Israele, sempre tu! Sciopero di operai palestinesi nella colonia di Yamit Sinoun : “in quanto esseri inferiori, non possono avere gli stessi diritti degli israeliani”. Con una lettera del sindacato Maan, una presa di posizione del SI Cobas e un ultimo comunicato di vittoria.

Riceviamo e pubblichiamo (grazie alla traduzione della compagna Angela di Pagine marxiste) questa denuncia che arriva da Israele, e ci dà notizia di uno sciopero di 75 operai palestinesi nella colonia israeliana di Yamit Sinoun contro un’impresa che lavora per la Netafim, un’impresa multinazionale specializzata in impianti di irrigazione, e accampa il diritto di non equipararli ai lavoratori israeliani “in quanto esseri inferiori” per ragioni genetiche e di educazione. Possiamo restare perplessi, o sorpresi, della loro fiducia nell’OIL o in strutture sindacali internazionali sempre più indifferenti alle discriminazioni su basi razziali o nazionali esistenti nel mondo; o del fatto che rivendichino un fondo pensione che preservi i loro fondi (lo fanno perché il padrone gli ha rubato metà degli accantonamenti); o ci può essere altro ancora che non ci convince nelle dichiarazioni dei loro rappresentanti sindacali. Ma un fatto fa premio su tutto: se questo accade, è in primo luogo per i nostri ritardi, per la nostra indifferenza, per la nostra mancanza di attiva, permanente, militante solidarietà nei confronti delle masse palestinesi super-sfruttate e oppresse nella loro terra di nascita dai padroni israeliani e dallo stato di Israele, e da tutti gli stati e le imprese che con Israele fanno ottimi affari, come l’Italia e le imprese italiane. Noi stessi, ad esempio, siamo in ritardo nella denuncia del vero e proprio brutale apartheid che esiste oggi in Israele in questa pandemia anche per quel che concerne l’accesso alle cure per i malati di Covid

Da Europalestine – 17 gennaio 2021

Sostegno ai 75 lavoratori palestinesi in sciopero nella colonia israeliana di Yamit

Il 1° gennaio 2021, mentre il mondo celebrava l’anno nuovo, 75 lavoratori palestinesi della fabbrica della colonia israeliana di Yamit Sinoun hanno iniziato uno sciopero per pretendere dall’impresa il rispetto dei loro diritti. Le risposte dell’imprenditore sono scandalose e incredibili: scrive letteralmente che “in quanto esseri inferiori, essi non possono avere gli stessi diritti degli israeliani” (sic)!

L’impresa produce sistemi di filtraggio dell’acqua per il mercato mondiale e i lavoratori in sciopero esigono migliori condizioni di lavoro, un aumento dei salari, congedi malattia, congedi pagati e fondi pensione che proteggano il loro denaro.

Durante 7 giorni di sciopero consecutivi, l’azienda ha rifiutato di rispondere a queste rivendicazioni. La nuova federazione palestinese dei sindacati (Nuovi Sindacati) rivolge un appello all’OIL – Organizzazione internazionale del lavoro, alla CSI (Confederazione Internazionale Sindacale) e alla FSM (Federazione Sindacale Mondiale), a tutti i sindacati internazionali e ai gruppi di difesa dei diritti dell’uomo perché sostengano il giusto sciopero dei lavoratori, boicottando l’azienda di Yamit.

Lo sciopero in corso non è il primo di questo genere; si tratta piuttosto di una risposta al rifiuto della Società Yamit di rispettare i termini di un accordo negoziale. Nel 2007 i lavoratori avevano organizzato uno sciopero per esigere salari più alti e l’organizzazione di corsi di sensibilizzazione rispetto alle modalità di protezione (della loro salute) su un luogo di lavoro pericoloso. Questo sciopero era stato preceduto da un altro nel 1998, durante il quale i lavoratori avevano reclamato dei diritti fondamentali quali un miglioramento delle condizioni di lavoro e delle norme di sicurezza.

La schiavitù esiste ancora!

