Afghanistan: gli affari d’oro dei big statunitensi della produzione di morte – Jon Schwarz

Per unanime ammissione dei diretti interessati (che avrebbero ogni vantaggio a negarlo), la guerra in Afghanistan si è conclusa, con una disfatta politico-militare, tale soprattutto per gli Stati Uniti, il paese-guida della coalizione occidentale.

Tuttavia c’è un comparto fondamentale dell’apparato industriale e di potere degli Stati Uniti che in questa guerra ha prosperato alla grande: è quello composto dai grandi gruppi dell’industria della morte. Ne fornisce una prova dettagliata l’articolo di Jon Schwarz, che riprendiamo da The Intercept nella traduzione di Giulia Luzzi.

Il militarismo, ha scritto Rosa Luxemburg, “appare al capitale un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione”. Nell’intera storia del capitalismo nessun altro paese ha puntato le sue chance di supremazia sul mercato mondiale sul militarismo quanto gli Stati Uniti. Tant’è che – come ricorda Schwarz – perfino un generale diventato presidente (Heisenhower) si sentì in obbligo, lasciando la presidenza nel gennaio 1961, di mettere in guardia dallo strapotere del complesso militare-industriale del suo paese. Nei sessant’anni successivi, però, questo complesso non ha fatto altro che ingigantirsi ulteriormente attraverso un impressionante seguito di guerre guerreggiate (Vietnam, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan sono state soltanto le più devastanti) o simulate (le “guerre stellari”), fino ad arrivare a coprire anche più del 50% della spesa militare mondiale (ora è “appena” al 39%). Ebbene, inizia ora ad essere evidente ad occhio nudo il rovescio della medaglia dei formidabili investimenti nelle tecnologie e tecnostrutture della produzione di morte e devastazione.

Rosa Luxemburg aveva indicato già un secolo fa il meccanismo che nel lungo periodo tramuta il militarismo da “mezzo di primordine” dell’accumulazione di capitale nel suo contrario, cioè in un mezzo altrettanto rilevante del suo caotico inceppamento; e poiché oggi la vicenda dell’imperialismo statunitense è ancora quella che incide di più sullo scenario mondiale, in un formidabile fattore di diffusione del caos nel capitalismo mondiale. Senza metterci qui a discutere i limiti della sua concezione dell’accumulazione e della crisi capitalistica, ascoltiamo un passaggio della sua analisi che suona davvero preveggente:

«Quanto più energicamente il capitale si serve del militarismo per assimilarsi i mezzi produttivi e le forze-lavoro di paesi e società non capitalistici attraverso la politica coloniale e mondiale, tanto più energicamente il militarismo lavora, nel cuore stesso dei paesi capitalistici, per sottrarre agli strati non-capitalistici della sua terra di origine, ai rappresentanti della produzione mercantile semplice, così come alla classe operaia, una percentuale sempre maggiore di potere d’acquisto; priva sempre più i primi delle loro forze produttive e comprime sempre più il livello di vita dei secondi, per dare poderoso impulso, a spese di entrambi, all’accumulazione del capitale. Ma da entrambi i lati le condizioni dell’accumulazione di capitale si tramutano , ad un certo livello, in condizioni del suo tramonto.

«Con quanta maggiore potenza il capitale, grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all’estero, degli strati pre-capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano, tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalle crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia al dominio del capitale, prima ancora che, sul terreno economico, esso sia andato ad urtare contro le barriere naturali elevate al suo stesso sviluppo.»

I lauti, strepitosi rendimenti intascati dai maggiori contractors statunitensi della Difesa sono entrati in rotta di collisione con gli interessi complessivi dell’imperialismo a stellestrisce, anzitutto e proprio della sua coesione sociale interna, progressivamente erosa, se non minata, anche dal militarismo. Ne hanno dovuto prendere atto tanto Trump (per primo) quanto Biden in quanto portatori degli interessi strategici di più lungo respiro del capitale “nazionale” che è sempre più in affanno nella contesa mondiale con il rivale ascendente Cina e nel mantenere intorno a sé il vecchio quadro di alleanze.

E tuttavia la potenza raggiunta negli Stati Uniti dal comparto industriale-finanziario specializzato nella produzione di morte e le crescenti tensioni internazionali rendono prevedibili altre guerre che, naturalmente, l’Occidente condurrà – specie se si tratterà, una volta di più, del mondo arabo-islamico – all’insegna della difesa della democrazia, dei diritti umani, delle donne, etc. E sarà la premessa di altre disfatte (Macron, ad esempio, ha provato il gusto amaro del fallimento della missione “Barkhane” in Africa occidentale). Per intanto in tutto il mondo, a cominciare dalla Cina dove cresce da molti anni a ritmo sostenuto (+76% nel periodo 2011-2020), la spesa bellica appare come “un mezzo di prim’ordine nella realizzazione del plusvalore”, tant’è che anche nell’anno primo della pandemia covid-19, mentre la produzione complessiva mondiale scendeva del 4,9%, la spesa militare continuava a salire del 2%.

Avanti così, sullo stesso tracciato obbligato del super-militarismo gringo, verso “nuove catastrofi e convulsioni politiche e sociali”…

La guerra in Afghanistan è stata un fallimento? Per i cinque principali contractor delle Difesa e per i loro azionisti, no. – Jon Schwarz

10.000 dollari investiti in azioni della Difesa ad inizio della guerra in Afghanistan, ora valgono quasi 100mila dollari.

