Palestina: l’assassinio di Nizar Banat e la rivolta contro Abu Mazen

Dal 24 giugno al 4 luglio le città di Al-Quds (Gerusalemme), El Khalil (Hebron) e Ramallah sono state percorse e scosse da manifestazioni di protesta contro l’assassinio di Nizar Banat ad opera dei corpi speciali dell’Anp di Abu Mazen, nelle quali è stato riproposto lo slogan delle grandi sollevazione arabe del biennio 2011-2012: il popolo vuole la caduta del regime – il regime in questione è, stavolta, la screditatissima “autorità nazionale palestinese” che risiede a Ramallah e fa capo ad Abu Mazen, legata con mille fili ad Israele e alle potenze occidentali. Gli altri slogan ripetuti erano “Lascia Abbas!” (Mahmoud Abbas è Abu Mazen) e “Nizar è il popolo, e il popolo non muore“.

Nizar Khalil Muhammad Banat era un attivista dell’opposizione politica all’Anp della città di El Khalil. Un tempo membro di Al Fatah, Banat ne era uscito, e per questa sua nuova collocazione politica, era stato costretto a cessare la sua attività di professore, e svolgere il lavoro di falegname. Da anni si era particolarmente esposto nella denuncia della corruzione dell’Anp, del sistema giudiziario e della repressione in Cisgiordania. Di recente aveva attaccato Abu Mazen & Co. anche per la gestione della vaccinazione anti-covid – si tratta di questo: a giugno il governo di Israele, avendo a disposizione 1 milione e mezzo di dosi di vaccino Pfizer prossime alla scadenza, le aveva vendute all’Anp, e in questo affare pare che circa 3 milioni di euro siano stati intascati personalmente dal capo dei servizi segreti e da un ministro dell’Anp.

Era già stato in passato più volte sottoposto ad interrogatorio ed arrestato per le critiche all’Anp e la denuncia della sua subordinazione all’occupante israeliano. Questa volta, però, i servizi di intelligence dell’Anp non si sono limitati all’arresto. Come ha denunciato la sua famiglia, a notte fonda Nizar Banat è stato – senza alcun mandato legale di arresto – massacrato a colpi di manganello, bastoni di legno e un pezzo di ferro da 25 “ufficiali” del Servizio preventivo di intelligence (Preventive Security and General Intelligence) a Dura, un distretto di El Khalil, in casa di un suo cugino, e in seguito alle ferite riportate è morto prima di essere ricoverato in ospedale.

Per quanto se ne parli poco, in Cisgiordania il controllo della popolazione palestinese e delle attività politiche non è svolto solo dall’esercito e dai servizi israeliani, è svolto anche – e in modo asfissiante – dalla polizia e dai servizi dell’Anp. In questo territorio non ci sono soltanto carceri israeliane, c’è anche il carcere palestinese di Ariha (Gerico) in cui sono rinchiusi, e anche torturati, palestinesi. Proprio nei giorni scorsi, per l’esattezza il 6 luglio, ci sono state decine di arresti tra giornalisti, professori, attivisti e manifestanti che protestavano contro l’uccisione di Nizar Banat alla Rotonda Manara di Ramallah: aggrediti, picchiati e incarcerati, denuncia il sito di informazione Shabka Quds al Akhbaryeh. Nel mirino ci sono, tra gli altri obiettivi, sia gli studenti che i docenti più radicali dell’università di Bir Zeit – ma non soltanto i più radicali. Il 6 è stato il turno di Nadia Habash, una docente di ingegneria molto nota in Medio oriente, a cui per lunghi anni lo stato di Israele ha vietato di viaggiare.

Come documentano Akhbar 24 e Al Hadaf, i servizi di sicurezza palestinesi non si differenziano affatto – per i loro metodi e le loro finalità – dai servizi di sicurezza degli stati (borghesi, aggiungiamo noi) in generale, inclusi quelli di Israele. Negli ultimi 15 giorni si sono infiltrati nelle manifestazioni in abiti civili, hanno picchiato e trascinato via in stato di fermo o di arresto i manifestanti ritenuti più pericolosi, distrutto le macchine fotografiche dei reporter, sequestrato cellulari – per riaverli, si deve passare attraverso interrogatori, minacce e ricatti. In certi casi l’intimidazione avviene direttamente con armi da fuoco: è successo a Taffuh, dove le forze di “sicurezza” dell’Anp hanno sparato il 3 luglio contro l’ambulatorio del dentista Ghanem Irzaiqat, “colpevole” di aver condannato l’assassinio di Nizar Banat – che, quindi, in questo contesto, non si può considerare un’anomalia. L’ultimo avvertimento contro Banat erano stati appunto 60 colpi di arma da fuoco sparati contro la sua abitazione, mentre lui e la sua famiglia erano all’interno.

