Ricordando Patrice Lumumba, il fiero capo del movimento nazional-rivoluzionario congolese

In questi giorni di fiumi di maleodorante retorica e una valanga di immagini edificanti per coprire il feroce assalto neo-coloniale al Congo e all’Africa in corso da decenni, di cui l’Italia è parte integrante, non è stata detta una sola parola sulla resistenza a questo assalto, e sul suo retroterra storico, quello del moto nazional-rivoluzionario congolese di fine anni ’50-inizio anni ’60 che ebbe la sua più forte espressione nel Movimento nazionale congolese di Patrice Lumumba – assassinato atrocemente il 17 gennaio 1961 da soldati-macellai belgi, che ne squartarono il corpo in 34 parti e lo sciolsero poi nell’acido, per volontà di Stati Uniti, Francia e Belgio, con l’assistenza dell’ONU.

Ecco perché vogliamo ricordarlo qui, presentando la sua figura soprattutto ai giovani compagni e alle giovani compagne ignari di questa storia attraverso un suo appello radiofonico del 23 agosto 1960, e una nota scritta da un nostro redattore un po’ di anni fa sul giornale “Che fare”. Per quante vittorie provvisorie possa vantare la dominazione imperialista in Africa, specie nello scagliare africani contro africani, la sua condanna storica arriverà inesorabile – più tardi arriverà, più radicale sarà con i nemici esterni e con le élite interne aggiogate ai loro carri. Il che significa con l’epicentro della lotta sempre più spostato in profondità verso le grandi masse sfruttate.

Quarant’anni sono passati da quando, con la collaborazione determinante delle truppe dell’Onu, gli sgherri dell’ imperialismo belga assassinarono Patrice Lumumba, giovane fiero capo del movimento nazional-rivoluzionario congolese. Il popolo congolese non fece quindi neppure in tempo a vedere la luce della libertà e dell’ unità né a proiettarsi, come Lumumba già osava proporgli, al di là della propria stessa indipendenza nazionale verso l’unità e la liberazione dell’intera Africa, e al di là ancora della stessa Africa verso l’intero moto rivoluzionario afro-asiatico, non fece neppure in tempo a vedere questa luce e a gustare i dolci frutti della sua sollevazione che fu ripiombato nelle tenebre della divisione in diversi stati e staterelli e nei tormenti della schiavitù neo-coloniale.

Queste tenebre avvolgono oggi più che mai, purtroppo, questa tormentata area, e i suoi popoli. Dopo, e prima, l’uccisione di Kabila, la “grande partita militar-finanziario-politica per spartirsi il Congo” che gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna e le altre iene imperialiste combattono su quel territorio sta sprofondando più che mai le genti congolesi negli abissi della fame, delle malattie, di un indicibile degrado e della violenza fratricida, facendo scannare tra loro, per i propri interessi, gli eserciti regolari e irregolari di mezza dozzina di paesi neri limitrofi. Situazione, dunque, senza ritorno? No, situazione per molti versi simile a quella in cui versava l’intera Africa prima del moto anti-imperialista che iniziò dal Madagascar e dall’Algeria a mutarne il volto. Questo moto è stato sconfitto, e sulla sua sconfitta grandeggia ora sulle rovine umane dell’Africa, in Congo e in tutto lo straziato continente nero, la torma degli avvoltoi imperialisti.

L’Africa è nostra, l’Africa non può essere e non sarà mai governata dagli africani, dicevano i “profeti” del vecchio colonialismo demo-fascista alla Rodhes o alla Cipriani, ed è quanto ripetono e praticano i loro buoni allievi del neo-colonialismo demo-onuista. Tale è l’amara cronaca di questi giorni, ma s’ingannano costoro se credono che la lezione dei Lumumba, la grande lezione della collettiva sollevazione degli schiavi “per natura” africani sia andata dimenticata. La ricordano non meno di noi, ne siamo certi, i più coscienti tra gli sfruttati dell’Africa e del mondo intero. E la sapranno far rivivere nella lotta a morte contro l’imperialismo, il sistema dello schiavismo moderno. Con più rabbia, più odio, più forza, più organizzazione, più coerente internazionalismo di ieri.

