consentire ai suoi agricoltori di perseguire la strada dell’intensificazione della produzione. Da allora l’idea della rivoluzione verde si è diffusa anche in altre sacche “meno sviluppate”, sebbene gli investimenti non provengono più da nessuna agenzia del governo centrale o statale.
Già l’uso del termine rivoluzione verde dovrebbe far rizzare le antenne. Soprattutto se l’incipit dell’articolo (il primo periodo) afferma: “Al tempo dell’indipendenza, l’agricoltura indiana era un esempio di tutto ciò che non andava nell’economia di un paese “sottosviluppato”“. Ma più di un paio di secoli di saccheggio coloniale e poi imperialista hanno a che fare con questo qualcosa “che non andava nell’economia di un paese sottosviluppato“? Vabbè andiamo oltre.
In sostanza la premessa è che l’India abbia provato ad avviare una green economy nelle campagne (che poi ha realizzato nel tempo sviluppando importanti Corporate nell’industria high tech, informatica e telecomunicazioni), di cui lo stato si fece carico, ma che poi ha dismesso. Chissà perché?
Altro passaggio da osservare attentamente dell’articolo proposto: “Le riforme neoliberiste dei primi anni ’90 hanno cambiato radicalmente l’orientamento dello stato indiano verso l’agricoltura e le sue popolazioni agricole. Anche l’orientamento più ampio dell’economia indiana ha cominciato a cambiare. Una volta scatenato, il settore delle imprese private ha iniziato a crescere rapidamente.
In sostanza negli anni ’90 c’è stato un cambio di marcia in senso neoliberista circa lo sviluppo dell’economia agricola. Si potrebbe accettare in linea superficiale questo tipo di lettura, se non fosse che qui il senso è quello di porre in contraddizione due aspetti che lo sono solo relativamente (o anche meno di relativamente): la green economy come slancio verso un ulteriore sviluppo virtuoso; ed il neoliberismo come politica economica che ha anche essa come fine lo stesso ulteriore sviluppo. In sostanza si è arrivati ad un bivio su come imboccare la strada verso un nuovo sviluppo: la strada green o la strada del neo liberismo. Non è questo il ragionamento dell’articolo? Vediamo:

Conoscendo l’entusiasmo dello stato indiano per gli investimenti imprenditoriali nell’agricoltura, le imprese hanno anche creato lobby di pressioni con il governo per realizzare le basi necessarie per consentire questa espansione.“. Badate bene, si dice “consentire questa espansione”.
E si conclude: “Le nuove leggi agricole devono essere viste in questo contesto.“. Non la conseguenza di un giro di vite di rapina, bensì una politica (senza mai dirlo) sbagliata su come imboccare lo sviluppo.
Tuttavia, l’esperienza degli agricoltori nell’agricoltura a contratto è stata, nella migliore delle ipotesi, mista.” Ossia qui si sta dicendo che i contadini hanno utilizzato le forme protette del mercato statale e le nuove forme di libera concorrenza, cosa vera, che è la fotografia attuale soprattutto nell’area con una economia agricola più sviluppata, il Punjab. Ma come sta andando? 
Le prove disponibili tendono a suggerire che mentre è più facile per i grandi agricoltori lavorare secondo un modello imprenditoriale, i piccoli agricoltori hanno difficoltà a trarre vantaggio dall’agricoltura a contratto e sono spesso alla mercé degli accordi commerciali con la burocrazia.“.  
Qui il punto di attenzione non è l’ovvio, che nella liberalizzazione del mercato il proprietario contadino che ha accumulato un piccolo capitale ha maggiori possibilità di quello piccolo nel procedere verso una maggiore meccanizzazione nell’agricoltura, ecc. Il punto è l’ammissione implicita dell’autore del perché la politica neo liberista abbia vinto. Il precedente modello della “rivoluzione verde” è finito nelle sacche della burocrazia dell’amministrazione dello stato, che probabilmente blocca lo sviluppo perché, si sa, la burocrazia è una masnada di magnaccia. Attenzione, saremmo sciocchi a non vedere che infatti il BJP rappresentò per tanti contadini emergenti la svolta verso lo “sviluppo”. In sostanza molti contadini con qualche risorsa in più sperarono di arricchirsi con l’avvento di Modi, sbaragliando il calmiere dei prezzi. Negli scioperi del 2018 i contadini erano incazzati con Modi perché le sue promesse di sviluppo non solo non si realizzarono, ma le loro condizioni peggiorarono. Ma in questo passaggio si assume che il processo di rivolgimento nelle campagne avviene a causa dell’intoppo delle burocrazie dello stato che imbriglia l’ulteriore sviluppo, compromettendo la rivoluzione green. Viceversa, la realtà è che il sistema “mandis” viene sbaragliato – per via della riforma – non per rimuovere la burocrazia che soffoca, bensì perché il compromesso sociale che assicurava a città e campagna uno scambio calmierato non è più consentito dalla crisi generale del capitale, che significherà fame di pane nelle città e nelle campagne. Il “mandis”, che a modo suo si faceva garante di quel compromesso sociale nelle campagne ma anche del rapporto città/campagna, diventa un orpello inutile.
Al tempo stesso gli agricoltori percepiscono le nuove leggi un ostacolo all’ecosistema di mercato oggi esistente, con cui hanno familiarità e hanno un facile accesso. Il fatto che tutto ciò avvenga senza una consultazione attiva con le principali parti interessate crea ancora più ansia e sfiducia.” Ossia i contadini protestano contro le nuove leggi perché queste non offrono le certezze del vecchio sistema burocratico che è in via di fallimento, ma, vista l’incertezza, si torna a preferire il sistema burocratico “mandis”. In sostanza, la tesi non esplicitata dell’autore, lo smantellamento del sistema burocratico “mandis” sarebbe un elemento progressivo, a patto che esso venga condiviso democraticamente con i lavoratori della terra. La tesi che si ribatte è che viceversa la liberalizzazione sarebbe necessaria per rimuovere l’invadenza della burocrazia dello stato nel mercato e nell’economia agricola necessaria per lo sviluppo, ma accompagnata da più nuova green economy e da un di più dell’intervento dello stato nei settori fondamentali dell’economia. In sostanza la stessa mistificazione ideologica, riformista ed opportunista (in pratica le boiate senza freni) di Chomsky e della Klein (ma anche di amici italioti).
Altri autori ed analisti internazionali, soprattutto della stampa anglosassone, non si vergognano di dire esplicitamente quanto questo articolo viceversa nasconde sotto la sua fumosa analisi: che gli scioperi attuali dei contadini contro la riforma Modi nelle campagne sono scioperi “conservatori”, se volete anche “reazionari” e tutto sommato “contro se stessi”, perché sono contro l’interesse del progresso nelle campagne che di sicuro il modello “mandis” ostacola (per inciso è la cosa su cui tutti i borghesi, capitalisti ed imperialisti concordano, perché il criterio di rispondere al problema della terra secondo il principio delle bocche da sfamare garantendo  quel minimo di sussistenza delle common property resources, è sin dal 1789 sempre stato un elemento da demolire da parte della borghesia mondiale, sia quando è esplicito sia quando esso è burocratizzato. Criterio da esorcizzare – anche nelle sue sottoforme mandis – che è secondo solo alla condanna del comunismo).  Ma si sa, nel mondo anglosassone non c’è ossequio ai convenevoli inutili come in Italia, sostenere apertamente che se “qualche contadino morirà di fame … pazienza” non crea vergogna. L’articolo proposto non sta né di qua, né di là, bensì schiacciato dall’opportunismo imperialista del new green deal e della new green economy che deve essere contrastato frontalmente dai comunisti internazionalisti. Letto si, ma compreso e criticato fin dalle sue fondamenta.
Un abbraccio a tutti

Alessio (Noi non abbiamo patria)

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