Il contesto politico in cui è maturato quest’assassinio è quello del disperato tentativo di Abu Mazen di conservare una qualche funzione e “autorità”, nonostante il discredito sempre più ampio che ha investito la sua cricca di borghesi arricchitisi con la gestione di ogni tipo di commercio con Israele e attraverso un uso molto spesso spregiudicato e privato dei fondi provenienti dalle petrolmonarchie e da altri “donatori”. Di recente l’asse Stati Uniti/Unione europea aveva preso la decisione, provocatoria e criminale al 100%, di assegnare ad Abu Mazen e al suo giro di profittatori i finanziamenti per la “ricostruzione” di Gaza in modo da acutizzare al massimo le tensioni tra Anp e Hamas, e contrastare così il “sentimento unitario” che aveva caratterizzato la nuova sollevazione palestinese nel maggio scorso. Questo sentimento che aveva fatto definire l’ultima sollevazione “l’intifada dell’unità” (abbiamo ripreso questa formula, sebbene la denominazione più diffusa di essa sia Intifadha al Karama, l’Intifada della dignità), non derivava da accordi o compromessi di vertice tra le diverse rappresentanze palestinesi; era espressione di un bisogno profondo delle masse più oppresse e sfruttate di Gaza, di Gerusalemme e della Cisgiordania, e non poteva che essere visto con allarme da Israele e dai suoi protettori. Di qui la decisione di giocare ancora una volta la carta logora di Abu Mazen, appena reduce dalla decisione di rinviare le elezioni che non si tengono da 15 anni. Ma, inevitabilmente, il tentativo di rilegittimazione di costui e della sua cricca passa attraverso lo schiacciamento dei “dissidenti”, anche di quelli – come Nizar Banat e gli appartenenti al suo Partito della libertà e della dignità – che continuavano e continuano ad illudersi sulla possibilità di far cambiare opinione se non agli Stati Uniti, almeno all’Unione europea.

C’è da considerare, però, anche il contesto territoriale in cui questo omicidio è avvenuto, quello di El Khalil (Hebron), che spiega anche le forti reazioni popolari che esso ha suscitato. Come ha scritto Shaden Ghazal, “Quando si parla di El Khalil, si parla di tragedia nella tragedia. Si parla di una delle realtà palestinesi da cui più emerge la drammaticità dell’occupazione. Una città fantasma, divisa in due (una zona controllata dall’autorità palestinese, l’altra sotto giurisdizione militare e amministrativa israeliana), con soldati in ogni angolo che puntano fucili, arrestano bambini, sparano. Quando si nomina El Khalil, si pensa alle reti che i palestinesi devono mettere per proteggersi dai rifiuti che i coloni lanciano dalle loro case, ma si fa riferimento anche a migliaia di attività commerciali palestinesi chiuse dall’esercito israeliano con ordini amministrativi. Si parla di Shuhada Street, la strada che si immette direttamente nel souq della città e che dal 2000 è interdetta ai palestinesi. Si parla di paura, di rabbia giustificata, di ingiustizia e di umiliazione quotidiana, ma anche di forte resistenza portata avanti da donne e uomini come Youth Against Settlements. Va inoltre ricordato che i nuovi provvedimenti israeliani dichiarano alcune zone di El Khalil ‘aree militari chiuse’ e hanno obbligato i cittadini palestinesi a registrare la loro residenza. Tutte ordinanze apparentemente volte a placare le ondate di violenza, ma che in realtà nascondono l’ormai evidente strategia di colonizzare completamente l’area ed espellere man mano i palestinesi residenti”.