Il nostro modo di ricordare Lumumba è quello di pubblicare un suo appello, trasmesso per radio il 23 agosto del 1960, e riportato da Congo – il primo quotidiano congolese appartenente agli africani – del 24.8.60, di cui riproduciamo una testata particolarmente significativa. Non conosciamo altro modo per ricordare la figura del grande rivoluzionario anti-imperialista che non sia quello di prendere dalle sue parole e dalle sue azioni l’esempio e tutte le lezioni necessarie a rilanciare il moto di riscatto dell’Africa, parte integrante del riscatto degli sfruttati di tutta la terra.

PER L’UNITÀ DEL POPOLO CONGOLESE – parla Patrice Lumumba

Cari compatrioti, gli avvenimenti che viviamo in questi giorni e che gettano un fascio di luce sempre più potente su alcune realtà finora nascoste, mi impongono il dovere di tenervi informati giorno per giorno.
Il Congo, la nostra patria, ha vissuto per ottanta anni in uno stato di asservimento politico. Questo regime di schiavitù, ribattezzato dai colonialisti “opera civilizzatrice”, ha privato gli abitanti di questo vasto paese del frutto dei suoi diritti naturali.

In nome della civiltà e della religione, i colonialisti si sono abbandonati alla distruzione dei nostri valori morali e artistici.
In nome della civiltà e della religione, la personalità dell’uomo negro è stata per lungo tempo schernita, ridicolizzata, trascinata nel fango.

I colonialisti avevano distrutto con la violenza, il raggiro e la propaganda tutto ciò che rendeva fiero l’uomo africano: la sua poesia, la sua magia, la sua filosofia, le sue tradizioni, il suo folklore. L’obbiettivo dei colonialisti era quello di fare degli africani degli esseri senz’anima, senza personalità, senza originalità; dei ciechi imitatori; degli strumenti della loro propaganda, degli eterni servitori, che avevano un solo dovere: lavorare rassegnarsi e tacere.

La nostra libertà era nelle mani dei padroni bianchi: essi regolavano questa libertà come si regolano le lancette di un orologio. Noi non potevamo muoverci, andare da Leopoldville a Coquilhatville, da Luluaburg a Port Franqui se non con la benedizione dei padroni bianchi.

Quando arrivavano le otto o le nove di sera – e quest’orario dipendeva dalle città – i padroni bianchi ci chiudevano come polli nel pollaio.
E chiunque circolava violando il coprifuoco coloniale veniva arrestato e imprigionato dal “capo della circolazione notturna”. Ma loro, i padroni bianchi potevano circolare liberamente dalle sei di sera alle sei del mattino.

Gli stranieri, i padroni bianchi, avevano, solo loro, il diritto di fondare nuove chiese in casa nostra: cattoliche, protestanti, salutiste, ecc. Ma i congolesi non avevano questo diritto. È così accaduto che i discepoli di Simon Kimbangu, gli adepti di Kitawala o di altre religioni tipicamente africane sono stati perseguitati e torturati.
Essi sono stati perseguitati perché si sono opposti – in nome del principio della libertà di coscienza – al colonialismo spirituale degli occidentali.

Durante questi ottanta anni il negro di questo paese non è stato che un oggetto, e non ha avuto che una mansione: lavorare come una bestia per arricchire i colonialisti.
Questa vergognosa impresa ha avuto successo grazie a una dottrina cara agli imperialisti di tutti i tempi: dividere per regnare, asservire per sfruttare. Incitandoci gli uni contro gli altri i colonialisti sono riusciti, grazie a questa politica di divisione, a sfruttarci cinicamente per ottanta anni.

Con il denaro ricavato dalla nostra terra gli imperialisti acquistavano armi, polvere, bombe per reprimerci violentemente ogni qualvolta noi reclamavamo la nostra libertà.
Siamo stati dunque creati per vivere in eterno schiavi dell’uomo bianco?
Io non lo credo.

