“Dai fratelli, tutti qui uniti!” La risposta di lotta all’assassinio di Younes El Boussettaui a Voghera e a Bologna

Sono passati sette giorni dall’omicidio di Younes El Boussettaui per mano dell’assessore alla sicurezza di Voghera Massimo Adriatici. L’assassino è ai domiciliari, dove cerca di superare, dice, il suo trauma. La sindaca si dice preoccupata per questo trauma, con notevole sensibilità. L’avvocato di Adriatici spiega che circolare con un’arma carica senza sicura aiuti contro lo stress in situazioni di minaccia, quindi almeno l’assessore ha sparato con animo sereno.

Abbiamo già commentato l’assassinio di Younes – espressione conseguente della macchina del razzismo di stato. Qui trovate dei materiali sulla riposta data soprattutto dalla comunità degli immigrati sabato a Voghera, e su un importante presidio di solidarietà svoltosi a Bologna.

La manifestazione di Voghera ha risposto all’appello di Bahija, sorella di Younes, lanciato l’indomani dell’omicidio a sangue freddo, con queste parole pronunciate sul luogo del delitto:

Gli ha sparato e lo ha ucciso qui, ieri. Mio fratello ora è in cella mortuaria, ha lasciato due bambini. L’avvocato che gli ha sparato invece è a casa sua e dorme. Aiutatemi! Io sabato verrò qui di nuovo, chi conosceva Younes, sia chi ha visto qualcosa sia chi non ha visto nulla venga qui ad aiutarmi a vendicare mio fratello. Sabato alle ore 16:00. Voce fuori campo: dai fratelli, tutti qui uniti! Gli ha sparato, e ora dorme a casa sua! Ha lasciato due bambini. Marocchini e musulmani, per piacere aiutate la vostra sorella. Condividete il video, sabato alle ore 16:00 facciamo un sit-in per il nostro fratello Younes e lo vendichiamo. In piazza Meardi Voghera. Grazie!

Il comitato 23 settembre ha rilanciato una dichiarazione rilasciata sempre da Bahija con parole forti. Le riprendiamo, in parte, riproponendo più sotto il video.

“Contro chi si volta dall’altra parte, con la scusa che era povero, senza fissa dimora, non del tutto in sé, un perdente, insomma, facciamo nostra la richiesta di verità e giustizia, dando voce all’appello della sorella, che con la forza necessaria ridà alla sua figura umanità e dignità. Un appello che chiede giustizia, che i giudici si sono affrettati a negare parlando di eccesso di legittima difesa (per difendersi dalle spinte è giusto girare armati con il colpo in canna), una giustizia che deve venire dal basso, una giustizia che non si realizzerà nelle aule dei tribunali ma nella solidarietà militante degli oppressi e nel rifiuto dei sentimenti subumani e dell’odio di classe e razzista che sta alla base di gesti come questi”.

La manifestazione di Voghera ha avuto diverse sfaccettature. Organizzato da Noi siamo Idee, all’evento hanno partecipato le forze della sinistra “radicale”, collettivi antirazzisti, antifascisti e a tutela dei diritti umani. E’ stata forte la denuncia contro l’amministrazione, che per contribuire ad isolare l’iniziativa ha sostanzialmente invitato i commercianti ad abbassare le serrande. Il senso politico dell’evento, però, per quello che riguarda i partecipanti italiani, è suonato come un generico appello alla giustizia, anche sociale, per realizzare con spirito umanitario l’integrazione dall’alto degli “ultimi”, come se questi dovessero restare per sempre tali o comunque sotto tutela (salvo l’aspettativa di non essere ammazzati o eccessivamente discriminati).

D’altro canto, questa risposta di piazza, pensata inizialmente come semplice presidio, si è trasformata in un corteo vivace, animato soprattutto da una massa di lavoratrici, lavoratori e giovani immigrati soprattutto marocchini. E’ stata questa la migliore traduzione concreta e collettiva delle forti parole di Bahija. Non si è umilmente invocata giustizia, anche se questo è stato il tenore delle dichiarazioni dei leader ufficiali della comunità. I video mostrano che i manifestanti gridano in continuazione “assassino”, fino ad arrivare sotto il municipio, dove l’autore del delitto era di casa come assessore alla “sicurezza”. Esprimono rabbia e volontà di riscatto, come chi sente che l’assassinio di un fratello è figlio del medesimo sistema di sfruttamento e di oppressione di cui sono vittima ogni giorno. Sono la stessa rabbia e la stessa volontà di riscatto dimostrate dalla seconda generazione, con le ragazze in testa, nelle manifestazioni di denuncia dell’ultima aggressione israeliana contro la popolazione palestinese. Perché lo stato di Israele è l’incarnazione più brutale – in Palestina – dell’oppressione sistematica dei lavoratori immigrati che avviene nelle democrazie occidentali.

Al presidio tenutosi in contemporanea a Bologna, Karim, a nome del Si-Cobas, ha saputo dare voce, ed un senso politico profondo, alla combattività dimostrata dalla comunità dei lavoratori immigrati a Voghera. Il neocolonialismo, che costringe all’emigrazione; il razzismo istituzionale come arma per far chinare il capo agli immigrati rendendo possibile un di più di sfruttamento e dividendo il corpo dei lavoratori; la necessità di una risposta unitaria, di classe e internazionalista. Qui il suo intervento.

La risposta all’omicidio di Voghera fa vedere il corpo e la testa di un nuovo soggetto di lotta fatto da immigrati per lo più giovani, con un ruolo importante, di primissima fila, delle donne – anche se la grande maggioranza dei compagni continua ancora a ignorarlo. Questo soggetto sta cercando di dare la sveglia ai giovani e ai lavoratori italiani.

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