Per una piattaforma di classe sul terreno fiscale (Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

Nei mesi scorsi la nostra proposta di una patrimoniale del 10% sul 10% della società (capitalisti di varie taglie e borghesi) fondata sull’analisi delle tendenze di lungo periodo del capitale, dello stato del capitale e del fisco capitalistico, ha suscitato un po’ di discussione. Ritorniamo sul tema, a partire dall’esperienza quotidiana degli operai, dei proletari, dei salariati. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.

Detassazione dei salari, imposta progressiva, patrimoniale del 10% sul 10% più ricco!

Quando un lavoratore riceve la busta paga, sempre di più prova sconcerto per la differenza tra il “lordo” contrattato e spesso (nella logistica, almeno) frutto di lotte, e il “netto” che riceverà. Una differenza dovuta principalmente alle tasse, che tende a crescere di anno in anno, e priva i lavoratori di una buona parte dei già magrissimi aumenti ottenuti con i rinnovi dei contratti nazionali e aziendali (e con il lavoro straordinario).

Un esame approfondito di chi paga le tasse in Italia (e negli altri paesi capitalistici avanzati)1 ci mostra che a pagare le tasse sono soprattutto i lavoratori dipendenti, non i padroni o i ricchi in generale. Lo Stato negli ultimi decenni ha prelevato una parte crescente di salari e stipendi, mentre ha alleggerito il prelievo su profitti, interessi, rendite e altri redditi dei capitalisti e dei borghesi.

Lo ammettono gli stessi esperti borghesi. L’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco ha dichiarato in una audizione davanti alle Commissioni Finanze di Camera e Senato che:

In sintesi, mentre fino agli anni ’80 del secolo scorso, i redditi di lavoro rappresentavano percentuali del reddito complessivo pari al 60-65%, oggi tale quota, comprensiva anche dei redditi di lavoro indipendente, risulta in Italia inferiore al 50% (47%), al contrario, i prelievi, fiscali e contributivi, direttamente commisurati ai redditi di lavoro, rappresentano il 18% del Pil e quelli commisurati agli altri redditi solo il 6%. In altre parole, il 47% del reddito prodotto paga oggi il 75% del gettito fiscale complessivo, e il 53% solo il 25%.”

Quindi i lavoratori dipendenti, i cui salari e stipendi lordi sono meno della metà dei redditi in Italia, pagano 3 volte le imposte sui redditi rispetto a padroni, proprietari immobiliari, finanzieri e rentiers, liberi professionisti, commercianti, ecc., che hanno più della metà del reddito nazionale. Ossia, in proporzione al reddito, un operaio o un impiegato paga più di 3 volte dei ricchi borghesi! Un mondo al rovescio, a misura della borghesia. Non ce ne stupiamo, è una conferma del fatto che questa è la società della borghesia, che la borghesia è la classe dominante nel capitalismo. Ma ciò non significa che la classe lavoratrice deve accettare questo stato di cose.

Così come i lavoratori devono lottare per difendere il salario contro l’aumento del costo della vita, e per soddisfare i bisogni storicamente crescenti, così devono lottare contro un prelievo fiscale che sempre più si accanisce contro salari e stipendi. Questa lotta non è contro il singolo padrone capitalista, o contro una associazione di categoria dei padroni, ma contro lo Stato, che incarna il potere collettivo della classe dominante. Tra i poteri dello Stato c’è il potere fiscale, che poggia anche sul suo monopolio della violenza (se non paghi, ti può prendere quel che hai, e anche mettere dietro le sbarre). E le tasse che impone servono anche a mantenere questo monopolio, pagando polizia, carabinieri, guardia di finanza, esercito, magistratura, governo e parlamento che fanno le leggi.