L’attuale sciopero è coordinato da un Comitato di 5 lavoratori dell’azienda ed è sostenuto dalla Nuova Federazione dei Sindacati Palestinesi. Khalil Shehab, uno dei lavoratori in sciopero e membro del Comitato, lavora nella fabbrica dal 1995 e spiega : « Benché non sia il primo sciopero del genere, l’arrogante imprenditore israeliano rifiuta di darci gli stessi diritti dei lavoratori israeliani. Portiamo avanti questo sciopero perché vogliamo essere trattati come essere umani e non come schiavi senza diritti. L’era della schiavitù è finita! Le nostre richieste sono semplici e di base. Abbiamo bisogno di protezioni sui luoghi di lavoro pericolosi, soprattutto in mezzo alla pandemia Covid 19, di congedi di malattia pagati e di ferie come i lavoratori israeliani, vogliamo salari decenti e un fondo pensioni che garantisca la conservazione del nostro denaro fino alla pensione. Nel 2016 l’azienda ci ha obbligati a firmare un accordo che ha congelato circa un milione di dollari della nostra Cassa pensioni. Noi abbiamo capito solo in seguito che l’azienda aveva speso metà di questo denaro”

NO in maiuscole era la risposta scritta che Yamit ha dato a tutte le rivendicazioni dei lavoratori. Peggio ancora: invece di aumentare i salari dei lavoratori nel quadro delle loro rivendicazioni, che sono al di sotto del livello del salario minimo da decenni, l’impresa ha deciso di abbassare i salari, minacciando, in caso di protesta dei lavoratori, di togliere loro il lavoro.

Ofer Talmi, l’imprenditore, ha giustificato il rifiuto delle richieste dei lavoratori con una motivazione choccante in una lettera che ha inviato agli organizzatori dello sciopero. Titolo: “Tutto è genetico ed educazione”. In questa lettera egli spiega che il suo rifiuto a rispettare i diritti dei lavoratori palestinesi non è motivato solamente dall’interesse di ogni capitalista a ridurre i costi di produzione, ma riposa fondamentalmente sulla convinzione suprematista che i Palestinesi sono inferiori e non possono godere di uguali diritti. Dichiara (nostra traduzione dall’ebraico): “I lavoratori che lavorano 25 o 30 anni presso lo stesso imprenditore sono dei lavoratori soddisfatti. Non sono affatto degli sfruttati. Se pensassero di esserlo, avrebbero trovato un altro impiego, anche se la decenza e l’onestà mi impongono di riconoscere che le possibilità per loro sono più limitate rispetto agli israeliani. (…) Sono desolato di non avere un’azienda di alta tecnologia che produce chip elettronici. E sapete perché? Se ne avessi una, i palestinesi non vi troverebbero lavoro. Ogni salariato pagato oltre il salario minimo sarebbe licenziato e al suo posto verrebbe un altro meno caro, e noi gli insegneremmo le competenze”.

E ancora: “Yamil è la sola fabbrica del paese a lavorare secondo la legge giordana, perché i lavoratori non hanno la carta di identità israeliana e non sono lavoratori stranieri come quelli della Thailandia o altri. Lavorano in una azienda che è mia, e io so che la terra di Israele appartiene al popolo di Israele”. (…) Non dimenticate che nessun lavoratore palestinese lavorerà a Yamit secondo le leggi israeliane. Poco importa quello che dice la legge o il tribunale! Se il tribunale decidesse che devo lavorare secondo la legge israeliana, vi licenzierei tutti”

La fabbrica di Yamit

Yamit è situata nella zona industriale di Nitzanei Shalom, che ospita 12 fabbriche chimiche israeliane costruite sulle terre palestinesi rubate a Tulkarem. Ci sono 19 zone industriali israeliane costruite illegalmente nella Cisgiordania occupata. Le autorità di occupazione israeliane prevedono la costruzione di quattro nuove zone industriali in Cisgiordania per usurpare ulteriori terre palestinesi e ghettizzare ancora di più i Palestinesi.

Le zone industriali sono considerate fondamenti per l’economia israeliana, in particolare per la prosperità economica delle colonie illegali limitrofe, dal momento che aumentano lo sfruttamento della mano d’opera, delle terre e delle risorse naturali palestinesi. Le zone industriali poste nell’area C della Cisgiordania generano benefici anche per le imprese israeliane e multinazionali.

