Grandi mobilitazioni, grandi e piccole vittorie, femminicidi: la lotta delle donne è più necessaria che mai

L’anno che si è appena concluso ha riportato alla ribalta la lotta delle donne, registrando una grande vittoria in Argentina, dove dopo 15 anni di mobilitazioni e incessanti tentativi di boicottaggio, è stato finalmente riconosciuto il diritto a non morire di aborto, con una legge approvata dal parlamento la cui seduta conclusiva è stata seguita in diretta fino a notte fonda da centinaia di migliaia di persone. Una svolta epocale per questo paese, che si è realizzata grazie alla mobilitazione costante di un movimento che, nell’azione anche pratica di cura e supporto alle donne e alle ragazze, spesso giovanissime, che prendevano la decisione di abortire, hanno sviluppato la consapevolezza della necessità della difesa della dignità umana e della salute come bene inalienabile, rivendicando con la lotta collettiva il diritto di scegliere se e quando trasformare il dato biologico della gravidanza nell’assunzione consapevole della maternità. Su questo stesso tema, un anno di mobilitazioni massicce in Polonia si è concluso impedendo l’azzeramento delle seppur restrittive misure che lasciavano aperto uno spiraglio alla interruzione di gravidanza assistita – una campagna che ha trascinato e coinvolto tutte le forze antigovernative, e che ha costretto il governo alla resa.

Dall’altra parte del Mediterraneo, in Turchia, grandi mobilitazioni di donne denunciano i tentativi di ricondurre le donne al loro ruolo di fattrici, tramite una serie di proposte di legge che chiedono l’abolizione del diritto di aborto, del divorzio, e sanzioni per chi non adempie all’obbligo alla maternità, e altre restrizioni estremamente pesanti. In questi giorni l’ennesimo femminicidio (in quel paese sono oltre 400 all’anno), vittima una ragazza di 27 anni che voleva lasciare il suo compagno dopo aver scoperto che era sposato, ha riportato in piazza masse di donne combattive, che non si rassegnano ai continui attacchi di cui sono oggetto e ad assistere impotenti  alle sentenze giustificatorie che si susseguono, attribuendo a crisi di follia comportamenti che altro non sono che il prodotto di un sentimento diffuso di considerare il corpo delle donne una proprietà di cui disporre o, se si rischia di perderla, da distruggere.

Il post che pubblichiamo sul femminicidio di Agitu Idea Gudeta (da noinonabbiamopatria), smaschera il contenuto razzista della vecchia solfa “Italiani brava gente”, denunciando come questa immigrata fosse fuggita dalla repressione in Etiopia proprio perché denunciava la politica di landgrabbing di cui l’Italia è protagonista, e mostrando come i mass media hanno usato questa uccisione per insinuare il messaggio che chi si comporta bene viene amorevolmente accolto dalla popolazione tutta (di conseguenza, chi è invece oggetto di razzismo, se lo merita). Il post sottolinea giustamente che si tace così dei pregiudizi e delle minacce che Agitu aveva ricevuto e ripetutamente denunciato. La storia del suo aggressore è a sua volta costellata di soprusi e di supersfruttamento. Un filo unisce queste storie come quelle delle innumerevoli aggressioni e violenze fisiche e psicologiche. La denuncia del capitalismo razzista, che troviamo a conclusione del post che pubblichiamo, richiede che si vada più a fondo nel comprendere la specificità dell’oppressione patriarcale che colpisce in modo trasversale le donne: nello stillicidio quotidiano delle violenze troviamo donne di tutte le età e di condizioni molto diverse, e il femminicidio è sempre una rivendicazione di possesso e di controllo da parte dell’uccisore.

Anche quando il motivo scatenante, come nel caso di Agitu, può essere stata una rivendicazione salariale (anche se normalmente sono i padroni che aggrediscono gli operai e in generale non li ospitano in casa), il segno identificativo di questo delitto è comunque quello dell’abuso sessuale compiuto sul corpo della donna agonizzante. Non ci stancheremo di denunciare tutto ciò, con le donne in Argentina e in Turchia, e ovunque nel mondo, diciamo: ribellarsi è giusto, lottare è necessario per la liberazione delle donne e di tutti gli sfruttati e gli oppressi dal sessismo, dal razzismo, dal capitalismo.

Il femminicidio di Agitu Idea Gudeta vittima di una doppia ingiustizia e dell’altra faccia del razzismo democratico

La mattina del 28 dicembre 2020 Agitu Idea Gudeta viene uccisa nella sua casa come conseguenza di un atto di violenza ed abuso sessuale che ha come epilogo il drammatico femminicidio della donna di nazionalità etiope.