Non solo i padroni sfruttano i lavoratori dando loro come salario solo una parte del valore che creano col loro lavoro, ma prima ancora che i lavoratori vengano pagati, arriva lo Stato a sottrarre loro una parte del salario che avevano ottenuto (IRPEF, addizionale regionale e comunale, oltre ai contributi obbligatori). Se i lavoratori non reagiscono con una lotta anche sul terreno fiscale, perdono quello che avevano conquistato sul terreno dell’azienda, o del contratto nazionale…

L’ingiustizia fiscale non è frutto del caso. È il risultato di decine e decine di leggi e leggine proposte nei decenni dai vari governi e approvate dal Parlamento a favore dei borghesi grandi, medi e piccoli, e contro i lavoratori dipendenti – operai/e, proletari/e, impiegati/e. L’imposta sui redditi come la conosciamo oggi è stata introdotta in Italia tardi, solo nel 1973. Sull’onda delle lotte operaie di fine anni ’60-primi anni ’70, con le quali i lavoratori conquistarono significativi miglioramenti salariali e normativi, venne introdotta una IRPEF con 32 aliquote, che partivano dal 10% per i redditi più bassi per arrivare al 72% per quelli più alti. Con il rifluire delle lotte, il Parlamento ha progressivamente snaturato questa imposta, alzando l’aliquota minima dal 10 al 23% (fino a 15.000 euro l’anno) e riducendo quella massima dal 72 al 43% (oltre i 75.000 euro). Il prelievo sale molto per i redditi bassi e medi (27% da 15.000 euro, 38% oltre i 28.000), e diventa piatto per i redditi elevati.

Non solo: sempre più redditi sono stati sottratti a questa tassazione (poco) progressiva e tassati in maniera fissa e più bassa di salari e stipendi: i profitti d’impresa, che erano tassati al 37%, ora sono tassati al 24%! Meno di un salario di 1.500 euro al mese… Ai grandi proprietari immobiliari è stata regalata la “cedolare secca” del 20%! I rentier della finanza pagano pure fisso, tra il 12,5% e il 26% a seconda dei titoli. Alla piccola e media borghesia con partita IVA il governo Salvini-Di Maio ha regalato la flat tax al 15% fino a 65.000 euro, cosa che “rischia” di “violare il principio economico di equità orizzontale e quello costituzionale di eguaglianza”, come ammette pudicamente lo stesso direttore generale dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini. Quasi solo salari, stipendi e pensioni sono assoggettati alle aliquote (poco) progressive dell’IRPEF.

Sintetizza ancora V. Visco: “Le tasse in Italia (ma non solo) risultano nel loro complesso progressive per i redditi bassi, proporzionali per gran parte dei contribuenti, regressive per i redditi alti” (che vuol dire che più guadagni, meno paghi in proporzione).

Questa “ingiustizia fiscale” (ingiustizia anche dal punto di vista dell’ideologia borghese dell’uguaglianza di fronte alla legge e allo Stato), riflette l’iniquità di una società divisa in classi di sfruttatori e sfruttati, ed è il prodotto di governi di centro-destra come di centro-sinistra succedutisi negli ultimi 40 anni. Essa è il prodotto non di singoli partiti, ma di tutto il sistema politico italiano, borghese e antiproletario.

Anziché svolgere una funzione di “redistribuzione” dei redditi nel senso di attenuare le differenze sociali come vorrebbe l’ideologia democratica, specie nella versione “keynesiana di sinistra”, il fisco italiano accentua queste ineguaglianze tartassando anzitutto gli operai e i proletari, i lavoratori salariati in genere, e risparmiando i capitalisti e i borghesi.

Se calcoliamo anche le perdite su detrazioni fiscali, assegni familiari e “trattamento integrativo” (i 100 euro di rimborso fiscale), che si riducono con l’aumentare dell’imponibile IRPEF, su un aumento lordo di 100 euro i lavoratori ricevono al netto solo intorno ai 40 euro (anche meno se si varcano delle soglie critiche), il resto va in tasse e contributi.

In questo modo il Fisco (lo stato-cassa della classe capitalistica) aggrava lo sfruttamento riducendo i salari, e aumentando quindi la parte del valore prodotto che viene sottratta ai lavoratori, e va al plusvalore nella forma di imposta. All’imposta si aggiungono i contributi obbligatori, sia a carico del lavoratore che versati direttamente dalle aziende (che almeno in parte sono salario differito: pensioni, infortuni, cassa malattia, cassa integrazione, indennità di disoccupazione, assegni familiari, ), e le imposte indirette: l’IVA e le accise su benzina, tabacchi, alcolici, ecc., che prelevano un’altra parte di salario nel momento dell’acquisto dei beni di consumo.