La prevista costruzione di ulteriori zone industriali in Cisgiordania non farà che scalzare lo sviluppo dell’economia palestinese e accrescere la sua dipendenza nei confronti dell’economia israeliana. Le zone industriali costruite a ridosso delle città e dei villaggi palestinesi hanno effetti pesanti sulla loro vita e sull’ambiente. I rifiuti chimici e le emissioni delle fabbriche rovinano le culture agricole circostanti, inquinano le acque sotterranee e l’aria. Questo ha portato a un aumento delle malattie, in particolare quelle respiratorie, degli occhi e il cancro.

IL NOSTRO APPELLO

Mettere fine alla complicità internazionale verso l’apartheid.

I lavoratori palestinesi di Yamit fabbricano componenti che sono utilizzati da Netafim (marchio specializzato nel “goccia a goccia” e nei sistemi di irrigazione) e esportati in diverse parti del mondo. Netafim è stata creata nel 1965 nel Kibboutz Hatzerim, una colonia agricola israeliana nel Negev, poco tempo dopo che Israele aveva concluso l’espulsione della maggior parte delle comunità beduine palestinesi della regione. Collabora con numerose colonie della valle del Giordano, da Hebron e oltre, per sviluppare tecnologie che gli permettano di trarre il massimo dalle terre rubate.

Netafim ha potuto vendere il suo marchio come leader dell’agricoltura durevole in 25 paesi del mondo, mentre di fatto mantiene un ruolo chiave nella sopravvivenza delle colonie agro-commerciali illegali sulle terre rubate ai palestinesi e alimentate con l’acqua sottratta ai palestinesi. La società gode di contratti con municipalità e imprese di tutto il mondo.

Molti Palestinesi non hanno altra scelta che lavorare nelle imprese israeliane a causa del sistematico boicottaggio dell’economia palestinese da parte degli israeliani. Perciò una parte del sostegno allo sciopero dei Palestinesi e ai loro diritti contro le aziende israeliane consiste nel boicottare Netafim, e chiedere a tutte le multinazionali di metter fine ai loro affari con Yamit e altre società operanti nelle zone industriali delle colonie in Cisgiordania, afferma il segretario generale della Nuova federazione dei sindacati di Palestina. Boicottare queste aziende dovrebbe far parte di una visione più larga mirante a smantellare il sistema di apartheid israeliano, con la azienda Yamit come micro-modello di questo sistema in modo che i lavoratori palestinesi non siano costretti a lavorare in primo luogo per imprese israeliane.”

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Intervenons ! Soutien aux 75 travailleurs palestiniens en grève dans la colonie israélienne de Yamit

17 janvier 2021

Le 1er janvier 2021, alors que le monde célébrait la nouvelle année, 75 travailleurs palestiniens de l’usine de la colonie israélienne de Yamit Sinoun ont entamé une grève pour réclamer à l’entreprise de respecter leurs droits.

Les réponses de l’employeur sont scandaleuses, et à peine croyables car il écrit carrément qu’en tant qu’ »êtres inférieurs, ils ne peuvent avoir les mêmes droits que les Israéliens » (sic) !

Soutien aux 75 travailleurs palestiniens en grève dans la colonie israélienne de Yamit

L’entreprise produit des systèmes de filtration de l’eau pour le marché mondial et les travailleurs en grève exigent de meilleures conditions de travail, une augmentation des salaires, des congés maladie, des congés payés et un fonds de pension qui préserve leur argent.

Pendant sept jours de grève consécutifs, l’entreprise a refusé de répondre à ces demandes. La nouvelle fédération palestinienne des syndicats (nouveaux syndicats) appelle l’Organisation internationale du travail (OIT), la Confédération syndicale internationale (CSI), la Fédération syndicale mondiale (FSM), les syndicats internationaux, et les groupes de défense des droits de l’homme à soutenir le juste grève des travailleurs, en boycottant l’usine de Yamit.

