Cronaca di lotta di classe dalla provincia veneta (Comitato per la difesa della salute sui posti di lavoro e sui territori)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lucida, e anche amara, riflessione sulla (scarsissima) lotta di classe nella provincia veneta. Come contributo, evidentemente, a capirne le cause, e invito a reagire.

Quando il sindacato si adegua e invece dello scontro di classe, sceglie la condivisione con il padrone e “strategie” a perdere

La percezione che ci fosse un abisso di differenza tra i livelli dello scontro in atto, così come interpretati dai lavoratori della logistica nelle loro lotte, e dai lavoratori di piccole medie aziende della provincia veneta, era sicuramente presente, ma che questo abisso fosse così evidente e doloroso (per me, almeno), un distacco così palese da porre i lavoratori stessi su piani completamente diversi, questo speravo di evitarmelo.

Scorrono sotto gli occhi le immagini della notte del 1/2 febbraio a Piacenza, quando la polizia dà seguito ad un violento pestaggio dei lavoratori FeedEx/Tnt (multinazionale della logistica), accorsi a picchettare i cancelli dopo la minaccia di centinaia di licenziamenti da parte dell azienda. Lacrimogeni e manganelli a sgomberare il piazzale, facendo piazza pulita del diritto al lavoro e del diritto a lottare per difenderlo. Sostenuti dal loro sindacato, il Sicobas, i lavoratori si battono con coraggio e determinazione per sostenere le loro ragioni contro la violenza dello stato dei padroni. La solidarietà che ricevono dai lavoratori degli altri magazzini è vasta ed immediata. E resistono!

Tutt’ altro ambiente qui, nel Veneto profondo: un articolo di Repubblica, riporta in cronaca la vicenda dei circa 100 lavoratori del sito produttivo di Marostica (Vicenza) della multinazionale ABB, licenziati in tronco a metà gennaio. L’azienda chiude e delocalizza in Bulgaria. ABB è una multinazionale svizzero-svedese che conta 110.000 dipendenti distribuiti in 100 Paesi, in Italia si avvale di 18 siti produttivi. Da notare che la fabbrica di Marostica non ha i bilanci in rosso, anzi; semplicemente non sono stati conseguiti gli utili preventivati, e allora i dirigenti pensano che, spremendo e pagando meno i dipendenti bulgari, questi utili alla fine entreranno in cassa.

Increduli che la loro azienda possa chiudere, nonostante gli ordini in crescita costante, i lavoratori optano per lo sciopero. E il 13 gennaio bloccano l’azienda, meglio tardi che mai, verrebbe da dire, dato che la comunicazione ufficiale della chiusura era stata inviata a fine ottobre e che già pesanti avvisaglie erano state lanciate, come il licenziamento di una ventina di dipendenti, mascherato dal sindacato con il ricorso ai prepensionamenti e l’esternalizzazione di una linea produttiva in Bulgaria, tutto nel 2018. Lo sciopero è abbastanza compatto, ma avviene a decisioni già prese. L’accozzaglia di politici locali e regionali che si recano “al capezzale” dei lavoratori è notevole, ma è la classica presenza formale alla quale non seguirà alcun concreto intervento “per non disturbare gli accordi diretti tra dipendenti e direzione”, si dirà. Nessuna strategia da parte dei sindacati. Portiamo anche noi un comunicato di solidarietà; invitiamo i lavoratori a continuare le mobilitazioni, ad impedire lo smantellamento e la rimozione dei macchinari e a non illudersi confidando nel buon cuore del padrone. Purtroppo sarà proprio questa la scelta dei lavoratori che mettono in scena un “ultimo, disperato tentativo che tocchi le corde umane in una vicenda senza via di ritorno” (Repubblica).

Scrivono una lettera all’amministratore delegato di tutto il gruppo in cui chiedono “l’adesione agli stessi valori condivisi per anni con l’azienda, il coraggio di cambiare idea e cura dei dipendenti che tanto si sono sacrificati per ABB”. Chiedono “di sondare per capire quali strategie sono migliorabili e quali azioni si possono intraprendere nella gestione del business per ABB”. Sottoscrivono in pratica la loro disponibilità allo sfruttamento con caratteristiche … bulgare.