Questa altissima aliquota fiscale “marginale”, cioè sugli aumenti di retribuzione conquistati con lotte e contrattazione, determina una forte pressione verso forme retributive in nero “legali” quali i buoni pasto, il welfare aziendale, i premi di risultato, o illegali, quali trasferte e rimborsi fasulli, pagamenti fuori busta, accentuando l’aziendalizzazione del salario e il legame corporativo lavoratori-azienda [la subordinazione corporativa dei lavoratori alla “propria” azienda”], a scapito della generalizzazione della lotta per l’aumento dei minimi contrattuali e dell’unità tra lavoratori. Trasforma paradossalmente chi lotta per aumenti salariali “in regola” in una sorta di esattore per conto del Fisco.

Per questo la lotta per il salario deve essere accompagnata dalla lotta per ribaltare l’attuale sistema fiscale:

  • Detassazione del salario operaio medio. Oggi il salario è detassato solo fino a circa 8 mila euro l’anno, una cifra con cui non si può vivere. Il salario necessario per vivere, diciamo intorno a 18.000 euro l’anno (corrispondenti a 1.300 euro al mese per 14 mensilità) non deve essere tassato.
  • Imposte dirette fortemente progressive. Tornare ad esempio al 10% per redditi appena sopra il livello di esenzione, e aumentare progressivamente il prelievo, ben oltre il 50% (negli anni ’70 era il 72%) per i redditi più elevati, includendo tutti i redditi, anche i profitti, i dividendi, le rendite finanziarie e immobiliari, ecc.
  • Raddoppiare gli assegni familiari per i figli. Oggi le misure a sostegno di chi ha figli a carico in Italia sono tra le più basse dei paesi sviluppati (1,6% della massa salariale). Con l’assegno unico che entrerà in vigore a luglio, sarà allargata la platea dei beneficiari ai lavoratori autonomi, ma saranno esclusi i lavoratori dipendenti precari con contratto a termine inferiore ai due anni: un’ignominia! L’assegno unico deve essere garantito a tutti/e i salariati e raddoppiato almeno a 400 euro per figlio; con 200 euro non si fa crescere un bambino!
  • Imposta patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione. Sono coloro che da decenni hanno goduto dei privilegi fiscali. Il 10% più ricco della popolazione possiede tra il 50% e il 60% di tutta la ricchezza personale in Italia, pari a oltre 4 volte il PIL italiano. Si può calcolare che solo negli ultimi 10 anni i ricchi hanno aumentato di circa un quinto la loro ricchezza solo grazie a questi privilegi fiscali (alle tasse che hanno pagato in meno rispetto ai lavoratori dipendenti). La patrimoniale del 10% recupererebbe solo metà di questo bottino.
  • Un forte aumento dell’imposta di successione per i grandi patrimoni (in Francia arriva al 60%, contro il 4% dell’Italia) completa le rivendicazioni di classe che proponiamo sul terreno fiscale.

Da chi è costituito il 10% dei più ricchi? Da coloro che hanno patrimoni all’incirca superiori a 500 mila euro. Socialmente: tutta la grande e media borghesia, la parte superiore della piccola borghesia (i lavoratori autonomi con dipendenti). Secondo Eurostat l’Italia ha 4,5 milioni di “lavoratori indipendenti” contro i 3 milioni della Francia. Di questi 4,5 milioni, circa 3,25 milioni sono lavoratori autonomi, che vivono del proprio lavoro, mentre 1,25 milioni hanno dipendenti. A questi sono da aggiungere ad esempio quei liberi professionisti che formalmente non hanno dipendenti, ma che hanno diverse persone che lavorano per loro come liberi professionisti (studi professionali di vario genere). Grosso modo, sono queste persone, e poi gli alti dirigenti delle imprese private e pubbliche, che svolgono le funzioni dei capitalisti/azionisti, e dello Stato, con le loro famiglie, e gli ex imprenditori in pensione, a rientrare nel 10% più ricco.