Cette grève n’est pas la première du genre; il s’agit plutôt d’une réponse au refus de la société Yamit de respecter les termes d’un accord de négociation. En 2007, les travailleurs avaient organisé une grève pour exiger des salaires plus élevés et l’organisation d’ateliers de sensibilisation sur la manière dont les travailleurs devraient se protéger sur leur lieu de travail dangereux. Cette grève a été précédée d’une autre en 1998, au cours de laquelle les travailleurs ont réclamé des droits fondamentaux tels qu’une amélioration des conditions de travail difficiles et une protection pour eux au travail.

L’esclavage existe toujours

La grève actuelle est coordonnée par un comité de cinq travailleurs travaillant dans l’usine et soutenue par la nouvelle fédération des syndicats palestiniens.

Khalil Shehab, l’un des grévistes et membre du comité des travailleurs à la tête de la grève, travaille dans l’usine depuis 1995 et explique : « Bien qu’il ne s’agisse pas de la première grève du genre, l’arrogant employeur israélien a refusé de nous donner les mêmes droits que les travailleurs israéliens. Nous menons cette grève parce que nous voulons être traités comme des humains plutôt que comme des esclaves sans droits. L’ère de l’esclavage est terminée. Nos demandes sont simples et basiques. Nous avons besoin de protection sur les lieux de travail dangereux, en particulier au milieu de la propagation de la pandémie COVID-19, de congés maladie payés et de vacances comme les travailleurs israéliens, de salaires décentset d’un fonds de pension qui garantit que notre argent nous sera conservé jusqu’à notre retraite. »

« En 2016, l’entreprise nous a obligés à signer un accord qui a gelé environ un million de dollars sur notre caisse de retraite. Nous avons réalisé par la suite que l’entreprise avait dépensé la moitié de cet argent «

«NON» en majuscules était la réponse écrite que Yamit avait envoyée à toutes les revendications des travailleurs. Pire encore, au lieu d’augmenter les salaires des travailleurs dans le cadre des revendications, qui sont en deçà des taux de salaire minimum depuis des décennies, l’entreprise a décidé de baisser leurs salaires. Toute protestation des travailleurs contre ces nouvelles décisions, a déclaré l’entreprise, leur fera perdre leur emploi.

Ofer Talmi, l’employeur des grévistes, a justifié de manière choquante le rejet des revendications des travailleurs dans une lettre qu’il a adressée aux organisateurs de la grève intitulée : « Tout est génétique et éducation». Dans cette lettre, il explique que son refus de donner aux travailleurs palestiniens leurs droits n’est pas seulement motivé par les intérêts capitalistes de réduire les coûts de production, mais repose fondamentalement sur sa conviction suprémaciste que les Palestiniens sont inférieurs et ne peuvent pas avoir des droits égaux. Il déclare (notre traduction de l’hébreu): « Les travailleurs qui travaillent 25 à 30 ans chez un employeur sont des travailleurs satisfaits. Ils ne sont pas exploités. S’ils pensaient l’être, ils auraient trouvé un autre emploi, même si la décence et l’honnêteté me font ajouter que les options pour eux sont plus limitées que pour les Israéliens. […]« Je suis désolé de ne pas avoir d’entreprise de haute technologie qui produit des puces informatiques. Et tu sais quoi? Si j’en avais une, les Palestiniens n’y seraient pas employés. Chaque employé gagnant plus que le salaire minimum sera licencié et à sa place un autre moins cher viendra et nous leur enseignerons les compétences. «

Et encore : » Yamit est la seule entreprise du pays à travailler selon la loi jordanienne, parce que les employés n’ont pas de carte d’identité israélienne et qu’ils ne sont pas des travailleurs étrangers comme ceux de Thaïlande et d’autres pays. Et ils travaillent dans une entreprise que je possède, et je sais que «la terre d’Israël appartient au peuple d’Israël». […] «N’oubliez pas qu’aucun travailleur palestinien ne travaillera à Yamit selon la loi israélienne. Peu importe ce que dit la loi ou le tribunal. Si le tribunal décide que je dois travailler selon la loi israélienne, je les congédierai tous. «

Le parc de Yamit pour les colons

L’usine de Yamit

Zones industrielles israéliennes = zones de mort des travailleurs palestiniens

Yamit Sinoun est situé dans la zone industrielle de Nitzanei Shalom, qui abrite 12 usines chimiques israéliennes construites sur des terres palestiniennes volées à Tulkarem. Il y a 19 zones industrielles israéliennes construites illégalement en Cisjordanie occupée. Les autorités d’occupation israéliennes prévoient d’ériger quatre nouvelles zones industrielles à travers la Cisjordanie afin d’usurper davantage de terres palestiniennes et de ghettoïser encore plus les Palestiniens.

