Afghanistan: una disfatta storica degli Stati Uniti e dell’Italia. E ora? – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

1. Sconfitta, disastro, debacle, agghiacciante fallimento, vergognosa ritirata, una catastrofe dei nostri eserciti e dei nostri valori, una disfatta peggiore di quella subita da parte dei vietcong mezzo secolo fa: una volta tanto, la stampa dei regimi occidentali, detti comunemente democrazie, non ha indorato l’amarissima pillola che i signori della guerra di Washington&Co. hanno dovuto deglutire in questi giorni.

Molti commentatori sono sorpresi. Non riescono a spiegarsi come i sistemi militari, gli apparati di intelligence e la diplomazia di una coalizione così potente hanno fallito davanti ad un “gruppo insurrezionale” (i talebani) di qualche decina di migliaia di guerriglieri, che non aveva dietro di sé nessuna grande potenza né chi sa quale addestramento militare, dotato di un armamento in alcun modo paragonabile a quello dei volonterosi carnefici della Nato. È la sorpresa che colpisce metodicamente i guru della geopolitica, convinti come sono – per la loro ottusa ideologia – che la tecnologia bellica, il denaro e i servizi segreti decidano di tutto, e che nelle vicende della storia le masse sfruttate e oppresse contino zero.

Invece hanno vinto i talebani afghani. E l’impatto internazionale della loro vittoria è enorme. Perché, come ha osservato Mosés Naím, “incoraggerà tutti gli avventurieri [coloro che non si inginocchiano ai comandi statunitensi – n.] a sfidare il potere americano, intaccherà la fiducia degli alleati negli Usa, e rafforzerà la convinzione dei rivali autocratici come Cina e Russia di possedere un modello superiore alle democrazie”. È l’ennesima prova del fondamento materialista del nostro internazionalismo: la presa di Kabul, capitale di una nazione che è, per il suo Pil, al posto 106 nel mondo e intorno al posto 170 per Pil pro capite (quindi, uno tra i paesi più poveri del mondo), sta avendo e avrà un enorme impatto internazionale – per gli sconfitti, per i vincitori, e per quanti non appartengono a nessuna delle due schiere.

2. Insieme alla sconfitta militare, è bruciante la sconfitta politica e di immagine subita dall’Occidente. Vent’anni di guerra neo-coloniale, in cui l’Italia è stata implicata a fondo con il suo contingente militare e i suoi maneggi, una guerra che fu definita “chirurgica”, lasciano un paese sanguinante e distrutto. Almeno 240.000 uccisi tra civili (la grande maggioranza) e guerriglieri. Un numero maggiore di storpi (i disabili permanenti sono almeno 1 milione) e feriti. Altre centinaia di migliaia di morti per fame, malattie e mancanza di servizi essenziali. 5,5 milioni di sfollati interni e profughi in Pakistan, Iran e altre decine di paesi, dove subiscono, come proletari di riserva, discriminazioni e vessazioni di ogni tipo. 6 abitanti su 10 nella povertà più estrema, raddoppiata nell’ultimo ventennio. Un pil pro capite di 500 dollari l’anno (l’1% di quello degli Stati Uniti). Un paese pervaso da una corruzione devastante a tutti i livelli dell’amministrazione statale – dono dei grandi corruttori occidentali; in preda alla violenza individuale e di gruppo; sfregiato dalla più grande concentrazione di prostitute dell’Asia (specie a Kabul, città pullulante di occupanti, dove la sola ambasciata Usa aveva 4.000 addetti); infestato dall’uso delle droghe (il 9% degli adulti è tossicodipendente).

