Al fianco del popolo della Colombia in rivolta – Laboratorio politico Iskra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa presa di posizione del Laboratorio politico Iskra di solidarietà con il grande movimento di lotta che sommuove dal 28 aprile l’intera Colombia, un movimento nato dal rifiuto della “riforma fiscale” anti-proletaria e anti-popolare varata dal governo Duque. Così dopo Haiti, Sudan, Zimbabwe, Libano, Ecuador (e parliamo solo degli ultimi due anni e mezzo), anche in Colombia una monumentale protesta di massa con decine e decine di assassinati, centinaia di arresti e desparecidos per mano di polizia, esercito e dagli squadroni della morte (addestrati da Israele, Stati Uniti e Regno Unito), è nata sul terreno fiscale. La “riforma” Duque, infatti, prevedeva, oltre un modesto incremento delle imposte dirette sui ceti medi ed un insignificante 1% di imposta aggiuntiva (provvisoria) sui più ricchi, una rilevante crescita dell’Iva sui servizi pubblici essenziali (acqua, energia elettrica, gas, telefoni), sui servizi funerari e altri ancora, finora esenti da imposta, e su beni di prima necessità, come ad esempio alcuni beni alimentari.

Questo in un paese in cui la crisi pandemica ha portato ad un incremento devastante della povertà – secondo le stesse stime ufficiali nell’ultimo anno sono cadute in povertà, ogni giorno, 10.000 persone, mentre il settore finanziario continua a rimanere, di fatto, esentasse, dal momento che, grazie alle esenzioni di cui gode, nel 2020 ha pagato imposte pari all’1,9% dei suoi profitti. La “riforma” è stata varata dal governo Duque in nome della necessità di ridurre il debito di stato, e malamente giustificata con la foglia di fico di “aiutare i più deprivati”, proprio i più dimenticati dal mercato e dal governo. A proclamare la protesta, che ha investito 500 centri urbani e ha visto manifestazioni di sostegno all’estero da parte degli emigrati colombiani in Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Canada, Svezia e Svizzera (davanti al palazzo dell’Onu), è stato il Comando nazionale unitario composto da diverse organizzazioni sindacali.

In un nostro documento avevamo già segnalato la funzione di innesco di grandi rivolte anti-governative di masse di oppressi e di sfruttati svolto da alcuni provvedimenti fiscali, legandolo strettamente all’esponenziale ingigantimento del proprio debito a cui molti stati debbono far fronte – e ne riportiamo un passaggio in coda al testo del Laboratorio politico Iskra. Davanti ad avvenimenti di questa portata, verificatisi tra l’altro – in differenti forme e proporzioni – anche a due passi dall’Italia con il movimento dei gilets jaunes francesi innescato da una doppia decisione di Macron in materia fiscale (una a favore dei più ricchi, l’abolizione dell’ISF, l’altra a danno della massa dei salariati e degli artigiani); davanti alla quotidiana manovra politica della classe capitalistica in questa materia, mirata ad antagonizzare proletari e ceti medi, così da poter impunemente bastonare i primi e tosare i secondi; chi non riesce a capire la crescente importanza politica della questione fiscale e il carattere classista della rivendicazione della “Million tax” qui rivendicata dai compagni di Iskra, è un caso disperato di fessaggine.

AL FIANCO DELLE LOTTE IN COLOMBIA E CON MARIO NEL CUORE:

NON PAGHEREMO LA VOSTRA CRISI

In Colombia il governo Duque vara pacchetti di riforme neoliberiste sin dall’inizio del suo incarico.

Contro queste riforme si sono mosse centinaia di migliaia di persone, inizialmente student@ e indigen@ (soprattutto donne), fino ad arrivare alle imponenti manifestazioni di questi mesi e del 1 Maggio.

Ai morti degli anni precedenti se ne sono aggiunti 21 solo nelle ultime ore in particolare nel massacro di Calì, con oltre 100 feriti e 650 arresti durante gli scioperi.

L’ultima riforma di Duque vorrebbe usare la formula della solidarietà sostenibile per modificare il regime fiscale al fine di far pagare il debito contratto dal governo (6,5 mld di dollari) per affrontare la pandemia alle classi popolari.

Dopo questa dura lotta il governo ha ritirato la riforma, ribadendo però la necessità di una modifica della pressione fiscale e cercando il sostegno di altre forze politiche.

L’83% dei colombian@ sostiene lo sciopero e la protesta, che non si fermerà a questa prima e importante vittoria.

Vicini e solidali al popolo colombiano e alle sue lotte. I governi di tutto il mondo proveranno a far pagare la crisi legata al Covid19 alle classi popolari e anche in Europa e in Italia si utilizzerà una modifica del regime fiscale proprio in tal senso, come tra l’altro già annunciato dal governo Draghi.