Les zones industrielles sont considérées comme un fondement de l’économie israélienne, en particulier de la prospérité économique des colonies illégales à proximité des zones industrielles, tout en augmentant l’exploitation de la main-d’œuvre, des terres et des ressources naturelles palestiniennes. Les zones industrielles de la zone «C» de Cisjordanie génèrent des bénéfices pour les entreprises israéliennes et multinationales.

La construction prévue de davantage de zones industrielles en Cisjordanie ne ferait que saper le développement de l’économie palestinienne et accroître sa dépendance à l’égard de l’économie israélienne. Les zones industrielles qui sont construites à proximité des villes et villages palestiniens ont de graves effets sur leur vie et sur l’environnement. Les déchets chimiques et les émissions des usines situées dans ces zones ont conduit à la ruine des terres agricoles qui les entourent, aux eaux souterraines et à la pollution de l’air. Cela a augmenté les taux de maladies, notamment les maladies respiratoires, les infections oculaires et le cancer.

NOTRE APPEL :

Mettre fin à la complicité internationale avec l’apartheid. Les travailleurs palestiniens de Yamit fabriquent des équipements qui sont utilisés par Netafim* (firme spécialisée dans le « goutte à goutte » et les systèmes d’irrigation.) Lire leur pub en français ici) et exportés vers différentes parties du monde. Netafim a été créé en 1965 dans le kibboutz Hatzerim – une colonie agricole israélienne dans le Néguev, peu de temps après qu’Israël eût conclu l’expulsion de la plupart des communautés bédouines palestiniennes de la région. Il collabore avec plusieurs colonies de la vallée du Jourdain, d’Hébron et au-delà pour développer des technologies leur permettant de tirer le meilleur parti des terres volées. Netafim a été en mesure de vendre sa marque en tant que leader mondial de l’agriculture durable dans 25 pays à travers le monde, alors qu’en fait, il joue un rôle clé dans le maintien des colonies agro-commerciales illégales sur des terres palestiniennes volées et alimentées en eau palestinienne volée. La société a des contrats avec des entreprises et des municipalités du monde entier.

«De nombreux Palestiniens n’ont d’autre choix que de travailler dans des entreprises israéliennes en raison du dé-développement systématique israélien de l’économie palestinienne; ainsi, une partie du soutien à la grève des Palestiniens et à leurs droits contre les entreprises israéliennes consiste à boycotter Netafim et à appeler toutes les entreprises multinationales à mettre fin à toute entreprise avec Yamit et d’autres sociétés opérant dans les zones industrielles des colonies de Cisjordanie.« , indique le secrétaire général de la Nouvelle Fédération des syndicats de Palestine.

Le boycott de ces entreprises devrait également faire partie d’une vision plus large visant à démanteler le système d’apartheid israélien, avec la société Yamit comme micro-modèle de ce système, afin que nos travailleurs n’aient pas à travailler pour des entreprises israéliennes en premier lieu. »

(Traduit par CAPJPO-EuroPalestine)

Article intégral sur : https://socialistproject.ca/2021/01/we-urge-international-support-to-palestinian-striking-workers/#more

Pub de Netafim en français : https://www.netafim.fr/

Coordonnées de Netafim France :

Directeur Général : Moshi BERENSTEIN

Mail de contact : moshi.berenstein@netafim.com et fr.info@netafim.com – tel : 04 42 66 83 53 – Fax : 33 4 42 66 87 86. Adresse : Zone d’activités Novactis – Quartier Jean de Bouc – 330 route départementale 6C. 13 120 Gardanne

N’HÉSITEZ PAS À LEUR DIRE CE QUE VOUS EN PENSEZ !

