Senza operai e senza teoria – Il Robin Hood di Acerra

Ringrazio di cuore i redattori del blog Senza operai e senza teoria per avermi definito “Il Robin Hood di Acerra”. Immagino non volessero farmi un complimento. Invece me lo hanno fatto perché il Robin della foresta di Sherwood è diventato leggendario in tutta l’Inghilterra, e oltre, per due doti: il senso di classe e il coraggio. Grazie, dunque. E grazie anche per aver chiamato in causa Acerra. Acerra è un comune dell’hinterland di Napoli, che è stato tra il 1969 e il 1982 centro di una tale quantità e qualità di lotte operaie e proletarie che i redattori di Senza operai e senza teoria non riuscirebbero ad immaginare neppure se vivessero (come gli auguro) mille anni. Queste lotte – lo ricordo a loro che tifano, a distanza di sicurezza, per le vetrine rotte della lontana Parigi – ebbero uno dei tanti momenti caldi nel maggio 1974, quando centinaia di proletari disoccupati assaltarono municipio, posta, ufficio di collocamento (con incendio), un treno di Alfasud e misero l’assedio al commissariato per liberare quattro manifestanti arrestati. Lì “Robin Hood” c’era. Parte, non voglio dire “testa” come nei rapporti di polizia, ma parte viva del movimento, sì; mai coda. E sempre da questo paesone è venuto un certo qual contributo al movimento proletario di massa del dopo-terremoto con epicentro Napoli, il movimento che è stato in quella metropoli il più significativo momento di protagonismo di massa degli sfruttati nell’ultimo mezzo secolo. E anche lì “Robin Hood” c’era, spalla a spalla con un bel gruppo di compagni e compagne “acerrani”. Non è finita qui. Perché proprio ad Acerra nei successivi decenni sono continuate tenaci le lotte delle disoccupate e dei disoccupati, e perché proletarie, proletari e compagni di Acerra hanno dato un apporto molto significativo al movimento di lotta contro il biocidio.

Acerra? Puah! Suona così il vostro titolo con un sottofondo razzistoide padanista. Allora, se è per questo: abbasso la vostra spocchia razzistoide, Acerra for ever! E grazie ancora per avermi ricordato quegli anni.

Ciò detto sul titolo, resta ben poco da dire sul pezzo, che è di una imbarazzante nullità.

E, tanto per restare fedeli al metodo stalinista della falsificazione, si basa su un’affermazione falsa: avrei/avremmo sostenuto che “la questione fiscale è sempre stata un argomento centrale dell’azione sociale dei movimenti di lotta contro il capitale”. Falso. Ho/abbiamo sostenuto, e dimostrato, che l’indifferenza in materia fiscale, fatta propria anche da Senza operai e senza teoria, è insostenibile se ci si richiama alla storia del movimento proletario, per una ragione semplice: la rivendicazione dell’imposta progressiva sul capitale e sulla ricchezza, che noi riprendiamo, è presente in tutti i programmi dei partiti proletari, dalla Lega dei comunisti fino al partito bolscevico. E non è affatto vero che in tali programmi presuppone sempre la presa del potere. Affermandolo mostrate di non sapere nulla della storia reale del movimento proletario in cui tale rivendicazione è presentata anche davanti, cioè contro, lo stato zarista, perché – sosteneva un certo Lenin – “senza intaccare le basi del capitalismo, procurerebbe subito un enorme sollievo ai nove decimi della popolazione”.

Con tutta la loro profondissima conoscenza della “teoria”, i redattori di Senza operai e senza teoria non si sono neppure resi conto del fatto che abbiamo avanzato un’ipotesi teorica per spiegare una tendenza storica, globale, del capitalismo contemporaneo, in atto da oltre mezzo secolo. L’ipotesi è questa: che la brutale detassazione del capitale in corso da decenni agisca come una controtendenza alla caduta del saggio di profitto medio (oltre che come un fattore di appesantimento della tassazione dei salari). Serva cioè non ad accrescere la massa del plusvalore estorto al proletariato, ma ad accrescere la quantità di questo plusvalore che i capitalisti mettono direttamente “nelle proprie tasche” senza dividerlo con “terze persone”, e con il loro stato. La nota su MacCulloch che credono di scagliare come un sasso contundente contro di me/noi, dice esattamente quello che notiamo noi– è incredibile che non lo capiscano. Solo che, spiega Rosa Luxemburg (do you know?), se nelle tasche dei capitalisti rimane direttamente una quantità accresciuta di plusvalore, questo dà loro “la possibilità di liberare ai fini della capitalizzazione una parte maggiore di plusvalore”, con tutto quello che ne consegue in economia e in politica. Chiaro? Ce la fate ad arrivare fin qui, o usciamo troppo dal Libro I del Capitale – letto con l’angusta mentalità da sindacalisti minimalisti?

Se siete in grado, contestate questa ipotesi teorica; se no, lasciate perdere.