Quanto alle donne, le donne afghane per cui singhiozzano inconsolabili tutti i Draghi e i Sofri del mondo, in vent’anni la loro situazione non è affatto migliorata. Il tasso di mortalità delle partorienti è fermo a quello che era al tempo del primo governo dei talebani: ogni mille parti ci sono 16 donne che muoiono. Almeno 66.000 di loro sono state rese vedove o orfane dagli strateghi del Pentagono, che hanno gettato allo sbaraglio i loro mariti e i loro padri nella polizia o nell’esercito della cosiddetta repubblica islamica dell’Afghanistan, il regime-fantoccio messo in piedi dai “liberatori”. Si è allargato l’accesso delle bambine all’educazione, è vero, ma dopo vent’anni solo 1 ragazzo/a afghano/a su 10 conclude gli studi secondari. I crudi dati dell’Unicef sono questi: 3,8 milioni di bambini hanno bisogno di aiuto umanitario; 3,7 milioni non vanno a scuola; 600.000 soffrono per forme di severa malnutrizione; il 30% dei bambini lavora. E in questi vent’anni ogni stramaledetto giorno di guerra 9 bambini/e sono stati uccisi o storpiati da noi-“liberatori”, molti saltando per aria su bombe e mine disseminate in ogni dove e opportunamente dipinte a colori vivaci per sembrare giocattoli. Per non parlare della piaga del bacha bazi, lo stupro di bimbi e adolescenti ad opera di signorotti, funzionari governativi e membri della polizia, che si è espansa nel periodo dell’occupazione alleata civilizzatrice. In tante aree rurali di un paese che è tuttora prevalentemente rurale, la condizione generale, e quella delle donne in particolare, è peggiorata rispetto al 2001. La “propaganda del silenzio” ha nascosto e nasconde tuttora questa sfilza di orrori agli occhi degli occidentali, ma non può farlo alla grande massa degli afghani e delle afghane oppressi. L’imprenditrice Zahra Ahmadi o la pop star Aryana Sayeed, le donne afghane che vengono esibite sui media come un nostro trofeo di conquista, fanno parte di un infimo strato sociale privilegiato di professioniste, artiste e collaboratrici dei “nostri” contingenti militari, delle “nostre” ambasciate, delle “nostre” governative Ong; donne che sono state, e si sono, separate dalla sorte della stragrande massa delle donne afghane.

Per creare una simile devastazione su cui troneggiava un pugno di profittatori alla Ashraf Ghani, dileguatosi negli Emirati arabi con 4 macchine e un elicottero colmi di banconote; per produrre un bagno di sangue come pochi nella storia recente (tutti all’interno del mondo arabo-islamico); gli Stati Uniti hanno speso 2.261 miliardi di dollari (300 milioni al giorno) e l’Italia almeno 8,5 miliardi di euro. A conferma, se ce ne fosse bisogno, che la sola opera in cui eccelle oggi l’imperialismo occidentale, l’incarnazione più tipica del capitalismo in putrefazione, è la distruzione.

3. L’Italia, l’Italia di Berlusconi, di Prodi, di Monti, di Letta, di Renzi, di Gentiloni, di Conte 1 e 2, di Draghi, l’Italia della destra, del centro, della sinistra, degli atlantisti e dei “sovranisti”, dei bellicisti e degli spiriti umanitari, è stata dal primo giorno compartecipe di questo massacro. Lo è stata a suo modo. Con un contingente militare passato dai 350 iniziali ai 4.250 del 2011, il più ampio messo in campo negli ultimi decenni (guarda caso, proprio il momento in cui Roma ha imposto a Kabul un accordo quadro di “cooperazione”). E con una missione che una vecchia volpe della prima repubblica ha descritto così: “caratterizzata per un approccio non da combattenti ma, sebbene armati, da portatori di pace anche quando non senza ambiguità i loro compiti erano quelli dell’addestramento militare [!]. Al loro fianco centinaia di operatori di organizzazioni non governative [essenziali truppe ausiliarie del neo-colonialismo da “italiani brava gente” – n.] si sono dedicati insieme ai pubblici ufficiali a compiti civili quali la definizione insieme agli afghani di codici e di procedure giuridiche, all’approntamento di strutture sanitarie, alle esigenze educative, familiari e professionali delle donne afghane”.

Forse è per questo che gli “eroi” italiani morti in guerra sono stati appena 53 (non conosciamo, però, il numero degli afghani che questi “eroi” hanno assassinato). Del resto, dai tempi della guerra di Crimea e del conte di Cavour, per la borghesia italiana è prassi farsi ammettere ai conciliaboli di “pace” gettando sul tavolo un pugno di cadaveri. Anche dopo la disfatta, la Roma di Draghi e Mattarella sta brigando per avere la propria libbra di carne afghana, o quale che sia. Massolo, l’ambasciatore presidente di Fincantieri, sostiene che “L’Italia leader del G-20 e credibile sul terreno per la sua gestione esemplare del territorio di Herat avrebbe delle carte da giocare”. E se le giocherà in continuità con l’azione “esemplare” svolta nei vent’anni di guerra.