Agitu Gudeta già in passato aveva subito un altro episodio di violenza, stalking e a sfondo razziale da parte di un altro piccolo allevatore trentino suo vicino di casa, che poi venne dichiarato colpevole per lesioni personali e condannato nel gennaio 2020 a 9 mesi di carcere. La condanna escluse l’aggravante della violenza finalizzata anche alla discriminazione razziale, nonostante il vicino trentino si rivolgesse a lei sempre chiamandola “negra” (fatto evidentemente non ritenuto tale dal giudice istruttore da prefigurare appunto l’intento razzista).

Quando la notizia dell’omicidio di Agitu si è sparsa rapidamente, la civile comunità trentina è rimasta scioccata, ed il fatto criminoso immediatamente incluso nella routine dell’ennesimo brutale femminicidio, ricevendo però un po’ più di attenzione mediatica per il fatto che la donna etiope fosse già un personaggio noto nella comunità economica del Trentino ed in passato oggetto di alcune “iniziative” ed “attenzioni” di tipo democratico, che possiamo definire di colonialismo democratico.

Non appena il giorno dopo, Adams Suleiman, ghanese di 32 anni e bracciante salariato delle campagne, ha confessato ai Carabinieri di essere lui l’autore dell’omicidio, la notizia è salita alla ribalta dell’attenzione mediatica nazionale, cominciando a riportare immediatamente tutti i precisi dettagli del caso, dove, però, la realtà sociale dei fatti, la loro dinamica e la loro spiegazione ne viene oscurata per il sopravvenire di una precisa campagna di razzismo democratico, cui anche la stessa denuncia del femminicidio è oramai sacrificata sull’altare della narrazione di una Italia e di un Trentino accogliente.

Improvvisamente Agitu diventa una eroina, un simbolo dell’integrazione possibile degli immigrati. La dimostrazione che esiste una Italia civile che premia e riconosce una donna immigrata di colore, che è laboriosa, gentile ed intraprendente. Nella comunità trentina l’amavano tutti ed il razzismo e la xenofobia non esistono. La piccola imprenditrice agricola che produceva formaggi di capra Molchena ancora nel 2017 in una intervista su “Internazionale” dichiarava: “La soddisfazione più grande è quando le persone mi dicono che amano i miei formaggi e hanno un sapore diverso. Mi ripaga di tutta la fatica e di tutti i pregiudizi che ho dovuto superare per farmi accettare come donna e come immigrata”.

Questa è la storia di Agita arrivata nel 2010 in Italia, quando dovette abbandonare l’Etiopia per paura di ritorsioni poliziesche e del governo per il suo attivismo a sostegno dei piccoli allevatori e contadini etiopi contro il “land grabbing”: anni di fatica e pregiudizi razziali, che ci pare capire siano continuati negli anni – come l’aggressione e la vicenda giudiziale del 2020 ci dimostra. La stampa, così come le attenzioni di Emma Bonino (questa maledetta ambasciatrice dell’imperialismo italiano nel mondo) che ebbe la faccia tosta di strumentalizzare l’immagine di questa donna per i fini dell’imperialismo italiano nel 2017 all’interno di una campagna internazionale sulle donne sponsorizzata dalla sua associazione “non governativa” (ossia di diplomazia imperialista informale) “Più Europa (+Europa)”, utilizza la sua storia e la sua vicenda umana, come il suo precedente impegno contro il land grabbing, tacendo gli interessi imperialisti italiani. L’onorevole ambasciatrice dell’imperialismo italiano (Emma Bonino), che ha sempre sostenuto i bombardamenti dell’Iraq e dell’ex Jugoslavia, ma è sempre pronta a strumentalizzare questo o quel rifugiato per presentare l’Italia come il colonialismo dal volto democratico al paese di turno target degli interessi tricolori di rapina, non ci racconta (così come la stessa stampa nazionale non fa) che fra i principali protagonisti di questa rapina delle terre e delle risorse naturali etiopi, che è crudele e violenta specialmente nella zona dell’Oromo, vi è proprio l’Italia presente attivamente da oltre vent’anni, sebbene all’inseguimento di altri concorrenti internazionali in vantaggio sul capitalismo italico.

Tra le varie aziende italiane impegnate nello sfruttamento dei territori agricoli e di allevamento etiopi vi è la Fri-EL Green Power S.p.A., leader mondiale dei produttori di olio di palma e per la produzione di energia da biomassa, con sede amministrativa a Bolzano. Ecco perché il volto di Agitu è noto nel Trentino e nella regione, ecco perché vi è un coro unanime degli amministratori locali, dei sindacati confederali del trentino, dalle Acli della regione, al partito dei Verdi, alle organizzazioni femminili delle associazioni imprenditoriali e dell’artigianato del Trentino a dipingere Agitu Idea Gudeta come l’eroina dell’integrazione “migrante”: noi siamo l’Italia, il colonialismo buono che ha accolto, integrato, amato e protetto questa donna laboriosa, qui da noi non c’è il razzismo, non c’è xenofobia.