Dopo avere preso coscienza che la colonizzazione era una mistificazione ed era un’impresa di sfruttamento mercantile, noi abbiamo deciso, rischiando la nostra vita, di iniziare una lotta senza tregua contro il colonialismo che spogliava la nostra terra.
Uomini, donne, ragazzi, voi tutti avete risposto al nostro appello.

Percorrendo il Congo dal nord al sud, dall’est all’ovest, abbiamo gettato il seme di una dottrina rivoluzionaria nella coscienza delle masse popolari: il popolo non aveva che una canzone: Dipanda – indipendenza immediata.

I colonialisti, che vedevano franare giorno per giorno la loro impresa, destinarono allora delle somme rilevanti per costituire partiti al loro servizio ed assoldare uomini a loro devoti. Ma il valoroso popolo congolese, deciso a liberarsi dalle catene secolari del colonialismo, ha impegnato in una dura lotta 1’imperialismo e i suoi agenti negri.

Questi ultimi, respinti dal popolo, sono stati sconfitti nelle ultime elezioni.

Irritati dal loro scacco, coscienti che il popolo non vuole più chi lo inganna, i colonialisti e i loro collaboratori hanno scatenato l’ultima offensiva: la guerra di riconquista del Congo.

Utilizzando le stesse armi e le stesse astuzie, gli imperialisti hanno inventato una nuova formula: federazione, confederazione.

Tutte queste parole mirano a ingannare il popolo, perché sono una nuova forma mascherata della vecchia politica “dividere per regnare”. Queste parole nascondono i disegni reali degli imperialisti. È con queste parole che la Francia è riuscita a balcanizzare l’Africa equatoriale per accordare poi alle sue vecchie colonie una indipendenza nominale e fittizia.

Il Belgio vuol tentare la stessa operazione col Congo.
Accettereste voi, cari cittadini, una indipendenza politica sotto la dittatura economica del Belgio?
È questo l’obiettivo del federalismo: dividere il grande Congo, creare delle piccole e deboli repubbliche alla moda francese, che non potrebbero sostenersi da sole dal punto di vista economico.

E così che certe vecchie colonie francesi divenute ora “repubbliche” resteranno eternamente dominate dalla Francia.

Volete che questo avvenga nel Congo, il ricco paese dei nostri avi?
Sono convinto che voi non lo volete, perché nessun congolese degno di questo nome – a meno che non si tratti di alcuni traditori della nostra patria – è disposto a vendere il suo paese agli imperialisti.

I belgi hanno una norma: l’unione fa la forza. È con questa norma che valloni e fiamminghi si sono riuniti contro il Congo, che i colonialisti sono riusciti a dominarci per ottanta anni.

È con la nostra unità, e solo con essa – unità politica ed economica -, che noi possiamo annientare gli imperialisti. Grazie a questa unità potremo sventare i loro perfidi complotti. Senza questa unità il Congo ritornerà domani a nuova schiavitù. Non basta infatti conquistare l’indipendenza: è necessario difenderla e consolidarla.

Per questo noi dobbiamo restare uniti.
I belgi ci hanno attaccato ed hanno cercato di rovesciare il governo popolare che voi avete liberamente eletto, perché non ha voluto vendersi agli imperialisti. Hanno fatto di tutto per corromperci, perché servissimo i loro interessi, invece di servire i vostri, quelli del popolo.
Noi preferiamo morire difendendo i vostri interessi, piuttosto che cedere alle minacce e al denaro.

Oggi noi abbiamo ottenuto un grande successo: gli imperialisti sono agli estremi, piangono, sono malati, cadono in agonia. Ieri schiavo, il congolese ha preso oggi nelle sue mani i suoi destini: nulla potrà togliergli ora l’indipendenza. Il Belgio vuole dividerci per non andarsene ma se ne andrà se resteremo uniti.

E nell’unione, nell’amore e nella solidarietà reciproca che noi salveremo il nostro paese.
Congolesi, difendete la vostra terra; abbandonate i futili motivi di contrasto; il nemico è all’agguato; non diamogli l’occasione di utilizzare le nostre divisioni per conservare i suoi poteri nel paese dei nostri avi.
Sia e resti questo il nostro obiettivo più caro: il Congo ai congolesi.
Viva la repubblica indipendente e sovrana del Congo!

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