Iran: cresce l’organizzazione operaia nel settore petrolchimico – M.A. Kadivar e A.

Il petrolchimico di Mahshahr nella provincia del Khuzestan, a sud-ovest di Teheran

Ritorniamo sugli scioperi operai degli ultimi mesi in Iran traducendo un articolo postato il 25 agosto su MERIP (Middle East Report and Information Project), uno dei siti sul Medio Oriente più attendibili. Lo facciamo per l’importanza che ha avuto ed avrà il proletariato dell’Iran nello sviluppo dello scontro di classe in Medio Oriente e a livello internazionale.

L’articolo conferma in pieno, con una ricchezza di elementi di fatto, che in Iran – anche per effetto delle odiose sanzioni statunitensi e dell’irruzione della pandemia da covid 19 – gli antagonismi sociali si stanno acutizzando con un epicentro che nell’ultimo decennio è sempre più spostato verso il cuore del proletariato industriale (inclusa l’industria dei trasporti).

Il testo di Mohammad Ali Kadivar, Peyman Jafari, Mehdi Hoseini e Saber Khani ha un che di flemma “accademica”, vi si avverte un certo distacco dagli avvenimenti. Ma è ricco di notizie e di valutazioni sobrie, utili a comprendere le tendenze in atto. In particolare, mostra bene l’abilità di manovra delle autorità della repubblica islamica che abbinano alla repressione le operazioni necessarie a tenere divise le lotte, isolando il settore più sfruttato, esposto e combattivo della classe, cercando di cooptare quello più protetto e stabile, e di riattivare istituzioni “operaie” (i cosiddetti consigli islamici) già da tempo disattivate, per imbrigliare e far arenare ciò che più temono: la ripresa di un’attività autonoma del proletariato industriale.

Questa ripresa parte necessariamente dalle tematiche concernenti le condizioni di lavoro e la libertà di organizzazione, e procede – visti i precedenti – con un misto di prudenza e di fermezza nel mantenere il punto, soprattutto quando si tratta di difendere la propria auto-organizzazione: “La cosa più importante [di questo giro di lotte] è che abbiamo sperimentato il nostro grande potere come lavoratori, e questo ci mette in una posizione più forte per portare avanti le nostre richieste. In particolare, siamo riusciti a formare un consiglio organizzativo perché sia il vero rappresentante dei lavoratori”. Avanti così! – quale che sia l’esito immediato di questi mesi di lotte.

https://merip.org/2021/08/labor-organizing-on-the-rise-among-iranian-oil-workers/

Il 19 giugno 2021, il giorno successivo alle elezioni presidenziali nella Repubblica islamica dell’Iran, è iniziata un’ondata di scioperi tra i lavoratori nel settore petrolifero, del gas e nell’industria petrolchimica dell’Iran, con richieste di aumenti salariali, stabilità del posto di lavoro e migliori condizioni di sicurezza e salute.

Nei primi giorni le notizie sulle elezioni hanno distolto l’attenzione dagli scioperi, ma quando l’ondata di scioperi si è estesa a nuove regioni e a nuove raffinerie petrolifere e petrolchimiche, una serie di gruppi sociali e politici ha iniziato a prestarvi attenzione. Gli scioperi, in ragione della loro dimensione, diffusione geografica e relativa forza organizzativa, hanno acquisito una valenza politica. Inoltre, le loro vertenze e rivendicazioni hanno preso piede presso ampi strati della popolazione attiva e stanno facendo rivivere i ricordi politici legati al ruolo dei lavoratori del petrolio negli eventi storici della rivoluzione iraniana del 1978-1979. Ma, cosa, ancora più importante, la portata dei recenti scioperi petroliferi (anche se inferiore alle proteste del gennaio 2018 e del novembre 2019 scaturite da una mobilitazione spontanea legata ad una questione di carattere nazionale), è stata facilitata dal loro coordinamento a livello nazionale.

Le dinamiche degli scioperi petroliferi di questa estate sono notevoli per almeno quattro ragioni.