In realtà, Agitu è tradita una seconda volta da questo coro di cordoglio unanime per la sua morte. La sua storia che lei ha raccontato al settimanale “Internazionale” nemmeno tre anni fa e confermata dallo stesso giornale nella sua edizione del 30 dicembre 2020, è piena di minacce e di persecuzioni. Agitu recuperò pochi ettari di terreno incolto per avviare la sua attività legata alla pastorizia e alla produzione casearia, ma l’Italia è piena di pagine di storia in cui il recupero dei terreni liberi e lasciati volutamente incolti ha sempre attirato l’ira e le attenzioni dei grossi proprietari terrieri (da Portella della Ginestra a Reggio Emilia di fine anni ’40 e per tutti gli anni ’50 del secolo scorso). La storia di Agitu, che oltre alle minacce, dal 2010 ad oggi ha visto infine le molestie sessuali e le discriminazioni in quanto immigrata e in quanto donna di colore, la cui evidenza venne già negata dalla sentenza della magistratura dello scorso gennaio 2020, ed oggi viene rinnovata da questo unanime democratico cordoglio. Sempre Internazionale del 30 dicembre 2020 aggiunge che l’iniziativa della magistratura di gennaio 2020 seguiva ad una serie di denunce che Agitu fece alla polizia ed ai carabinieri in tutti questi anni, ed anche successivamente nel 2020. Si, effettivamente l’omicidio non è a sfondo razzista (come causa diretta), ma si vuole negare la storia di una donna di colore che dal 2010 in poi ha sofferto e subito umiliazioni proprio a causa del capitalismo razzializzato.

La seconda ingiustizia che Agitu subisce è la negazione del femminicidio per sentenza mediatica. Se almeno nel gennaio 2020 la magistratura condannò il suo persecutore italiano per le molestie e lo stalking, oggi viene negata l’evidenza femminicida nell’atto omicida che l’ha uccisa.

Agitu Idea Gudeta nella valle dei Mocheni , vicino a Trento, l’11 luglio 2018. (Alessandro Bianchi, Reuters/Contrasto)

E già, Adams Suleiman avrebbe agito per un momento di follia o di pazzia. La narrazione della confessione di Adams è riportata con il tipico scrupolo libidinoso e amore per il dettaglio macabro dei media nazionali e locali, che è tratto dalle dichiarazioni ufficiali dei Carabinieri e dei giudici istruttori dell’indagine: Suleiman dopo aver colpito la donna, le sfila i pantaloni e compie un gesto di auto erotismo sul corpo di Agitu, mentre lei è morente stesa sul letto. Ma nonostante questo i Carabinieri e gli investigatori rubricano l’atto omicida determinato per “futili motivi” e riguardo la violenza sessuale, il colonello Capurso chiarisce: “Noi pensiamo che sia stato un atto di ira mirato ad umiliare la donna come sfregio conclusivo”. Quindi dopo aver cancellato il razzismo dalla vita di Agitu, viene cancellata la violenza di genere come causa della sua morte.

Allora qual è il motivo di questo gesto? Il motivo, ci spiegano, sarebbe nei “futili motivi”, una mensilità che Suleiman, che lavorava da ottobre per la donna come pastore, rivendicava ma che Agitu non gli voleva riconoscere. Ed è qui che il razzismo democratico supera infine sé stesso in capacità di realizzare un teorema, sacrificando al tal fine anche l’aspetto di violenza di genere sulla donna Agitu sull’altare della tolleranza democratica (ossia colonialista).

Sarebbe stato un gesto folle, ma non solo folle, è il gesto dell’immigrato “incivile”, dell’africano “cattivo” che in preda all’ira si scaglia contro una donna e la uccide. La stessa donna, che ha dimostrato con la sua laboriosità che l’Italia tollerante è capace di accogliere ed integrare l’immigrato o l’immigrata, decide di offrire al più giovane immigrato ghanese una opportunità anche a lui. Lo chiama a lavorare per lei nella sua piccola impresa casearia, gli apre la sua casa e non lo fa dormire nella stalla, lo tratta invece da essere umano. Ma evidentemente nell’animo del giovane ghanese non c’è la stessa laboriosità della donna etiope, non c’è il senso civico ed il rispetto per la vita umana, non vi sono quei valori di civiltà che Agitu aveva, e dunque per un “futile motivo” di conflitto su una busta paga, scatta incontrollata la sua furia omicida. Quasi tutti i commenti di disgustoso cordoglio democratico finiscono con il dire: “che tragedia, l’eroina e simbolo dell’integrazione possibile uccisa proprio da un fratello africano che lei voleva aiutare”, per “futili motivi” e per “l’irrazionalità della mente umana”.