El Khalil fu occupata dall’esercito israeliano nel 1967 e divenne subito area di sperimentazione di un’occupazione portata avanti dai coloni e sostenuta da esercito e governo israeliano nonostante le innumerevoli risoluzioni ONU che condannavano le colonizzazioni di terre palestinesi, trattate da Israele, e da moltissimi governi che le firmavano, alla stregua di carta straccia. Dal 1979 iniziarono ad arrivare in città gruppi di coloni tra i più fanatici, che fondarono la prima colonia in Cisgiordania, la colonia di Kiryat Arba. In poco tempo circa 500 coloni, protetti da un migliaio di soldati dell’IDF, arrivarono a controllare la città palestinese e i suoi circa 150mila abitanti, costretti a subire violenze, restrizioni, aggressioni, rappresaglie e deportazioni forzate dalle proprie case e strade. La riuscita dell’esperimento di colonizzazione attuato ad El Khalil ha poi determinato la costruzione di insediamenti e colonie sia in prossimità della città sia nelle aree limitrofe, fino ad assurgere ad un vero e proprio “modello”, che ha preso il nome di “hebronizzazione” delle città palestinesi. Hebron è il nome ebraico di El Khalil, e l’hebronizzazione dei centri storici palestinesi è un progetto militare e amministrativo che Israele sta attuando indisturbato – indisturbato per quello che riguarda la cosiddetta “comunità internazionale”, nome nobile di quel consesso di gangster che sovrintendono all'”ordine internazionale”, ma fieramente contrastato con un’indomita capacità di resistenza da quanti e quante sono convinti che “se Israele vince a El Khalil, vincerà in tutta la Palestina”.

Con il trattato di Oslo la città è stata divisa in due aree: H1, sotto controllo dell’autorità palestinese; l’area H2 posta sotto il controllo militare e amministrativo di Israele. Il 25 febbraio del 1994 nella moschea di Abramo, ad El Khalil, avvenne l’eccidio di 29 palestinesi in preghiera durante il Ramadan per mano del fanatico colono Baruch Goldstein che faceva parte del movimento ebraico estremista Kakh, considerato illegale dalla stessa corte di giustizia israeliana per il suo razzismo e la sua violenza. A Baruch Golstein è stata dedicata una tomba-mausoleo, che è meta di pellegrinaggio dei coloni più fanatici.

Oggi a El Khalil i coloni attaccano indisturbati i palestinesi. Se accorre l’esercito israeliano, la polizia palestinese, secondo il Protocollo di Hebron del 1997, deve lasciare gestire la situazione agli israeliani. Quando le forze di polizia palestinesi vogliono intervenire, devono chiedere autorizzazione agli israeliani. Questa organica complicità ha compromesso l’immagine della leadership di Mahmoud Abbas (Abu Mazen). In un contesto storico-politico come quello di El Kalil è maturata negli anni una delle più accese opposizioni all’Anp, costituita da forze di Hamas e del FPLP, dal Comitato popolare per le libere elezioni e contro la corruzione, e dai comitati popolari di lotta non violenta, che condividono la delusione e la rabbia per ciò che l’amministrazione di Abu Mazen fa, ed è. [Quando parliamo di questa amministrazione, è bene non dimenticare la stratificazione in classi sociali che l’attraversa: sono circa 600.000 gli stipendiati dall’Anp, ma – naturalmente – una cosa sono i capi dei servizi e i ministri, altra gli infermieri e gli insegnanti. Tuttavia è bene tener presente che è abnorme l’ampiezza degli apparati di repressione, una abnormità che è frutto, appunto, della subordinazione dell’Anp alle imperative richieste di Israele di esercitare un controllo occhiuto e duro su tutta la popolazione palestinese della Cisgiordania.]

“Nena News” commenta l’assassinio di Banat in questo modo: “giunge in un periodo di grave crisi per Fatah, il partito di Abu Mazen, e per l’Anp. Il presidente non ha saputo gestire l’escalation di questi mesi, a partire dal movimento popolare di protesta nato intorno ai minacciati sgomberi di famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est; è quasi scomparso durante l’offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza; e insiste a mantenere una carica senza più alcuna legittimità, vista l’assenza di elezioni dal 2006. Una debolezza che danneggia il movimento palestinese di base e di cui stanno approfittando soprattutto le forze islamiste, a partire da Hamas, che sta incrementando i consensi in ogni angolo della Palestina storica”.