Dopo vent’anni, la bandiera tricolore è rispedita al mittente

4. A noi internazionalisti, che siamo stati tra i pochi a denunciare senza sosta, con gli scarsissimi mezzi a nostra disposizione, l’aggressione all’Afghanistan e la “guerra infinita” contro le masse oppresse del mondo arabo-islamico proclamata da Bush nell’autunno 2001, la clamorosa disfatta degli Stati Uniti, dello stato italiano, dell’intero Occidente, fa immenso piacere. L’alleanza delle democrazie imperialiste, il bastione della reazione capitalistica internazionale, esce da questa vicenda molto indebolita, sul piano materiale e soprattutto nel suo “morale”. Ma alla loro sconfitta non corrisponde una nostra vittoria, una vittoria dell’internazionalismo proletario e della prospettiva comunista, bensì solo la creazione di condizioni oggettivamente più favorevoli al processo rivoluzionario alla scala internazionale. Condizioni che potranno esprimere a pieno le loro potenzialità positive solo se il movimento proletario ritroverà in Occidente, dall’Italia agli Stati Uniti, la sua autonomia ideale, politica, organizzativa, e saprà protendersi con un messaggio anti-colonialista di classe verso gli sfruttati dell’Afghanistan e degli altri paesi schiacciati dalle potenze che hanno devastato l’intero mondo arabo-islamico.

5. I vincitori immediati di prima fila della guerra sono i talebani. Con loro c’è, in seconda fila, l’insieme dell’assai composito mondo dell’islamismo politico. Chi sono i talebani? Dei semplici tagliagole, secondo una visione “di sinistra” che mutua le proprie categorie, talvolta senza accorgersene, dalla propaganda colonialista? Nient’altro che i “nuovi narcos”?, come sostiene Saviano, crociato a giorni alterni. In realtà, che ci piaccia o meno, sono stati, e in certa misura sono tuttora, l’espressione della resistenza degli strati rurali più poveri alla nuova invasione straniera e al regime di affittati creato dagli occupanti dopo il 2001. Questi studenti ed ex-studenti delle madrasse (scuole coraniche) divenuti guerriglieri hanno un’origine controversa: per alcuni, dovuta in modo determinante allo stato del Pakistan e al sostegno degli Usa; per altri, invece, tutta endogena e religiosa, legata alla riformulazione in chiave integralista e oscurantista del deobandismo, corrente sunnita di impianto riformatore-illuminato. La cosa certa, invece, è che hanno potuto attingere a una grande tradizione di resistenza armata delle popolazioni afghane alle potenze coloniali, dal momento che dal 1839 è toccato ben quattro volte agli eserciti occupanti essere sconfitti sul territorio afghano: tre volte agli inglesi, l’ultima ai russi. Il popolo afghano, frammentato tutt’oggi lungo linee etniche, culturali, religiose, tribali (meno di un tempo, però), riesce a unirsi contro gli invasori e la loro sistematica pretesa di portare in questo paese, che è stato in altri secoli vivissima culla di alta cultura, la “civiltà”, identificata con i propri interessi di sfruttamento e di dominio. E una di queste quattro volte, era il 1879, la resistenza al colonialista straniero (nel caso, l’inglese) avvenne sotto la guida di una giovane donna dalla parola di fuoco: la poetessa Mamalai – lo ricordiamo a quanti (anche all’estrema sinistra) guardano a queste popolazioni con un senso di degnazione, senza saperne nulla.

Nella galassia dell’islamismo politico internazionale i talebani costituiscono una delle componenti più reazionarie, più abbarbicate all’assurda convinzione che si possa e si debba replicare nel mondo d’oggi la società islamica ideale conformata dal profeta Maometto millequattrocento anni fa. Nei secondi anni ‘90 tale convinzione li portò a chiudere le scuole femminili, vietare alle donne di lavorare fuori casa – sebbene un quarto dei servizi sociali di Kabul, l’intera rete dell’istruzione elementare e gran parte delle strutture sanitarie fossero gestite da donne -, distruggere gli apparecchi tv, mettere al bando la musica, etc. Nella loro rigida applicazione della sharia rientrava anche la lotta alla corruzione, alla violazione delle leggi, al taglieggiamento dei mercanti sui poveri, ai soprusi dei signorotti locali, e la decisione di non stipendiare funzionari e soldati, dando loro soltanto cibo, indumenti, calzature e armi – tutte misure che, per un tratto, gli hanno assicurato una certa popolarità. Popolarità che già prima del 2001, però, era in netto calo, a causa del loro fanatico settarismo etnico e religioso, e della loro versione estremamente immiserita della civiltà islamica delle origini, epurata da filosofia, scienza, arte, multiculturalismo (fenomeni entrambi estranei alla storia afghana), nonché per la loro totale impreparazione a gestire l’economia del paese.