Se hai acquistato azioni per 10.000 $, equamente divise tra i cinque principali contractor della Difesa americana il 18 settembre 2001 – giorno in cui il presidente George W. Bush ha firmato l’autorizzazione all’uso della forza militare in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre – e hai reinvestito tutti i dividendi, ora varrebbero 97.295 $.

Si tratta di un rendimento molto maggiore di quello dato dal mercato azionario complessivo nello stesso periodo. 10.000 $ investiti in un fondo indicizzato S&P 500 il 18 settembre 2001, varrebbero ora 61.613 $.

Il che significa che, durante la guerra in Afghanistan, i titoli della Difesa hanno superato il mercato azionario del 58%.

Inoltre, dato che i cinque maggiori appaltatori della difesa – Boeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics – fanno parte delle 500 società al primo posto di S&P 500, le altre aziende hanno avuto rendimenti inferiori a quelli dello S&P.

Dati questi che smentiscono la valutazione secondo la quale la veloce conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani dopo il ritiro degli Stati Uniti ha reso la guerra in Afghanistan un fallimento. Al contrario, dal punto di vista di alcuni dei più potenti personaggi negli Stati Uniti, è stata un successo straordinario. In particolare, i consigli di amministrazione di tutti e cinque i contractor della Difesa includono ufficiali militari di alto livello in pensione.

Diversi commentatori trattano di questa dimensione nel documentario del 2005 “Why We Fight”, a proposito di un monito del presidente Dwight Eisenhower relativo al complesso militare-industriale. L’ex appaltatore della CIA ed economista Chalmers Johnson ha detto: “Vi garantisco che quando la guerra diventa così redditizia, ne vedremo altre ancora”. Un tenente colonnello dell’Air Force in pensione ha dichiarato: “Gli americani che hanno un figlio o una figlia che sta per essere mandato in missione militare … guardano il rapporto costi-benefici e dicono: ‘Non credo che sia una buona cosa’. Ma i politici che se ne intendono di appalti, appalti futuri, tirano conclusioni diverse sui costi-benefici della guerra”.

Ecco i dati specifici per i maggiori contractor dal settembre 2001. Tutti, tranne Boeing, ricevono la maggior parte dei loro introiti dal governo americano.

S&P 500

Rendimento complessivo: 516,67%

Rendimento annualizzato: 9,56%

Acquisto di azioni per $10.000 nel 2001, oggi valgono $61.613,06.

Paniere delle azioni dei primi cinque contractor

Rendimento complessivo: 872,94%

Acquisto di azioni per 10.000 $ nel 2001 (2.000 $ di ogni azione) oggi valgono 97.294,80$

Boeing

Rendimento complessivo: 974,97%

Rendimento annualizzato: 12,67%

Acquisto di azioni per 10.000 $ nel 2001, oggi valgono 107.588,47 $.

Il consiglio di amministrazione include: Edmund P. Giambastiani Jr. (ex vice presidente, Capo di stato maggiore), Stayce D. Harris (ex ispettore generale, Air Force), John M. Richardson (ex capo delle operazioni navali)

Raytheon

Rendimento complessivo: 331,49%

Rendimento annualizzato: 7,62%

Azioni per 10.000 $ acquistate nel 2001, oggi valgono 43.166,92 $.

Il consiglio di amministrazione comprende: Ellen Pawlikowski (generale dell’aeronautica in pensione), James Winnefeld Jr. (ammiraglio della marina in pensione), Robert Work (ex vice segretario della difesa)

Lockheed Martin

Rendimento complessivo: 1.235,60%

Rendimento annualizzato: 13,90%

Acquisto di azioni per 10.000 $ nel 2001, oggi valgono 133.559,21 $.

Il consiglio di amministrazione include: Bruce Carlson (generale dell’aeronautica in pensione), Joseph Dunford Jr. (generale in pensione del Corpo dei Marine)

General Dynamics

Rendimento complessivo: 625,37%

Rendimento annualizzato: 10,46%

Acquisto di azioni per 10.000 $ nel 2001, oggi valgono 72.515,58 $

Il consiglio di amministrazione include: Rudy deLeon (ex vice segretario della difesa), Cecil Haney (ammiraglio della marina in pensione), James Mattis (ex segretario della Difesa ed ex generale del corpo dei marines), Peter Wall (generale britannico in pensione).

Northrop Grumman

Rendimento complessivo: 1.196,14%

Rendimento annualizzato: 13,73%

Acquisto di azioni per 10.000 $ nel 2001, oggi valgono 129.644,84 $

Il consiglio di amministrazione include: Gary Roughead (ammiraglio della Marina in pensione), Mark Welsh III (generale dell’Aeronautica in pensione).

Tutti i calcoli del rendimento delle azioni sono stati fatti con il calcolatore DRIP di Dividend Channel per il periodo dal 18 settembre 2001 al 15 agosto 2021. Essi riportano i rendimenti al lordo di tutte le tasse e oneri e non sono aggiustati per l’inflazione.

https://theintercept.com/2021/08/16/afghanistan-war-defense-stocks/

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