CAPJPO-EuroPalestine

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Dal Sindacato israelo-palestinese MAAN al SI CobasPresa di posizione del SI Cobas

Assaf Adiv, dirigente del sindacato israelo-palestinese MAAN, ci manda la mail che inoltriamo, chiedendo solidarietà per la lotta che stanno conducendo alla Yamit Filtration, in sciopero da inizio gennaio (vedi anche https://pungolorosso.wordpress.com/2021/01/20/israele-sempre-tu-sciopero-di-operai-palestinesi-nella-colonia-di-yamit-sinoun-in-quanto-esseri-inferiori-non-possono-avere-gli-stessi-diritti-degli-israeliani/).

Questo il testo della email:

Cari amici,

negli ultimi 14 giorni l’Associazione dei lavoratori MAAN e i lavoratori palestinesi di Yamit Sinoun (vicino a Tul Karem in Cisgiordania) sono impegnati in un lungo sciopero. La direzione sta cercando di indurre i lavoratori a lasciare il MAAN con false promesse. Nell’articolo seguente, di Tali Heruti Sover di The Marker – Haaretz, trovate una storia completa e avvincente della lotta. Noi del MAAN vorremmo incoraggiare i vostri sindacati a diffondere questa storia sui vostri social media o in qualsiasi altro modo. Vi preghiamo di tenerci informati sulle vostre azioni.

In solidarietà,

Roni Ben Efrat – Assaf Adiv – Hanan Manadreh

SOLIDARIETA’ CON I LAVORATORI  PALESTINESI DELLA YAMIT FILTRATION IN SCIOPERO DA INIZIO GENNAIO CON IL SINDACATO MAAN PER IL CONTRATTO COLLETTIVO DI LAVORO, CONTRO LA DISCRIMINAZIONE RAZZISTA DEL PADRONE ISRAELIANO!

NO a trattamenti diversi in base alla nazionalità del lavoratore! NO al razzismo, sempre antioperaio!

Se nella FORMA questo non succede in ITALIA, nella SOSTANZA questa discriminazione razziale viene applicata a centinaia di migliaia di LAVORATORI IMMIGRATI assunti tramite cooperative in subappalto dentro fabbriche, magazzini ecc. pagati con contratti diversi rispetto ai lavoratori perlopiù italiani dipendenti diretti che fanno lo stesso lavoro! Questa discriminazione vale per milioni di lavoratori immigrati occupati in ristoranti, nelle pulizie, nell’autotrasporto, pagati secondo finti orari part-time mentre lavorano 9, 10, 12 ore al giorno, spesso 7 giorni su 7! Il razzismo è la pratica giornaliera di padroni grandi e piccoli per aumentare i loro profitti con il supersfruttamento degli immigrati, e per dividere i lavoratori.

Il SI COBAS, mentre esprime tutta la sua solidarietà ai lavoratori palestinesi in lotta alla Yamit Filtration, e protesta contro il sistema giuridico israeliano che giustifica il razzismo, organizza lavoratori provenienti da tutto il mondo (un gran numero di lingua araba) insieme ai lavoratori italiani per la parità di diritti, per un salario decente, contro il razzismo e il dispotismo padronale.

Proletari di tutto il mondo, uniamoci!

SOLIDARITY WITH THE PALESTINIAN WORKERS OF YAMIT FILTRATION ON STRIKE SINCE THE BEGINNING OF JANUARY WITH THE MAAN UNION FOR THE COLLECTIVE LABOUR AGREEMENT, AGAINST THE RACIST DISCRIMINATION OF THE ISRAELI BOSS!


NO to different treatment based on the nationality of workers! NO to racism, which is always anti-worker!
If in FORM this does not happen in ITALY, in SUBSTANCE this racial discrimination is applied to hundreds of thousands of IMMIGRANT WORKERS hired through subcontracting cooperatives in factories, warehouses etc., paid under different contracts than the mostly Italian direct employees doing the same job! This discrimination applies to millions of immigrant workers employed in restaurants, in cleaning, in road transport, paid according to fake part-time schedules while working 9, 10, 12 hours a day, often 7 days a week! Racism is the daily practice of bosses, both big and small, to increase their profits by super-exploiting immigrants, and to divide workers.
SI COBAS, while expressing all its solidarity with the Palestinian workers in struggle at Yamit Filtration, and protesting against the Israeli legal system that justifies racism, is organising workers from all over the world (a large number of them Arabic speakers) together with Italian workers for equal rights, for a decent wage, against racism and employers’ despotism.
Proletarians of the world, let’s unite!