In primo luogo, questa ondata di protesta da parte di lavoratori temporanei e a contratto mostra come costoro abbiano imparato dalle loro lotte precedenti e abbiano accumulato esperienza nel portare avanti le proprie richieste. Una stima del 2011 calcolava in 90.000 i lavoratori ufficiali nell’industria petrolifera e in 160.000 (ovvero il 64% del totale) i lavoratori informali, mentre un’altra stima indica che i lavoratori a contratto a termine costituiscono il 75 percento della forza lavoro[1]. Sebbene non ci siano dati ufficiali sul numero degli scioperanti, si stima che inizialmente 10.000 lavoratori abbiano aderito agli scioperi, un fatto senza precedenti dagli scioperi di massa nel settore petrolifero nel tardo 1978 [in seguito lo sciopero si è allargato fino a coinvolgere 70-80.000 operai e tecnici – ndr]. Un numero significativo di lavoratori con contratto a termine ha accumulato esperienze che consentono loro di imparare dalle lotte precedenti, per organizzare gli scioperi in modo più efficace e portarli avanti per un periodo più lungo. Questo vantaggio è in parte il risultato della relativa continuità dell’attivismo sindacale nell’industria petrolifera. L’anno scorso, ad esempio, ha avuto luogo uno sciopero simile tra i lavoratori con contratto a termine, e nel settore petrolifero si sono verificate proteste quasi annuali negli ultimi anni. La natura dell’industria petrolifera ha anche facilitato il processo di apprendimento tra i lavoratori del settore, poiché concentrazioni di lavoratori relativamente grandi sono state riunite in luoghi remoti come Asaluyeh nella provincia di Bushehr per costruire nuove strutture.

In secondo luogo, come l’anno scorso, i lavoratori temporanei hanno formato un comitato per coordinare questa ondata di scioperi in vari siti dell’industria petrolifera. Come illustrato nell’immagine 1, la diffusione geografica dell’attuale ondata di scioperi è impressionante, e ha coinvolto nel periodo compreso tra il 19 giugno e l’11 luglio 102 fabbriche e raffinerie e 39 sharestan [gli sharestan sono una suddivisione delle 31 province in cui è diviso l’Iran, e sono in tutto 429]. Questa ondata si è già estesa al di là di quella dell’agosto 2020, che ha coinvolto per circa due mesi 42 siti in 17 sharestan.

Il comitato [di coordinamento] è particolarmente importante, dal momento che l’industria petrolifera è un settore altamente securizzato e sorvegliato, e lo stato reprime le organizzazioni sindacali indipendenti. Ciononostante, i lavoratori a contratto nell’industria petrolifera hanno formato organizzazioni sindacali autonome attraverso mezzi astuti, come la creazione di un’organizzazione-ombrello con una funzione di coordinamento e tenendo assemblee locali. In alcuni casi, i lavoratori invitano le autorità a presentare richieste alle proprie riunioni, piuttosto che inviare rappresentanti dei lavoratori alle autorità. Questi incontri sono importanti per sostenere le proteste, ma anche per coltivare una cultura democratica radicale di iniziative del tipo bottom-up.

Terzo, grazie a questa capacità organizzativa, gli scioperi sono stati coordinati tra le diverse località. Nel corso degli ultimi anni si sono verificate numerose proteste su base mensile; eppure, nonostante il loro gran numero e la presentazione di istanze simili, quelle proteste erano spesso indipendenti l’una dall’altra. Talvolta, insegnanti, camionisti o pensionati hanno coordinato nello stesso e giorno in diverse città delle proteste, solitamente non di lunga durata. Il coordinamento e la conseguente continuità degli scioperi di questa estate possono essere paragonati alle manifestazioni scoppiate circa tre settimane prima nella provincia del Khuzestan il 15 luglio per protestare contro la scarsa qualità dell’acqua. A causa della loro intensità e della loro localizzazione in spazi urbani, le proteste in Khuzestan hanno guadagnato molta più attenzione da parte dei media e dell’opinione pubblica rispetto agli scioperi del petrolio. Le proteste per l’acqua non sono durate più di dieci giorni poiché hanno dovuto affrontare una grave repressione del governo. Gli scioperi del petrolio, invece, hanno avuto vita più lunga rispetto alle proteste per l’acqua e sono entrati nella loro nona settimana.