Questa è l’ideologia dominante della tolleranza democratica, figlia del razzismo democratico ed al servizio dell’imperialismo buono e democratico che compie così la chiusura del cerchio di questa tragica storia. Nonostante qualsiasi sforzo di “tolleranza” ed “umanità”, l’integrazione è possibile solo per quegli immigrati “laboriosi”, che si fanno “imprenditori di sé stessi” o che accettano supinamente qualsiasi condizione di lavoro. Per gli altri, meglio non aspettarsi nulla di buono, dunque è giusta la frusta: questo è il sottotesto razzista di tutti i commenti giornalistici di questi giorni sulla morte di Agitu Idea Guteda.

Adams Suleiman è un uomo di 32 anni arrivato in Italia con uno dei tanti barconi a Lampedusa alcuni anni fa. Sicuramente è passato attraverso il girone dantesco che la rapina imperialista riserva agli sfruttati senza riserve dell’Africa intera una volta vinta la sfida del Mar Mediterraneo militarizzato. Prima dentro qualche CPT (ovvero qualche lager) e poi come bracciante schiavizzato nel foggiano o nel reggiano o nella stessa Gioia Tauro, famosa in questi giorni per gli scioperi dei braccianti africani e per l’ennesimo omicidio a sfondo razzista (dove Gora Gassama è stato ucciso investito da un’auto che vedeva alla guida un giovane calabrese nipote dei tanti padroncini della terra della zona). In questo inferno dantesco, Suleiman avrà dormito e soggiornato nelle baraccopoli prive di luce ed acqua corrente. Si sarà dovuto lavare all’aperto e d’inverno con l’acqua ghiacciata (come i braccianti africani in sciopero a Gioia Tauro ci raccontano in questi giorni). Avrà sicuramente vissuto anni di lavoro schiavistico in campi dove le sue condizioni sociali di vita gli hanno impedito o ostacolato di avere relazioni umane con le donne. Ha avuto l’opportunità di lavorare come stagionale per Agitu nel 2019. Agitu lo ha richiamato ad ottobre 2020 per aiutarla a pascolare le sue ottanta capre. Agitu gli ha aperto la sua casa e forse, proprio perché spaventata dal clima di intimidazioni continuo, per lei avere un uomo in casa forse l’avrà fatta sentire più al sicuro. Ma un uomo reso schiavo dallo sfruttamento e dal lavoro schiavistico nelle campagne italiane non diventa un agnellino docile. La schiavitù logora l’animo umano, non ci rende più belli, tantomeno più santi, ma più rancorosi. La rabbia cova, e soprattutto cova la frustrazione di essere dipendente di una donna che magari vorresti possedere ma non puoi raggiungere, e contro cui alla fine sfoghi la tua rabbia e la tua frustrazione su una donna qualsiasi, il cui essere al tempo stesso il tuo datore di lavoro ti rende appunto ancora più furioso come maschio alienato dal suo bisogno di socialità sentimentale e sessuale che è represso dal tuo proprio stato di precariato e di schiavitù del lavoro nelle campagne.

Forse, è questa la ragione per cui questa tolleranza democratica, questo razzismo democratico cancellano il femminicidio di cui Suleiman è colpevole.

Perchè questo omicidio poco si presta al tipico cliché mediatico per cui l’origine del femminicidio ha sempre a monte come causa una rabbia dell’uomo che è scatenata – si dirà – “inconsapevolmente” dalla donna stessa. E’ di pochi giorni fa la sentenza “Gozzini” dove l’uomo è stato condannato per l’omicidio della moglie causato da una nuova patologia scoperta dall’umana società borghese e del capitale: il “delirio di gelosia” che dunque, in quanto malattia, esclude il femminicidio o è la causa a monte della violenza assassina [vedi da brescia oggi]. Quindi si tace sul femminicidio compiuto da Suleiman, perché la causa a monte del femminicidio, questa volta anche se non del tutto, origina da lontano e risiede nelle condizioni di schiavitù troppo a lungo subite dall’uomo che hanno fatto prevalere in lui la violenza patriarcale della società borghese per il dominio ed il possesso di una donna.

Invece, la narrazione dominante (di media e giudici istruttori) che leggiamo in questi giorni è evidentemente funzionale agli obiettivi dell’imperialismo e del razzismo italiano dal volto democratico, i cui attuali commentatori sono in buona fede convinti del suo ruolo specifico e differente di colonialismo dal “volto umano” dell’Italia.

Dite il suo nome: Agitu Idea Gudeta, vittima di razzismo in vita, uccisa dal femminicidio per mano di uno sfruttato africano, il cui ultimo responsabile in questo caso è il sistema del capitalismo razziale che ha abbrutito gli uomini di cui tu ti fidavi.

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