Below is an article by Tali Heruti Sover of The Marker – Haaretz on the struggle of the Yamit Filtration workers organised by the MAAN trade union, which we thank for sending us this information, wishing for close international cooperation.

Dear friends,

In the past 14 days MAAN – Workers Association and the Palestinian workers of Yamit Sinoun (beside Tul Karem of the West Bank) are engaged in a long strike. Management is trying to lure the workers into leaving MAAN with fake promises. In the following article, by Tali Heruti Sover of The Marker – Haaretz, you find a full compelling story of the struggle. We at MAAN would like to encourage your unions to pass this story on to your social media or by any other way. Please keep us posted about your actions.

Israeli Employer Won’t Sign Labor Agreement With Palestinian Workers

‘I know the Land of Israel belongs only to the Jewish people and if the law forces me to, I will stop employing them,’ Yamit Filtration’s CEO said, before apologizing for remark

Tali Heruti-Sover

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-israeli-employer-won-t-sign-labor-agreement-with-palestinian-workers-1.9451004

Palestinian employees at the Yamit Filtration & Water Treatment plant in the Nitzanei Shalom industrial zone adjacent to the Palestinian city of Tul Karm launched a general strike on December 31, after the company’s owner and CEO, Ofer Talmi, refused to accede to their demands for a collective labor agreement.

For its part, the company said it has agreed to salary increases and other benefits through individual employment contracts with the employees in accordance with Jordanian law prevailing in the West Bank. The concessions follow a series of strikes and labor court litigation over the separate employment terms that Israeli and West Bank Palestinian employees have been subject to at the plant.

When asked to explain, Talmi said that as a 10th-generation resident of this land, he is not prepared, despite his respect for the Palestinian employees, to recognize that they are subject to Israeli employment law and if forced to do so, he will stop employing them. As owner of the company, Talmi described himself as “someone who knows that the Land of Israel belongs to the Jewish people, and I am not prepared for a Palestinian employee to be linked to the State of Israel in any way.”

In a response for this article, Talmi expressed regret for his earlier remark, “which does not represent my position or my conduct. I respect the employees and their rights, as I do the important, long-standing economic and national project at Nitzanei Shalom. I hope that common sense prevails and that the employees enter into negotiations as the court has requested.”

The 75 Palestinian production workers, who live in Tul Karm and its vicinity, organized at the beginning of 2020 through the Maan labor organization. They demanded a collective labor agreement that would put an end of the company’s practice of providing different employment terms for its Israeli and Palestinian employees. 

Employees at Yamit Filtration protest against the company’s management.Credit: Maan

The company says it is complying with the relevant laws and with a labor court order later issued in the case. Talmi, the company’s owner, has claimed that the Palestinians’ employment terms are governed by Jordanian law, as a result of Jordan’s rule over the West Bank prior to the 1967 Six-Day War. Maan, an Israeli organization, argues, however, that Jordanian law does not apply to workers represented by an Israeli labor organization. In a statement for this article, the company said the National Labor Court’s order confirmed that Jordanian law applies to the employees.

In response to a draft of a collective agreement from Maan, at the end of December the company management at Yamit Filtration refused the workers’ demands. The labor group says that in addition to refusing to increase the employees’ salaries, the company also demanded salary cuts from long-time employees. According to Maan, the company threatened that those who refused would be dismissed.

From an email that Talmi sent to Maan on January 2, it is apparent that the company was refusing the workers’ demands, not only as stated in the email – “because the workers don’t have Israeli ID cards and by their own definition are not foreign workers like the workers from Thailand or other countries.”

“If at some point the law requires me to, I will stop employing them, because deep inside of me, the heart of someone who is a 10th generation in the country beats, who knows that the Land of Israel belongs only to the Jewish people,” he stated. “I respect and love them, but I love my own people more.”