Una differenza abissale, dicevamo, nel livello dello scontro che fa pensare all’ennesima manifestazione dello spirito da “deep state” della provincia veneta, bigotta, ignorante e reazionaria. Sarebbe facile interpretare tutto in questo modo. Ma ciò facendo ci allontaneremmo da una analisi approfondita, rinunciando ad una critica costruttiva sui limiti che contraddistinguono l’intervento sindacale e politico presso i lavoratori.

Le scelte di sviluppo capitalistico in questa regione sono state affidate ad un tessuto di piccole medie imprese che fin dal secondo dopoguerra ha sorretto occupazione e reddito. A partire dagli anni sessanta grandi e medi complessi industriali hanno ceduto progressivamente parte della propria produzione ad un tessuto di piccole imprese, dando vita nei fatti ad un decentramento della produzione che avrebbe facilitato enormemente la gestione della forza lavoro, resa in questo modo maggiormente isolata e ricattabile. A questo scopo risultavano utili le leggi che regolamentano il lavoro, come la legge sulla possibilità di licenziamento nelle fabbriche al di sotto dei quindici dipendenti, che anticipavano di decenni il jobs act e l’abolizione dell art. 18 sulla giusta causa. Il decentramento produttivo ha poi fatto da trampolino di lancio ai cosiddetti distretti industriali, che costringevano ad un ulteriore isolamento lavoratrici e lavoratori, e poi via via fino alle delocalizzazioni, come “spada di Damocle”, ovvero il ricatto compiuto sull’occupazione appesa al filo delle compatibilità con i profitti aziendali. A questa linea di sviluppo il sindacato si è adeguato: invece della lotta e dello scontro di classe ha scelto la condivisione con il padrone” e “strategie” a perdere. La compatibilità.

Ora i risultati sono evidenti. Chiude ABB, ha chiuso Smev (altra multinazionale e altro centinaio di dipendenti licenziati), mentre è quotidiana la minaccia di chiusura per altri piccoli medi siti produttivi.

Certo, un’analisi frettolosa, frutto più di esperienze concrete che di letture, dalla quale risulta chiaro che in questa situazione non possiamo che fare nostra la parola d’ordine della lotta in difesa dei posti di lavoro, come alla FedEx, che serve fare di queste lotte una cassa di risonanza che dia nuova fiducia a lavoratrici e lavoratori per estendere il rilancio della combattività anche in questi territori.

Per completare la cronaca dobbiamo registrare altri morti sul lavoro con modalità d’infortunio già apparse nelle nostre denunce pubbliche. L’ultimo, un operaio 47enne, è morto folgorato dai cavi dell’alta tensione, mentre eseguiva un lavoro in quota. Da segnalare che questa si delinea come una nuova tipologia di eventi mortali sul lavoro. Era già stata segnalata ripetutamente in casi analoghi verificatisi nella regione. Ne facciamo uno spunto per un nuovo presidio in piazza, auspicando che l’indagine venga condotta a tutto campo, mirando anche ai fattori di rischio organizzativo, poco e male considerati.

Concludiamo con l’intervento di un paio di giorni fa in sostegno ad USB, settore igiene ambientale, che denuncia la cancellazione di diritti di rappresentanza sui luoghi di lavoro eseguita d’imperio da CGIL. Giustissima e sacrosanta incazzatura nei confronti di CGIL, eseguita presidiando un paio d’ore la sede di Vicenza. Ci chiediamo però se queste esternazioni trovino il consenso di lavoratrici e lavoratori, perché non ci è dato di vederlo. La presenza al presidio conta 4 funzionari sindacali USB, 4 lavoratori combattivi (coord. veneto), 1 lavoratore igiene ambientale, 8 digos. Ci chiediamo allora: ma USB non riesce a mobilitare di più tra i propri iscritti?

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