Costruiamo una forte mobilitazione popolare contro questo progetto e per una vera e propria MillionTax, e leghiamoci a chi, dall’altra parte del mondo sta già lottando in questo senso.

Con Mario Paciolla nel cuore, che con la sua storia e la sua vita ha già creato ponti e connessioni che dobbiamo continuare a costruire.

Laboratorio politico Iskra

Rivolte popolari innescate dall’aumento delle tasse

Nel tentativo di frenare, se non altro, l’ingigantimento del loro debito, gli stati hanno adottato, con diversi tempi e graduazioni, misure di austerità e aumenti delle tasse. Là dove la tassazione diretta ha dei limiti insormontabili dovuti al misero o modesto reddito della grande massa della popolazione, e cioè i paesi dominati o controllati dall’imperialismo, i governi hanno fanno ricorso alla tassazione indiretta o, è la stessa cosa, al taglio delle integrazioni statali al prezzo di generi di prima necessità o di uso primario. Ed ecco materializzarsi nell’ultimo biennio una serie di proteste e rivolte popolari innescate proprio da decisioni di questo tipo. Ad Haiti, nel luglio 2018 è scoppiata una rivolta per il taglio delle sovvenzioni statali sul prezzo del carburante, richiesto dal FMI per concedere un “aiuto” di 96 milioni di dollari. In Sudan, nell’autunno 2018, il moto di protesta è esploso dopo che il governo di al-Bashir aveva deciso di triplicare il prezzo del pane sopprimendo i sussidi che lo calmieravano. A inizio 2019 ci sono stati dieci giorni di proteste di fuoco in Zimbabwe sorte, tra l’altro, contro il rincaro della benzina e del gas (+150%). In Libano nell’ottobre 2019 il grande movimento di lotta inter-confessionale è nato contro l’aumento del 15% dell’iva e nuove tasse sul tabacco, la benzina e le chiamate whatsapp. Più o meno negli stessi giorni le piazze dell’Ecuador si erano gremite di lavoratori e masse povere in rivolta contro il taglio dei sussidi di stato sul prezzo della benzina in vigore da 40 anni, per non dire di quelle cilene, con una sollevazione studentesca e proletaria a Santiago contro il tredicesimo aumento del prezzo dei biglietti della metro e per la gratuità dei trasporti pubblici. Anche nelle proteste popolari in 21 città iraniane nel novembre 2019 la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il previsto scatto del prezzo della benzina.

Questi importanti avvenimenti, dovuti ovviamente a ragioni che vanno molto oltre l’incremento della pressione fiscale, hanno avuto un che di analogo nella più accesa e continuativa lotta di massa scoppiata in Europa negli ultimi due anni: il movimento dei gilets jaunes nato nel novembre 2018 come protesta (di decine, poi centinaia di migliaia di dimostranti) contro una doppia decisione in materia fiscale del “presidente dei ricchi” Macron: il rincaro di 7 centesimi delle accise sul gasolio e di 4 centesimi sulla benzina, a fronte della soppressione dell’ISF, impot de solidarité sur la fortune. Riflessioni in merito da parte dei nostri critici? Zero. Per noi, invece, sono dei chiari segnali di quanto stia diventando esplosiva anche nei paesi più ricchi la questione fiscale, nel contesto dell’inasprimento di tutte le contraddizioni del capitalismo.

Per questa ragione, già a metà anni ‘10 (Il cuneo rosso, n. 2), abbiamo formulato una duplice rivendicazione politica, che coinvolge cioè l’intera classe lavoratrice: il totale annullamento del debito di stato, e “un sistema fiscale imperniato sulla più decisa progressività della tassazione e su una imposta sui patrimoni che finalmente faccia pagare i proprietari del capitale e i redditieri che hanno fatto la pacchia per decenni”. Nel settembre 2019, davanti alle prime evidenti avvisaglie di una nuova crisi e contro l’insidiosa iniziativa sul terreno fiscale, differenziata ma combinata, di Lega da un lato per la flat tax, di governo/Cgil dall’altro per il mini-taglio del cuneo fiscale, di marca chiaramente anti-operaia la prima, truffaldina la seconda, abbiamo formulato la rivendicazione poi fatta propria dal Patto d’azione: una patrimoniale del 10% sul 10% dei più ricchi, proprietari di più del 40% della ricchezza nazionale, e del 55% degli assets finanziari. Con quale destinazione d’uso? Per “attaccare le vere emergenze sociali”, quelle che riguardano la classe lavoratrice e la parte non sfruttatrice della società. L’esplosione della crisi sanitaria ed economica, con l’ingigantimento senza precedenti del debito di stato (schizzato in pochi mesi dal 135% a circa il 160%), ha portato in primo piano una secca alternativa non aggirabile: o pagano i proletari e i salariati con il debito di stato, o pagano gli sfruttatori con la lotta per la million tax e tutto il resto. Punto.

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