תחתית הטופס

Yamit Filtration’s manufacturing plant is in an Israeli industrial area adjacent to the Israeli security barrier that is within the municipal boundaries of Tul Karm. It has employed Palestinian production staff who are residents of the West Bank, all of whom live in areas under the jurisdiction of the Palestinian Authority.

Most of them are skilled professional staff who have been paid the minimum wage and have no opportunity to be promoted at the company. They were not provided pensions, and employer contributions into an employee severance fund were halted 10 years ago.

Since 2016, the company has insisted that each employee have an individual employment contract rather than be employed through a collective labor agreement, and it cites a 1966 Jordanian law in support of its position. The Palestinians were not represented by a labor organization when they signed the employment contracts. In January 2020, they organized and demanded a collective labor agreement with improved employment terms.

Management held an initial meeting on the matter in February but negotiating sessions were then deferred due to the coronavirus pandemic and only resumed during the summer. In September, the two sides agreed that to expedite the talks, Maan would present the company with a draft collective employment agreement, which was provided. The talks again came to a halt when the company said it was encountering financial problems due to the pandemic, and the company repeatedly violated interim understandings that it had agreed to.

In November, Maan formally declared a labor dispute with Yamit Filtration and staged a two-day warning strike, which was followed by another warning strike later in the month, during which the company recruited workers to replace striking employee, prompting Maan to file a petition with the Israeli labor court.

The two sides met at the labor court in Jerusalem on November 16 and came to an understanding on the employees’ return to work and the future course of negotiations. The company responded to the draft collective employment agreement at the end of December, following another court hearing on the case.

The Palestinian employees have now been on strike again for about two weeks. On Tuesday, the plant recruited 20 Palestinian replacement workers, after which Maan sent the company another warning letter. After speaking to the striking employees, the replacement workers left the plant.

“The company is acting according to the law and the order of the National Labor Court, which ruled that Jordanian law applies to the employees, and we are conducting ourselves accordingly,” Yamit Filtration said in a response for this article. Individual employment contracts have been entered into with the employees, which have been approved by the workers’ committee, providing them salary increases and other benefits including pension contributions, paid sick days and severance benefits.

The company accused Maan’s director, Assaf Adiv, of “cynical exploitation” at a time when the company is facing difficulties due to the pandemic. Adiv’s involvement “is damaging good labor relations and coexistence that have existed for many years and the fair, rewarding jobs for residents of Tul Karm.”

In a response for this article, Maan said the Palestinian employees are seeking a fair wage and pension and other employment benefits. “The strike that was declared at the plant is a legal response to the refusal by company management to recognize that long-time employees are entitled to respectable compensation for their contribution to the plant, and that these are professional employees who have been employed for 20 years at minimum wage without promotions or social benefits.”

The labor organization called on Yamit Filtration to sign a collective labor agreement, which it said would put an end to the strike.

Roni Ben Efrat (Ms)

E-mail: roni@maan.org.il

Skype: roni.benefrat

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Qui sotto il comunicato, appena arrivato, che parla di uno sciopero vittorioso. La vittoria è ancora incompleta perché se alcune rivendicazioni salariali sono state accolte, così come il pagamento di festività e un’indennità di buonuscita proporzionale agli anni di lavoro prestati; e se è stato sancito il controllo del Comitato di sciopero sulle nuove assunzioni (contro il rischio del rimpiazzo degli operai del lungo sciopero con altri meno combattivi); sugli altri punti della piattaforma il negoziato è tuttora aperto. La minaccia di licenziamento non ha impaurito i lavoratori. Di qualche significato è anche la dichiarazione di semi-pentimento del padrone, Ofer Talmi, per aver detto che “la terra di Israele appartiene al popolo di Israele”; non perché questo pensiero non gli appartenga, evidentemente, ma come segno della sua difficoltà davanti alla compattezza dello sciopero. Molto forte (perfino troppo) il ringraziamento dei dirigenti sindacali a quanti sono stati solidali nel mondo con questo sciopero di operai palestinesi. Ma certo la solidarietà di classe è sempre un’arma fondamentale, in tutte le lotte.

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