Una quarta caratteristica degna di nota degli scioperi è l’alto livello di tangibile solidarietà. Inizialmente, i lavoratori formali dell’industria petrolifera hanno dichiarato il loro sostegno e solidarietà a quelli temporanei. Man mano che costoro hanno ricevuto maggiore attenzione da parte dei telegiornali, anche altri gruppi sociali e politici hanno rilasciato dichiarazioni a sostegno dell’ondata di scioperi. I gruppi che hanno annunciato il loro sostegno alle richieste degli scioperanti includono i lavoratori siderurgici di Ahvaz, il Sindacato dei lavoratori della Teheran e Suburbs Bus Company, il Consiglio dei pensionati, il Sindacato dei lavoratori della canna da zucchero di Haft-Tappeh, l’associazione degli insegnanti di Eslam-Shahr e Teheran, un gruppo di avvocati e diversi gruppi dell’opposizione politica sia all’interno del paese, sia tra quelli della diaspora in esilio. Anche organizzazioni sindacali di Svezia, Canada e Francia hanno dichiarato il loro sostegno. Sebbene le proteste dei lavoratori e di altri gruppi sociali siano state frequenti negli ultimi anni, un livello così alto di sostegno sociale e politico non ha precedenti. Ad esempio, quando i lavoratori del petrolio hanno iniziato lo sciopero l’anno scorso nello stesso momento in cui altri gruppi come pensionati e insegnanti stavano organizzando i loro, i diversi gruppi di scioperanti non si sono collegati tra loro e non era presente l’attuale livello di sostegno sociale ora sperimentato dai lavoratori del petrolio.

I lavoratori respingono il neoliberismo autoritario

In forza della loro dimensione, portata e dinamica, gli scioperi petroliferi hanno suscitato molta attenzione politica, sia da parte dell’élite politica iraniana, sia da parte dell’opposizione. Il ministero del petrolio ha dichiarato che le istanze dei lavoratori interinali sono al di fuori della sua giurisdizione, e vanno rivolte alle imprese appaltatrici. Il presidente Hassan Rouhani ha anche affermato che il problema dei lavoratori con contratto a termine “non ha nulla a che fare con l’industria petrolifera”. Molti funzionari iraniani, in particolare a livello regionale e locale, hanno simpatizzato con i lavoratori in sciopero, incolpando gli avidi appaltatori delle loro cattive condizioni. Da parte dell’opposizione, da sinistra a destra, dentro o fuori il Paese, il sostegno agli scioperi del petrolio è stato universale. Le figure di opposizione e le organizzazioni di destra di solito attribuiscono le cattive condizioni di lavoro alla cattiva gestione delle imprese, al clientelismo e alla corruzione. Senza dubbio, questi fattori giocano un ruolo. Nell’industria petrolifera, ad esempio, gli appalti vengono spesso affidati a società collegate ai Guardiani della Rivoluzione o a organizzazioni di beneficenza, ma vi sono anche centinaia di società private che operano in questo settore [2]. Sia la narrativa dello Stato che quella dell’opposizione ignorano la misura in cui la condizione dei lavoratori a contratto è collegata alle forze globali sistemiche che hanno dato forma alle scelte politiche in Iran e altrove.

Dopo la fine della guerra Iran-Iraq nel 1988, il governo iraniano, in linea con le tendenze globali dell’economia internazionale, ha adottato sempre più pratiche neoliberali come le privatizzazioni e l’esternalizzazione della forza lavoro. In passato, i lavoratori dell’industria petrolifera erano (tutti) dipendenti del Ministero del petrolio iraniano, ma con l’espansione delle pratiche di esternalizzazione, il ministero del petrolio ora si rivolge ad appaltatori privati, che a loro volta assumono lavoratori a tempo determinato senza i benefici e le assicurazioni concesse ai dipendenti statali, e senza le tutele offerte dalle leggi sul lavoro che si applicano ai dipendenti a tempo indeterminato. Questo sistema rende l’assunzione e il licenziamento convenienti per gli appaltatori e non dà sicurezza sul lavoro ai lavoratori [3].