Non concordiamo in nulla con questa analisi. Non si tratta affatto di “incapacità”: per una linea di asservimento ad Israele quale è quella di Abu Mazen e dei suoi la sollevazione popolare nata dalla resistenza a Sheikh Jarrah non è stata una benedizione, bensì una maledizione. E altrettanto vale per la resistenza armata di Gaza, perché l’una e l’altra mettono in discussione proprio quel servile “compromesso” a cui si è piegata Al Fatah, dagli accordi di Oslo in poi. Tale servile “compromesso” non è frutto dell’imperizia di questo o di quello, deriva dal categorico rifiuto delle potenze occidentali, delle petrolmonarchie, dei restanti stati arabi di mettere in discussione il diritto dello Stato di Israele a colonizzare l’intero territorio della Palestina storica. Per l’imperialismo occidentale, per la Russia e per i poteri capitalisti del mondo arabo e islamico lo stato di Israele è intoccabile, e lo è anche per la cricca di arricchiti e profittatori che si identifica con Abu Mazen.

In queste circostanze, tenuto conto anche della decisione di Abu Mazen di annullare le elezioni previste per il 22 maggio e il 31 luglio (per la certezza di perderle), è del tutto inevitabile che Hamas – in quanto forza che continua a resistere all’aggressione israeliana – veda crescere il suo credito a livello popolare. Ma la sollevazione della primavera 2021, da Al Quds a Gaza, non va identificata con Hamas, perché contiene nell’auto-attivazione di massa che l’ha resa possibile (culminata nello sciopero generale “dal mare al fiume”), nella sua radicalità e nel suo bisogno di unità “in basso”, tutte le premesse per andare al di là di Hamas, del suo interclassismo, delle sue connessioni con forze statali che hanno interesse a giocarsi la “carta palestinese” sui tavoli della contrattazione con l’Occidente, più che a vedere risolta definitivamente la “questione palestinese”.

Perché la soluzione definitiva della “questione palestinese” passa di necessità per un generale terremoto sociale e politico di tutta l’area medio-orientale, un vasto e radicale moto rivoluzionario che veda protagoniste le masse sfruttate e oppresse di Palestina, del Libano, dell’Egitto, della Giordania, del Maghreb, e faccia a pezzi non solo le fondamenta dello stato coloniale di Israele ma anche le fondamenta degli stati borghesi arabi che da mezzo secolo almeno puntellano Israele, a cominciare dall’Egitto degli eredi di Sadat, dalla Giordania della dinastia hashemita sporca del sangue palestinese dai tempi del “settembre nero”, e dall’Arabia saudita che usa in modo spudorato la religione islamica per le cause più reazionarie. Noi siamo convinti che alla crisi del nazionalismo arabo, dell'”inter-nazionalismo” arabo e all’avvento, dal ’79 in poi, dell’ “internazionalismo” islamista, che già tante delusioni ha dato alle masse dei senza riserve, anzitutto in Iran, dove i proletari e i lavoratori sono sfruttati e oppressi come in tutto il resto del Medio Oriente, seguirà la stagione dell’internazionalismo proletario, dell’unità tra gli sfruttati e le sfruttate di tutta questa regione, inclusi quelli ebrei che si saranno rivoltati contro la propria classe dominante – l’unità nella lotta contro l’intero assetto imperialista, colonialista, capitalista che soffoca le classi lavoratrici del mondo arabo e islamico.

Sappiamo che molti dei nostri amici e delle nostre amiche palestinesi, con cui siamo stati fianco a fianco “da sempre”, e da ultimo in questa primavera, considerano questo nostro un sogno da internazionalisti rivoluzionari, da marxisti d’altri tempi. Fa niente. Sarà la realtà a rispondere, domani o dopodomani. Per intanto c’è da denunciare il nuovo governo di Israele, che continua con le provocazioni e le aggressioni ai danni dei palestinesi di Al Quds; che protegge i coloni tanto quanto lo faceva Netanyahu; che – come ha denunciato di recente Jonathan Cook – continua con le incursioni mascherate nottetempo nelle case dei palestinesi per terrorizzare anche i bambini; c’è da lottare contro l’appoggio incondizionato che il governo, i servizi segreti, il sistema scolastico, le università, i mass media italiani ed europei danno allo Stato di Israele, ad ogni suo sopruso dentro e fuori i confini di Israele; c’è da denunciare la potente macchina della propaganda falsificatrice dell’hasbara italiana; c’è da fiancheggiare e difendere quei militanti e quelle militanti palestinesi che coraggiosamente si schierano qui contro ogni ipotesi di resa ad Israele. E in questi scontri noi rivoluzionari internazionalisti siamo e saremo al nostro posto.

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