6. I talebani di oggi si mostrano diversi da quelli di ieri. E forse sono stati resi tali da un ventennio di globalizzazione capitalistica forzata della società afghana, con l’ingresso nel paese di banche e compagnie straniere in ogni ramo d’attività, centri commerciali, reti informatiche, e dalla necessità di fronteggiare una coalizione internazionale molto più agguerrita delle forze dei mujahedin e degli stessi russi. La loro ideologia di fondo, tuttavia, non appare cambiata, e ciò renderà complicato il loro processo di modernizzazione, con probabili fratture al loro interno. Tra l’altro in questo ventennio si è affiancato a loro un personale legato ai Fratelli musulmani che ha della società “islamica” e del suo governo un’idea più laica e apertamente filo-capitalistica, non corrispondente a quella dei talebani. Inoltre i capi talebani d’oggi non sono più, al modo del mullah Omar, poveri e incorruttibili, dal momento che sono strettamente intricati con l’intera trama di rapporti mercantili fioriti intorno all’immenso traffico dell’oppio, agli scambi mercantili con la Cina e il Pakistan, agli investimenti esteri. Beninteso: i capi talebani non sono mai stati anti-capitalisti, ma da un po’ hanno iniziato a provare i brividi di passione per il dio-denaro, e si vedrà a quanto salirà la loro febbre una volta al governo del paese. Per finire, essi si trovano oggi davanti al dilemma difficilissimo da sciogliere: porsi da nazionalisti afghani, o dare spazio alle cellule di al Qaeda e dell’Isis presenti in territorio afghano, e rilanciare una sorta di “internazionalismo” pan-islamista? Dopo la loro marcia trionfale verso il potere, che gli è stata spianata dagli accordi di Doha, avranno bruttissime gatte da pelare. Ed è assai improbabile che ne usciranno vivi.

7. Con i talebani esultano i movimenti islamisti più diversi, fieri del fatto che dei loro correligionari hanno battuto quello che un tempo Khomeini definì il “grande Satana”. Questi movimenti sono tra loro profondamente divisi, più che per la contrapposizione tra sunniti e sciiti, per la diversità degli interessi nazionali e delle classi, o frazioni di classe, con cui si identificano. Sono uniti, invece, dall’aspirazione a conquistare per l’insieme delle nazioni di tradizione islamica un posto meno marginale nel mercato mondiale e sulla scena politica internazionale. Sono, perciò, movimenti che puntano alla trasformazione dell’attuale ordine mondiale. Per questa ragione molti di essi, al governo o all’opposizione, pencolano, o cominciano ad essere attratti, verso l’asse Pechino-Mosca-Iran, che contesta agli Usa l’eterno diritto di fare il bello e il cattivo tempo da unica super-potenza. Gli stessi talebani, ferocemente anti-comunisti, occhieggiano alla Cina in modo scoperto, e per neutralizzare l’ostracismo delle potenze occidentali sconfitte, sono pronti ad aprire le porte agli investimenti cinesi assai più di quanto non avessero già fatto in precedenza Karzai e Ghani.

L’esultanza degli islamisti appare in questi giorni, però, più ufficiale (di governo e di stato) che spontanea e popolare, se si eccettua Peshawar e pochi altri centri pakistani che hanno legami consolidati con i talebani.

8. E ora? Siamo forse all’inizio di un mondo post-americano? No, calma. America is back, il motto elettorale di Biden, è stato ridicolizzato da questi avvenimenti, non c’è dubbio. L’America è tornata sì, ma a casa, con la coda tra le gambe. Questo comporta un riequilibrio di forze a favore della Cina, e dei suoi effettivi o potenziali alleati. Vedremo se questo riequilibrio allontanerà, almeno per un po’ di tempo, lo spettro di una nuova guerra mondiale tra gli antagonisti Stati Uniti-Cina, oppure se incentiverà nuove fughe in avanti anche sul piano militare. In ogni caso tra le due superpotenze del capitale globale si intensificherà ulteriormente la contesa, con effetti che possono dar vita a un’escalation incontrollabile di colpi e dissestare l’economia di entrambi i paesi con effetti pesanti sull’esistenza dei lavoratori. Un dissesto che potrebbe portare in primo piano lo scontro tra la classe capitalistica e il proletariato, tra sfruttatori e sfruttati.