Di conseguenza, l’Iran ha assistito all’emergere di una forma di neoliberismo che non è qualcosa di unico, ma rispecchia la sua posizione all’interno dell’ordine economico globale. Sebbene le organizzazioni sindacali indipendenti siano bandite e le proteste siano state accolte con misure repressive – fattori che rendono autoritario questo neoliberismo, come le relazioni Stato-società dell’Iran in generale –, il neoliberismo in Iran ha un carattere ibrido, e conosce periodi di apertura e chiusura [4]. Di conseguenza, esistono ancora organizzazioni funzionanti, come i consigli e le associazioni del lavoro islamici approvati dallo stato, nonché una pletora di sindacati indipendenti più piccoli, che nonostante tutti i loro limiti hanno espresso pressioni dal basso nei confronti dello stato. Questa ibridazione si estende anche alle politiche neoliberiste che sono modellate dall’intervento statale nell’economia e da una rete di politiche sociali come sussidi e assicurazioni.

Quando esprimono le loro istanze, i lavoratori del petrolio stanno respingendo il neoliberismo autoritario dello stato iraniano. Nella loro prima dichiarazione, i lavoratori temporanei in sciopero hanno chiesto salari più alti, un salario minimo mensile di $ 480 (120 milioni di rial), pagamenti tempestivi e contratti permanenti anziché temporanei. Hanno anche obiettato alle condizioni di lavoro pericolose, chiesto misure di sicurezza più forti e rivendicato dieci giorni di riposo ogni 20 giorni lavorativi. Infine, i lavoratori hanno chiesto la fine delle misure punitive contro le loro attività e hanno sottolineato il loro diritto di formare organizzazioni autonome e di riunirsi liberamente.

La risposta dello stato alle crescenti proteste

Il contratto sociale populista post-rivoluzionario – attraverso il quale parti della classe operaia e dei poveri delle città sono stati incorporati nel sistema socio-politico della Repubblica islamica – si sta disfacendo. Con il peggioramento delle condizioni economiche dovuto alla corruzione, alle politiche interne e alle sanzioni statunitensi, insieme all’indebolimento delle istituzioni e dei gruppi politici e sociali che trasmettevano la pressione sociale ai vertici, c’è stato un costante aumento del numero di proteste, e una radicalizzazione delle loro richieste. L’accumulo di crisi politiche e socioeconomiche in Iran, compresi i fallimenti nella gestione della pandemia di COVID-19, sta minando l’efficacia e la capacità di risposta dell’establishment politico e delle sue istituzioni, mentre l’espansione delle privatizzazioni e dell’esternalizzazione del lavoro ha portato a continui scioperi e proteste dei lavoratori di vari settori economici. L’immagine 2 mostra il numero totale di proteste degli operai, nel settore industriale e delle costruzioni, e altre proteste organizzate da professionisti, come infermieri o insegnanti, pensionati, lavoratori autonomi e disoccupati, nonché le azioni da parte di cittadini che protestano contro questioni sociali non direttamente legate al lavoro come il degrado ecologico, i tagli ai sussidi o la Repubblica islamica in sé.

Le cifre sono mensili, e coprono il periodo da marzo 2015 a marzo 2020. Esse si basano sui rapporti dell’Agenzia nazionale di stampa iraniana (ILNA) in cui è stata utilizzata la parola “lavoratore”, generalmente applicata agli operai. Come mostra l’immagine 3 [counties=sharestan], le proteste degli operai rappresentano una grande percentuale delle proteste totali in Iran. In media, ILNA ha segnalato circa 36 proteste di ogni tipo e 21 proteste di operai al mese. Ci sono state 2.183 proteste in totale (427 all’anno) in questo periodo; le proteste degli operai costituiscono il 57 per cento del totale. In termini di diffusione geografica, in media circa 16,5 sharestan hanno registrato una protesta al mese, di cui 11,4 (69%) hanno avuto una protesta di operai. Per l’intero quinquennio, 165 su un totale di 429 sharestan hanno avuto almeno una protesta segnalata. Di queste 165 sharestan, 126 (il 76%) hanno avuto almeno una protesta degli operai.