Un’imposta del 10% sulla loro ricchezza frutterebbe, a seconda dei calcoli, da 400 a 500 miliardi, 2 volte o 2 volte e mezza il Recovery Fund europeo. Una somma ingente che permetterebbe di finanziare grossi investimenti sociali per una sanità pubblica, universale e gratuita, volta alla prevenzione prima che alla cura, e altri investimenti sull’istruzione.

Questa imposta e l’inclusione di tutti i redditi ora (de)tassati a parte in una imposta fortemente progressiva permetterebbero tra l’altro di finanziare il salario medio garantito a disoccupati e sottoccupati, che è tra le rivendicazioni del Patto d’Azione.

Una battaglia politica sul fisco impostata secondo una logica di classe

  • unisce operai/e, proletari/e, impiegati/e, anche i non sindacalizzati, in un unico fronte contro la borghesia;
  • porta allo scontro con i partiti parlamentari, che hanno creato e difendono questo sistema;
  • mette a nudo i rapporti tra tutte le classi e il ruolo dello Stato borghese, molto più della lotta per il salario (oggi peraltro inesistente o limitata a qualche settore come la logistica);
  • oltre a spostare sui padroni il peso del debito pubblico accumulato a dismisura nella crisi, punta ad aumentare il salario reale di tutti i lavoratori dipendenti;
  • permette quindi di coinvolgere un numero più ampio di lavoratori rispetto a quelli che oggi lottano per difendere/migliorare il proprio salario attraverso i contratti nazionali di lavoro in quanto punta ad aumentare il salario reale di tutti i lavoratori dipendenti, anche quelli che non sono coperti dai contratti nazionali o di settori che non hanno la forza di rinnovare i contratti;
  • permette di fare avanzare la coscienza dei lavoratori coinvolti e delle loro avanguardie, oltre il rapporto operaio/padrone, come “classe per sé” nei confronti delle altre classi e dello Stato.

Lungi da noi pensare che queste rivendicazioni, se ottenute con la lotta, porteranno a una società capace realmente di soddisfare i bisogni del proletariato. L’origine delle ineguaglianze, come delle crisi e delle guerre, è nei rapporti di produzione, nella scissione della società tra borghesi e proletari, sfruttatori e sfruttati, in una parola nel capitalismo, che neppure la più radicale delle riforme fiscali può terremotare. Ma perché la classe lavoratrice arrivi alla consapevolezza della necessità di lottare per superarlo, deve toccare con mano, nella lotta per miglioramenti parziali della propria condizione, il carattere classista di questa società e dello Stato, l’“ingiustizia” dal punto di vista di classe di questa formazione sociale, e la possibilità di vincere con la lotta.

Dopo 50-60 anni di progressiva detassazione del capitale e di crescente imposizione fiscale sui salari e gli stipendi, la situazione è diventata così estrema da indurre gli stessi vertici delle istituzioni internazionali (Fondo Monetario) e nazionali (Agenzia delle Entrate, Banca d’Italia) a porre la questione di rendere la tassazione un po’ meno iniqua per timore di esplosioni sociali. Biden ed i democratici statunitensi mostrano di volersi muovere in questa direzione, con la creazione di una minimum tax a livello globale sulle imprese multinazionali (purché sia adottata da tutti gli stati), l’aumento dell’aliquota aziendale sugli utili dal 21% al 28%, e la introduzione di una nuova imposta minima del 15% per le grandi imprese che, pur avendo bilanci fortemente attivi, riescono a minimizzare i loro versamenti al fisco (nel 2020, ad esempio, un anno formidabile per Amazon, il suo versamento al fisco è stato pari al 9,4% dei suoi utili). Qualche timido passo è stato fatto anche dal governo Sanchez in Spagna e prospettato da altri governi e da un pool di economisti socialdemocratici (Piketty e altri).