Dopotutto – pochissimi lo hanno notato – il ritiro statunitense dall’Afghanistan è stato determinato anche proprio da questa dinamica. L’opinione pubblica statunitense era infatti da tempo favorevole al ritiro, e il favore è cresciuto dopo l’esplosione della crisi del 2008. Il militarismo è un grande campo di accumulazione del capitale: nessun paese più degli Stati Uniti ha inverato questa tesi marxista. Ma caricare all’infinito i costi di un simile investimento sulla classe lavoratrice, se ha le sue difficoltà in tempi di espansione, diventa ancora più complicato in tempi di crisi. Negli Stati Uniti segnati da un’inaudita polarizzazione sociale, scossi dal Black Lives Matter, flagellati da un’epidemia di “morti per disperazione”, con enormi aree di povertà e precarietà dell’esistenza, c’è nel proletariato e negli strati in via di proletarizzazione una grande stanchezza per le imprese belliche. Sia Obama che Trump e Biden ne hanno dovuto tenere conto, entrando spesso in attrito con i comandi militari. Stanca delle “guerre infinite” comincia ad essere pure la truppa statunitense, se a fronte di 2.312 militari morti sul campo in Afghanistan, ci sono stati, nello stesso periodo, 30.177 suicìdi, e anche qualche episodio di esplicita insubordinazione.

È escluso, tuttavia, che Stati Uniti, Italia, le transnazionali occidentali si allontanino dall’Afghanistan senza colpo ferire. È un paese strategico per il controllo dell’Asia centrale. Divenuto ancor più importante a seguito delle indagini geologiche svolte dagli occupanti yankee che hanno certificato che il sottosuolo afghano è uno dei più ricchi giacimenti minerari del mondo: valore stimato, 1 trilione di dollari. Contiene 2,2 miliardi di tonnellate di ferro, 60 milioni di tonnellate di rame, quantità rilevanti di petrolio e di gas, cobalto e oro, e soprattutto litio in quantità (tanto da far definire l’Afghanistan “l’Arabia saudita del litio”), lantanio, niobio, cerio, neodimio e altri metalli rari insostituibili nella produzione delle più moderne apparecchiature tecnologiche… cioè i “nostri” valori. “Non possiamo accettare questo ridimensionamento”, scrive la bellicista “Repubblica”, facendo finta che in ballo ci sia l’universalismo democratico come principio guida da esportare, anziché la pretesa democratica di saccheggiare impunemente l’universo mondo importando sovraprofitti da sogno.

Tra le file degli sconfitti che non possono accettare la sconfitta c’è già una piccola pattuglia di ultra-bellicisti – con i soldi e le vite degli altri – del genere di Renzi, Bonino, Gasparri e generali vari che scalpita perché si prepari da subito la rivincita militare. Il direttorio dell’UE prende atto, per il momento, che “bisogna trattare con chi ha vinto”. Intanto prova, in ordine sparso, a gestire l’immigrazione afghana riducendola al minimo. Dietro la patina diplomatica e dell’emergenza umanitaria, però, non ci vuol molto a vedere che si stanno approntando una serie di misure volte a scatenare nuovi conflitti armati in Afghanistan e a rendere impossibile ogni forma di stabilità che possa avvantaggiare la Cina. Le potenze occidentali che nel ventesimo secolo hanno sabotato e soffocato i due unici tentativi di modernizzazione borghese del paese, l’uno compiuto negli anni ‘20 dal re Amanullah (un amico della Russia sovietica), l’altro guidato alla fine degli anni ‘70 dal Partito democratico del popolo afghano, complottano oggi perché l’Afghanistan non riesca ad uscire dall’abisso in cui è stato precipitato dalla loro guerra. Ed è molto probabile che per la seconda volta avranno un oggettivo alleato proprio nei talebani – un’“alternativa” debolissima e fallace alla repubblica di cartapesta appena crollata, che solo la brutalità degli Stati Uniti&Co. e la venalità dei loro alleati afghani ha fatto riemergere, e che per durare dovrà giocoforza appoggiarsi su forze esterne al paese.

9. Di tutta questa vicenda i proletari d’Italia e di Occidente sono parte in causa, anche se purtroppo non si sentono tali.