Le proteste non solo sono più diffuse, ma lo stato ha anche dimostrato la sua capacità di intervenire in esse attraverso le istituzioni esistenti, come i consigli locali di città e villaggio e i consigli e le associazioni del lavoro islamici. Sebbene l’efficacia dei consigli del lavoro si sia indebolita, il loro numero è aumentato da circa 2.000 nel 1990 a oltre 5.000 nel 2010, raggiungendo gli oltre 10.000 nel 2018.[5] I funzionari statali usano spesso queste e altre istituzioni per incanalare le proteste dei lavoratori, inclusi i recenti scioperi petroliferi, attraverso negoziati ordinati. Inoltre, il governo e i suoi appaltatori hanno intimidito i lavoratori con licenziamenti, liste nere e sorveglianza da parte delle forze di sicurezza e hanno creato divisioni tra i lavoratori avviando negoziati, incoraggiando l’istituzione e il coinvolgimento di consigli sindacali islamici e facendo concessioni.

Quando i lavoratori a contratto hanno iniziato i loro scioperi il 19 giugno, speravano che i lavoratori ufficiali [o formali] dell’industria petrolifera [quelli dipendenti dallo stato e con contratto a tempo indeterminato- ndr] si unissero a loro. I lavoratori ufficiali avevano organizzato le proprie proteste a Teheran, Ahwaz e Asaluyeh il 26 maggio per chiedere migliori condizioni di lavoro, e avevano annunciato che le avrebbero ripreso il 30 giugno se il governo non avesse soddisfatto le loro richieste. Dopo che i lavoratori a contratto hanno iniziato lo sciopero, tuttavia, i funzionari del governo si sono mossi rapidamente per negoziare con i lavoratori ufficiali: la commissione per l’energia del Parlamento ha iniziato a indagare sulla questione e il presidente Rouhani ha dichiarato che il governo avrebbe fissato i loro salari. Nel sud dell’Iran i consigli sindacali islamici dei lavoratori a tempo indeterminato hanno aumentato le loro attività, ad esempio presentando petizioni al Parlamento e al capo della magistratura, Ebrahim Raisi (che è stato eletto presidente a giugno).

Allo stesso tempo, i funzionari a livello locale si sono dati da fare per organizzare incontri con i lavoratori a contratto in sciopero, promettendo di risolvere i loro problemi e di fare pressione sulle autorità di Teheran. Sebbene negli ultimi due decenni i funzionari statali abbiano cacciato dall’industria petrolifera anche i consigli sindacali islamici, essi hanno iniziato a re-istituirli in risposta ai recenti scioperi nel settore. Alcuni funzionari hanno lanciato l’idea di trasformare l’ufficio per le relazioni industriali di Asaluyeh controllato dagli imprenditori, in un consiglio del lavoro islamico, per fornire ai lavoratori un canale ufficiale per le negoziazioni. Il Consiglio indipendente per l’organizzazione delle proteste dei lavoratori a contratto si oppone però a queste iniziative, presentandosi come l’unica vera organizzazione dei lavoratori a contratto. La quarta dichiarazione dei lavoratori in sciopero dice:

«Dichiariamo che riunire consigli islamici o qualsiasi altra organizzazione come organizzazioni di lavoratori “indipendenti” da parte del governo è un’azione contro i lavoratori e non è la risposta giusta per noi. La storia dei consigli islamici e di altre organizzazioni fantoccio simili è chiara. Queste organizzazioni sono sempre state uno strumento per controllare i lavoratori e per servire i datori di lavoro. Non sono forse sufficienti 40.000 addetti alla sicurezza nell’industria petrolifera, visto che ora si vogliono aggiungere a loro anche i consigli islamici?» [6].