Secondo alcuni detrattori, che seguono astratti schemi economicisti in una logica in tutto e per tutto infantile, questo dimostrerebbe che le rivendicazioni di lotta che noi avanziamo rappresentano un accodamento a ricette proprie di settori del grande capitale finanziario. Per noi, invece, dimostrano che la questione fiscale è diventata una questione politica cruciale in questa fase di doppia crisi economica e sanitaria, ineludibile per il proletariato. Una questione su cui la grande borghesia ed i governi fanno quotidianamente politica, manovrano, per accrescere il proprio credito davanti al proletariato e agli sfruttati. In Italia questa manovra è, da decenni, a più facce: da un lato offre lo zuccherino della riduzione del “cuneo fiscale e contributivo” (con il conseguente, automatico taglio del welfare); dall’altro sollecita i capi sindacali a chiedere una “seria lotta all’evasione fiscale”, cioè una qualche tosatura di quei ceti medi accumulativi che da 75 anni sono scandalosamente esentasse, o quasi (e strutturalmente beneficiati dai condoni); dall’altro ancora sventola davanti a questa moltitudine di loro supporter esentasse (o quasi) il drappo rosso della patrimoniale “di massa” e dell’inasprimento del prelievo fiscale ai loro danni, per aizzarli contro “il fisco ladro”, visto come una diretta filiazione delle rivendicazioni operaie.

Nell’anno pandemico i detentori di grandi patrimoni hanno giocato, preventivamente, anche la carta delle donazioni trasformandosi da Conti Dracula in generosi donatori di sangue. Ma se questo non bastasse, potrebbero perfino accettare un ritocco delle aliquote fiscali più alte, che è però per il momento del tutto escluso dal governo Draghi con il suo riferimento ad una futuribile riforma fiscale da costruire sul modello danese (che ha ridotto, non accresciuto, l’aliquota massima).

L’enorme aumento del debito pubblico per tamponare l’avvitamento della crisi, che al momento appare ingannevolmente del tutto gratuito, imporrà invece a medio termine un aumento delle imposte in tutti i paesi, e in particolare in Italia, dove il debito supererà il 160% del PIL. Su quali classi sociali graverà questo aumento? Chi pagherà “il costo della crisi”? Se non vorranno accodarsi passivamente alla manovra anti-operaia del grande capitale, facendo blocco con i grandi capitalisti contro i piccoli capitalisti e lasciandosi portare al macello dai Landini&Co., i proletari e i salariati dovranno esprimere una propria autonoma posizione sulla questione, che corrisponda ai propri bisogni, e farne oggetto di mobilitazione e di lotta, in una con la lotta per gli aumenti salariali, la lotta per la riduzione degli orari di lavoro e contro i licenziamenti, per la libertà di organizzazione e di sciopero contro la repressione statale, e tutto il resto.

L’idea che la classe lavoratrice possa tenersi fuori dallo scontro intorno al fisco è totalmente fuori dalla realtà, prova di cecità, dal momento che è già chiamata in causa, sia come bersaglio designato che come “alleato” (da usare e fregare), tanto dal grande capitale quanto dai piccoli-medi accumulatori, che blandiscono operai e salariati con l’ipotesi di una generalizzata detassazione di tutto e tutti che significherebbe una sola cosa: la totale demolizione di quel che resta del “welfare” e l’esposizione individuale dei lavoratori e delle loro famiglie ai rischi e necessità della vita, esposizione che diviene un business fonte di profitti per i gruppi assicurativi, sanitari, case di cura, ecc.

Senza una mobilitazione operaia e proletaria su una propria autonoma piattaforma di classe, che abbiamo qui delineato, è facile prevedere che saranno proprio i lavoratori ad essere chiamati ancora una volta a sostenere il grosso del peso (l’alternativa è il finanziamento monetario, cioè l’inflazione, che falcidierebbe i salari).

Solo un ampio movimento politico di lotta potrà costringere governo e parlamento italiani a invertire 40 e passa anni di legislazione fiscale a favore della borghesia e sulle spalle dei proletari. La lotta contro il fisco di classe è oggi essenziale per la difesa del salario e ancor più per la crescita di un movimento operaio anticapitalista. Ed è inutile dire (ne abbiamo parlato in altri documenti) che per noi la lotta contro il fisco di classe ha una valenza internazionale perché chiama in causa una tendenza di fondo del capitale che è internazionale, e richiede il collegamento e l’unità con i proletari degli altri paesi.

23 aprile 2021

Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

1 Vedi il documento La questione fiscale e il proletariato in Italia, di cui questo testo è una sintesi.

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