Ai più coscienti tra loro diciamo: la selvaggia devastazione dell’Afghanistan operata dalla coalizione della Nato è soltanto l’aspetto estremo di un sistema sociale in preda a convulsioni sempre più incontrollabili, che stanno producendo anche qui, in un paese ricco com’è l’Italia, forme di sfruttamento ottocentesche, disoccupazione, impoverimento, malattie, disastri ambientali. D’altra parte, la disfatta subita dalla coalizione della Nato segnala che non c’è più alcuna egemonia dell’Occidente in nessun luogo del mondo. I dividendi del saccheggio imperialista di un tempo non torneranno mai più per l’accresciuta resistenza delle masse sfruttate dell’Est e del Sud del mondo. Riconosciamo che la sorte dei nostri fratelli di classe afghani, medio-orientali, asiatici è la nostra stessa sorte. Uniamo le forze per combattere insieme contro il capitalismo, le sue guerre devastatrici e le sue paci infami.

Il governo Draghi, l’UE, Washington si rivolgono oggi ai lavoratori con una campagna islamofobica e razzista scatenata che, mentendo, fa dei talebani il perfetto prototipo degli “islamici”, tutti arretrati, violenti, oppressori delle donne. Lo fanno per dare legittimità alla guerra dei vent’anni, alimentare la voglia di prenderci una rivincita sugli attuali vincitori, e soprattutto per giustificare le grandi manovre in corso per tenere sotto scacco gli sfruttati dell’Afghanistan e dell’intero mondo arabo-islamico.

Respingiamo al mittente l’invito. Opponiamoci alla nuova campagna islamofobica che vuole creare un solco di diffidenza e di odio tra proletari immigrati dai paesi di tradizioni islamiche e proletari autoctoni.

Opponiamo alla falsa propaganda “femminista” dei governi occidentali il dato storico inconfutabile che colonialismo e neo-colonialismo hanno portato alle donne oppresse afghane, palestinesi, irachene, algerine, iraniane, libiche e di ogni altra nazionalità “di colore”, nient’altro che povertà, lutti, patologie, lavoro forzato, violenza sessuale, alleandosi sempre con i portatori locali di valori e costumi patriarcali – e aggiungendo ai soprusi tradizionali la pretesa di imporre loro gli aspetti più deleteri del “modello di donna” occidentale. Il rispetto della donna afghana o “islamica” da parte dei colonizzatori di ieri e di oggi è solo un’ignobile mascherata. Se con i talebani al governo, la massa delle donne contadine e proletarie sarà astretta a vecchi e nuovi vincoli che tenderanno a stabilizzarne l’asservimento ai maschi, la liberazione da questi vincoli non potrà che essere opera delle loro stesse mani. Noi siamo dalla loro parte. E dalla parte di quella tradizione di lotta che nella storia afghana e centro-asiatica c’è, e risale al Congresso dei popoli dell’Oriente di Baku (1920), che ha unito la lotta per la liberazione della donna alla lotta per la liberazione dall’imperialismo. Qualche primo segnale di reazione delle donne già si vede nelle strade delle città afghane, e c’è da augurarsi, se non verrà represso nel sangue, che non si faccia irretire dalle sirene dei colonizzatori occidentali.

Se sarà consentito a questo sventurato paese un minimo di sviluppo economico, noi siamo certi che farà sentire la sua voce anche il suo giovane proletariato, ad iniziare da quello delle miniere al momento polverizzato in piccole imprese familiari, magari raccogliendo l’esempio dei milioni di proletari afghani dispersi in tutto il mondo e costretti, come è destino dei profughi di guerra, negli ultimi gironi dello sfruttamento capitalistico.

Denunciamo le manovre del governo Draghi e delle imprese italiane che stanno seminando in Afghanistan e in tutto il Medio Oriente allargato le premesse di nuovi conflitti armati e di nuovi disastri sociali. Il pretesto è quello della lotta al terrorismo jihadista, ma la vicenda di questa “guerra infinita” dimostra che non c’è al mondo un terrorismo più efferato e sistematico di quello agito dall’imperialismo occidentale.

L’opposizione a questa propaganda e a queste manovre non sarà un frutto spontaneo dell’evolversi delle cose. Richiede un lavoro politico organizzato, incardinato sull’internazionalismo di classe, che è altra cosa dall’inter-nazionalismo dei popoli. Abbiamo intenzione di svilupparlo, e ci servono forze, molte forze!

23 agosto

Tendenza internazionalista rivoluzionaria

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