Mentre questi tentativi di riportare i consigli islamici nell’industria petrolifera dimostrano l’importanza delle organizzazioni di collegamento tra lo stato e i lavoratori, la routine delle proteste è permanentemente minata dalla riluttanza e dall’incapacità dei funzionari statali di istituzionalizzare le proteste sindacali e di fare concessioni significative. Questa situazione crea una dinamica in cui le proteste sindacali appaiono continuamente al di fuori dei canali ufficiali e trasgrediscono i limiti politici del sistema. Ciò crea anche serie divisioni tra gli attivisti sindacali, a causa delle loro diverse opinioni su strategie e tattiche. Il Council for Organizing Protests of Contract Oil Workers, ad esempio, ha perseguito un approccio radicale che invita i lavoratori a continuare i loro scioperi, organizzarsi attraverso assemblee, tenere raduni di protesta fino a quando tutte le loro richieste non saranno soddisfatte, oltre a sollevare richieste politiche. Secondo una diversa impostazione, invece, un altro gruppo, il Piping and Project Group of Iran, organizzatore degli scioperi dei lavoratori a contratto lo scorso anno, ha enfatizzato le richieste socio-economiche e si è allontanato da richieste più politiche per ridurre il rischio di repressione e favorire l’adesione di un numero maggiore di lavoratori.

Come interpretare tutti questi sviluppi? Le proteste stanno diventando una routine all’interno del sistema politico esistente, o sono, come credono alcuni media e alcuni partiti politici di opposizione, il preludio di una rivolta più grande? Inquadrare gli scioperi in questo modo dicotomico rischia di ignorare le rivendicazioni e le istanze dei lavoratori e la varietà di opinioni esistente tra di loro. Le proteste sono diventate una pratica comune nella società iraniana, ma il governo ha resistito e ha cercato di limitare le attività di protesta mettendo fuori legge i sindacati indipendenti.

L’affermazione che gli scioperi del petrolio rappresentino un’inevitabile passaggio verso un movimento rivoluzionario che punti a rovesciare lo stato, tuttavia, ignora sia i molteplici processi strutturati che tuttora mediano tra lo stato e la società, sia i limiti degli attuali scioperi del petrolio. Le proteste hanno ravvivato il ricordo degli scioperi petroliferi che ebbero un ruolo importante nella caduta della monarchia nel 1978-79. A causa dell’importanza del petrolio nell’economia iraniana – le entrate petrolifere costituiscono una parte significativa di quelle del governo – gli scioperi dei lavoratori petroliferi potrebbero assumere un significato strategico, qualora interrompessero effettivamente la produzione di petrolio. Perché ciò avvenga, però, i lavoratori permanenti dell’industria petrolifera, in particolare quelli che mantengono in attività i pozzi petroliferi e i reparti di processo delle raffinerie, dovrebbero scioperare, il che non è facile per la struttura dell’industria petrolifera e per le azioni dei lavoratori permanenti. Questi ostacoli possono essere superati, ma solo quando c’è un movimento di massa che fornisce a questi lavoratori la fiducia in sé stessi per intraprendere un’azione sindacale, come accadde durante la rivoluzione del 1978-79.

Il movimento di protesta contro la monarchia scoppiò nelle aree urbane dal gennaio all’estate del 1978. Ispirati dalle proteste di piazza, anche diversi lavoratori e impiegati statali scioperarono durante l’autunno del 1978. Tra questi scioperi, le azioni sindacali dei lavoratori e dei dipendenti della National Iranian Oil Company sono stati fondamentali, poiché hanno bloccato la produzione e la distribuzione di petrolio del paese. Fondamentale per la riuscita di questi scioperi è stata la partecipazione dei lavoratori permanenti, e solo nelle ultime fasi vi hanno aderito gli operai di processo nelle raffinerie. Sebbene il numero dei lavoratori con contratto a termine non fosse così elevato come è oggi, questi lavoratori scioperavano anche con la rivendicazione di essere impiegati in modo stabile dall’industria petrolifera. Le divisioni tra operai e impiegati e quelle tra lavoratori permanenti e lavoratori temporanei costituivano un serio ostacolo nel 1978 come lo sono oggi, ma allora furono superate nel contesto di un movimento rivoluzionario che ha radicalizzato l’intero mondo del lavoro.