Nel pezzullo sul Robin Hood di Acerra è ancora più imbarazzante, se possibile, la parte, per dir così, politica (apolitica). La si può condensare fedelmente così: non si devono proporre rivendicazioni politiche migliorative della condizione operaia che chiamino in causa lo stato, perché illudono gli “operai” che il capitalismo sia riformabile. Sconcertante. Ma ricordate almeno – è nel Libro I del Capitale, eh, appena al cap. 8 – il passaggio cruciale di Marx in cui si afferma che “A ‘protezione’ del serpente dei loro tormenti gli operai debbono assembrare le loro teste e ottenere a viva forza, come classe, una legge dello Stato, una barriera sociale potentissima, che impedisca a loro stessi di vendere sé e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto con il capitale”? Una legge dello Stato del capitale – imposta dagli operaiperché funzioni come un “argine” che li protegga da sé stessi. Riuscite a capire, o per voi questa dialettica è troppo complicata?

Cos’altro propongono la Tendenza internazionalista rivoluzionaria e il Patto d’azione anticapitalista che hanno fatto propria la Million tax del 10% sul 10% – non presa a sé, ma all’interno di una piattaforma di lotta complessiva? Cos’altro propongono se non un cammino di lotta che imponga allo stato questa misura straordinaria per far fronte alle più urgenti necessità proletarie? Queste, redattori di Parolai contro, non sono mere chiacchiere. Dovreste sapere che il nucleo trainante delle iniziative del Patto è costituito dal proletariato multinazionale della logistica organizzato nel SI Cobas, la sola sezione del proletariato in Italia che abbia ottenuto nell’ultimo decennio importanti miglioramenti salariali (in certi casi anche più del raddoppio del salario nominale); la sola sezione della classe lavoratrice qui, che ha tolto in questi anni dai conti dei padroni importanti quote di plusvalore (giusto?). Voi dite: la lotta salariale, quella sì; le altre, le lotte politiche, quelle che chiamano in causa tutta la classe lavoratrice contro l’insieme della classe capitalistica, no, sono lotte illusorie. Noi diciamo: lotta salariale/economica, e lotta politica per l’auto-difesa della salute, per la riduzione drastica e generalizzata del tempo di lavoro, contro il debito di stato, contro il fisco di classe e per la Million tax, contro la repressione statale, etc. E rivendichiamo – se riuscite a capirlo – anche la detassazione dei salari più bassi e l’aumento delle pensioni. Solo che ci permettiamo di porre un interrogativo: chi deve pagare questa detassazione e questo aumento? Ancora una volta non siamo alla coda dei lavoratori che, con Cgil-Cisl-Uil, si stanno accontentando (finora) delle prime forme di detassazione dei salari sul cuneo fiscale e gli straordinari; siamo bensì parte viva, integrante, dell’unico, piccolo, reale movimento proletario di lotta in campo – indicando a chiare lettere il nemico di classe contro cui lottare: non solo i padroni, ma anche il governo e lo stato dei padroni. A proposito: come mai dedicate tanto del vostro tempo ad attaccare proprio questo percorso e queste iniziative di lotta, a cui siete ovviamente estranei? Quale nobilissimo sentimento (extra-operaio) vi agita?

Infine: gettate lì sul tavolo la parola rivoluzione come fosse il vostro asso nella manica, ma, detta da voi, sindacalisti minimalisti, suona vuota. No, non è il caso di starne a parlare con gente della vostra risma, che ritiene un argomento forte da spendere il fatto che io sia stato un professore. Professore sì, ma proposto per la sospensione dal ruolo per insegnamento contrario alle istituzioni dello stato. Ciò detto, passo e chiudo. Ci sono cose molto più serie di cui occuparsi.

Il Robin Hood di Acerra

https://www.operaicontro.it/2021/01/05/robin-hood-di-acerra/ – qui il pezzullo di Operai contro

Apprendo ora che i redattori di Parolai contro hanno mutato idea: non più Robin Hood (troppo elogiativo), ma “capo-popolo“. Ecco che riviene fuori la vena razzistoide. Per loro, evidentemente, al Sud, o per lo meno, ad Acerra, un paesone fuori dalla Padania, non ci può essere classe operaia, ma solo indistinto popolo, per giunta di razza terrona (puah). Per loro sfortuna, però, le lotte di cui sono stato parte hanno riguardato gli operai edili e poi metalmeccanici dell’AlfaSud, gli operai edili e poi chimici della Montefibre, le operaie tessili della Amodio, gli operai della Cementir di Maddaloni, i proletari disoccupati e occupanti di case, e anche i braccianti. Che granchio! Anzi, un doppio granchio, perché – come mi hanno ricordato in questi giorni diversi lavoratori e compagni protagonisti di quelle lotte – il collettivo marxista operante in esse agiva come un piccolo collettivo “di partito”, di un “partito operaio” vero, però, non immaginario. E seppe superare alla grande perfino la sempre difficile prova dell’uso di classe della tribunetta parlamentare del locale consiglio comunale, grazie proprio al vivo retroterra delle lotte e al rigore dei nostri portavoce nelle istituzioni nemiche (più volte occupate). Avete deliberato di fare una nobilissima campagna ad personam – ma almeno informatevi prima sul bersaglio, no? [R.H.A.]

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