Oggi la situazione è molto diversa dal momento che i lavoratori permanenti dell’industria petrolifera non hanno organizzato gli scioperi, i lavoratori a contratto hanno rivendicazioni principalmente socio-economiche e un movimento rivoluzionario di massa organizzato è assente. La crisi politica ed economica in Iran ha ovviamente influenzato gli scioperi in corso, e le proteste potrebbero coinvolgere i lavoratori permanenti ed estendersi in futuro anche ad altri settori. È quindi importante comprendere la natura contingente e fluida di questi scioperi, piuttosto che concepirli come ripetizioni del passato o proiettare su di essi, con pie illusioni, particolari obiettivi politici.

Mentre osservatori esterni di diverse tendenze politiche hanno esaminato le possibili conseguenze degli scioperi, l’undicesima dichiarazione del Comitato di coordinamento presenta una delle valutazioni più importanti dei risultati della loro campagna in corso. Il comunicato cita le concessioni già offerte dagli appaltatori in relazione all’aumento dei salari e la loro apertura sulla scarsa qualità del cibo per i lavoratori a contratto. Inoltre, la dichiarazione sottolinea come gli scioperi siano riusciti in qualche modo a rompere l’atmosfera pesantemente securitaria nell’industria petrolifera. Infine, la dichiarazione cita l’emergente potere organizzativo dei lavoratori come il principale risultato ottenuto finora: «La cosa più importante è che abbiamo sperimentato il nostro grande potere come lavoratori, e questo ci mette in una posizione più forte per portare avanti le nostre richieste. In particolare, siamo riusciti a formare un consiglio organizzativo perché sia il vero rappresentante dei lavoratori».[7]

Gli scioperi nel settore petrolifero sono rappresentativi di un’importante tendenza in corso in Iran: la crescita delle proteste sindacali. È troppo presto per trarre conclusioni definitive sul loro esito, ma come indicano gli stessi scioperanti, potrebbero contribuire alla formazione di nuove organizzazioni dei lavoratori. Al di là del movimento operaio, la convergenza tra la protesta sindacale e una più ampia mobilitazione politica che avvenne nel 1978-1979 suggerisce che queste due tendenze operanti oggi nel paese possono ispirarsi e costruirsi l’una sull’altra.

[Mohammad Ali Kadivar è professore associato di sociologia e studi internazionali al Boston College. Peyman Jafari è un ricercatore presso la Princeton University. Mehdi Hoseini si appresta a diventare studente di sociologia al Boston College. Saber Khani è una studentessa di dottorato in sociologia al Boston College.]

Note

[1] Mohammad Maljoo, “Temporalization of Labor Force Contracts in the Oil Industry After the War,” Negah-e No Quarterly 105 (2015). [Persian]

[2] Frederic M Wehrey et al., The Rise of the Pasdaran: Assessing the Domestic Roles of Iran’s Islamic Revolutionary Guards Corps (Santa Monica, CA: RAND National Defense Research Institute, 2009).

[3] Maljoo “Temporalization of Labor Force Contracts in the Oil Industry After the War.”

[4] Peyman Jafari, “Impasse in Iran: Workers versus Authoritarian Neoliberalism,” If Not Us, Who? Workers Worldwide against Authoritarianism, Fascism and Dictatorship (Hamburg: VSA, 2021).

[5] Peyman Jafari, “Impasse in Iran: Workers versus Authoritarian Neoliberalism,” p. 145.

[6] The Organizing Committee of the Protests by Oil Contract Workers, “We Don’t Want Islamic Councils; The Response of Oil Temporary Workers to Raisi’s Proposal,” Akhbar-e Rouz, July 3, 2021. [Persian]

[7] The Organizing Committee of the Protests by Oil Contract Workers, “The 11th Statement; Where Are We in Our Strikes?” The Organizing Committee for The Strike of the Oil Contract Workers Telegram, July 25, 2021. [Persian]

Come citare questo articolo:

Mohammad Ali Kadivar, Peyman Jafari, Mehdi Hoseini, Saber Khani “Labor Organizing on the Rise Among Iranian Oil Workers,” Middle East Report Online, August 25, 2021.

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